I Comitati di pubblica sicurezza eletti dal Governo, screditati:

«Creansi Comitati di pubblica sicurezza, ma si compongono di elementi

eterogenei, impossibili; ove al buono fa contrasto insormontabile

il tristo, l'inerte allo energico, al liberale repubblicano il

codino-tricolore.»[308]

Accusano il Governo, e perchè? Perchè la decadenza della Casa di

Lorena non dichiara, un sospettoso timore per la Repubblica diffonde;

perchè _il Granduca e la sua famiglia lasciò fuggirsi dalle mani_, e

mandò a Empoli un uomo egregio, di temperato consiglio, ad assettare

le cose. La _maggiore colpa_ è per Empoli per avere tumultuato, _il

restante per noi_ per non avere spento il tumulto nel sangue. Il Popolo

deve reprimere da sè gli _eccessi del Popolo malvagio_ (e questo mena

diritto allo scannare per le piazze); ma al Governo corre obbligo

di mostrarsi rivoluzionario _rovinando innanzi a suon di cannonate e

moschettate_. A mente riposata, e in tempi tranquilli, coteste più che

vane jattanze sarebbero festevoli smargiasserie, ma non era così quando

servivano a gittare olio e zolfo sur un fuoco che minacciava divorarne

tutti.

«Ma il democratico Ministero, ma il Provvisorio Governo, volendo

contentar tutti, non contenteranno nessuno: _volendo salvar tutto, non

salveranno nulla_.

«Non sono questi i tempi, nè sono i governi rivoluzionarii, i

governi a Popolo, che permettere debbono alle fazioni politiche di

avvalorarsi, di diffondersi col mezzo della impunità, e di far causa

comune coi ladri e coi briganti. — _Non è più la stagione di lasciare

pazientemente perorare la causa della Dinastia Sabauda ad un Massimo

D'Azeglio a Lucca, ad altri in altri luoghi_.

«Non vi basta, o_ uomini del Governo Provvisorio_, non vi basta _non

volere proclamata la decadenza della Dinastia di Lorena, non vi basta

lo insinuare un sospettoso timore per la parola Repubblica, non vi

basta lo esservi lasciato sfuggire di mano l'ostaggio prezioso del

Reale Arciduca e della sua famiglia che voleva oggi prestar mano, non

ispegnendola in tempo, ad accendere la reazione_?

«Quando a voi si presentò una Deputazione empolese per invocare

l'assistenza vostra contro l'impeto di una turba di masnadieri, che

cosa faceste voi?... Inviaste _uno dei più tiepidi fra gli amici

vostri, il Manganaro, ottimo conciliatore di cose conciliabili, ma

inetto a far marciare ad un passo disordine e tranquillità, moderazione

di gastigo ed esorbitanza di colpa_.

«E il tumulto divenne aperta rivolta; la masnada, esercito; il danno

che lieve saria stato riparare, divenne danno difficilmente riparabile.

«A Empoli la maggior copia della colpa; — _a voi il restante_;

giacchè se il vero Popolo deve sapere, occorrendo, da per sè stesso

reprimere gli eccessi del Popolo malvagio, _un Governo che vuol nome

di democratico non deve aborrire da quello di rivoluzionario; e le

rivoluzioni, per Dio, non si fanno a furia di sermoncini in piazza, ma

coi fucili e coi cannoni_.»[309]

Si mandano Deputazioni in Fortezza per giustificare i soldati che

non erano comparsi allo appello; e _ciò per onore della disciplina_!

E agli ufficiali trasognati, per cotesti singolari onori renduti

alla soldatesca disciplina, invece di cacciare la gente contumace

in prigione, toccava a farle di berretta e a dirle: brava! Nuovo

argomento della forza che a quei giorni esercitavano i Circoli, e della

necessità di obbedirli. Nel Circolo si parla della mia opposizione

allo inalzamento dell'Albero; coteste brevi parole somigliano la nuvola

nera pregna del fulmine: «Nella pubblica discussione di ieri sera (13)

_fu risoluto di spedire, per espresso desiderio dei militi e per onore

della disciplina_, una Deputazione ai comandanti delle due Fortezze

di Firenze, perchè fossero giustificati tutti quei militi i quali non

poterono rispondere all'appello serale per far parte delle pubbliche

dimostrazioni in favore della libertà e della unità italiana, che

occuparono il Popolo fiorentino nella giornata.

«Dipoi, per la tanta affluenza di Popolo, convenne trasferire il

Circolo negli ampii corridori del Convento di Santa Trinita. — Il

soggetto che più trattenne la discussione fu l'Unione da farsi con

Roma. Su di che non poteva esservi pensiero discorde. Solo parlossi di

varii modi, ed ogni conclusione fu differita.

«_Fu ragionato ancora della erezione di un Albero della Libertà che

nella sera era stato portato in Piazza del Popolo per piantarvelo. Fu

udito come il Guerrazzi avesse dissuaso il Popolo_.»[310]

Il Circolo tratta comporre una schiera repubblicana di 1,000 uomini,

seguita da un tribunale, per iscorrere il Paese e giudicare i

colpevoli; se ne rimane, _per ora_, a cagione dei tumulti empolesi

repressi. Voi da ciò lo vedete; il Circolo si affatica a procedere

come Governo separato: sola via a trattenerlo, e sventare le insidie

per farmi segno ai sospetti e alle ire popolari, sta nel preoccupargli

il passo su quanto egli minaccia imprendere fra mezzo agli orrori

rivoluzionarii. «Visti i presenti casi della Patria, il Circolo

si occupò della formazione intanto di una schiera di _1000 uomini

eletti, di puro sangue repubblicano_, da percorrere in tutti i sensi

il Paese ovunque si manifestassero accidentalmente macchinazioni

tedesche; _schiera seguita da un tribunale per giudicare i colpevoli_.

Ma l'ultimazione dei ladronecci e degli scandali d'Empoli ne fece

respingere, almeno per ora, la proposta.»[311]

Comecchè dei fatti che seguono occorra traccia nei Giornali posteriori

al 14 febbraio, io gli riporto perchè appartengono ad epoca anteriore.

Il Circolo fiorentino, avvisando i modi di cacciare il Granduca da

Porto Santo Stefano, delibera: «Quindi fu trattato dei mezzi di

scacciare il Despota dall'ultimo suo nido di Santo Stefano, e di

avviare spedizioni popolari da tutte le città del presente Stato

provvisorio, a fare una crociata verso quel punto, e percorrere il

Paese affine d'infiammarlo e muoverlo tutto per la santa causa;

_e fu proposto che Firenze desse cominciamento a queste patrie

spedizioni coll'inviare intanto 1000 uomini a Siena, italiani e

repubblicani_.»[312]

I Lombardi, uomini intendenti assai delle faccende politiche, a quanto

il Governo in quei giorni operava costretto, non si acquietavano punto;

non pareva loro che ei desse sicurezza di compimento finale; nulla

per essi era fatto, se con la decadenza del Principe e la proclamata

Repubblica non si varcava il Rubicone; appunto come adesso per l'Accusa

è nulla non averlo passato, ed avere impedito che altri lo passasse!

Ma la Emigrazione Lombarda, è da credersi che dei suoi interessi

intendesse meglio nel febbraio del 1849 che non l'Accusa nel gennaio

del 1851; quindi, mentre questa reputa lo accaduto fra l'_8_ e il _14

febbraio_ completo elemento di colpa, quella rampogna non lo contare

niente, e dai sei giorni, cioè dal _9 febbraio_ in poi, cercare invano

negli atti del Governo eseguito quanto essa era venuta ordinando.

Finora dunque stetti in mano a Faziosi? — E ardite giudicare voi?

Guardi tutto il Paese, e consideri se sono io, o se sono i miei Giudici

quelli che devono essere giudicati.

«Questa è la condotta, questa è la missione che vi è tracciata, o

cittadini del Governo Provvisorio? Adempitela, adempitela, per Dio!

prima che i giorni fuggano, e con essi l'occasione e l'entusiasmo e

la forza. Non siam noi sorti nel nome della Italiana Costituente, nel

nome del dogma della sovranità nazionale? L'agitazione lunga non fu

desiderio di unità, sforzo a ravvicinarsi delle diverse membra della

Italia divisa?

