Dichiarazioni in Senato ostili al Granduca.
L'Accusa, sotto il titolo di Atti Speciali, incomincia dal porre
il mio discorso in Senato. Io non devo biasimare il metodo ch'ella
ha creduto bene, in questa parte, seguire; passo passo le tengo
faticosamente dietro nei suoi meandri. — L'Accusa preoccupata dalla
idea singolarissima che il Circolo e le turbe concomitanti, dopo
pronunziato il Plebiscito e commessi i fatti narrati, _mi lasciassero
nella piena facoltà di agire a mio talento_, ci narra come esse
sparissero tornando alle proprie stanze dove, a modo dei vipistrelli
allo accostarsi dello inverno, si addormentassero, finchè, avendo
io compíto libero, spontaneo, gli atti incriminati, tornassero a
riprendere l'usato costume. Ora questa idea è contraria alla ragione
come al fatto, e i testimoni devono avere deposto che da quel punto
in poi non venni mai più abbandonato, e fui fatto segno di sospettosa
vigilanza.[252] Il Circolo non si ridusse a Santa Trinità per dormire,
ma per sedere in _permanenza_, dove così stava fino dal 5 febbraio,
e di là spediva i suoi Popilii che assediavano le anticamere, e
penetravano, non annunziati, nelle segrete stanze, per imporre ordini
e referirne al Circolo, in quei primi giorni troppo più poderoso del
Governo, costretto a cedere sopra una parte per conservarne un'altra:
di là muovevano di ora in ora Deputazioni per sindacare i nostri atti,
e dirci, scrollando il capo amaramente, le parole riportate dal Nº 13,
febbraio 1849, del _Popolano_: «Il Governo vorrà sì o no accorgersi
di essere un governo rivoluzionario, e persuadersi che le rivoluzioni
vere vanno avanti soltanto a colpi di cannone?» E' fu pertanto a
cagione di questa non vincibile pressura, che il _Nazionale_ del 9
febbraio predicava: «L'azione del Governo può essere vigilata, ma non
attraversata; nè senza disordine grandissimo _potrebbe altra azione
estranea al Governo sostituirsi alla sua_.» Le quali cose significano
per lo appunto il contrario del dormire, cioè stare sveglio notte e
giorno senza interruzione per invadere ed usurpare ogni cosa: parte
dei principali agitatori mi accompagnò nelle stanze di Ufficio levando
a cielo l'operato di quel giorno; e siccome io di tanto non potei
contenermi che per me non si favellasse a costoro qualche acerba
parola, ebbi a vedere tali gesti, e a udire tali minaccie, che dovei
risolvermi di mettere capo a partito, studiare, non che le opere,
gli accenti, se pure non ero deliberato in tutto di capitare a fine
infelice.
Nelle parole del signor Montanelli, profferite davanti al Senato,
occorre la prova del difetto di _libertà_ in cui ci trovammo tutti
appena rientrati in Palazzo: «Credemmo nostro debito, appena avemmo un
_momento di libertà_, di portarci in mezzo di voi ec.» Di vero non ci
potevamo sviluppare dalla turba dei Faziosi, che, urgentissima, ci si
stringeva alla vita.
