XXIV.

Spedizione di Portoferraio, e di Santo Stefano.

Desumo la storia di queste due accuse dal Decreto del 10 giugno,

facendovi le aggiunte e correzioni opportune dietro il confronto del

Decreto del 7 gennaio e l'Atto di Accusa del 25 detto 1851.

«È luogo a ritenersi che a questo punto non si arrestasse la

Rivoluzione, ma che, presentendo prossima l'ora del riscatto, i

Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, _si

dessero a presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe

dal suolo toscano_.

«_Nel concetto di accoglierle_, così scrisse il Guerrazzi nel dì 8

febbraio 1849 (6 ore pom.) al Governatore Pigli:

«Il Ministro Inglese assicura essere andato il Granduca con la sua

famiglia a Portoferraio; si faccia tornare il _Giglio_. Si mandino

barche e navigli con Livornesi ed uomini arrisicati a cacciarnelo.

Leopoldo non merita ospitalità sopra il suolo toscano, dopo che, con

tanta ingratitudine e nera perfidia, ha corrisposto alla fede del suo

Popolo. — E la raccomanda il 9 al Governatore di Portoferraio sotto

minaccia di destituzione:

«_Può supporsi_ che sia diretto costà, e già si trovi in cotesta Isola,

Leopoldo Secondo. — Quando ciò fosse sicuro, egli ha abbandonato la

Toscana, il Governo Provvisorio non può permettergli di rimanere

in una parte di essa. La sua presenza potrebbe divenire causa di

perturbazione, e forse di guerra civile. Ella perciò deve in quel caso

invitarlo ad assentarsi anche da cotesta Isola, e fare in modo che

la presente disposizione abbia il suo pieno ed immediato compimento.

— A ciò mancando non potrebbe da lei evitarsi la destituzione dallo

impiego. —

«Fallito il disegno di cotesta Spedizione, e dietro notizia che il

Principe era a Santo Stefano, si rinnuovarono dal Guerrazzi al Pigli

gli ordini per una seconda Spedizione militare contro il Granduca,

chiamando a soccorso le truppe e i talenti del Generale D'Apice che vi

si ricusò.» — Perchè, dice il Decreto del 7 gennaio, fosse nelle _ferme

intenzioni_ della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza del

Principe dalla Toscana.

La lettera al Pigli è così concepita: «Dalle _annesse lettere_ che mi

ritornerete, e che per difetto di tempo mando nell'originale, vedrete

il pericolo che ci minaccia. Colla massima sollecitudine _apparecchiate

gente scelta che s'indirizzi verso Santo Stefano_ per la via del

Littorale, ma per paese amico, e per ingrossarsi come palla di neve.

_D'Apice vi scriverà, e vi terrete ai suoi consigli._ — 14 febbraio

1849.»

La dichiarazione del Generale D'Apice suona nel modo seguente: «Dirò

con tutta verità, che allorquando mi trovava in Empoli ricevei lettera

per parte del signor Guerrazzi, nella quale mi diceva lasciassi in

Empoli porzione della truppa che io aveva sotto i miei ordini, e con

altra mi dirigessi in Maremma, e mi pare precisamente a Grosseto.

Ma poichè si trattava che cotesta Spedizione doveva farsi contro il

Granduca, che allora era in Maremma, io ricusai incaricarmene.»

E raccomandando io scriveva al Paoli: «Scrivo a lei perchè capace

d'intendere e di eseguire. Qui poco si fa, molto si parla. Cornacchie,

non uomini. Leopoldo austriaco sta in Santo Stefano, organizza la

reazione coll'empio pensiero di convertire Maremma in Vandea. Bisogna

fare due cose: riunire quanta più forza si può: parte offrirne al

Prefetto di Lucca, parte tenerne _a disposizione del Governatore

di Livorno_. La causa della Toscana, e forse della Italia, dipende

da queste misure, perchè da ogni buco può entrare acqua, cagione di

naufragio. _Rendete ragguaglio, per Dio, di quello che fate. Il Potere

centrale deve essere informato di tutto_.»

«Pigli (continua il Decreto del 10 giugno) raduna gente di ogni arma.

_La Cecilia_ la conduce; sparge proclami, ma non ottiene seguito, nè

riunisce gente ai ribelli.

«Questi apparecchi si accelerano, ma rimangono interrotti per dirigere

il tumultuario armamento a Pietrasanta a comprimere un tentativo di

restaurazione del Generale Laugier che dicevasi avere rialzato a Massa

la bandiera del Principato, senza però abbandonare il disegno della

cacciata del Principe.»

§ 1. _Spedizione a Portoferraio._

L'Accusa stessa, poichè ha posto che i Circoli, _coadiuvati dalle

furiose declamazioni della stampa, presero a presentare petizioni per

la cacciata del Principe_, perchè m'imputa questi fatti? Perchè, come

ha proceduto con altri meno di me pressurati, non mi scusa per quello

che non mi riuscì impedire, e non mi ricompensa di una parola che non

sia disprezzo per quanto operai? L'Accusa non può, e non lo tenta,

attenuare il carattere della forza rivoluzionaria, adesso che nel pieno

suo impeto punta sopra di me. La ritenga pertanto, com'ella medesima

la qualificava, _audace, impronta, sprezzante di ogni autorità, che

leva il furore a virtù, la moderazione a delitto_; la ritenga, com'ella

stessa ce la racconta, _cospirante in Toscana, anzi per tutta Italia, a

rovesciare Monarchia e Statuto; in agguato di opportunità per invadere

ogni cosa; opportunità che le venne offerta nello allontanamento del

Granduca da Siena_; la ritenga, come ella dice, _ferocemente esultante

per la strage di un Ministro reputato contumace ai voleri del Popolo_:

e tanto, se giusta, avrebbe dovuto bastarmi presso di lei.

Ma l'Atto di Accusa trova che gli eccitamenti, le improntitudini e

l'esigenze (e si guarda di pronunziare violenze, perchè quando si volta

a me la Fazione cangia natura) furono adoperate, a coartarmi _dopo_

l'8 febbraio, e, senza precisare il tempo in cui ripresero, crede

potere affermare in coscienza che non intervennero nel giorno 8, nè

durante lo spazio necessario a commettere gli atti che, a suo parere,

costituiscono il delitto di lesa maestà. In più parti di questa Memoria

a chiara prova dimostrai lo assurdo di siffatto supposto: aggiungansi

nuovi fatti e nuove considerazioni. L'Accusa stessa confessa che il

Circolo, nel giorno 8, si costituiva _in permanenza armato_: e se

meglio avesse voluto cercare pei Documenti da lei medesima raccolti,

avrebbe trovato che il Circolo fiorentino si era costituito _in

permanenza_ fino dal 5, ed aveva creato una Commissione, per mantenersi

in corrispondenza continua col Ministero.[260] È naturale pertanto che

non se ne stesse con le mani alla cintola; che, se non dormiva il 5,

molto meno si addormentasse l'8 febbraio, ma sì attendesse alacre e

ardente a conseguire lo estremo suo fine. Ritenuto quello che dicono

i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, che fosse nelle _ferme

intenzioni della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza

del Principe dalla Toscana_, non può razionalmente negarsi che questi

conati urgessero più veementi al primo scoppio che dopo. — Io leggo

talora che _mancano prove_ della coartazione; tale altra, che anzi

la coartazione _è esclusa_; finalmente che le _prove ci sono_, ma non

bastevoli. Questo linguaggio non solo perplesso, ma contradittorio, dei

Documenti dell'Accusa, mentre gli scredita tutti, mi toglie abilità di

conoscere lo stato della procedura; dacchè ognuno comprende che tra il

provare poco e lo escludere la contrarietà è grande, come fra la luce

e le tenebre. Non sarà privo di ammaestramento, e forse somministrerà

subietto di amare riflessioni, esaminare per lo appunto il progresso in

peggio degli Atti della Accusa.

Il Decreto del 10 giugno 1850 _andante_: «Attesochè, _comunque il

processo manifesti avere il Guerrazzi fatto sforzo_ di contenere in

questa parte le sfrenate voglie della Demagogia (Processo a c. 69, 767,

2220, 2245, 2418.; Som. a c. 2498, 2510, 2513, 2615, 2761), ciò non

pertanto, a perimere ogni elemento di civile imputazione, converrebbe

giungere a provare _luminosamente_ che _tutti_ gli atti ostili, dei

quali si fece autore, furono influenzati da una forza tale da impedire

il retto uso della ragione e della libertà, almeno riguardo alla

esecuzione dei malvagi disegni che inspiravano, e da coartarlo a non

abbandonare quella posizione che poteva strascinarlo al delitto, ec.

ec. ec.»

Qui sembra che prove ve ne sieno, ma non per _tutti_ gli atti; come

se la violenza politica che nasce da un Popolo in rivoluzione, sempre

in atto, o in potenza, presente, e sempre delirante, sospettosa e

furiosa, sia di natura transitoria, e instantanea, uguale alla violenza

ordinaria che può usarsi da uno o più individui contro lo individuo; e

come se non torni lo stesso aver la mano di un uomo sul collo, o udire

il ruggito delle moltitudini giù in piazza.

Il Decreto del 7 gennaio 1851 _crescendo_: «Considerando — che comunque

il Processo dimostri che il Guerrazzi, una volta salito al Supremo

Potere, si adoperò, _in qualche circostanza_, a distogliere _le più

accese voglie_ della Demagogia; — ciò non pertanto _il complesso degli

atti autorizzava a ritenere che tutto ciò egli facesse per tenere fermo

nelle sue mani il Potere di che, per modi riprovevoli, era giunto a

impossessarsi_; — e in ogni ipotesi, a perimere la civile imputazione

degli atti criminosi dei quali certamente fu autore, dovrebbe esso

provare _luminosamente_...» e segue come nel primo Decreto.