«Ebbene, che più tardare si doveva ad attuare questo principio di

legalità incontestata, a convocare i Rappresentanti della Toscana alla

nazionale Assemblea di Roma, e dichiararci solidarii e indivisibili

della nuova vita proclamata dal Campidoglio? Perchè se tutte le fatiche

della nostra Rivoluzione han per fine ultimo la compenetrazione ed

unificazione assoluta di tutto il Paese che Appennin parte e l'Alpe e

il mare circonda, perchè forti di questa missione salvatrice e italiana

che vi fu confidata, non realizzare, non tradurre voi medesimi in

fatto questo voto infallibile e universale? Ora che la legge d'oggi

ha proclamato il principio della unità italiana, consacrandolo nella

convocazione dei Deputati alla Costituente, perchè non lo iniziate e

preparate nel fatto, proclamando l'_Unione con Roma_?

«La legittimità del mandato da accordarsi ai rappresentanti italiani

non avea bisogno della giustificazione di nessun atto precedente

di provinciale pretesa sovranità. I Governi delle diverse provincie

non hanno altro incarico che, proclamato il principio, assicurarne

l'esercizio nella libertà e verità più intera: i Governi non possono

che pubblicare una legge elettorale, la quale emana dal potere

esecutivo ad essi provvisoriamente delegato. Imperocchè non fa d'uopo

di nessuna legge per decretare il diritto che ha l'Italia di essere

sovrana di sè stessa.

«Voi dunque siete nella più stretta legalità, o cittadini del Governo

Provvisorio, promulgando voi stessi la legge che chiami il Popolo a

nominare i suoi mandatarii alla Costituente Italiana. E voi dovevate

farlo, noi ne abbiamo ferma convinzione, voi lo dovevate sotto pena di

apparire fiacchi e derisi in faccia a tutti coloro che vi hanno sfidato

all'attuazione della vostra dottrina, in faccia a tutti quelli che,

credenti in essa, vi hanno promesso il concorso della propria opera e

delle proprie simpatie. Voi lo dovevate, perchè tra Leopoldo e l'Italia

non è possibile l'alternativa, e la decisione s'impone invincibile da

sè stessa.

«Il Popolo, nel suo desiderio, si spinge innanzi alle lente e

tranquille deliberazioni; esso attesta altamente le sue simpatie, vuol

rompere le barriere municipali che lo dividono, e domanda con grido

irresistibile universale: _Unione con Roma_. L'entusiasmo cresce e si

propaga come generosa manifestazione del nuovo spirito italiano; questo

voto incarnato nella convinzione di tutti, diventa istintivo, urgente

bisogno. L'_Unione con Roma_ è già in tutti i cuori, è già un fatto

compiuto, una rivoluzione vittoriosa; al Governo Provvisorio di Toscana

forse non resta che consacrare questo fatto, e, accettandolo, farsi

interprete del pensiero comune. Ma al di sopra di questo movimento

inconsapevole delle masse vi ha l'intelligente e sovrana Rappresentanza

Nazionale. L'_Unione con Roma_, l'obbietto di questa commozione viva

ed infiammata, non può essere che espressione temporanea del voto dei

Popoli toscani, che essi sommettono docili e reverenti alla sentenza

della Italiana Assemblea.

«Sei giorni sono trascorsi dacchè Leopoldo è fuggito, la Toscana

libera, il Governo investito della suprema dittatura.... L'entusiasmo,

cagion prima ed unica dei miracoli, si diffondeva, affratellando gli

animi, preparando la forza.... _sei giorni sono trascorsi_, e noi

cercavamo indarno negli atti del Governo quella coscienza delle grandi

misure, quell'impeto d'azione che dalla prima ora della sua esistenza

gli avevamo inculcato.»[313]

Le mura di Firenze, nei giorni _14 e 15 febbraio_, andavano coperte di

questo avviso, che i Circoli bolognesi mandavano ai Toscani:

«Fratelli Toscani!

«Il senno, l'ordine e l'energia che nel momento il più difficile della

vita de' popoli voi dimostraste, ci hanno compresi di tanta maraviglia

ed in uno di tanto entusiasmo, che non potemmo frenare più a lungo

l'impeto dei nostri affetti, e palesarvi quanta sia la stima e quanto

l'amore che a voi possentemente ci legano.

«Fratelli! Se Leopoldo di Lorena vi abbandonava vilmente, il Dio,

proteggitore de' Popoli, vi rimaneva e rimane a tutela; e, senza

dubbio, un Nume misericordioso è coll'Italia nostra, perocchè è

piuttosto unico che singolare l'esempio di genti, a cui tolto ogni

freno di governo, siensi nullameno comportate con così alta sapienza da

esterrefare perfino i più avversi e increduli al loro valore, al loro

progresso.

«Roma e Firenze subirono le medesime crisi; Roma e Firenze le

attraversarono del pari impavide; Roma e Firenze si stringono

fraternamente la mano associandosi ad un medesimo destino: adunque

onore a Roma, onore a Firenze!

«Fratelli! concordia e perseveranza, speme nel futuro, attività e non

avventatezza, e trionferemo de' nostri nemici.

«Prepariamoci alla pugna; e il primo nostro pensiero sia il riscatto

delle misere terre lombardo-venete che piovono sangue, e della infelice

Napoli che risuona lugubre di gemiti e di catene.

«Già le Aquile latine dispiegano i loro vanni sul Campidoglio; già la

spada di Ferruccio ruota sul capo dei tiranni: il Dio delle vendette

sarà colla Italia nel giorno della lotta finale, ed Italia si erigerà

alla perfine in Nazione.

«La Costituente Italiana giudichi del nostro futuro. Viva la

Costituente Italiana!»[314]

Eccitamento a muovere contro il Granduca: «Guardatevi un po' in seno.

Il male più grave, quello che per ora fa d'uopo estirpare, per ora

sta lì, e non altrove. Lì sta Leopoldo d'Austria, e finchè esso sta in

Toscana non vi può stare ordine, nè regime, nè libertà stabile e vera.

«Che mi parlate voi d'austriaco intervento ai confini, quando

l'intervento austriaco è sempre in casa?...»[315]

Nella citazione che segue leggiamo cose che male ci basterebbe l'animo

compendiare; solo io prego chi legge ad avvertire la favella ebbra

di superbia e di minaccia, foriera della rivoluzione, che già si

spera trionfante, e la urgenza dei provvedimenti proposti da mandarsi

ad esecuzione. Il Popolo in armi aveva ad ordinare, il Governo ad

obbedire. Ecco, il dado è tratto; adesso staremo a vedere se meco si

salva la civiltà, o se, me sopraffatto, la Rivoluzione allaga con la

sua barbarie. — O voi, uomini di ordine, nudriti sempre dallo Stato,

promossi alle cariche, insigniti di onori, voi osate domandarmi perchè

io non fuggiva? Rispondete piuttosto a vostra posta voi: Perchè non vi

stringevate animosi intorno a me per salvare la Patria e per impedire

la decadenza del Principe? Perchè, dite, me lasciaste solo a lottare

contro tanto sforzo rivoluzionario? Amici del Principe voi? Ah! voi lo

abbandonaste allora; e voi adesso, con persecuzione che egli non vi

comanda, che invano sperate gli possa essere accetta, senza verità,

senza convinzione, senza coscienza, non dettando carte, ma tendendo

agguati, con gelato furore, con l'astio della ingratitudine, con

passioni malnate, che enumerare è ribrezzo, avventandovi contro cui

dovreste rispettare, voi, — se dipendesse da voi, — lo rendereste

odioso e crudele.... Ah! la pazienza ha un confine, e perdonate, o miei

compatriotti, questo sfogo a chi si sente da ventotto mesi avvelenare

il sangue più puro del suo cuore dai morsi di schifosi scorpioni.