Pensai alla mia condizione, come meglio mi fu dato in mezzo a tanto
trambusto. Come mai, considerava, me, che pure sapevano contrario allo
scopo a cui gli agitatori tendevano con tanta ostinazione, vollero
preso? Era evidente ch'essi mi apparecchiavano insidie per perdermi,
come contumace ai voleri del Popolo. La resistenza da me dimostrata
alla Camera dei Deputati, che, nel Decreto del 10 giugno 1850, si
qualifica _pravo consiglio_, dagli organi repubblicani allora si
accusava come _colpevole opposizione_. L'_Alba_, moderatissima in quel
giorno, narrando il fatto diceva: «Vi tornarono i Deputati nel mentre
che taluno chiedeva la dissoluzione della Camera, opinione combattuta
dal pertinace coraggio di F. D. Guerrazzi, e _in quel momento per
lo meno importuna_.» (Nº 9. feb. 1849.) — Molto mi teneva sospeso
il contrasto col Niccolini, e la umiliazione alla quale io lo aveva
ridotto; mi occorse al pensiero, che sovente i Deputati dell'Assemblea
di Francia ebbero a pagare amara una parola di rimprovero detta
contro taluno dei Caporioni dei Circoli. Il silenzio nell'Assemblea fu
spesso stemperato in fiele nelle scapigliate adunanze di Popolo, che
chiamavano _Clubs_, ed aguzzò la scure del carnefice. Cose volgari io
narro, e dal comune degli uomini conosciutissime; dai miei Accusatori
soltanto ignorate, o volute ignorare. Quanto sia assurdo intento
volere dimostrare che poca mano di Popolo allora insanisse, ho chiarito
altrove. Il _Nazionale_ dell'8 febbraio raccontando ora per ora i fatti
della giornata attesta: «Ore 11. La piazza è _stivata_ di Popolo.» — La
_Costituente_ del medesimo _giorno_: «Il Circolo popolare è radunato in
piazza. — Molti _distinti cittadini_ prendono la parola, e conchiudono
nella necessità di costituire un Governo Provvisorio.» — Gli elementi
che operarono il 12 aprile, operarono eziandio l'8 febbraio. Se Guardia
Civica, se Popolo, se plebe così urbana come rustica, se milizie non
avessero acconsentito, chi le poteva costringere? Dov'era la forza
capace a violentarle a quello da cui aborrivano? Questo è manifesto, e
non vi ha sofisticheria che valga a metterlo in dubbio: — è manifesto.
L'Accusa si arrabatta smaniosa a persuadere, che una mano di gente
stracciata operò i fatti dell'8 febbraio; presentendo l'obietto, che
allora mal poteva fare violenza alla Camera, ci dice che il luogo
chiuso e la sorpresa non lasciarono campo a misurarne la estensione. —
Bene: ma la guardia custode della Camera composta di 60 uomini? — Non
avendo ordine, non sapeva che pesci pigliare. — Meglio: ma la Guardia
civica apparecchiata? — Consegnata nei quartieri, uscì fuori a cose
fatte. — Egregiamente: ma le cose fatte si potevano disfare; e il
Popolo, la Guardia Civica, e tutti gli altri rimasti fedeli, malgrado
la tristezza, o tristizia (chè nell'uno e nell'altro modo corre
egualmente bene il discorso nella famosa Accusa) dei tempi, usciti
fuori, e vista la scarsa mano di gente cenciosa, potevano in un attimo
depositarla al Bargello.[253] Se si trattava di pochi ribaldacci, oh!
che mi vengono adesso i Documenti dell'Accusa a contare di _ora di
riscatto suonata_, di _slancio_, di eroici fatti operati il 12 aprile,
e di simili altre novelle? Se ella volesse nulla nulla essere coerente
a sè stessa, dovrebbe rampognare con arrabbiato cipiglio la poltroneria
delle migliaia dei fedeli cittadini, e sopra tutto la codardia delle
migliaia degl'impiegati fedelissimi, che si lasciarono mettere i
piedi sul collo da un cento di ragazzacci sbracati. A disperderli
sarebbero state sufficienti una voce sola e una frusta; or come
dunque, essa dovrebbe dire, gente _paucæ fidei_, non trovaste valore
in petto, nè lena in gola, che bastasse ad inalzare un grido? Non una
frusta, che servisse a frustare quel branco di ragazzacci sbracati?
Tanto è, migliaia e migliaia d'impiegati fedelissimi non ebbero una
voce, una frusta sola. _Extra jocum_, chè la dolente materia nol
comporta: _laddove il Popolo si raccoglie in gran numero padroneggia
sempre_, attestava Silvano Bailly, il quale verosimilmente doveva
intendersene.[254] Io era stato trabalzato in piazza dalla moltitudine
carezzevole, e atterrato, e per poco non pesto. Le mie orecchie erano
intronate di _morte ai traditori_, e a cui non importa dire. Aveva
conosciuto il Plebiscito decretato sotto le Logge dell'Orgagna, che
dichiarava così:
«Il Popolo di Firenze.