«Considerando che molti sono i fatti allegati dal Guerrazzi per

far sentire il predominio assoluto e costante sopra di lui della

Fazione; _ma oltrechè questi fatti non sono d'importanza_ da stabilire

una violenza irresistibile e continuata, il Processo somministra

altri fatti, dai quali emerge _la influenza personale su le turbe

tumultuanti_! — essendosi notato ch'egli dichiarò non _averne timore_!

(pei Giudici di cotesto Decreto _timore e paura_ sono tutta una cosa!)

ed essendo egli riuscito, _come racconta_, a contenerle e comprimerle

a vantaggio di privati cittadini....»

Qui i miei sforzi spariscono, e, in certo modo, si neutralizzano in

virtù dei prodigiosi ragionamenti del Decreto.

Ora ecco l'Atto dell'Accusa del 29 gennaio 1851 _che dà la stretta_:

«Ma la violenza coattiva, sia allo Individuo, sia al Collegio, non

è provata, e _resta anzi esclusa in quei primi giorni, e da quei

primi atti NEI QUALI E CO' QUALI venne o consumarsi il delitto_.

Le posteriori improntitudini, insistenze, esigenze ec.» — E qui non

solo vi sono piccole prove, non solo cessano o si neutralizzano le

prove, ma vi sono prove in contrario. Davvero in questo modo io non ho

veduto giuocare nè anche agli aliossi, non che con anime che pensano e

sentono, e delle umane miserie profondamente si contristano.

Ben dovrebb'esser la tua man più pia,

Se state fossimo anime di serpi.

Io ignoro il deposto dei testimoni; vi furono, vi hanno ad essere, e

mostreranno quanto singolare sia la nuova infermità trovata dall'Accusa

della _intermittenza rivoluzionaria_. Ridotto ai miei soli ricordi,

rammento che la Fazione dichiarò essersi arrogata il diritto di

vigilare «fino dal 5 febbraio ogni mia azione, d'interpellarmi con

la stampa, co' Circoli e co' petizionarii, di chiamarmi a severo

rendimento di conto ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.»[261]

Il Circolo nella sua protesta liberamente espose, che la decadenza del

Principe e l'abolizione della monarchia _fino dall'8 febbraio era stata

nel voto, e nel grido_ di tutti.[262] Dai Giornali si ricava, come nel

giorno 13 il Circolo mi mandasse una Deputazione per informarsi _di

quanto io sapeva, e di quanto operava_.[263] Il Governo è dichiarato

impotente a salvare il Popolo; s'egli non si muove alla cacciata del

Principe, il Popolo _farà da sè_.[264] Il Circolo fiorentino propone

spedire armati da tutta la Toscana contro il Granduca: Firenze si

dispone _a mandare 1000 uomini_.[265]

A tutto questo si aggiungano uomini _sempre al mio fianco armati, fino

dal giorno otto febbraio_, nell'anticamera e pei corridoj, sicchè

si rendeva difficile il passare; più _spessi nei primi giorni_, che

dopo; _commissarii_ dalla città, _commissarii_ dalle Provincie;[266]

_individui_ ancora, che con brusca cera, così nelle sale, come per

le vie, senza distinzione, di giorno o di notte mi fermavano, e

m'interpellavano. Con gli scarsi Documenti che ho per le mani, mostrai

pocanzi, essere state rammentate le deputazioni dei Circoli di Livorno,

Arezzo, Prato e Pistoia: ho mostrato gli eccitamenti alle Provincie

di accorrere per coartare il Governo, ma prima passassero nell'aula

del Circolo fiorentino, per dare e ricevere conforto, per concertare

istruzioni; ho esposto le lagnanze amare, le minaccie e le accuse

contro il Governo, perchè per lo appuntino, e subito, non obbedisse;

fu detto delle trame contro di me, della dichiarazione di tradurmi in

giudizio, dell'aperta rampogna di traditore, della strage più e più

volte minacciata. Quello, che Popolo e soldati facessero nei primi

giorni del febbraio, esaminatelo nei Giornali del tempo.

E tutto questo pare poco alla Accusa! Di triplice acciaio deve avere

ricinto il petto l'Accusa! Cotesto suo non è umano coraggio, o almeno

di cotesti uomini antidiluviani, che potevano dire: «Col leone lottai

mentre era fanciullo, e sebbene scherzassi, egli fuggì ruggendo dalle

mie mani co' denti rotti.»[267]

Io trovo prova di quanto affermo in certo tentativo avventurato dal

signor Marmocchi, per allontanare da sè il nugolo delle moleste

deputazioni, e il nugolo più tristo degli sciagurati, che o per

malizia propria, o aizzati da altri, accorrevano delatori di sospetti

per istrascinare il Governo nelle vie rivoluzionarie, e porre le mani

addosso ai designati cittadini.

«Firenze, 28 febbraio 1849. — Il Ministro dello Interno rende noto,

ch'egli non riceve deputazioni di verun Circolo, od altro corpo morale,

se non sono munite di speciale mandato in iscritto, che indichi chi le

spedisce, e l'oggetto della missione.»[268]

Imperciocchè gente nefanda, nefande cose voleva; e, parve che

ordinandole scritte, il pudore dovesse trattenere da porle in

discussione, e ridarle in iscrittura. L'Accusa ha da essermi cortese

di questo, che ordinando nel 28 febbraio cessassero, ciò significa

che avevano incominciato innanzi; e se il Circolo, anzi i Circoli

fino dall'8 febbraio si costituirono _in permanenza_ per invigilare

e dominare il Governo, dica nella sua coscienza chi legge, con quale

verità si possano asserire queste tre cose a un punto, — che non ci

sono prove, — che ve ne sono, ma non bastevoli, — che ci sono prove

che escludono l'allegata violenza. Come queste tre cose possano stare

insieme, non bisogna domandarlo a me; a me tocca udirle, e commentarle

co' mesti giorni di carcere troppo più che bienne; e' vuolsi chiederne

ai Magistrati, che le seppero accozzare insieme.

E come le referite cose precederono il 28 febbraio 1849, così lo

susseguirono, non essendo mai riuscito di allontanare dal Governo le

fervide istanze e i più fervidi petenti, per conseguire lo scopo che

stava in cima di ogni loro pensiero.

Nel giorno stesso, e nel medesimo _Monitore_, il Ministro dello

Interno rende noto pubblicamente: «che i Rapporti di Polizia, che i

privati cittadini si degnano trasmettere per il pubblico bene, sieno

inviati invece ai rispettivi Prefetti, ai quali soltanto spetta

questo incarico, perchè, mentre è compreso di gratitudine per le

premure che in tal modo i Cittadini mostrano pel Governo, non potrebbe

convenevolmente corrispondervi.»

Nè per questo cessarono le denunzie segrete, e le intimazioni ad

arrestare i cittadini sospetti, che io con mille espedienti attesi ad

eludere. I Rapporti di Polizia lo proveranno, e verrà dichiarato chi

sieno coloro, che mi devono libertà, sicurezza; forse anche la vita.

Di tanti mi basti allegarne uno, non per vana jattanza, molto meno per

rimprovero, ma perchè di questo fatto si hanno a trovare negli Archivii

le prove.

Spesse e insistenti Deputazioni del Circolo pretendevano che

l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri signor Baldasseroni

della pensione si privasse, e come cospiratore contro il Governo si

traducesse in carcere. Stretto da tanta pressura, risposi stessero

sicuri, avrei provveduto senz'altro. Rimasto solo col mio Segretario

sig. Chiarini, lo interrogai intorno alla sua opinione, che a me

non conviene riferire, perchè, trovandomi adesso ridotto in misero

stato, parebbe viltà; basti che io la seppi tale da dovere esclamare:

«Non sarà mai detto che io dia mano a perseguitare gente dabbene.»

Però, onde oppormi con buon successo alla Fazione, scrissi lettere

particolari al Prefetto Martini, onde segretamente s'informasse e

con lealtà referisse. Di queste ricerche occorre traccia a pag. 501

dei Documenti dell'Accusa: «La persona spedita ieri a Usigliano di

Palaia è tornata. Riferisce, che Baldasseroni è con la famiglia in

villa Bertolla, e conduce vita ritirata, senza apparenza da ingerire

sospetto di cospirazione. Domani con la posta dirò qualche cosa di più

in particolare.» Non piacquero le notizie Martini; il Partito mandò

suoi emissarii sul luogo a invigilare, è comecchè non ricavassero

costrutto, pure tornarono ad assalirmi; onde io di nuovo mi rivolsi

al Prefetto di Pisa; e questi sempre più confermando i suoi Rapporti,

io mi adoperai così efficacemente, che giunsi a rimuovere cotesti

arrabbiati dalla disonesta persecuzione. Le lettere responsive

dell'ottimo signor Martini, tutte di suo carattere, furono, se non

erro, dal Segretario Chiarini consegnate al Segretario Allegretti,

affinchè le depositasse nello Archivio. — Il signor Barone Bettino

Ricasoli volevasi ad ogni costo arrestato e processato; lui accusavano

di cospirazione, eccitatore di sommosse, ricoglitore nel suo castello

di Broglio di moschetti, e perfino di cannoni.[269] Questo signore

aveva provato avverso, e però doveva essermi raccomandato maggiormente:

almeno io penso, e sento così!.... Mandai persona a posta, fidata e

discreta, e trovai che moschetti ne aveva, ma per la Guardia Civica,

ed anche cannoni, ma di legno, innocente minaccia un giorno su i merli

del Castello, adesso confinati in cantina, come vediamo tutto giorno

accadere anche ad oggetti che cannoni di legno non sono, e lo hanno

per bazza; e lui inconsapevole difesi da fastidii, e forse da gravi

pericoli. Detenuto nel Forte San Giorgio per ordine della Commissione

Governativa, di cui il Barone Ricasoli faceva parte, io volli

contestargli questo fatto: pare che poco, anzi punto lo muovesse. Io ho

reso bene per male, altri resero male per bene: certo i Signori della

Commissione mi hanno fatto perdere tutto.... tutto, tranne la fama:

essi poi non hanno perduto nulla!.... Ma io aveva promesso allegare

uno esempio solo, e ne ho citati due.... troppo si produrrebbe lunga la

storia, e tanto mi basti.