«Salviamo la Patria, cittadini del Governo Provvisorio!... E per

salvarla incominciamo dal proclamare in diritto, dal consumare in fatto

la decadenza della Famiglia di Lorena dal trono di Toscana. Questa

decadenza, _questo diritto, questo fatto, se ne persuadano i Toscani,

non è ancora consumato_.

«Cittadini del Governo Provvisorio, grande errore voi commetteste

nel trascurare di proclamare il regime repubblicano e la Unione

immediata con Roma _il giorno stesso_ in che saliste al Potere.

Cotesta vostra diffidenza nel senno e nella virtù del Popolo vi ha

_ora reso impotenti_ a salvarlo, giacchè ora a lui fa d'uopo _salvarsi

da sè stesso_, proclamando ciò che voi, _per ritegno o per paura_,

trascuraste di proclamare.

«_E il Popolo si salverà, il Popolo salverà la Patria_!

«Senza attendere la convocazione di troppo remota e lontana della

toscana Assemblea Costituente, i rappresentanti di tutti i Circoli

toscani, quelli dei principali Municipii, quelli della Guardia

Cittadina e di qualunque altro corpo morale e politico toscano,

accorreranno solleciti in Firenze allo invito che loro sarà mosso dal

Circolo del Popolo. Quivi _essi faranno di gran cuore_ ciò che voi non

faceste, e _il Circolo del Popolo_ avrà la gloria di avere, _per la

seconda volta_, salvato la Patria pericolante....

«Il Popolo provveda alla salute della Patria, _scacciando il tiranno_.

«Il Governo provveda per parte sua, _a riparare in parte al grave

fallo_ commesso, richiamando nella Capitale sotto severe comminatorie

tutti li aristocratici che se ne allontanarono allo allontanarsene di

Leopoldo: — e ove essi ricusino, _a gravi imposte sieno condannati,

le quali, sparse nel Popolo bisognoso, lo riconfortino e lo aiutino

a durare nella quiete e nell'ordine necessario in sì gravi momenti_.

Sia _dal Popolo_ cacciata dall'ultimo suo nido _la belva boema_, e

così appaia manifesta la volontà popolare anche in questo: e tutti i

pretesti vengano rimossi ad una restaurazione principesca, che sarebbe

distruzione di ogni conquista della democrazia.

«_Cacciata di Leopoldo d'Austria, per opera del Popolo_.

«Unione immediata con Roma, e promulgazione della Repubblica per opera

dei suoi rappresentanti.

«Questi sono i provvedimenti, cui è indispensabile il compiere _entro

il giro di poche ore_.

«Governo, all'opera! Popolo, alle armi!»[316]

Io ripeto, e lo ripeterò dieci volte e cento, che sono privo di

Documenti officiali: pare a me, e parrà a tutti coloro che hanno

senso di giustizia, atrocissima cosa essere, che mi si domandi conto

dell'operato e mi si neghi la via di mostrare le ragioni dell'operato;

e tanto più empirà il rifiuto di ribrezzo, quante volte si pensi che

l'Accusa con mille occhi e con mille mani ha svolto, letto e riletto

negli Archivii del Governo, per ricavarne argomento al suo assunto;

e a me, ridotto ai miei soli occhi infermi, si ricusi desumerne quel

tanto che valga a giustificarmi: e poi con serena fronte ardiscono

dirmi: — difenditi! — E confidano, che altri creda la difesa concessa

liberissima!

Non pertanto ridotto in tali angustie, ecco io ho spigolato, in campo

che non è mio, prove che bastano per ismentire l'Accusa. Signore! ma

perchè muovermi addosso con tante arti per farmi comparire colpevole?

O come potè affermare l'Accusa, che non occorrono prove di coartazione

nei primi giorni successivi all'infausto otto febbraio? Come sostenere,

che all'opposto si trovano prove che ogni violenza escludono? Come

la mano le resse scrivere, che alla decadenza del Principe, e alla

proclamazione della Repubblica io non mi opposi, tranne che dopo la

notizia della disfatta di Novara? Perchè l'Accusa dei testimoni cita

quelli, che reputa dannosi, e scarta i favorevoli ricercati dalla

Procedura? O a che mira l'Accusa? A qual mai fine tende? Per conto

di cui ella lavora? Pel Principe no... dunque per cui? — Io tremo

investigare... io raccapriccio indovinare per conto di chi lavora

l'Accusa. — Certo questo pervertimento nello ufficio del Custode della

Legge svela una infermità profonda nel corpo sociale, conciossiachè

i Magistrati oggimai nulla più abbiano ad invidiare ai Sacerdoti di

Teute.

Importa poi intorno alle allegazioni di questa parte dell'Apologia

avvertire, che alcune narrano fatti i quali non si possono revocare in

dubbio, corrette in qua e in là di qualche inesattezza; altre parlano

di dottrine, d'impulsi, e di provvidenze da prendersi. In quanto esse

emanano dalla _Costituente_ o dai _Circoli_, facilmente s'intende che

equivalevano ad ordini da eseguirsi senza fiatare, però che venissero

appoggiate con le armi da gente accesissima e disposta al mettere a

sbaraglio la vita, pure di riconquistare la patria, e le paterne case,

e tutto quanto all'uomo è più dolce quaggiù: in quanto si partono poi

da altri Giornali, si consideri che se non coartavano direttamente,

tanto più comparivano terribili suscitando sospetti, infiammando ire, e

spingendo la plebe cieca a disfarsi con qualunque mezzi, e i violenti

accettatissimi, del Governo costituito. Un po' più tardi mostrerò a

prova come io fossi in grido di traditore, posto segno alla rabbia del

Popolo.

§ 3. _Spedizione al Porto Santo Stefano._

Delle cose fin qui discorse sommerò unicamente quelle che allo scopo di

questo paragrafo si riferiscono. Nei giorni antecedenti al quattordici

febbraio fu chiarito come due cose si facessero: 1a _eccitamenti_

urgentissimi al Popolo e al Governo; 2a _coazione_ a quest'ultimo,

affinchè intorno al dimorare del Principe nel Porto Santo Stefano senza

indugio alcuno provvedesse. Accusavasi il Governo ora di non avere

seguíto il Granduca a Siena; ora di esserselo lasciato fuggire dalle

mani; per ultimo, il Governo _nemico espresso_ del Popolo predicavano,

e fu qualificato perfino uguale a quelli con cui allora tenevamo

guerra: nemici in Toscana, non fuori, dicevano, dovevansi cercare,

finchè ci fermava stanza il Principe. Ma quello che mi pareva troppo

più grave era lo eccitamento quotidiano, o piuttosto continuo, impresso

al Popolo per ispingersi in massa contro Porto Santo Stefano; erano

gli apparecchi dei Circoli a chiara prova raccolti non pure _fuori_

del Governo, ma _contro_ il Governo. Ben poco intendimento ci vuole

a conoscere la opera indefessa dei Circoli per usurpare l'autorità e

adoperarla in concetti diversi ai governativi, anzi in danno manifesto

di quelli.

Proseguendo a trattare il doloroso tema, esporrò altre prove

speciali in proposito, che sono venuto estraendo dai Documenti stessi

dell'Accusa.... prugnole acerbe e scarse date dalle spine della siepe!

— E qui si consideri la mia miseria, e si giudichi se è cosa non dico

consentanea a giustizia, ma ai sentimenti primi di umanità, che dalla

officina del nemico io abbia a prendere quelle sole armi ch'ella

crede potermi concedere della difesa. — Le difese si compongono di

fatti; ma se mi togliete il mezzo di poterli rintracciare, ordinare

e accompagnare dei necessarii commenti, si rende manifesto che la

difesa è negata. Le cose sono come elle sono, non quali si vorrebbero

fare apparire, quantunque verso me neanche le apparenze si abbia

voluto adoperare: avvilire e opprimere fu il truce programma di chi mi

perseguita; miserabili furono i conati nell'uno intento e nell'altro;

ma il secondo sta in loro potere, il primo no. Intanto rimarrà, e me

ne dolgo, come uno sfregio in faccia alla civiltà toscana la memoria

dello avermi posto senza pudore a canto di assassini e di ladri.... Ma

io ho bisogno di mantenermi pacato; quindi, tronca a mezzo ogni amara

considerazione, riprendo lo interrotto lavoro.