«Considerando, che la fuga di Leopoldo di Austria infrange la
Costituzione e lascia senza Governo lo Stato;
«Considerando, che il primo dovere del Popolo, solo Sovrano di sè
stesso, è di provvedere a questa urgenza;
«Facendosi anche interpetre del voto delle Provincie sorelle, nomina un
Governo Provvisorio nelle persone dei Cittadini Montanelli, Guerrazzi e
Mazzoni, che a turno assumeranno la Presidenza, e loro affida la somma
delle cose per la Italia, e per l'onore toscano,
_a condizione_:
«Che la forma politica definitiva della Toscana si rimetta alla
decisione della Costituente _Italiana_; e
«Che frattanto il Governo Provvisorio deva unirsi e stringersi con
quello di Roma, in guisa che i due Stati agli occhi del mondo ne
compongano uno solo.»[255]
Rigoroso il mandato; palese il tranello, però che in quel medesimo
giorno l'Assemblea Romana votava la decadenza del Pontefice, e la
Repubblica, ed è da credersi che di ciò fossero troppo bene informati i
Caporali del Circolo quaggiù; per la qual cosa quello che la immediata
Unione con Roma volesse dire, ognuno sel vede. Infatti, il Plebiscito
del Popolo fiorentino non era presentato mica come un voto o un
consiglio: al contrario, come ingiunzione, che equivale «all'_obbligo
espresso_ di percorrere la strada tracciata _intieramente senza
riposo_.»[256]
Ed io per parare il colpo, e tutelare il mio capo, ormai mi vedeva
abbandonato da tutti. Il Municipio si opponeva forse? Protestava
egli? Si dimise? No. Egli prese parte agli atti governativi. Finchè il
terreno apparve ingombro di spine, stette dietro al Governo: quando
seppe da lui, che la Toscana si mostrava aliena alla Unione con Roma
e alla Repubblica; quando conobbe gli ostacoli remossi; e sopra tutto
quando non ci era pericolo; allora spiccò bravamente la corsa, e vinse
il palio.
Sì, io non serbo amarezza; ma, o voi del Municipio, che a tale orribile
passo, con arti di cui la pubblica coscienza raccapriccia, mi avete
condotto, ditemi: non mi deste conforto e soccorso nella universale
trepidanza a preservare da ruina il Paese? Ah! Voi lo neghereste
invano; ne menavate vanto allora, e con Deliberazione del 12 febbraio
bandivate, ed era vero: «che dopo avere speso ogni cura a remuovere
dall'animo del Principe il pensiero di uno allontanamento, _lealmente
offriste il vostro concorso_ agli uomini, che di necessità assumevano
_il grave carico_ di reggere provvisoriamente il Paese in sì _difficili
momenti_.» In che cosa peccai? dite. Forse per essere proceduto
parziale ai Repubblicani? Ma io solo mi opponeva al precipitare della
fazione, mentre voi mostravate volerle ormai dare vinte le mani.[257]
Forse per avere convocato i comizii universali? Ma con un Giornale
protetto da una parte di voi, questo provvedimento consigliavate e
pretendevate![258] Forse perchè alla difesa delle patrie frontiere
con tutta l'anima attendeva?... — Forse perchè alla restaurazione del
Principato Costituzionale io ostava?... E qualcheduno di voi lo ha
detto per onestare _la tradita fede_, che non si onesta mai. Ma di
questo più tardi.
Urgeva pertanto, che io mi atteggiassi in modo, che le insinuazioni
dei malevoli, i rancori delle vanità offese, i sospetti di parte non
facessero breccia nell'animo del Popolo maravigliosamente commosso: e,
molto più importante ancora, urgeva che le esterne turbe non passassero
sul capo al Governo e ai suoi conduttori stessi; salvare insomma la
città. Però, andando in Senato, alla proposta del Senatore Corsini,
che il Governo Provvisorio conservasse le forme attuali governative
dello Stato, e il potere devoluto alla persona del Principe, risposi a
un di presso nei termini seguenti; e dico a un di presso, perchè tutti
conoscono che la nostra _stenografia_ lasciava molto a desiderare, in
fatto di esattezza.