Rimane adesso ad esaminare, che cosa potessero i Circoli in quei tempi.

I Circoli, nientemeno, si reputavano, ed erano padroni; il Governo

aveva ad essere arnese passivo, ed esecutore docilissimo; altrimenti,

_fuori_; oppure _avrebbero fatto da loro_. Avvi una testimonianza

gravissima di quello che potesse allora il Governo, ed è del Ministro

Inglese. Se fossero pubblicati i Dispacci di Benoît Champy Ministro di

Francia, ne avremmo altra solenne conferma. Lord Hamilton scrive a Lord

Palmerston, con lo scrupolo di fidato mandatario e con l'accortezza

del diplomatico, affinchè il superiore si regoli nella sua politica. —

Tanto meglio voglionsi ritenere esatte coteste informazioni, in quanto

che, come ho avvertito, Sir Carlo Hamilton ne riferiva di vista. Ecco

pertanto in quali termini egli si esprimeva: «Il _Governo Provvisorio_

è obbligato però di sottomettersi a padrone supremamente dispotico,

il quale _ad ogni ora_ gli rammenta le catene con le quali lo _tiene

stretto_, cioè il _potere dei Circoli_ (_clubs_). QUESTE FORMIDABILI

ASSEMBLEE GOVERNANO IL GOVERNO. È impossibile esagerare il _terrore_ e

la _desolazione di questa bella città_.»[270]

Il Ministro Hamilton, comecchè così vedesse e sentisse, pure non

rifiniva raccomandarmi: «resistete, resistete; salvate il vostro

Paese.» Benoît Champy dava simili conforti; entrambi promettevano

scrivere ai loro Governi lettere amplissime in lode degli sforzi da me

sostenuti; il primo anzi assunse di fare rettificare in certi Giornali

esteri, segnatamente nel _Débats_, gli erronei giudizii: entrambi

offerivano, in qualsivoglia evento, protezione dei loro Governi, asilo

nelle proprie dimore. In Toscana, Giudici miei concittadini, presenti,

scienti forse più degli Esteri Ministri, mi rampognano e mi accusano,

e non solo mi accusano, ma mi oltraggiano con insulti fabbricati nel

1800!

Un'altra persona domiciliata qui a Firenze, scrivendo nell'8 marzo

a certo suo amico di Parigi, tale gli dava ragguaglio delle nostre

condizioni: «I Ministri e il Comitato esecutivo — tutti sono obbligati

a sottomettersi alla tirannide di una mano di Faziosi, che si fecero

padroni di Firenze, quantunque la più parte non sia neppure nativa del

Paese. Firenze è fatta convegno di _tutti_ i seminatori di zizzanie

della Penisola. Ridotti in _Club_, che porta nome di Circolo del

Popolo, _dettano leggi, promulgano decreti, ai quali il Governo ha da

sottomettersi docilmente_.»[271] Infatti il Giornale del Circolo così

con parole ingenue ne raccontava la importanza e lo istituto:

«Essi sono un vero Magistrato (i Circoli) del Popolo, cui egli corre

per tutti i suoi interessi, per tutti i suoi reclami e lagnanze, e

vi trova tutte le simpatie per ottenere protezione. — (_Popolano_, 17

febbraio 1849.)

E quando in cotesto modo scrivevano, ero pur giunto a impedire che i

Circoli dominassero interi; e la potenza loro scemava: si pensi un po'

quanto potessero allora che mandavano commissarii in Provincia, e sopra

ogni canto gli Oratori loro con accese parole aggiungevano legna al

fuoco, le armi in pugno brandite tenevano.

Ora sotto la impressione di questi fatti si prendano a considerare i

Dispacci dell'8 febbraio. —

Il primo delle 2 e ½, strappato a forza, porta seco evidentemente

la prova della violenza immediata, avvegnachè vi si legga perfino la

dichiarazione della _decadenza_ del Principe, che sempre ho combattuta

e impedita.

Nel secondo delle 5 e 10 minuti, è gittata la parola che accenna

l'áncora di speranza, con la quale in quei fortunosi frangenti

immaginava salvare il Paese: «_Si rammentino tutti, che sarà proclamata

presto la Costituente_ TOSCANA.»

Quando non occorressero altre prove, per conoscere che il Dispaccio

dell'8 febbraio 1849, ore 6 p. m., fu imposto dalla violenza della

Fazione trionfante, basterebbe questa sola, ed è che facendo scrivere

il 14 febbraio 1849 (giorno della Spedizione a Santo Stefano) al

Governatore di Portoferraio, lo ammoniva: «Se il Principe è _partito_,

non è _decaduto_; lo Stato non è perciò venuto a mancare; le leggi

non sono abolite ec.»[272] Ma importa inoltre riflettere alla inanità

del medesimo. Generalmente, me non reputano stupido affatto: però,

se la condizione mia non fosse stata in quel punto pericolosa così

da farmi temere ogni obiettare fatale, se io avessi sperato, che tra

i furibondi schiamazzi dei comandatori la Spedizione di Portoferraio

potesse _avere luogo consiglio_, come non richiamarli a considerare

«che ritenuta certa la partenza del Principe per Portoferraio, di due

cose dovevano ammetterne una, o che il Principe vi fosse arrivato,

o no? Se arrivato, o gli Elbani nol vogliono accogliere, e allora

qual forza possono aggiungere a loro cento o duecento persone? Se lo

hanno accolto, e quale urto mai vi augurate che facciano poche barche,

contro fortezze giudicate insuperabili, e difese da molte centinaia

di cannoni di grosso calibro? Non poche barche, ma intere armate male

si avventurerebbero sotto le batterie del Falcone e della Stella.

Dove poi non fosse arrivato, come si sosterranno le vostre barche, se

venissero ad incontrarsi contro le fregate a vapore il _Porco-Spino_

e il _Cane Mastino_, rinforzate dalla fregata a vela la _Teti_, e

il vascello di primo ordine il _Bellerofonte_?[273] Ma nè queste,

nè altre, erano riflessioni da potersi avventurare a quel tempo, nè

alcuna. «A Portoferraio! a Portoferraio!» urlava la turba infellonita,

e bisognò darle aperto il Dispaccio, che vollero portare alcuni di

quella allo Ufficio del telegrafo. Come ci hanno testimoni i quali

attestano, che nella mattina dell'8 febbraio il Niccolini diceva: «Noi

siamo d'accordo, tranne col Guerrazzi... ma...», così non ne mancano

altri co' quali egli confidandosi, nei primi giorni di cotesto mese

infaustissimo, palesava: «andrebbe bene ogni cosa; solo resistere

Francesco Domenico alle loro mire, ma gli avrebbero messo il cervello

a partito.»

La storia moderna mi somministrerebbe esempii in copia per mostrare

come in simili casi si comportassero uomini incanutiti fra guerreschi

pericoli. Vi rammentate il 17 marzo del 1848 a Milano? Quando i

deputati del Popolo lombardo si presentarono al conte O'Donell capo

del Governo, per esigere da lui la sanzione di atti ostili all'Austria,

negava forse? No; diceva: «_Farò quello che voi volete, quello che voi

volete. Sì, avete ragione, giù polizia, giù tutto_!»[274]

E fu appuntato perchè non avesse resistito? Lo accusarono forse, perchè

avesse acconsentito a buttare giù _tutto_? Ed io _tutto_ non dissi che

gittassero, e mi adoperai che ciò non facessero. Non incontrò tanto

crudeli e poco assennati sindacatori, imperciocchè la sua resistenza,

come di certo esizio per lui, così non avrebbe apportato profitto

alcuno alla fortuna austriaca in quei giorni. Il sagrifizio della

persona allora è lodevole, che, come nello esempio del Cavaliere

d'Assas, gridando all'erta, ad onta della morte minacciata, si dà la

sveglia al campo e si preserva dalla sorpresa: altrimenti è giudicato

follia.

La discretezza, di cui per certo non mi dà norma l'Accusa, mi trattiene

dallo esaminare la condizione di tutti coloro che si dichiararono

coartati, e dal confrontare se le scuse che addussero e furono tenute

buone, a paragone delle mie, dovessero più o meno gravi considerarsi:

forse lo dovrò fare più tardi; — mi basti per ora uno esempio

domestico.

Ferdinando Zannetti procedè sempre zelante delle libertà

costituzionali: nel 12 aprile, io penso che più efficacemente degli

altri alla restaurazione del Principato Costituzionale desse opera;

e fu dei primi, che il Decreto a questo scopo tendente firmò: era

Generale della Guardia Civica, e quindi stava in lui il comando della

forza capace a schermirsi; egli conosceva i pericoli della Unione

con Roma; egli sentiva quanto poco il Popolo, pure allora chiamato a

libertà, fosse disposto a reggimento repubblicano; assennato com'è,

prevedeva eziandio che il suo pronunziarsi per la Repubblica avrebbe

potuto strascinare irreparabilmente il Governo; egli era stato

testimone del mio rammarico espresso agli Ufficiali della Guardia

Civica per la partenza del Principe, e dell'aspra lotta da me sostenuta

perchè la Repubblica a furia dai violenti non si pronunziasse; e

nondimeno, _invitato dal Popolo_, ebbe a gridare: _Viva la Repubblica!