Nel _Corriere Livornese_ del 12 febbraio trovo un documento in data

dell'8-9-10 febbraio, dal quale si ricava che il Circolo Grossetano

«adunatosi per urgenza, inviò una Commissione all'Alberese per invitare

il Granduca a ridursi in Grosseto, nel caso si fosse allontanato da

Siena per timore di Partiti, dove avrebbe goduto perfetta tranquillità,

e consigliarlo al tempo stesso a tornare alla Capitale. La Commissione

giunse all'Alberese dopo la partenza di S. A. per Santo Stefano, e

allora colà si diresse. La Commissione di ritorno a Grosseto dichiara

non avere potuto rilevare la intenzione del Principe di restare o

di partire, e non sapere se a quella ora si fosse o no imbarcato. Il

Circolo avvertito _che si trattava di fuga, manda sollecitamente al

Comitato di pubblica sicurezza di Grosseto due petizioni, richiedendo

con la prima una continua vigilanza della persona del Principe, onde

sapere se partiva, per dove, e con quali intenzioni; — con la seconda

venisse stabilita una continua corrispondenza col Governo centrale

di Firenze_. — Il Circolo popolare avendo fondati sospetti che nei

reali Presidii si tenti uno sbarco per una reazione, e verificato che

tutto il littorale, non che i Forti di Porto Ercole, Santo Stefano

e Palmanuova, sieno sprovvisti della guarnigione necessaria, — fu

stabilito dirigersi al Comitato di pubblica sicurezza, affinchè di

concerto con le Autorità governative _stabilisca il pronto armamento

del littorale, e dei Forti dei reali Presidii_.»

Nel giorno _dieci febbraio_ troppo più fiera notizia mi perviene da

Livorno: i Deputati Grossetani essersi collegati con quei di Orbetello,

Porto Ercole, Magliano, Talamone, e di altri luoghi, e tutti insieme

avere deliberato, il Principe non _potesse_ nè _dovesse partire, al

Vapore di prendere il largo s'intimasse, la reale famiglia a Monte

Filippo si sostenesse_.[317]

Alle ore 3 del giorno 11 febbraio, da Grosseto scrivono a Livorno:

«L'attitudine di Grosseto è imponente per reprimere qualunque

reazione da chiunque e da qualunque parte si manifestasse. Il voto

dei patriotti, che tanti ne albergano qui, quanti in una grande città,

è la indipendenza d'Italia. Il già Principe trovasi a Santo Stefano;

tenta il vile di fare suscitare la guerra civile: è impossibile. La

Maremma non sarà la _Vandea_, nè l'antica _Valdichiana. La Maremma,

e specialmente Grosseto, darà esempio luminosissimo di amore per

la Italia_: lo vedrete. Si _attendono_ truppe per terra e per mare

all'oggetto di snidare quel covo di uccelli rapaci dal Porto Santo

Stefano.»[318]

E quattro ore prima, dallo stesso Porto Santo Stefano, mandavano:

«Questo codardo Principe ex-Granduca di Toscana ha impedito al Pretore

di pubblicare i Proclami del Governo Provvisorio, ed ha minacciato il

paese con dire, che ha a sua disposizione cento pezzi di cannone. Egli

tenta di far nascere la reazione, ma non ci riuscirà, per Dio! Questo

è il tempo di fargli conoscere qual destino serbi la Italia ai Principi

traditori come lui.... _Noi confidiamo nel soccorso dei nostri fratelli

di Grosseto, e nel Governo Provvisorio_.»[319]

Intorno alle disposizioni delle genti maremmane, possiamo ricavarne

conoscenza dalla lettera pubblicata dall'Accusa a pagine 833: «_Gli

animi sono ardenti, e vogliono finirla una volta per sempre con

un ex-Principe traditore_;»[320] e dall'altra pubblicata a cura

dell'Accusa medesima a pagine 835 del volume citato: «_Presto presto la

Maremma si leverà come un solo uomo contro chi ha vilmente tradito la

Italia_.»

I Giornali andavano propagando: «Leopoldo d'Austria non ebbe vergogna

di dire alla Deputazione del Circolo popolare di Grosseto — che _Egli

in questi ultimi tempi aveva ricevuto molti dispiaceri dai Grossetani_.

Quando la Commissione in adunanza solenne riferiva tali parole,

il Popolo fremeva d'indignazione, e decretava fino d'allora che lo

ex-Granduca era uno dei membri della Camarilla di Gaeta.»[321]

Dal Porto Santo Stefano, asilo periglioso del Granduca, ai Circoli

corrispondenti scrivevano: «Sarebbe necessario, che il Governo

adottasse pronta ed energica risoluzione, tentando un colpo ardito

in quel nido di reali vipere, onde cacciarle lungi dalle nostre

terre.»[322]

E perchè alla richiesta tenesse dietro lo effetto, muovevansi da

Grosseto Deputazioni a Firenze, le quali ingrossate da quanti Faziosi

stanziavano qui, armate di prepotenza e di audacia in virtù degli

erudimenti del Circolo fiorentino, venivano a costringermi con

ineluttabile pressura. Chi sia, che revochi al pensiero quale e quanta

fosse la veemenza dei partigiani a cotesti giorni, e la Toscana fin

dentro le viscere commossa da speranza, da terrore, e da furore di

mettere le mani nel sangue, non reputerà esagerate le tinte colle quali

ce li dipinge il Decreto del 10 giugno 1850.

Narrava taluno di Grosseto, il _16 febbraio_, come: «La deputazione

inviata al Governo Provvisorio...... fosse tornata con le più liete

assicurazioni per parte del Governo, che la Maremma _sarebbe coadiuvata

nei suoi generosi sforzi di patriottismo con tutti i mezzi_. — Molti

egregi Maremmani si uniranno al D'Apice, e lo seguiranno nella sua

importante missione.»[323] Ed altra testimonianza di queste Deputazioni

ce la porge il _Corriere Livornese_ del _23 febbraio_: «Il Circolo

popolare (di Grosseto) ha tenuto la sua seduta straordinaria per udire

la relazione dei Deputati cittadini.... di ritorno dall'Assemblea

tenuta dal Circolo Popolare di Firenze il 18!....»

Già fu chiarito a prova, i Circoli fatti omai governo distinto, e

aspirando a diventare il solo, corrispondere inquieti e sospettosi

fra loro; non pertanto occorre traccia nei Giornali del tempo come in

questa occasione più operosi che mai si restringessero a operare.

Il Circolo di Orbetello, l'altro di Grosseto, corrispondono non pure

col Circolo centrale di Firenze, ma con quello ancora di Livorno.

A comprendere la tremenda attività del Partito, che urgeva

stringentissimo a prendere immediati provvedimenti, importa riferire

parte della corrispondenza dei Circoli. Nessun Governo mai si auguri

trovarsi tanto bene servito come i Circoli erano: io poi sovente

all'oscuro di tutto; sicchè venendo a me i più impronti faccendieri di

quello, smaniosi per notizie più fresche, e trovatomi ignaro perfino di

quelle ch'essi sapevano, trascorrevano in rampogne acerbe di colpevole

negligenza, e di peggio.

Da Santo Stefano, nel giorno _8 febbraio_, all'_Alba_ e agli altri

Giornali mandano: _a ore 2 p. m._, l'arrivo del Granduca con parte

della sua famiglia, e dei signori Sproni e Conticelli, su di una barca

peschereccia partita da Talamone a mezzogiorno.

_A ore 4 e ½_, arrivo della Granduchessa col resto della famiglia.

Albergo in casa _Sordini_, magazziniere del sale e tabacco. Sospetti di

fuga.

_Ore 8 e 9 p. m._, arrivo di due _staffette con dispacci_.

_9 febbraio, 9 ore p. m._, arrivo della fregata inglese.