_Ministro dell'Interno_, «Sento il bisogno di manifestare l'animo mio
intero. Signori! Io, con quella maggior fede che un uomo del Popolo può
esercitare, ho servito fedelmente Leopoldo Secondo; e debbo dirvi, o
Signori, francamente, era offuscato da un gravissimo errore; imperocchè
io credeva che libertà di Popolo e Principe potessero stare insieme. Mi
confortava in questa mia speranza il considerare Leopoldo Secondo, per
quanto egli mi diceva, onestissimo e dabbene.
«Oggi questa speranza è caduta; questo velo si è squarciato, ed io devo
solennemente dichiarare che Leopoldo Secondo non ha corrisposto per
niente alla fede con la quale noi lo abbiamo servito. Per conseguenza,
io sono stato chiamato al Governo Provvisorio dal Popolo; sono stato
confermato dalla Camera dei Deputati toscani; chè altrimenti io non
accetterei questo mandato; intendo esercitarlo a benefizio del Popolo,
non intendo esercitarlo a benefizio di Leopoldo Secondo, che giusta la
mia opinione ci ha traditi.»
L'Accusa, ad escludere la difesa, oppone che io non poteva essere
dominato da timore, imperciocchè poco innanzi avessi esposto, che
io non aveva _paura del Popolo_. Della malevola quanto irragionevole
induzione, che ricavasi da queste parole, altrove ho discorso, e a quel
punto rimando. Qui aggiungo (e chiedo venia al lettore se lo trattengo
di studii filologici, dacchè io nol faccio per vana saccenteria: mi
compianga piuttosto vedendomi, con Toscani Giudici, ridotto perfino
a raddrizzare il significato di parola toscana), qui aggiungo, che
dove mai avessi dichiarato nell'Assemblea non avere _paura_, questo
non esclude che più tardi dovessi concepire _timore_. Paura è codardia
di animo, che aombra o per immaginativa, o per cose, che non abbiano
potenza far male: timore denota la giusta estimazione che gli uomini,
comecchè fortissimi, fanno del pericolo sovrastante:
Temer si dee di sole quelle cose,
Che hanno potenza di fare altrui male;
Delle altre no....
avverte Dante nostro; e la distinzione fra timore e paura fu notata dal
Grassi, confermandola con esempii elegantissimi.[259]
Ora, quando prima venne il Popolo nell'Assemblea, bene sta che io
non ne avessi _paura_; conosciuta poi la sua furia, e considerate
le arti pessime, che altri poteva adoperare per indirizzarla a mio
danno, sarebbe stata stupidezza non raccogliere dentro di me il
prudente _timore_. E, se male non iscorgo, parmi sul futile argomento
dell'Accusa avere adoperate parole già troppe.
Io per me ho tanta opinione nella intelligenza del Senatore Corsini,
che non dubito punto asserire ch'egli si sarebbe astenuto dal suo
discorso, dove lo avessero informato della deliberazione presa dal
Popolo, e dello impeto col quale la pretendeva eseguita, minacciando
chiunque, anche con parole, gli si fosse opposto. — Supponiamo che
la proposta del Senatore Corsini fosse stata accettata, che cosa
ne sarebbe avvenuto? La fazione, il Popolo, la turba insomma, che
comandava sovrana, incitata dall'ostacolo, chiamando me e il Senato
traditori, ci avrebbe condotto a fiero passo. La proposta Corsini
pareva ed era una sfida contro al Plebiscito decretato in piazza
dalla moltitudine onnipotente; così saremmo andati incontro ai danni
che più c'importava evitare; la società si perdeva. Me atterrato, chi
saliva in Palazzo? Domandatelo agl'impiegati più alti, a cui le labbra
diventavano pagonazze discorrendo fra loro di cotesto pericolo.
Supponiamo, che vedendo impossibile mandare ad esecuzione la proposta
Corsini, io ne avessi tolto pretesto a rassegnare lo ufficio, e si
fosse sparsa in quel giorno fra le turbe commosse la voce, che io mi
era dimesso per la insorta opposizione; avete mai pensato a quello
che stava per nascere? Certo non ci avete pensato. Sì, ripeto; se il
Senatore Corsini fosse stato informato della condizione delle cose,
pensando quanto grave posta giuocava con le sue parole, si sarebbe
taciuto. Invero gli avvisati colleghi del Senatore con cenni lo
ammonivano a desistere, sicchè egli ebbe luogo a correggere il detto, e
il Senatore Capponi, sempre più confermando la grave sentenza riportata
altrove, aggiungeva:
«Questo è _certo_. Il Paese è in una di quelle necessità supreme
dove il Potere mancando, il Paese provvede a sè stesso. In questa
_necessità_ di cose, il Senato vota per quel Decreto ch'è stato
proposto. Il Senato non può fare altro, e intende di farlo come
_rappresentante della Nazione, o del Popolo_, giacchè Popolo e Nazione
sono sinonimi.»