Viva la Unione con Roma_![275] Quando il Popolo è preso da una

passione, e i più fervidi di quello ti fanno cerchio dintorno, e

schiamazzano, e gridano, chi mai resiste? Chi può resistere? Me poi il

Popolo non calcava festoso, ma torbido; non invitava, ma minacciava;

non arrendevole trovava, ma in quanto mi era dato con industria

opponente. Gli arrabbiati della Fazione trionfante, padroni nei primi

giorni di tutto, non si muovono dalle mie stanze, notte e giorno spiano

gli atti, le parole e i pensieri.

E tutto questo sembra poco all'Accusa; anzi, ella, _proprio in

coscienza, crede che, invece di provare, escluda la prova della

coartazione_!

Io mi ricordo avere letto nei Giornali dei tempi certo discorso, o

lettera di Giuseppe Mazzini ai suoi amici di Roma, nella quale gli

ammoniva non volersi partire di Toscana, prima di avere conseguíto il

suo intento. Ora (e spero che l'Accusa non mi vorrà smentire almeno in

questo), io affermo che il concetto mazziniano fosse repubblicano.[276]

— L'Accusa avverte, che la presenza del Principe in Toscana era pruno

negli occhi ai Rivoluzionarii.[277] Qui dentro, Romani, che la Unione

con Roma e la Repubblica agognavano; qui Lombardi, che nella Repubblica

vedevano l'unica via per ritornare alla patria, ai domestici focolari,

e alle gioie di famiglia; qui il lombardo signor Maestri, Inviato

straordinario romano, forte del soccorso del Circolo, il quale, come il

signor Rusconi si esprime, _lottava quotidianamente_ per portare via di

assalto la Unione con Roma. All'Accusa sembra che tutti questi elementi

qui condensati _escludano perfino la possibilità_, che io mi trovassi

nei primi giorni costretto a consentire quelle cose a cui non trovavo

riparo, nè con la forza, nè con la opinione, nè con lo ingegno.

Che Dio benedica l'Accusa! Se si confronteranno i varii Dispacci

scritti nel giorno 8 febbraio, dalla forma stessa del linguaggio,

chiunque imparziale consideri, argomenterà la maggiore o minore

coazione, che in quel momento pativo. Infatti nei Dispacci

telegrafici scritti a dettatura sotto la immediata pressione, tu

leggi d'_ingratitudine_ e di _nera perfidia_: nel Dispaccio scritto

al Governatore di Portoferraio si dice, che il Governo _non può_

permettere al Granduca di rimanere in una parte della Toscana; che la

sua presenza _potrebbe_ causare perturbazione, e _forse guerra civile_;

la _cacciata_ diventa _invito_ di assentarsi.

Qui per avventura si obietterà: — e non potevate mandare contr'ordine

segreto al Governatore di Livorno? — In qual modo spedirlo perchè

giungesse a tempo? Per telegrafo forse? Allo Ufficio di Livorno era

preposto tale, che prima di recapitare i Dispacci al Governo ne faceva

copia alla Fazione. Tentai rimuoverlo, ma il Popolo tumultuante volle

stesse fermo in Livorno; di vero egli serviva meglio lui, che il

Governo. — Potevate mandare le lettere per la posta. — E chi se ne

fidava? — Per messo particolare. — Non era agevole sottrarmi, nei primi

giorni, alla incessante sorveglianza; e avrei trovato chi avesse voluto

incaricarsene? E trovatolo, in quale estremo pericolo non avventurava

lui con me stesso? Adesso non doveva trattenermi il medesimo dubbio,

che in buon punto mi persuase a resistere alle sollecitazioni del

Colonnello Reghini a Livorno? Più tardi, e quando credei poterlo fare

senza danno, mandai persona a Livorno a chiarire i miei amici delle

mie intenzioni, ma allora era impossibile. Pure via, tutto questo

doveva arrischiarsi in negozio sì grave; arrisichiamo.... perchè? Per

far pervenire il Dispaccio in mano di gente che lo avrebbero letto in

piazza, alla presenza del Popolo!

Intanto, è vero che una frotta di furiosi intronava le orecchie

gridando: «Bisogna cacciare il Granduca; Portoferraio sta per diventare

la Terceyra di Toscana; di là muoveranno trame, cospirazioni e guerra

civile: egli è evidente: qui non vi ha mestiero indugio; bisogna

provvedere, e subito; scrivasi al Governatore di Livorno, a quello di

Portoferraio; da tutta Toscana si muovano gente. Il Popolo comanda

questo e questo altro, e vuole essere obbedito, e subito: ora non

hanno luogo discorsi, e guai a chi esita.» Lo sguardo torvo, lo

scrollare minatorio del capo, le pugna percosse sopra la tavola non si

rammentano; tacere allora, e obbedire, fu la mia parte, senza potere

nemmeno fare osservare la inanità degli ordini. Nè meno insensata

parevami la lettera, ch'ebbi a mostrare scritta, al Governatore di

Portoferraio, con minaccia di destituzione; avvegnadio se il Principe

fosse sbarcato, protetto da quattro legni da guerra, non il Granduca

era in potestà del Governatore, ma il Governatore del Granduca; e

supposto che il Governatore si mantenesse parziale al Principe, la

minaccia di destituzione avrebbe destato la sua ilarità.[278]

§ 2. _Dimostrazione._

Aveva pensato in prima di porre a piè di pagina a guisa di note, e

per ordine di data, i fatti narrati quotidianamente dai Giornali,

onde confutare lo strano concetto dell'Accusa, che la violenza dei

Faziosi mi lasciasse libero di operare tutti gli atti _nei quali e

pei quali_ venne a consumarsi la perduellione: ma considerando come

questo partito genererebbe confusione e stanchezza, mi è parso bene

raccoglierli tutti in un punto, affinchè servano come di Appendice al

paragrafo della Spedizione all'Elba, e d'Introduzione a quella di Porto

Santo Stefano. Però vuolsi avvertire una cosa, che molti fatti non

occorrono rammentati dai Giornali, avvegnadio le violenze, i soprusi

e le soperchierie non si raccontino; e rifletterne un'altra, che nei

primi giorni i Faziosi, troppo più occupati a operare che a scrivere,

nè tempo avevano nè modo di registrare per lo appuntino i gesti loro:

sicchè operavano più, scrivevano meno. A questo, in parte, devono avere

supplito i testimoni uditi dall'Accusa, e meglio suppliranno questi

stessi più diligentemente ricercati, e i nuovi che saprà addurre la

Difesa.

Nel giorno _8 febbraio_ abbiamo dai testimoni, ricercati dalla stessa

Accusa, che il Niccolini, eccitando la gente a unirsi a lui per mandare

a fine i suoi disegni, affermava: «ostare io solo.... ma!...» Ancora:

che poco prima, o poco dopo di quel giorno stesso, ad altro testimone

Niccolini medesimo confidava: «trovare resistenza in me.... ma che mi

avrebbero messo giudizio.»

Ora dai Documenti dell'Accusa resulta che il Circolo di Firenze

stette in permanenza fino dal _5 febbraio_ 1849. (pag. 193.) E questa

permanenza venne di nuovo decretata, e con più rigore mantenuta nel

giorno 8, nè il _20 febbraio_ era per anche sospesa. «Il Circolo...

sempre in permanenza _fino dal dì_ 8 corrente.» — (_Popolano_ del 20

febbraio 1849.) — Che cosa potessero i Circoli non importa ripetere.

Della sospettosa Polizia del Circolo l'Accusa stessa raccolse prova,

e la citerò più tardi; intanto osservate come fino dal declinare

del gennaio egli procedesse a investigare sottilmente le cose, e

le persone: «Il Circolo del Popolo nella sua seduta ordinaria del

28 gennaio deliberò di stabilire una inchiesta su i fatti avvenuti

la notte del 27, e nominò una commissione composta di cinque

membri del Circolo, a cui dirittamente furono porti i più estesi e

precisi ragguagli intorno agli avvenimenti in discorso.» — (_Frusta

Repubblicana_, 1 febbraio 1849.)

Quello che il Partito trionfante faceva e ordinava al Governo che

facesse, si ricava dalla _Costituente Italiana_ del 9 febbraio, organo,

come sappiamo, della Emigrazione armata, fra gli accesi accesissima

a precipitare lo Stato a Repubblica, per le ragioni chiarite in più

parti di questa Apologia. «Non lasciate ricadere il Paese in un fatale

letargo, non lasciate ch'ei si addormenti. Agitatelo, tenetene sempre

desta e viva la vita! In ogni momento colla parola, colla presenza,

cogli atti mantenetevi innanzi alla sua attenzione, ponetevi con

esso in continua, incessante comunicazione di spiriti e di idee!

Che da tutto e dovunque il Popolo conosca ch'ei non versa nelle

condizioni ordinarie, bensì tra vicende agitate e pericolose, e anzichè

cullarlo con facili lusinghe, gridategli sempre: all'erta! all'erta!