Da altra corrispondenza pervennero ai Circoli i minimi particolari,

come: L'aspirante inglese posto a guardia del Granduca; la tristezza

dei membri componenti la R. Famiglia; il cibarsi di S. A. di alcune

gallette navigando da Talamone; l'arrivo di carrozze, equipaggi,

segretarii e servi.

_13 febbraio 1849_. Il Granduca è sempre in Santo Stefano. Sparge

danaro. _Grossetani hanno rotto la strada che conduce a Santo Stefano.

Le popolazioni maremmane tutte in armi, avverse al Granduca_.

_15 febbraio 1849, ore 12 m._ Partenza del Ministro inglese. — Il

_Virgilio_ va a Ponente con due compagni di Sir Carlo Hamilton.

_Ore 3 p. m._ Istruttore dei Principini s'imbarca per l'_isola del

Giglio_ o per _Gaeta_, come sembra, _per fissare un palazzo di dimora_.

_Ore 4 p. m._ Visita delle LL. AA. al _Can Mastino_; voce che sieno

partite, ma tornano a terra; pure si accerta, _che poco più si

trattengano_.

_16 febbraio, ore 7 a. m._ Nella notte è arrivato dall'Alberese un

Bestiaio con _dispaccio pel Granduca_.

_Ore 9 a. m._ Arrivo dell'Agente dall'Alberese con venti starne e un

capriolo.

_Ore 2 p. m._ Fregata mette segnali.

_Ore 4 p. m._ Il Granduca va a bordo della Fregata _Teti_ in compagnia

del Comandante.

_Ore 5 p. m._ Arrivo di un _espresso_ a spron battuto con dispacci pel

Principe.

_17 febbraio, ore 6 ½ a. m._ Leopoldo è sempre in Santo Stefano.

_Ore 7 a. m._ Arrivo del _Porcospino_.

_Ore 6 p. m._ Sembra che il Granduca _voglia partire. Imbarca sul Can

Mastino bauli, valigie ec._

_Ore 10 p. m._ Seguita lo imbarco.

_18 febbraio, ore 12 ½ di mattina_. Arrivano i Ministri di Francia e

Spagna. Sono presenti quelli di Piemonte, Roma, Svezia, Prussia: si

attende il Russo. — Stanno ancorati in porto Teti_, Porcospino, Can

Mastino_. Sordini e Lambardi al fianco del Granduca. — Prete Baldacconi

_mandato a Siena per motivo segreto_. Dama Palagi sviene alla lettura

di certa lettera. Frequente convocare del Corpo Diplomatico. _Imbarco

e disbarco di arnesi. Incertezza di atti_. Paese tranquillo.

Da altra corrispondenza:

_Porto Santo Stefano, 14 febbraio. Porco-Spino parte per Napoli col

carico dei danari l'11_; torna il _12 col Can Mastino_.

Staffette in questo giorno non sono arrivate.

_Ore 6 p. m. Sul Virgilio_ arriva il Ministro Sardo. Servitore supposto

del Ministro Inglese, è napoletano. _Bellerofonte_ dicesi navigare per

questi paraggi.

_15 febbraio, ore 7 a. m._ La notte senza staffette.

Altrove si troverà più completa e continua questa corrispondenza,

dalla quale risulta quanto grandi fossero il sospetto della Fazione, ed

anche la paura generatrice di partiti disperati; e quindi la vigilanza

mantenuta su tutti e su tutto, alla quale riusciva impossibile che

potessi sottrarmi io.

Ciò posto, ricerchiamo prima quali potevano essere, e quali di fatti

erano le mie apprensioni, e poi esamineremo il contegno tenuto.

Primieramente, io opinava che S. A. avesse in animo di partire

aspettando il benefizio del tempo, il quale, come dimostrerò a suo

luogo, doveva riuscirgli favorevole, e somministrava l'unica via per

conseguire lo intento in quella guisa ch'egli pure desiderava; mi

confortavano a credere così le informazioni ricevute, di cui trovasi

testimonianza nel Dispaccio diretto da lord Hamilton a lord Palmerston

in data del _7 febbraio 1849_: «Il Granduca.... mi chiede, che io

voglia ordinare ad uno dei Vapori di S. M. di essere nel Porto di

Santo Stefano _domani sera, per ricevere esso e la sua famiglia sul

bordo_.... Non conosco se la intenzione del Granduca sia andare alla

Elba, o no.» — (Collezione di Documenti citata). — Il Piroscafo tardò

un giorno; invece della sera dell'8 arrivò in quella del 9. — Opinione

universale fu che l'A. S. in Inghilterra o a Gaeta riparasse. Lo

imbarco e lo sbarco delle masserizie dimostra l'animo perplesso a stare

o a partire. Il Porto Santo Stefano poi non poteva essere lungamente

stanza pel Principe e la sua R. Famiglia, atteso i disagi del luogo; i

cariaggi, mancando locali capaci a ricettarli, stettero al sereno; nè

casa Sordini era atta a tanti ospiti.

Nella notte dell'_8 febbraio_ pervennero al Principe due staffette, in

virtù delle quali io pensai che egli fosse consigliato a restare, nel

presagio che la Toscana commossa con universale dimostrazione, Governo

Provvisorio e Costituente rovesciando, lo richiamasse al trono.

In quanto ai disegni della Fazione, non vi era dubbio da accogliere;

ad uno di questi due scopi ella tendeva con tutte le forze, o cacciare

il Principe, o impadronirsene. L'animo mio ondeggiava combattuto da

pensieri angosciosi. — Nonostante io esitava, e vinto dalla gravità dei

casi rimanevami inerte. Ma quando da un lato i Circoli, le Deputazioni

e il Popolo frementi d'ira, vennero ad accusarmi dicendo: «Che avete

voi fatto da sei giorni a questa parte? Nulla. Voi ve la intendete

co' nostri nemici; voi la rovina del Paese preparate e la vostra;» e

dall'altro udivo: «Il Popolo _farà da sè_, il Governo è ormai impotente

a salvarlo: egli nulla vuole conoscere, nulla sapere: si manderanno

frattanto mille uomini armati a Siena; il Popolo sorgerà come un uomo

solo: presto la Maremma sarà tutta in armi; gli animi ribollono ardenti

e vogliono finirla....» con le altre più cose, che prego i lettori di

rammentare, e dispensarmi dal travaglio di riferire da capo; coartato

allora in guisa, che nessuno io penso abbia patito violenza pari

alla mia, nel curvarmi sotto il giogo provvedo ai fieri eventi che

presagivo probabili; e tale fu il mio consiglio: dissuadere i Popoli

Maremmani da muoversi senza ordine del Governo, e indurli a sottoporsi

al comando del Generale D'Apice; nel mentre che la imposta leva in

massa sembro assentire, prescrivere che si adunasse gente eletta,

usa alla disciplina, e sempre al Generale D'Apice nei suoi moti si

sottomettesse; raccolta così una colonna di milizie ordinate, contenere

le Popolazioni nei moti impetuosi, e impedire che la Fazione senza o

contra il Governo si agitasse; intanto fare comprendere a S. A. che

lasciasse tempo al tempo, e in altra parte attendesse quello che pure

stava in cima dei suoi pensieri, ritornare senza spargimento di sangue

a reggere mite popoli miti; in qualunque caso tenere apparecchiata

una forza per tutelare la persona del Principe, e la sua famiglia,

dal minacciato attentato d'impadronirsi di loro. Rammentisi che le

Deputazioni maremmane non intendevano già _coadiuvare_, bensì essere

_coadiuvate_; la quale cosa importa, che i Maremmani volevano formare

la parte principale della impresa; rammentisi la strada grossetana

tronca, e l'accusa di essermi lasciato sfuggire il Granduca dalle

mani, e la deliberazione presa di ridurlo a Monte Filippo: rammentisi

eziandio le popolazioni in arme avverse al Granduca, e la notizia

che si leverebbero in breve come un uomo solo, e l'ardore di cui si

mostravano prese, e il proponimento di _finirla una volta per sempre

con lui_... E ritenuto tutto questo, ed altro ancora che non ricordo,

domando s'egli era bene lasciare che cotesto assembramento di uomini

esaltati si operasse? — I miei Giudici dunque non avrebbero pensato

ad alcuna provvidenza al fine d'impedirne o reggerne i moti? Hanno mai

avvertito i miei Giudici alle sventure, che dovevano temersi possibili

dal mescersi di tante generazioni di uomini senza freno, e senza

guida? — Balenò mai loro alla mente il fiero caso, ch'esse giungessero

a impedire la partenza del Principe.... e quello, che è anche a

imaginarsi più orribile, che lo sostenessero?