Il Senatore Fenzi dichiarava unirsi alle parole del Senatore Capponi.
Donde si conosce, che il Senato sentiva la necessità di esprimere
il suo voto, non più come uno dei poteri costituiti nel reggimento
costituzionale, ma come rappresentante di Popolo, e in virtù del
presuntivo mandato, che la parte eletta della Nazione conferisce sempre
agli uomini insigni per dottrina, per costumi distinti.
Se pertanto io e il Senato, ed io più assai di lui, ci trovavamo
nella dura necessità di esprimere il concetto medesimo, perchè solo è
scusato il Senato, e perchè solo accusato sono io? I Senatori egregi,
consapevoli delle ragioni che ci fecero parlare, non m'incolperebbero
per questo: di qui pure il diritto sacrosanto e per ora negato,
che eglino soli, come miei Giudici naturali, intorno alle mie sorti
pronunzino.
Nè già si creda, che come le parole del Senatore Corsini (certo senza
avvertirlo) posero in quel giorno a grave cimento la pubblica salute,
a lui non fossero per partorire danno. Egli forse ignorò quanto furore
si concitasse contro, e quanti sforzi tutto il Governo Provvisorio
adoperasse, perchè incolume passasse la tempesta; e non rifinivamo
dire ai più accesi: «Come così intendete voi libertà? Invitate gli
Oratori ad aprire schiettamente l'animo loro, e poi se non favellano
a modo vostro vi adirate? Allora voi li fate liberi di pensare e
dire come piace a voi.» E così il Senatore Corsini scampò per questa
volta la mala parata. Più tardi però, come altrove ho detto, vollero
invadere il paterno palazzo, e rovistarglielo tutto; con quanto e
quale pericolo ogni uomo comprende. Inoltre, quando le intemperanze dei
Faziosi stringevano il Governo a creare il Comitato di Salute Pubblica
con poteri rivoluzionarii, e impadronirsi delle persone sospette, il
Senatore Corsini fu designato fra le principali.
E forse lo stesso Senatore io penso che si accorgesse del danno
che poteva uscire dallo incauto discorso, imperciocchè, oltre le
parole aggiunte da lui, come lenitivo alle prime, fu visto, in certe
occasioni, mettere prontissimo tappeti alle finestre, mentre gli altri
cittadini non reputavano opportuno mostrare al Governo Provvisorio
tanta svisceratezza.
Mi conferma nel mio proposito la visita del padre suo Principe Don
Tommaso, sollecitatore della protezione del Governo, per circolare
liberamente nel Granducato e recarsi fino a Genova senza sospetto,
adducendo lui essere capo di famiglia e non tenuto pel fatto dei figli;
in quanto a sè, tutto il mondo sapere quello che a benefizio di Roma
avesse adoperato, e potermi mostrare altresì la patente amplissima
rilasciatagli dal Popolo romano in guiderdone, non meno che un consulto
di solenni Teologhi declarativo la erronea opinione di coloro che
supponevano i Rappresentanti della Costituente italiana o romana
meritevoli di scomunica. Ed io, mentre della esibizione di questi
documenti lo ringraziava, penso avergli detto parole cortesemente
idonee a rassicurarlo da qualunque dubbio avesse potuto concepire.
Sarebbe giusta cosa ricavare adesso da simili ripieghi, che ogni
prudente cittadino pratica in tempi difficili per uscirne illeso,
argomento di accusa e _d'ingiuria_ contro cotesti signori, dicendo
loro: «Quei vostri furono atti e parole di chi ha doppio il cuore per
gettarsi a quel Partito che avesse trionfato?» Ci pensi l'Accusa.