Rammentatevi l'artefice che ha bisogno di aver sempre rovente il ferro

per foggiarlo secondo la propria intenzione. Solo in questa intimità

tra il Popolo e voi, solo dentro a _quest'aura di rivoluzione_ e di

entusiasmo sono possibili le forti cose, a operare le quali oggi voi

foste chiamati.» Padroni di tutto, è da credersi che non si rimanessero

ai soli consigli commessi alle pagine infiammate del loro Giornale, ma

sì alle parole aggiungessero lo esempio.

Se nel primo giorno il Circolo fiorentino facesse forza, e poi, uditelo

un po' dal Giornale che ne registrava gli atti e i concetti: «Armi al

Circolo del Popolo, legione sacra che stette sempre al primo posto ogni

qualvolta occorse combattere i nemici del Paese, ogni qualvolta occorse

_spingere la bilancia delle nostre sorti che pendeva incerta_....»[279]

I vecchi consigli di _violentare_ il Governo praticavansi. —

Voi desumete prova che nei primi giorni non mi era dato oppormi

apertamente in nulla, dal rimprovero che mi muovono, il 15 febbraio,

«di non volere dichiarare la Repubblica, perchè la Repubblica bandisce

decaduto Leopoldo, e di ostare alla Unione con Roma per amore della

autonomia toscana, della quale _dieci giorni indietro vi mostravate

poco curante_.» Il giorno 8 mostrarsi poco curante era tutto quel più,

ed anche non senza molto pericolo, che potesse farsi.[280]

«Voi non volete dichiarare Repubblica, perchè la Repubblica dichiara

decaduto Leopoldo, e la decadenza di Leopoldo porterebbe intervento,

invasione, abbassamento di stemmi inglesi e francesi, e tutte le

diavolerie immaginabili.

Voi non volete per ora l'Unione con Roma, perchè l'Unione con Roma ci

toglie l'autonomia toscana, di cui oggi vi mostrate tanto passionati,

_quando dieci giorni fa ve ne mostravate non curanti_; e la distruzione

di autonomia importando infrazione dei trattati di Vienna, importerebbe

anch'essa intervento austriaco, invasione straniera e tutta la solita

litania. Ma dunque che cosa volete?» — (_Frusta repubblicana_, 15

febbraio 1849)

Gli Emigrati Lombardi amaramente mi rampognavano nel _14 febbraio_,

che da _sei_ giorni io non adémpia le grandi misure nè adoperi lo

impeto di azione che mi avevano _inculcato dalla prima ora della mia

chiamata al governo_. Consigli di gente armata, accesa di passione

politica, smaniosa di ricuperare la Patria, convinta profondamente che

per altra via non vi si ritorni, che sieno, dacchè l'Accusa non vuol

capire, capite voi tutti che leggete queste pagine, e vedete con quanta

giustizia di me si faccia lo _strazio disonesto_.

«_Sei giorni sono trascorsi_, e noi cercavamo indarno negli Atti del

Governo quella coscienza delle grandi misure, quello impeto di azione,

che _dalla prima ora della sua esistenza gli avevamo inculcato_.» —

(_Costituente Italiana_ del 16 febbraio 1849.)

E se l'Accusa volesse sapere quali ammonimenti mi dessero i Settarii,

e come facessero a fidanza, e se mi lasciassero libero, altro non

ha che fare, che leggere queste poche righe: «Fino dall'8 febbraio

abbiamo detto agli uomini che le speranze del Popolo avevano inalzato

al Governo: noi vi richiederemo conto strettissimo _giorno per giorno,

ora per ora, della opera vostra, e un minuto sprecato, è una colpa;

e noi conteremo i vostri minuti_.»[281] Vero è bene che chi scriveva

dichiarava essersene astenuto, e in quanto a sè forse non profferiva

bugia; però lo aveva fatto fare dalle Deputazioni incessanti dei

Circoli, e dagli Assembramenti popolari.

E se all'Accusa prendesse così per genio vaghezza di conoscere quale

potere i Giornali e i Circoli si fossero arrogato sul Governo, può, a

tempo avanzato, vederlo in queste parole: «Noi però abbiamo conservato

sopra _tutti i vostri atti_ un diritto e un dovere; il _dovere_ di

vegliare su di _voi_; il _diritto_ di _provvedere a noi_, se voi stessi

nol fate.»[282]

Oda un po' l'Accusa che cosa il Circolo del Popolo, onnipotente,

allora, intendesse istituita fino dal 10 febbraio; e neghi che se io

non ero, ella avrebbe veduto il Tribunale rivoluzionario, e feroce, e

insensato, e spietato, come.... come vediamo essere tutti i Tribunali

nei giorni dell'ira di Dio.

«Un Comitato straordinario di Salute Pubblica sia immediatamente

instituito. Sieno uomini provati a libertà, ad energia di cuore e

di mente; abbiano pieni i poteri; sia rapido, estremo il giudizio:

vigilino a vicenda il giorno e la notte; dispongano sempre di forze

determinate e sicure. Sia lor cura scuoprire le fila intricate e

lunghissime della reazione; e scoperte, con lo esempio della pena

prevengano colpe e pene ulteriori. _Tutto ciò noi domandiamo al Governo

Provvisorio di Toscana, — lo domandiamo col linguaggio della necessità,

con la coscienza ferma del diritto, con la volontà irremovibile del

Popolo libero_.» — (_Popolano_ dell'11 febbraio 1849.)

E che la Unione con Roma, e per conseguenza, la Monarchia abolita, il

Principe decaduto, la Repubblica proclamata, fossero non pure desiderii

o voti, ma _ordini imposti dalla Fazione trionfante, fino dal giorno

otto febbraio_, voi lo vedete a prova. «La Unione con Roma era per

noi condizione della esistenza del Governo Provvisorio fino dal giorno

_otto_ febbraio; fino dal giorno in cui il Popolo restituito nel pieno

possesso dei suoi diritti _rovesciava per sempre un ordine di cose

impossibile ormai_.» — (_Alba_, 25 febbraio 1849.)

«Ieri abbiam detto al Governo Provvisorio di Toscana diritti e doveri.

— Con franchezza gli abbiamo accennati: diremo con franchezza se

verranno compiti. — Una verità oggi ripetiamo, una suprema verità: — il

tempo preme, fate tesoro del tempo.

«Abbiam detto ieri _uniti con Roma_, — oggi diciamo _immediatamente

uniti_. I bisogni vincano le forme. — Cittadini! quando vi abbiamo

affidati poteri assoluti, abbiamo ad essi posto il suggello di una

_condizione: l'Unione con Roma_: avete accettati gli uni, avete dunque

accettata l'altra; compitela.

«Gli avvenimenti mutarono. La Repubblica Romana è proclamata. A

voi incombe inviare tosto un plenipotenziario che rechi il saluto e

l'omaggio di Toscana alla gloriosa sorella. A quest'ora l'avrete fatto:

se no, perchè il ritardo?

«L'Unione con Roma fu decretata, acclamata dal Popolo: restano a

stabilirla nodi di legalità: stringeteli.

«Trentasette Deputati erano già destinati alla Costituente nazionale.

Questi si raccolgano prima in Costituente Toscana, — compiano la

volontà del Popolo, sanzionino il patto di _Unione_, costituiscano lo

Stato della _Italia Centrale_. Poi vadano a Roma rappresentanti nostri

alla Costituente Italiana, e dal Campidoglio dettino a noi i decreti,

comunichino a noi le speranze e i bisogni.

«Ciò vi domanda il Popolo, — ciò _vuole il Popolo_. Poichè se dai

bisogni, dalle speranze e dai fatti fu il tempo prevenuto, l'opera deve

eguagliarlo non solo, ma superarlo eziandio. Meglio con l'opera d'oggi

affrettare il domani, anzichè affaticarci a ricostruire sui frantumi di

ieri.»[283]

E badate, che nè soli, nè più temibili erano i Lombardi, condotti

in parte dallo stesso Ministero Capponi, ma Napoletani, Romani, e

Romagnuoli crescevano l'ansietà, e la paura. Fino dall'_8 febbraio_

la Fazione organizzò una Legione _Romana_; nel _12_ del medesimo

mese ne apparecchiò un'altra; il Popolo anch'esso si armò: «Questa

sera una _nuova_ Legione di Romani sta organizzandosi per offerire i

suoi servigi al Governo. Anche il Circolo del Popolo sta _ordinandosi

in legione armata, per mettersi a disposizione delle autorità_.» E

mettersi a disposizione del Governo significava: attendesse a fare a

modo del Partito Repubblicano; se no, guai!

Che cosa si proponesse fino dall'_8 febbraio 1849_, e che cosa

_gridasse_ tutto il Circolo del Popolo in permanenza, lo si legge

nel Nº 16 febbraio del _Popolano_: «Nell'adunanza di ieri sera il

Circolo del Popolo fu invitato da un socio a _ripetere con solenne

dichiarazione quello che fino dal dì 8 febbraio era stato nel cuore

e nel grido di tutti_: la decadenza del Despota, e l'abolizione della

Monarchia.»

«Qual bisogno ha oggi la Toscana di rimettere ad una Assemblea la

decisione di un voto, il quale _fu già deciso dal Popolo?_... Il

Popolo ha già deciso di essere unito con Roma, e Roma ha proclamato la

Repubblica _il giorno stesso di tale decisione_.» — (_Popolano_ del 15

febbraio 1849.)

E fino da Roma venivano le congratulazioni al Giornalismo toscano

per avere _insistito_ presso il Governo Provvisorio affinchè

indissolubilmente si unisse con Roma. Altrove notammo, e qui giovi

ripetere, Giornalismo di partito trionfante, che sia; e che cosa

importassero le parole e le insistenze della Emigrazione Lombarda

organizzata a corpo militare, e del Circolo armato.