Accusa, Giudici, — che fin qui non mi avete giudicato, ma calunniato,

— non parlo a voi. Voi irridete le mie parole, e a mezza voce mormorate

il ritornello:

_Lustre, mostre, ed arti per parere;_

_arti solite di chi doppio ha il cuore_, con quello che seguita: — io

parlo al Paese, che mi sarà più pio.

Consideriamo il Dispaccio al Governatore di Livorno: la sua data è

del _14_ febbraio; — _dunque molto tempo_ dopo le coartazioni e le

minaccie perigliose della stampa, dei Faziosi, del Circolo fiorentino

e delle Deputazioni maremmane. Il Dispaccio parla di _lettere che mi

vengono poste sotto gli occhi_; dalle quali espressioni si ricava,

che una gente estranea, desumendone necessità di misure immediate,

non mi lasciava neanche tempo a copiarle, _onde senza dilazione si

spedissero gli ordini_. Dall'_8_ al _14_ febbraio corre pure un bel

tratto! _Sei giorni_: quanti appunto mi rinfacciavano essermi rimasto

inerte. Nei tempi di rivoluzione sei giorni paiono, e veramente sono,

una eternità. La stanza del Granduca al Porto Santo Stefano si conobbe

presto; _dunque finchè non mi violentarono, io stetti inoperoso_. Anche

qui occorre il caso, che parrebbe a un punto miserabile e festoso,

ove non si conoscesse come tutti i Partiti giudichino con le mani su

gli orecchi, e la benda su gli occhi: che i Repubblicani mi riprendono

da una parte di _non fare_; l'Accusa dall'altra mi rimbrotta di _aver

fatto_. Per questo i primi mi avrebbero _tolta la libertà_; la seconda

mi _mantiene prigione_! Il Dispaccio del _14 febbraio_ trascrive, come

quello dell'_8 febbraio, taluna_ delle parole stesse che i Faziosi

venuti ad estorcerlo vedemmo avere già adoperate: _si apparecchi gente

da ingrossarsi per via_; ma però avverto che sia SCELTA; il quale

avviso fu introdotto con intenzione di far comprendere che la gente

buona fosse, e ad obbedire disposta. La frase però più meritevole di

essere specialmente notata è la seguente, posta con cautela, come mi

era concesso in quelle strette: _D'Apice scriverà, e attenetevi ai

consigli di lui_; e questo importa: _nessuno si muova senza ordine del

Generale_. — Lasciate, di grazia, lo inviluppo delle parole, che la

temperie del giorno rendeva necessario, oppure ritenetele tutte, ma

sotto la scorza ricercate il vero, e troverete prudente consiglio, non

potendo fare a meno, essere stato quello di apprestare buona e cappata

gente, che sotto gli ordini di Domenico D'Apice (soldato a cui per la

sua temperanza nemmeno rifiuta lode l'Accusa) si tenesse pronta a fare

riparo ai temuti infortunii.

E mio concetto fu, qualora il presagito assembramento si avverasse,

spingere D'Apice a presidiare Grosseto, e quivi, recatasi in mano la

somma del comando, reprimere le masse popolari dal trascorrere contro

Porto Santo Stefano, e tenere fermo il Paese fino alla pronunzia del

voto dell'Assemblea toscana.

Il Generale D'Apice, oppone l'Accusa, dichiara avere ricevuto lettera

di mio, onde con parte della truppa _si dirigesse a Grosseto_; «_ma

poichè_, egli aggiunge, _si trattava che cotesta Spedizione doveva

farsi contro il Granduca, che allora era in Maremma, io ricusai

incaricarmene_.» — A vero dire, richiamando la mia memoria su questo

punto, posso affermare risolutamente senza timore di essere smentito,

che tale non fu il dubbio esternato a me dall'onorevole Generale;

sibbene la ripugnanza di trovarsi con poca truppa e male ordinata fra

Popoli tumultuanti. Questo però non toglie punto, che dentro l'animo

suo accogliesse anche l'altro che accenna; solo dico che si astenne da

parteciparmelo; e dov'egli mi avesse aperto l'animo suo, conoscendo

la fede dell'uomo, lo avrei chiarito del congetturare suo falso; per

tutela, non per offesa del Principe, volerlo io incamminare a Grosseto,

e commettergli in quella città si fermasse, ogni aggressione contro

Porto Santo Stefano sventasse, i moti tumultuarii prevenisse, il Paese

quieto fino alla pronunzia dell'Assemblea toscana, che malgrado le

opposizioni intendevo convocare, mantenesse.

Dell'ordine dato, e della raccomandazione che nessuno senza comando

del Generale si avesse a muovere, oltre al Dispaccio mandato il

_14 febbraio_ al Governatore di Livorno; oltre alle parole della

Deputazione Grossetana, che la gente si sarebbe _aggiunta seguitando_

il D'Apice; oltre alla dichiarazione, che per muoversi _attendevano_

le milizie ordinate, ne fanno aperta testimonianza questi Documenti che

ricavo dal Volume stampato dall'Accusa: _ex ore leonis_, come Sansone,

il mele. —

«Al Governatore di Livorno — Petracchi.

«La mia colonna è sottoposta al Generale D'Apice, _nè posso muovermi

senza suo ordine_.» — Pontedera, _13 febbraio 1849_.[324]

Il medesimo al medesimo:

«Ieri sera circa le ore 11 arrivai a Pontedera, donde avvisai il

Generale D'Apice del nostro arrivo, avvertendolo che sarei partito col

treno delle 12 di questa mattina. Ero con la colonna sotto la Stazione

PRONTO A PARTIRE quando un Dispaccio del Generale D'Apice MI ORDINAVA

DI RESTARE QUAGGIÙ.» — Pontedera, _14 febbraio 1849_.[325]

Dove gli ordini per la Spedizione del Porto Santo Stefano fossero stati

spontanei, io non avrei certo aspettato dal giorno _9 febbraio_, in cui

seppi l'arrivo di S. A. in quel Porto, al _diciassettesimo a sopportare

mossa_ la colonna Guarducci per Rosignano. Gli ostacoli frapposti

perchè non fosse mandato ad esecuzione quanto i Faziosi imponevano,

appariscono evidenti da questo: la colonna Guarducci nel _16 febbraio_

si trovava in Empoli:[326] «La colonna Guarducci era già partita

prima del mio arrivo a Empoli.» Il giorno _17_, rimandata a Livorno,

s'incamminava per la via littorale verso Maremma; e non ha guari ho

detto: _io non l'avrei sopportata mossa il 17 febbraio_; _imperciocchè

senza ordine del Generale D'Apice, a cui era sottoposta, nè mio, nè

di veruno altro Membro del Governo Provvisorio, si fosse posta in

marcia_. Il _Popolano_, che da sè stesso s'intitolava _Monitore del

Circolo Fiorentino_,[327] ed era informatissimo di quanto accadeva,

annunzia la partenza del battaglione Guarducci per Maremma, ma non sa

avvertire per comando di cui, nè a qual fine.[328] Riscontro sicuro

che Guarducci non ebbe comando nè dal Generale nè da me, è questo:

che da Empoli non lo avremmo respinto a Livorno, ma sì da Pisa su per

la Via Emilia incamminato a Grosseto. — Altra prova che di arbitrio

del Governatore era lo invio del Maggiore Guarducci in Maremma, è

considerare come questi non trasmetta i suoi rapporti al Generale

D'Apice o al Governo superiore, ma renda ragguaglio dell'operato

unicamente al Governatore.[329] Ancora: il Governo non poteva intendere

col Dispaccio del 14 al Governatore di Livorno, che questi spedisse

il Battaglione Guarducci, però che lo avrebbe fatto direttamente

da sè. Con questo ho voluto dimostrare che, per me, il Battaglione

fu trattenuto fino al _17_ febbraio; che da noi non fu comandato

di marciare alla volta di Maremma; e che il Governo di Livorno, il

quale volle, seppe eziandio incamminarlo immediatamente là dove il

Governo superiore non lo incamminava. Altra prova che eravamo andati

trattenendo la gente dallo accorrere in Maremma, è l'ordine trasmesso

il _14 stesso_, al Battaglione Petracchi, di stare fermo a Pontedera,

ed incontrarvelo sempre nel _17_ febbraio. In cotesto giorno il suo

Comandante non corrisponde più col Generale come gli correva obbligo,

bensì col Governatore di Livorno, a cui manifesta il suo _pensiero_

di partire il giorno appresso per Maremma, non già in virtù di ordine

ricevuto;[330] il Governatore di Livorno, usurpando le funzioni del

Generale D'Apice, comanda senza superiore concerto, e di sua autorità,

il ritorno del Battaglione Petracchi.[331]

_Dunque rimane provato che D'Apice non mosse_ per Maremma, anzi

_rifiutò_ muoversi; che il Battaglione Guarducci, trattenuto fino al

_17_ in Empoli, e nel giorno stesso rimandato a Livorno, si avviò per

Maremma non pure _senza_ ordine del Governo, ma _contro_ la volontà del

Governo; e finalmente che il Battaglione Petracchi tenuto da noi fermo

fino al _17_ in Pontedera è richiamato a Livorno dal Governatore, che

ormai si arroga autorità a disporre le cose a suo senno.

Altro riscontro di consigliato impedimento occorre confrontando la

seguente corrispondenza. Il Governatore Pigli domanda con Dispaccio

telegrafico del _17 febbraio_ 1849, ore 11, m. 5 pom., al Maggiore

Petracchi: «Per ordine del Governo Superiore _domattina circa le 11_»

(e non era punto vero) «deve essere eseguita una spedizione di Militi

cittadini per oggetto importante. Se ella, senza nuocere alla missione

che l'è meritamente affidata, credesse far parte con la sua colonna di

detta spedizione, o di mandarne almeno porzione, la prego prevenirmi

col mezzo del telegrafo nel caso affermativo.»

Parmi pressochè inutile notare come, se il Governo avesse voluto

servirsi di questa forza, avrebbe trasmesso direttamente gli ordini,

non già pel mezzo del Governatore: infatti, se non per altro, per

economia di tempo, era ragionevole che il Dispaccio restasse a

Pontedera, e non si spingesse a Livorno per ritornare poi a Pontedera:

parmi del pari superfluo ricordare come per avviarsi verso Grosseto

il Petracchi da Pontedera non avesse mestieri di condursi a Livorno:

finalmente nemmeno mi tratterrò ad avvertire una cosa, che, come

troppo ovvia, salta agli occhi dei più idioti; ed è, che avendo voluto

spingere gente in Maremma, poco importava la condotta del Generale

D'Apice, dacchè più tardi il Governatore Pigli, quando ebbe sotto la

sua potestà il Battaglione Guarducci, ve lo diresse.

Solo mi giovi richiamare l'attenzione di chi legge su questo, che nel

fine di rendere frustraneo l'ordine estorto, nei giorni _14_ e _15_

febbraio, come dimostrano gli stessi Documenti dell'Accusa,[332] fu

comandato al Petracchi di non si muovere senza ordine del Generale

D'Apice, e, _otto_ ore dopo lo invito a lui fatto dal Governatore

Pigli, io sospettando di qualche trama, fui cauto di richiamarlo a

Firenze. «Il Presidente del Governo Provvisorio al Comandante Antonio

Petracchi. — Firenze, 15 febbraio 1849, ore 8 a. m. — Venga subito a

Firenze. Prenda una carrozza. Risposta subito.»[333] Sicchè, ritenuti

nelle nostre mani i battaglioni Petracchi e Guarducci, il primo a

Pontedera, il secondo a Empoli, di gente scelta e disciplinata, o

che presentasse almeno simulacro di disciplina, donde e chi potesse

raccogliere il Governatore di Livorno, in verità non si comprende.

L'Accusa insiste allegando lo invio dei _12_ Municipali a Grosseto,

e degli Artiglieri _nazionali e di linea_, i quali dalla lettera del

Prefetto Massei, riportata nei Documenti dell'Accusa a pag. 321,

ricaviamo sommare a _14_, e così in tutti a _26_! — Ma io non ho

trovato ordine alcuno da me, nè da altri, trasmesso al Governatore

Pigli perchè muovesse di arbitrio neppure una persona; e questo

Governatore molte cose faceva a modo suo, più molte si accingeva

a farne; e moltissime poi ne dava ad intendere. Poco sopra avete

osservato come egli avvisasse Petracchi della Spedizione che doveva

essere eseguita la mattina del giorno _15_, prima delle ore _11_,

e _non fu vero_; nella lettera del 14, riportata in nota qui sotto,

annunzia al Prefetto di Grosseto lo invio dei 26 uomini; aggiunge, che

nel veniente giorno partirebbero da Livorno due compagnie di Guardie

Nazionali, e _non fu vero_; nello stesso giorno 15 afferma altre forze

militari provenienti da Firenze capitanate dal Generale D'Apice costà

sarebbonsi dirette, e _non fu vero_: da Firenze per lo contrario partì

l'ordine che stessero ferme.[334]

Il disegno di formare in Livorno un centro di Governo Repubblicano,

nello intento di rovesciare il Governo Provvisorio, vedremo farsi

mano a mano più chiaro che c'inoltreremo a discutere le imputazioni

dell'Accusa. Essa dice: ma voi impediste le corrispondenze al

Principe, e mandaste persone armate a Cecina per intraprenderle. Io

nulla impedii. Il Circolo Grossetano ricorrendo co' suoi emissarii

al Governatore di Livorno, presso cui trovava più facile ascolto,

insisteva per questo provvedimento. Il Governatore, sempre più

emancipandosi, prende le misure che reputa convenienti, e poi ne avvisa

il Governo:

«Signor Ministro. Persone autorevoli di questa città mi hanno

fiduciariamente fatto supporre che dal Fitto della Cecina, villaggio

posto sopra la strada maremmana, transitino di frequente degl'individui

diretti a Porto Santo Stefano, i quali, per la loro indole sospetta,

sarebbero meritevoli di tutta la sorveglianza governativa. Essendomi

sembrata cosa di somma importanza lo attivare senza indugio questa

sorveglianza, la quale può condurci ad utilissimi resultati, sono

sceso nella determinazione di fare la Spedizione per quella località

di venti cittadini armati, i quali, di fatti, nelle ore pomeridiane di

oggi partono a quella volta capitanati e diretti dal nominato Giovanni

Scotto. L'ufficio che eglino debbono esercitare quello si è di vigilare

e tenere di occhio le persone transitanti per detta ubicazione,

spingendo le loro indagini, nei casi di dubbio e sospetto, fino alla

perquisizione, ed effettuandone, occorrendo, anche l'arresto. Per fare

fronte alle spese necessarie al mantenimento dei componenti la detta

Spedizione, è stata, per mio ordine, prelevata dalla Cassa di questa

Dogana la somma di L. 500, su le quali ho fatto una anticipazione di

zecchini 12 al rammentato Giovanni Scotto. Affrettandomi a renderle

conto, signor Ministro, di questa misura, che ho creduto dover prendere

per urgenza, starò in attenzione delle sue istruzioni in proposito ec.

— _13 febbraio 1849_. — C. PIGLI.»