Non basta ancora: imperciocchè quando l'Accusa crederà, ch'io mi
abbia vuoto il sacco, spero ritrovarci frugando qualche altra cosa
che valga, non dico a farla vergognare, che questa è da altri omeri
soma, che dai miei, ma almeno a confonderla. Sappia pertanto l'Accusa,
che il Senatore Corsini, il quale siede adesso nei Consigli della
Corona, scrivendomi privatamente mi si professò parziale, ed in fine
adoperando parole di affetto disse essere rimasto, non che contento,
edificato della mia _cara politica_. Nelle _incursioni_ della Polizia
questa lettera andò dispersa; parecchi testimoni però l'hanno veduta
e la rammentano, ma io confido nella lealtà del signor Duca di
Casigliano per sentirmela affermare vera. I gentiluomini non negano
le proprie parole, non le smentiscono, non sanno tradire, e se fra
loro qualcheduno si trova bugiardo, o fedifrago, o traditore, si deve
credere che in mezzo ad essi stia come _Pilato nel Credo_, o come
_Barabba nel Passio_.
L'Accusa invece di ponderare a qual tremendo repentaglio fosse
posta la pubblica e la privata sicurezza; quanto fiere apprensioni
agitassero i cittadini a cotesti giorni; il mancato governo; la
macchina costituzionale caduta, perchè colpita nella sua sostanza;
la plebe minacciante, e male raffrenantesi; me sbilanciato e in
pericolo; irritante la proposizione Corsini; fatale provocare l'ira
della moltitudine accesissima; attaccata a un filo la comune salvezza;
me ultimo argine della società trepidante; invece, dico, di ponderare
tutte queste cose, pensa che io libero e spontaneo, senz'altro motivo
che pel piacere di mostrare animo ostile al Principe che a supremo
ufficio avevami assunto, e che lealissimamente aveva servito nel mio
Ministero, favellassi in cotesta sentenza. Sicuramente che, in questo
modo argomentando, non ci sarebbe a fare altro che declinare il capo e
dire: percuotete! — E voi, Giudici, ponendo una mano sul cuore, senza
sentirvelo trasalire nel petto, vi reputereste capaci a percuotere?
_Poche ore_ innanzi di cotesto discorso, vi avreste dovuto rammentare,
signori Giudici, con quanto _zelo_, con quanta _calda affezione_ io
raccomandava il Granduca con lettere confidenziali dirette allo stesso
Montanelli; sarebbe stata religione che voi non metteste in oblio come
scrivendo ad amico intimo io m'ingegnassi confermare la fede della mia
Patria al Principato Costituzionale: dovevate pure avvertire con quante
diuturne dichiarazioni mi fossi mostrato alla Costituzione devoto; lo
studio posto a compiacere ai desiderii del Principe; insomma avreste
dovuto considerare tutto quanto non avete voluto considerare, e allora
avreste compreso che necessaria fu la risposta al Senatore Corsini,
e ch'è follia risguardare alle parole profferite in simili angustie.
Più tardi sarete chiariti come uomini di Stato, politici e storici,
giudichino le parole e i fatti di tale che, circondato da esercito
devoto, non nutriva timore alcuno di sè, poco della Patria!
Mi giovi qui pure riportare la pittura, comunque _sfumata_, che di
cotesti tempi fece il _Conciliatore_, non sospetto di parzialità col
Governo; e chiunque ha mente giudichi della verità delle mie parole:
«Questo commuoversi continuo delle moltitudini; questo accorrere su
le piazze levando a rumore il Paese; questo _gridare di popolo minuto
contro i popolani grassi che rappresentano la defunta aristocrazia_;
questo _fare scendere sovente il Governo di Palazzo e condurlo a
deliberare sotto la Loggia dell'Orgagna_, ci rende immagine viva dei
tempi dell'antica Repubblica di Firenze, la quale ebbe vita continua di
tumulti, di fazioni e di commuovimenti.»
Considerando il riguardo che non si scompagnava allora dal cauto
Giornale, parmi che possiamo comprendere le apprensioni dei cittadini,
lo impeto delle moltitudini, e il pericolo continuo nel quale versava
il Governo.