Di buon grado riproduciamo le seguenti osservazioni del Giornale romano

l'_Epoca_ intorno alla pronta Unione della Toscana agli Stati Romani:

«Noi facciamo plauso al Giornalismo liberale di Toscana, il _quale

fin dal giorno di partenza del Granduca Leopoldo insistè presso il

Governo Provvisorio, perchè si unisse subitamente e indissolubilmente

col Governo della Costituente Romana. E questo fatto, se così vogliam

chiamarlo, questo diritto, se meglio intendiamo di esprimerlo, era

implicito nel mandato consegnato dal Popolo ai tre rappresentanti del

Governo Provvisorio medesimo_....

«La Toscana in qual senso potrebbe ella adunare la sua Costituente? O

a meglio dire, cosa potrebbe decidere questa Costituente che nel fatto

non sia già deciso? O ella sceglie il Governo di Roma per effettuare

la sua Unione; ed allora una parola, un atto fraterno non basta nei

momenti attuali di tanta vitalità? O ella recede dalla Repubblica....

e in qual modo tanto trionfo avrebbe ottenuto colà il principio

democratico?

«No, non è possibile giammai. La Toscana è democratica, è repubblicana,

e non da adesso. Lo è per tradizioni, lo è per sentimento. — Coraggio,

uomini del potere! Tempo è di unione e di concordia _una_. Affrettando

la fusione dei popoli delle due famiglie, voi affretterete la

_Costituente italiana e la Guerra_.» — (La _Costituente Italiana_, 19

febbraio 1849.)

In quel medesimo giorno istituiscono Circoli parrocchiali per

agire di concerto col Circolo generale: «E per accendere lo spirito

pubblico, fu notato non essere via migliore che istituire subito, in

ogni Parrocchia, Circoli parrocchiali da agire tutti di concerto col

Circolo generale del Popolo fiorentino.»[284] Sicchè nel giorno 10

poterono armarsi i Faziosi in centurie per _istimolarmi_, dicevano

essi; ma in fatti per dominare tiranni. «La mattina di sabato (10)

fu vero scopo d'eseguire immediatamente la ordinata classazione in

centurie e decurie, e _di stimolare il Governo a volere lo armamento

dei patriotti italiani_. Fin d'allora fu aperto nel suo seno un corpo

di guardia fisso, ove furono tenute esposte note di soscrizione per

tutti i patriotti che, nei pericoli della patria, volessero impugnare

le armi. Il sabato sera il Circolo era diviso in due parti: _una

parte discuteva, l'altra era sotto le armi_.... Il Circolo e il corpo

di guardia _non si sono più chiusi. L'azione del Circolo ha dato un

moto alla popolazione_, che oggi è accorsa in folla a sottoporsi alle

armi per sicurezza dell'ordine pubblico.... Tutti i Fiorentini in

armonia hanno oggi mostrato che il Popolo poteva sfidare qualunque

pericolo.»[285]

La continua guardia, la indefessa pressura si prova dai Documenti

stessi dell'Accusa: «Fino dal _5 febbraio_ il Circolo fiorentino si

è costituito in permanenza, ed ha creato una Commissione perchè _stia

in continua corrispondenza col Ministero_.»[286] — Gl'inquisitori non

si staccavano mai dal fianco, ordinavano, investigavano, riferivano,

sospettosi sempre, pronti all'accusa.

Dal Circolo armato la città, in cotesti giorni, si perlustrava. «La

perlustrazione della città non era neppure trascurata.»[287] e coteste

armi sbigottimento e terrore nei cittadini incutevano, cosicchè al

Governo, smarriti, si raccomandavano esigendo misure che avrebbero

precipitato alla rovina, condizioni già piene di difficoltà, dalle

quali, se prudenza e senno non giovavano a salvare, niente altro

poteva. Pretesto a parecchi, motivo vero in molti di quel tremendo

ribollire, era trovare modo efficace di combattere la guerra italiana;

perciò tanto più arduo contrastarli, quanto meglio ne appariva lo

scopo all'universale accettissimo; e nella seduta dell'11 febbraio,

nel Circolo Popolare si dichiarava che: «.... la divisione dell'Italia

avendo fatto finora il nostro infortunio, anche nell'ultima guerra

di Lombardia contro gli Austriaci, la sola unione di tutte le forze

italiane in un solo Governo, può scacciare il nemico straniero di seno

alla patria. — I Principi non sono stati da tanto. L'Italia unita

sola il potrà. — Nè a ciò poter recare impedimento, notavano alcuni

degnissimi sacerdoti, le minaccianti scomuniche di Pio IX.»[288]

Nè il Circolo fiorentino si contentava, _fino dai primi giorni

del febbraio_, raccogliere le proprie forze, ma eziandio riuniva

quelle degli altri Circoli per _difendere l'ordine repubblicano_;

il che agevolmente s'intende per imporre la Repubblica. «Il Circolo

armato non potea fare a meno di ricercare agli altri Circoli, nel

presente stato di cose, il numero di quelli Italiani, che, socii

o non socii, fossero pronti a porgere il loro braccio alla _difesa

dell'ordine repubblicano_. Il perchè fu ordinato di tosto scrivere in

proposito.»[289]

E grande fu e penoso lo schermirsi dalle pretensioni di tôrre via i

beni e i tesori sacri alle chiese, sopprimere gli ordini cavallereschi,

e incamerarne la sostanza. Di ciò tu trovi traccia nei Giornali,

fievolissimo eco di quanto a voce burbanzosamente ordinavano:

«_Secolarizzati tutti i beni ecclesiastici_. Il monacume è tempo ormai

che cessi da impinguarsi a spese della nazione.... Le chiese siano

private di tutto il superfluo. Li antichi credenti onoravano Dio con

altari di pietra e calici di legno, ec.

«_Soppressi tutti li ordini cavallereschi_, ed incamerarne i

tesori.»[290]

E vedete com'era libero io, quando, _tutto giorno_, i rappresentanti

della Emigrazione Lombarda venivano a _rammentarmi_ i loro

proponimenti, e, le armi brandendo, mostravano come intendessero

sostenerli: «Noi ci troviamo in momenti di supremo pericolo; non

bisogna nè esitare nè oscillare sulla via che abbiamo eletta a

percorrere, poichè _la nostra salute è sola nell'azione rapida e

vigorosa. — Lo verremo tutto giorno rammentando agli uomini a cui è

fidato reggere i destini della Patria_.

«La reazione tenta qua e là sollevare la testa; non rifugge da nissuna

arte feroce e sovversiva, _da nessuna passione, per quantunque bassa e

antisociale, per giungere al suo scopo_. Ella ha deciso riconquistare

il potere fuggitole di mano _attraverso al caos della anarchia,

attraverso alla guerra civile_: ella non rifuggirà dal comparirvi

innanzi come vanguardia ed alleata alla invasione straniera.

«La reazione stimola i ciechi istinti delle popolazioni più ignare

della campagna, mette in atto la molla segreta della superstizione, si

rafforza della influenza dei vasti possessi, della colleganza con un

clero che abusa il facile dominio delle coscienze. _Ella ha sospinto

il Granduca a Siena, lo ha consigliato alla fuga_. Il Principe, docile

alle sue insinuazioni, ha assunto di rappresentare la sua parte nel

dramma sanguinoso della ricostruzione del dispotismo; ora tocca ai

vecchi suoi sostenitori a sottentrare alla riscossa ed adempire alla

propria.

«_Ma noi siamo preparati a riceverli e a rintuzzare_ convenientemente

questa perfidia nuova, che lavora e cospira nel secreto, che getta i

germi della divisione nel momento in cui l'Austriaco minaccia alle

porte, che vuol renderci all'Austria, anzichè arrendersi a questa

forza rinnovatrice e _irresistibile_, che avvia l'Italia verso un nuovo

destino.

«Stoltezza troppa ci hanno supposta i nostri nemici, e semplicità

inaudita, se credettero persuaderci causa vera della fuga di Leopoldo

essere state le paure della sua timorata coscienza.»[291]

E già fino dal giorno _dieci febbraio_ 1849, se non adempio gli ordini

imposti della fusione, mi si minaccia la vita: «In qualunque Governo è

sacramento, ma in un Governo che fu decretato dal Popolo, _e che solo

per suo volere sussiste e comanda, è condizione di vita, è necessità

ineluttabile_. Nè si dee, nè si può dire — Domani — a chi oggi non

ha da vivere. — Domani, o _non sarebbe più vivo lui, o nol sareste

voi_.»[292]

I soldati che rifiutavano prendere il giuramento, comecchè da me

lasciati liberissimi di prestarlo o no, e di tornare, volendo, alle

proprie case, sono vilipesi e percossi; avviso ai renitenti: «I pochi

soldati che stamani si rifiutavano di prestare giuramento, uscendo

di Fortezza, _venivano accolti a fischi e sassate dal Popolo_: essi

tornano tutti contriti a domandare di prestarlo; ma non lo si concedeva

loro, e, posti in luogo appartato, si dava loro agio di riflettere

affinchè il voto fosse spontaneo e non estorto dalla paura.»[293]

«Ieri, 12 stante, le truppe prestarono giuramento al Governo

Provvisorio toscano, salvo poche eccezioni. Coloro che recalcitrarono

_furono respinti in fortezza a furia di Popolo, ed i loro commilitoni

ricusarono riceverli_.»[294]

Avanti: perchè ogni uomo, anche a me più fieramente avverso, si

persuada come potessi operare spontaneo io in mezzo al turbine

rivoluzionario. E se si obiettasse che i Livornesi erano chiamati a

Firenze dal Governo, risponderei ch'è vero, ma che, innanzi di partire

da Livorno ammoniti come a Firenze si chiamassero contro i nemici

interni, non già per dimostrazione politica,[295] essi avrebbero

osservato il precetto, dove non fossero stati provocati dal Popolo e

dal Circolo accorrenti.