Dall'altra parte il Prefetto di Grosseto avvisava il Circolo di

Grosseto, avere deliberato di operare in guisa che i Dispacci attinenti

alla Corte Granducale si fermassero. In simili angustie ai signori

Marmocchi e Allegretti non era dato disfare, senza manifesto pericolo,

quello che ormai aveva il Governatore compíto; e per altra parte,

considerando le sciagure a cui sarebbero andate sottoposte le persone

partecipi della corrispondenza se le lettere fossero pervenute in

mano degli arrabbiati, mi sembra che dirittamente si consigliasse

dai predetti Signori, ordinando al Prefetto di Grosseto procedere

_con prudenza e saviezza per l'adozione delle misure necessarie ad

assicurare la esecuzione del divisato progetto_.[335]

E che tale dovesse essere la intenzione dei signori Marmocchi e

Allegretti nessuno potrà negare, e forse, se interrogato, lo avrà

già detto il signor Segretario Allegretti compilatore dei Dispacci

allegati. A me giovi affermare che io, non pure non concorsi a impedire

la libera corrispondenza a S. A., ma all'opposto, per quanto stette in

me, gliela schiusi. A Sir Carlo Hamilton, che me ne fece istanza, detti

carta amplissima perchè lo lasciassero passare liberamente; e non solo

questa carta io gli affidai, ma consenso espresso a quanto intendeva

proporre.

Ed ecco quanto egli aveva in mente proporre, e mi affermò avere

proposto. Spontaneo, o, come credo piuttosto, di concerto con

personaggi cospicui della città nostra, egli restringendosi meco mi

confessava volere tentare l'animo dell'A. S. a deporre i fastidii

del molesto Governo, rassegnandolo al suo reale Primogenito; e mi

ricercava, nel caso che il suo consiglio venisse accolto, se avrebbe

potuto ripromettersi la mia adesione. Io risposi quello che ora non

dubito manifestare: parermi il Popolo troppo acceso adesso; essere di

mestieri liberarlo prima dagli stimoli urgenti e incessanti; poi dargli

tempo a riaversi dal delirio; per questi argomenti egli sarebbe tornato

per certo alla devozione antica; in quanto a me, tranne la momentanea

esaltazione, crederlo, _anzi saperlo_ bene affetto al Principato;

la più parte dei Toscani desiderare le libertà costituzionali, e di

queste chiamarsi contenta; per siffatta mia convinzione, confermata

dai Rapporti officiali e da particolari notizie, potere egli ritenere

per fermo, che avrei di buon grado aderito a tutto quanto tornasse _di

vantaggio al Paese, onorevole per me_. Sir Carlo tornando mi riferiva

bene avere del suo proponimento tenuto motto a S. A., ma, rinvenuto

il terreno poco arrendevole, essersi trattenuto dallo insistervi

sopra. Motivi di convenienza, che anche in mezzo ai pericoli e

alle provocazioni della intemperantissima Accusa reputai mio dovere

osservare, mi persuasero ad astenermi da esporre questi fatti, finchè

Lord Giorgio Hamilton visse, e Sir Carlo dimorò in Firenze. Adesso poi

che il Signore ha richiamato alla sua pace l'onorevole ed egregio Lord

Giorgio, e Sir Carlo si condusse altrove, penso potere, senza offesa

della delicatezza, manifestare simili trattati, e prego con fervorosa

istanza il nobile Baronetto, dovunque si trovi, se mai gli perverranno

nelle mani queste dolenti pagine, a rendere pubblica testimonianza

in faccia della Europa se sieno i miei labbri mendaci, o se anche in

questa parte esprimano la verità.[336]

Altro esempio, che il Governatore Pigli faceva da sè, lo troviamo

nello avere pagato lire diecimila al Petracchi per la Spedizione a

Portoferraio, senza ordine del Governo, anzi senza pure avvisarlo. Di

vero, agevole cosa è comprendere come cotesta Spedizione per diffalta

di danaro non avrebbe avuto luogo, e il Governatore per certo doveva

avvertire, che non gli essendo provvisti i mezzi necessarii, non

poteva mandarla ad esecuzione, nè le facoltà sue estendersi a disporre

dei pubblici danari; e questo per lui potevasi avvertire subito per

telegrafo, non già aspettare al 10 febbraio quando le cose erano fatte.

— Così tra il mandare Dispacci, e rispondervi, sarebbe scorso tempo

sufficiente a sedare gli spiriti accesi, persuaderli della inanità di

cotesto moto, e indurli forse a desistere.[337]

Altro esempio dello arbitrario operare del Governatore Pigli ci viene

offerto dalla Spedizione fatta dal medesimo, fino dall'_11_ febbraio,

alla Isola del Giglio, della Spronara, per vigilare persone sospette,

e pubblicare Proclami, della quale avvisa il Governo unicamente nel

giorno tredici successivo;[338] e sì, che anche su questo, se per via

telegrafica non poteva informarci intorno ai particolari delle cose,

gli era agevole notificarcene la somma. Nel maggiore uopo ci lasciava

per taluni giorni senza avviso delle operazioni che gl'importava

palesarci ormai compíte, comecchè di altre per minuto ci ragguagliasse;

ed egli medesimo il confessa: «La rapida e incessante successione degli

eventi, e le cure che ne conseguitano, assorbono così il mio tempo da

non lasciarmi agio a quell'ordinato e quotidiano ragguaglio che avevo

impreso, e che riannoderò come prima mi sia concesso, limitandomi

di presente a darle conto dei casi più gravi, e delle più importanti

misure.»[339]

Il Rapporto del 14 febbraio incomincia con la protesta medesima:

«Neppure oggi mi è dato riprendere la interrotta narrazione degli

avvenimenti attuali, bastandomi appena il tempo e le forze di accennare

di volo i più notevoli ed importanti.»[340]

L'Accusa sostiene che, ricusato dal Generale D'Apice il comando della

Spedizione pel Porto Santo Stefano, il Governo lo confidava al Pigli,

il quale tosto incamminò La Cecilia per la Maremma verso Porto Santo

Stefano. Contradizioni, e peggio: nè l'una cosa, nè l'altra. La Cecilia

per ordine del Governatore di Livorno, non già spedito dal Governo o

da me, precede la Colonna Livornese, e va per mettersi a capo delle

Guardie Nazionali della Maremma; poi fa una giravolta, pubblica

Proclami, nessuno gli dà retta, e torna maledicendo ai Maremmani. Il

Governatore non ebbe mai altra commissione, tranne quella di adunare

gente scelta, e dipendere dagli ordini del Generale D'Apice. A D'Apice

fu proposto il comando delle forze nel caso che si avesse dovuto

spedirle a Grosseto; egli non accettò lo incarico, e _a nessuno altro

venne conferito giammai_. Chi sostiene diversamente, a chiare note si

sappia ch'ei calunnia, all'atroce intento di nuocere contro la verità

manifesta. Infatti, quando ebbe questo ordine il Pigli, che l'Accusa

fabbrica nella sua officina? prima, o dopo il _14_ febbraio? Prima no,

conciossiachè pel Dispaccio incriminato del 14 la _gente scelta doveva

apparecchiarsi, e dipendere_ dal Generale D'Apice, e per le prove

superiormente addotte ne dipendeva; dopo nemmeno, dacchè, oltre il

Dispaccio del 14, per frugare che abbia fatto, l'Accusa non ha potuto

rinvenirne altro. Qui dunque si tratta, io lo ripeto, di calunnia, non

già di accusa.[341]

Ma la presente materia merita di essere più sottilmente considerata,

onde si faccia luce maggiore nella ragione degli uomini e dei

tempi. Coloro che volevano strascinare il Paese al compimento della

rivoluzione, sfiduciati d'incontrare nel Governo arrendevolezza,

si volsero a quelli che meglio parvero disposti a secondarli; e fra

questi venne lor fatto incontrare, più accesi degli altri, Carlo Pigli

e La Cecilia; noi li vedremo collegati avversare il Governo, tentare

ogni via di usurpare il Potere per promuovere la Repubblica, e per

altra parte noteremo indirizzarsi a loro uomini perversi con orribili

proposte. Alfine l'uno è deposto dall'ufficio, l'altro avviato fuori

del Paese.

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 33 / 82 题