«Ogni discussione del Circolo fu interrotta quando fu fatto il

lietissimo annunzio del pronto arrivo dei Livornesi per la strada

ferrata, con cinque cannoni, sessanta artiglieri e seicento uomini.

Fra i clamorosi applausi fu scelta una deputazione per andare ad

attenderli. Erano le 9 ¼ di sera (11); ma ad un tratto altre voci

annunziarono un _moto di Popolo che andava ad incontrarli_; ed allora

il Circolo tutto, tranne gli obbligati al seggio e gli armati, con

moto spontaneo, si volse incontro ai Livornesi che furono salutati, in

Borgo Ognissanti, col sublime grido di unione, di _Viva la Repubblica

italiana_, a cui i fieri Livornesi non furono tardi a rispondere

col medesimo grido. _È indicibile la gioia di questo minuto popolo

fiorentino al nome di Repubblica!_ Ciò mostra come in esso non si sieno

mai spente le abitudini repubblicane, come dalle due infami dinastie

dei Medici e degli Austriaci non se ne sono potute distruggere, in tre

secoli, le memorie. E ciò porge la più salda speranza che in tutte le

città italiane, vissute a Repubblica, i medesimi spiriti repubblicani

abbiano, con egual forza e vigore, a risorgere. È però vero che se

alcuno gridava semplicemente: _Viva la Repubblica_, non mancava chi

subito avvertisse di aggiungere un altro grido: _Italiana_. Ciò mostra

che se noi Italiani vogliamo la libertà municipale delle passate

Repubbliche, fatti accorti che l'Italia non può vivere di fronte ai

grandi Stati europei se non è unita in un solo Stato con Roma per sua

metropoli, la Repubblica Italiana deve regolare le libertà municipali.

Allora ogni città sarà libera, e l'Italia sarà un solo Stato con leggi

a tutti gli Italiani comuni.

«Nel suo passaggio in Piazza del Popolo, di faccia alla linea, fu

notato il grido: _Abbasso li Uffiziali codini_, alludendo chiaramente a

quelli che nelle Fortezze avevano tentato di spingere alla diserzione

i soldati e di sciogliere l'esercito; al quale grido i _nostri bravi

italianissimi soldati prontamente risposero: Abbasso_!»[296]

Il Circolo fiorentino fino dal giorno _11 febbraio 1849_, col pretesto

di avvantaggiare la opera del Governo Provvisorio, tira a sè le

milizie; così togliendogli ogni mezzo di resistenza si apparecchia a

proclamare la Unione con Roma e la Repubblica: «Fino dalla mattina

dell'11 il Circolo aveva mandato un proclama a stampa nelle due

Fortezze, da Basso e di Belvedere, per avvertire i soldati delle _mene

traditrici_ di alcuni loro Uffiziali. Nè ciò fu senza effetto; perchè,

nella sera, appena il Circolo, _adunato in permanenza e armato_, aperse

la ordinaria discussione, molti militi, da bravi e buoni Italiani,

sì dell'artiglieria che della linea, presentarono al Circolo una

dichiarazione firmata ove proclamavano i loro patrii e italianissimi

sensi, e la piena fede che avevano nel nuovo Governo, mostrandosi

pronti a spargere il loro sangue per l'amatissima patria, l'Italia.

Gli amplessi e i baci fraterni coronarono l'opera. Quindi fu fatto,

discusso e dato loro un altro Indirizzo da recarsi in Fortezza agli

altri fratelli della milizia, per sempre più riaffratellare tutti i

cuori in un desiderio comune: la salvezza d'Italia.»[297]

L'Accusa m'incolpa (e si è veduto) di avere conferito impieghi ai

rivoluzionarii; i rivoluzionarii fino dal 12 febbraio mi rampognano

all'opposto per non averli ricevuti. Chi di loro ha torto, chi ragione?

Ambedue torto, imperciocchè la passione ingombri la mente, e alla

pacata disquisizione del giudizio sostituisca l'astiosa agonia di

nuocere.

«Noi crediamo fermamente e con religione professiamo la massima che

il nuovo Governo sia per dovere obbligato a collocare tutta l'autorità

governativa e tutta l'autorità militare _negli uomini che hanno saputo

fare la rivoluzione_, perchè altronde la rivoluzione repubblicana non

è sicura. Tanto per loro massima.»[298]

L'Accusa sostiene, ch'e' fu un nonnulla combattere quotidiana

battaglia, e spesso quasi vinto tornare a pertinace difesa, affinchè la

Toscana nella Unione romana non precipitasse, e il Popolo prima intorno

alle sue sorti, come padrone di sè, s'interrogasse, e decidesse.

Gli Esuli Lombardi all'opposto non la pensavano così; tengono essere

questo negozio supremo, e vi si affaticano intorno con tutti i nervi;

di Assemblea non vogliono sentire parlare; àncora di salute ultima la

Unione con Roma, donde uscirebbero la guerra, e le forze per poterla

vincere. Quanto questo partito potesse avvantaggiare i loro disegni, io

non compresi allora, e nè anche adesso giunsi a capirlo: non importa:

essi lo pensavano, oltremisura smaniosi a conseguirlo.

«Lasciate dormire in pace le Assemblee Legislative; non evocatele

adesso nel momento del pericolo, alla vigilia della guerra. A che

mai un'Assemblea convocata a 34 giorni d'intervallo, un'Assemblea

che dovrà precedere la Costituente, perchè chiamata a sanzionare la

legge? Fate tesoro del tempo, non rimettete la vita del Paese a così

lontana epoca; non date agio alla reazione di diffondere le malvagie

influenze, non fate disperdere con lunghi conflitti elettorali quella

forza che dovete tutta concentrare nella difesa dello Stato. Funesto

esempio di debolezza potrebbe essere questo procrastinare, questo

invocare una remota sanzione legale al potere, che il Popolo diede

intero nelle vostre mani. Ben è dritto che l'Unione della Toscana colla

Romagna, _che voi ora proclamerete per impeto di volontà popolare_,

per suprema necessità di circostanza, abbia a risultare, anche qual

forma temporaria, voto legalmente espresso dal Popolo. Ma in tal caso

basterà promulgare all'atto dell'Unione la legge sulla Costituente

Italiana, fare eleggere i 37 Deputati, spedirli a Roma, e ottenere dai

Deputati Romani e Toscani insieme raccolti la prima sanzione di quella

forma, che poscia dovrà essere sottoposta al supremo giudizio della

Costituente di tutta Italia. E le elezioni devono essere compite in 10,

in 8 giorni, in meno se pur si può, giacchè il tempo urge, e per poco

che aspettiamo, i registri elettorali dovranno cambiarsi in ruoli di

combattenti.»[299]

E poco più oltre sentite con quali _insistenze_ c'intronavano le

orecchie, e ce le facevano intronare dal Popolo; e nonostante, tutto

questo parrà poco all'Accusa. Ma che dico io, parrà poco? Sembrerà al

contrario, che sia nulla, anzi che sia prova di piena libertà, — se

non superiore, almeno uguale a quella di cui nelle appartate stanze

godevano i Giudici alloraquando bastava loro il cuore per dettare le

pagine, che di me, della mia fama, e delle mie opere, fanno così acerbo

governo!

«Noi rammentiamo con insistenza sempre più forte il debito che ha il

Governo Provvisorio di rispondere con alacrità, con energia, ai supremi

bisogni del Paese. La patria è in pericolo; questo è il grido che

vogliamo risuoni continuamente alle orecchie dei governanti, questo sia

il pensiero consigliatore d'ogni loro provvedimento. Gli avvenimenti

incalzano, il tempo fugge rapidissimo; è d'uopo prevenire gli uni,

economizzare, moltiplicare l'altro. Le rivoluzioni si compiono solo

per virtù di ardimenti: osiamo, osiamo; affrettiamoci; l'avvenire è dei

confidenti e degli audaci.

«Una potenza somma d'attività è nel Popolo, l'entusiasmo. Non lasciamo

che dorma inoperoso nei cuori, risuscitiamolo, facciamo che alla prima

sua ebbrezza sottentri il coraggio dei forti propositi... è solo dalle

intime fonti dell'anima commossa, agitata, che si traggono le virtù che

fanno le nazioni.

«Osate, osate, noi ripetiamo ai cittadini del Governo Provvisorio;

siate quali il Popolo vi ha fatto, dittatori nell'ora del pericolo;

abbiate la coscienza di questa forza ond'egli vi riveste e vi sorregge,

non vi arrestate davanti alle temerità consacrate dalle estreme

circostanze. Ogni titubanza, ogni indugio può tornare fatale, e _la

Patria ve ne chiederà un giorno strettissimo conto_... Siate veramente

governo di rivoluzione, organizzate a rivoluzione il Paese, non

impedite con larve pericolose di legalità la vostra azione, bisognosa

di prontezza e di vigore. Troppo furono finora funeste le lentezze ai

poteri emanati dalle rivoluzioni; vi giovi, per Dio! l'esempio degli

errori passati ad evitarne la prova.

«Il voto del Popolo, la forza irresistibile delle cose, il bisogno di

concentrazione e di potenza, chiedono oggi imperiosamente l'Unione

della Toscana colla Romagna. Lo chiede l'Assemblea Romana... Non

esitate, non indugiate a risolvere; Romagna e Toscana non debbono da

questo punto formare che uno Stato solo, nucleo della futura unità...

I Toscani vogliono essere uniti in un solo Stato co' Romani... Dite

dunque la solenne parola... È il Popolo che ve lo chiede; non temete

d'usurpare sulla sua sovranità...

«Noi lo ripetiamo ancora una volta ai cittadini del Governo

Provvisorio: osate, osate; la salute della Toscana sta tutta da queste

parole: Unione con Roma e convocazione della Costituente. L'istinto

popolare, nel suo squisito buon senso, ha già precorso il vostro

giudizio, e domanda questa Unione. Voi avete udito le sue grida

di gioia e il suo saluto a quella Repubblica, nel cui nome ei vuol

combattere e morire; voi potete e dovete sanzionare quel saluto e

quelle grida. In nome dell'Italia, non esitate. L'ardimento vi renderà

gloriosi; il dubbio potrebbe perdere la patria.»[300]

E non è tutto ancora: nel _12 febbraio_ Popolo e Soldati invadono

i cortili di Palazzo Vecchio e urlano: _Repubblica_! Per l'Accusa

questa pure è prova _esclusiva di coazione_... Ma è di pietra, è di

ferro, o di che cosa è mai cotesta Accusa? Veramente ella in durezza

disgrada le sfingi di granito dello antico Egitto; non v'ha metallo,

che possa rassomigliarsi a lei; io rimango sbalordito a tanta sovrumana

costanza... Solo mi rassicuro alquanto pensando, che ella tale

argomentava nel _gennaio del 1851_; posso io venirle senza tremore

innanzi, e domandarle se nel _febbraio 1849_ ella avrebbe voluto, o

potuto procedere come insegna nel _gennaio del 1851_? — No; ella non lo

avrebbe potuto, nè voluto, perchè se le fosse bastato il cuore avrebbe

pensato sopra tutto a salvare (in Dio confidando e nella sua coscienza)

la Società che agonizzante le stava abbandonata fra le braccia.

«Alle ore tre pomeridiane, il Circolo accoglieva un numeroso drappello

di militi d'ogni arma, che venivano ad affratellarsi. Poco appresso,

dopo le calde accoglienze e gli applausi, il Circolo, con bandiere

alla testa portate dai militi, moveva incontro ad altra schiera

di militi, che attendeva da Santa Maria Maggiore; e tutti uniti al

sublime grido di: _Viva la Repubblica Italiana_! e sempre ingrossando,

si sono condotti fino nei cortili del Palazzo della Signoria, ad

applaudire al Governo della nostra Repubblica. Poi sono andati con

grande ilarità a cantare il _De profundis_ all'aborrita dinastia,

innanzi alla porta del Palazzo Pitti, fra le risa e gli applausi fino

degli Anziani. Tre soldati, arrampicatisi ad una finestra, vi hanno

collocato una bandierina rossa, fra le acclamazioni d'immenso Popolo.

Quindi il corteggio ha salutato a Santo Spirito i Livornesi,[301]

poi si è recato fuori di Porta San Frediano; e dal ponte di ferro e

dalle Cascine è rientrato, per Porta al Prato, in mezzo alle faci, in

città, ove percorrendo Borgo Ognissanti, Lung'Arno, Piazza del Popolo,

Via Calzaioli e altre principali vie, si è, dopo tre ore di gioia

repubblicana, sciolto tranquillamente.»[302] —

Questi fatti, notati dai Giornali nel giorno _13 febbraio_, accadevano

_il 12_; per la quale cosa, irridendomi (e l'ho notato anche altrove)

il _Popolano_ intorno alla mia lettera inserita nel _Monitore_ gridava:

«La Toscana, e il suo Governo Provvisorio, hanno sentito questa sera

la voce del Popolo, _fragorosa e terribile_ come il tuono, empiere

l'aria del grido: _Viva la Repubblica_! — La Toscana, e il suo Governo

Provvisorio, hanno veduto come il Popolo sia maturo per la libertà,

e quanto andassero errati coloro che lo dicevano ligio troppo ancora

alle tradizioni del principato (e fra questi eranvi ancora gli oracoli

del Giornale officiale il _Monitore_). — Toscana decida, e il Governo

Provvisorio _sanzioni_ tale decisione.»[303]

Vediamo adesso i fatti successi nel _13_, e raccontati il _14_. — Una

Deputazione di Circoli fiorentini, ed un'altra di Popolo livornese,

vengono tumultuariamente a impormi la Repubblica; io con le ragioni più

efficaci che seppi mi schermiva, e li conforto ad aspettare. I Giornali

subito mi pongono segno al feroce sospettare del Popolo commosso.

«Firenze, 13. — Una deputazione dei Circoli e del Popolo livornese,

recatasi a Firenze, si presentò stamattina a Palazzo Vecchio, esponendo

al Governo Provvisorio i desiderii di tutta la popolazione: venisse

cioè proclamata la Repubblica, e tosto si unisse la Toscana a Roma,

atterrandosi tutti i segnali di separazione fra le due Repubbliche.

La Deputazione venne accolta dall'attuale Presidente del Governo,

Guerrazzi, molto freddamente, e non potè ricavarne parola di promessa,

essendo a suo dire da aspettarsi l'Assemblea, che viene convocata pel

15 marzo.»[304]

Il Circolo fiorentino manda Deputazioni al Governo, per essere

ragguagliato intorno alle condizioni delle cose; intanto spedisce

_uomini armati_ di _sua autorità_ contro Empoli.

«... Riferirono notizie che spinsero ad inviare deputazioni al Governo.

Intanto fu reso pubblico, come una piccola spedizione del Circolo,

composta di soli 20 uomini, guidati dal socio Spinazzi, avesse la

prima e sola avuto l'ardire, frammezzo le voci minacciose che si

spargevano, di spingersi verso Empoli.... La Deputazione ottenne

dal Governo conferma delle cose già note, e migliori speranze pel dì

seguente.»[305]

Inviando la seguente circolare a tutti i Circoli della Toscana,

l'_Alba_ apparecchia la rivoluzione repubblicana; il _Popolano_ si leva

con l'_Alba_, e la promuove caldamente.

«A voi che vi siete addossata una sì nobile missione nel regolare e

manifestare i desiderii del Popolo da voi rappresentato, a voi spetta

una generosa iniziativa in questi momenti, nei quali la patria nostra

attende ansiosamente la salute invocata. A voi, giovani e forti

creature del Popolo, sostenitori de' suoi dritti, ammaestratori de'

suoi doveri, a voi il compiere al più presto l'opera di rigenerazione

che incominciaste sì bene. Sollecitate lo invio delle Deputazioni

vostre a Firenze. Tutte abbiano uno scopo solo, una voce sola: _Unione

immediata con Roma_. — A questo patto sta il Governo Provvisorio

in Toscana. Il Popolo appose questa condizione, la consacrarono

nell'Assemblea i Rappresentanti di tutta Toscana con unanime voto;

altro non grida, altro non domanda Firenze: _Unione con Roma_. Questa

è la calda preghiera, la volontà irremovibile di quanti amano Italia

e lei vogliono prima che Toscana e Romagna e Sardegna, nomi di un

tempo. — Voi, o membri dei Circoli Toscani, questo dovete ripetere,

con la energia di uomini maturi a libertà, al Governo Provvisorio che

accettaste con noi. — Questo unicamente voi dovete ripetere. — E le

invocate legalità, che non basterebbero a salvarci dalla possibile

e probabile invasione dell'Austria, cadano davanti all'urgenza del

pericolo, alla volontà del Popolo toscano, al fremito che irrompe

dal cuore di quanti vogliono che _Italia sia_. — Roma ci ha chiamati

con una suprema parola, con una parola di fede schietta, d'amore

ineffabile. — Toscani! Come vorrete rispondere a Roma? Le direte voi:

per renderti lo addio, per stringerci a te, noi aspettiamo il 15 marzo?

Ed allora quale sarà il giorno che attenderete voi, o Toscani, per

assistere alla Costituente nazionale? — Deh, correte, o Rappresentanti

dei Circoli, correte in nome di Dio! e presto, a Firenze! — Noi

vi attendiamo con ansia indicibile, con inenarrabile affetto;

noi vi apriremo le braccia, noi vostri confratelli nel sostenere

pubblicamente i diritti del Popolo. E vi accoglieremo col giubbilo,

con la riconoscenza di chi vede rifiorire una cara vita e minacciata e

soffrente.»[306]

E per ben tre volte questo Proclama mandavasi per tutta Toscana, e con

tali comenti lo accompagnavano:

«Questo indirizzo noi ripetiamo anche quest'oggi, e lo ripeteremo

sempre finchè ne sia mestieri. — Preghiamo i Circoli Toscani a fare

noto all'Uffizio dell'_Alba_ lo INVIO delle loro deputazioni, o di

spedirci copia dei loro Indirizzi al Governo Provvisorio in proposito

della Unione con Roma. Noi li pubblicheremo immediatamente, ed avremo

uno incoraggiamento di più a non ismettere in quella perseveranza, che,

se ci suscita le velleità dei pochi, ci frutta d'altronde la simpatia

di ogni buono Italiano, e il soddisfacimento della nostra propria

coscienza.»[307]

Così un Governo fuori del Governo avevano creato i Settarii, e

tutti infiammati in quei loro smaniosi spiriti, per venire a capo

dei concepiti disegni, non badavano con accuse di ogni maniera, ed

insinuazioni di tradimento a mettermi in mala voce del Popolo, ed

anche, poichè docile benchè nelle mani loro non mi trovarono, a farmi

capitare sinistramente.

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 32 / 82 题