XXII.

Atti Speciali.

§ 1. _Fatti di Siena._

Siena sopra ogni altra città toscana presenta se non antiche le cagioni

del tumulto, almeno gli spiriti pronti a trascendere in contenzioni di

parti. Io ho sentito dire come ad un Santo riuscisse persuadere, che

ai coltelli surrogassero sassi nelle pugne, costumate dalla gioventù

per vaghezza nelle novene natalizie: e gli parve avere fatto un bel

guadagno! Simili gare di origine vecchia si perpetuarono in cotesta

città per futili motivi, e s'invelenirono per dissidii politici.

Io, davvero, vorrei tacere per affetto alla nobilissima terra; ma

considerando la causa che mi fa parlare, non dubito che torrà in pace

se io ricordo le contese per la morte del Petronici, il pericolo dei

Carabinieri, e Giovanni Manganaro costretto a salvarsi notte tempo con

la fuga. Non senza mistura politica furono i tumulti a cagione dei

grani, per quanto almeno me ne assicurava la Deputazione, che venne

a intercedere a pro dei colpevoli, i quali tutti ottennero amplissima

remissione di pena dalla clemenza sovrana.

Però studiando comporre in pace la travagliata città, proposi,

accettandolo il Principe con lieta fronte, a Prefetto di Siena il

signore A. Saracini. Considerando lo inclito lignaggio, l'onore

acquistato combattendo per la Indipendenza Italiana, la indole egregia

e la mitezza dei modi, pensai essere questo personaggio acconcissimo

per ridurre i partiti a concordia.[218]

Il Proclama del sig. Saracini, che si legge stampato nel _Monitore_

del 10 decembre 1848, chiarisce _come le maledette parti già tenessero

Siena divisa_, e quanto premurose fossero le cure del Governo di pur

comporle in pace. — Ah! che per somma sventura di noi, troppo più

agevole riesce predicare pace, che conseguirla! —

A mano a mano che io m'inoltro in questa Procedura, la mia maraviglia

diventa maggiore; imperciocchè l'Accusa invece di ricorrere ai Rapporti

ufficiali del Governo, se veramente voleva formarsi giusto concetto dei

casi di Siena, vada raccogliendo articoli di Giornali, e corrispondenze

dei Circoli, e carte altre cotali meno adatte all'uopo. E tuttavolta

anche con gli elementi che scelse mettersi fra mano, no, non si poteva,

senza ingiuria manifesta del vero, tessere storia uguale a quella

dell'Accusa.

Cotesta mala peste delle parti sembra essersi ingenerata fino

dall'agosto dell'anno 1848, quando i reduci dalla guerra lombarda

trovarono in Patria ai patimenti e al dolore un rimerito di

scherno.[219] I quali umori pessimi, inacerbiti dai fatti del 24

ottobre 1848,[220] crebbero così, _che una deplorabil divisione di

opinioni politiche radicata nelle menti dei Cittadini, rendeva la

guerra civile inevitabile_;[221] onde nel 24 novembre 1848 per opera di

cittadini dabbene, fra i quali il colonnello Saracini e il professore

Corbani primeggiavano, fu fatta pace fra i capi di parte con universale

allegrezza. Quantunque non tutte le cose in cotesta occasione avvenute

meritassero pari lode, pure per confermare la pace che sperava

durevole, e per premiare la dichiarazione _concorde_ che _in Toscana

volevasi la libertà costituzionale, la conservazione di Leopoldo_, e i

_plausi fatti alla libertà, al Principe e alla sua reale Famiglia_, io

reputai prudente non istarmi tanto sul sottile, e concedere il perdono

ai condannati pei tumulti del grano nell'anno precedente, secondo me ne

fece ressa la Deputazione mossa da Siena.[222]

Nel giorno 30 gennaio 1849, il Granduca giunge a Siena nelle ore

vespertine. Fattasi notte, la Banda, preceduta da bandiera bianca e

rossa e seguíta da molto Popolo, si recò suonando sotto il palazzo

regio; quivi s'inalzano gridi di: _Abbasso la Costituente! Morte agli

Scolari! Viva il Regno di Napoli!_ Chi leva diverso grido, come:

_viva la Costituente! viva il Ministero!_ è battuto, e inseguito.

Il Principe, per ben due volte costretto di affacciarsi al balcone,

ringrazia i Sanesi dell'accoglienza fatta a lui e alla famiglia.

Il giorno seguente, 31 gennaio, su pei cantoni si lessero appiccati

cedoloni, che dicevano:

«_Avviso salutare ai Sanesi_. La Costituente italiana è una invenzione

del Montanelli toscano, la quale spinge il Popolo ignorante al macello

della guerra ed alla miseria. O Popolo, non cedere alla violenza dei

pochi tristi, o pazzi, che te la lodano. Roma non la vuole; il Piemonte

non l'approva; tu solo vuoi rimanere ingannato? Lo Stato è in miseria,

e questa crescerà per la guerra, perchè il ricco dovrà alimentarla con

quel danaro, che serviva a darti lavoro, e tu dovrai sostenerla con gli

stenti e i pericoli della vita.»[223]

A mezzogiorno gli Scolari si radunarono, e deliberarono abbandonare

Siena riducendosi a studio nella Università di Pisa.

I _Documenti dell'Accusa_ narrano, come si tenesse per _certo_

che il Granduca, per tôrre via ogni pretesto di scissura, si fosse

determinato a ricondurre la sua famiglia alla Capitale, e come di

cotesti avvenimenti gravissimi andassero incolpati — _i ricchi di

Siena, superbi e ignoranti, che temono dovere sborsare qualche soldo

di più per la guerra della Indipendenza, e gridano morte ai liberali

chiamandoli Repubblicani al solito. Il male è cominciato dallo agosto

passato_.

Gli animi si accalorano, e già nel 3 febbraio taluno narrando i

casi del giorno antecedente, ammonisce: «Il Partito liberale si

è risvegliato, credimi, per Dio, che si è svegliato, e lavora

energicamente, _e le prime lezioni sono state date_.» E nel 2

febbraio questo Partito, fatto per provocazione furioso,[224] si

aduna sul prato della Lizza, e manda pel Prefetto onde spieghi al

Popolo, Costituente che sia; e il Prefetto, come vollero, fece:

richiesto inoltre persuadere a S. A. di concionare alla moltitudine,

promette adoperarvisi, e lo invita a convenire nell'ora prefissa in

piazza. Intanto da una parte si grida: Viva Leopoldo solo; e basta; —

dall'altra: Viva Leopoldo e Viva la Costituente;[225] — e per allora

dividonsi; la sera si trovano puntuali al convegno. «Venne l'ora» (io

cito i Documenti dell'Accusa) «in cui si muta la guardia; ed ecco,

che la canaglia pagata, tutti armati, si mettono davanti a noi e

incominciano a gridare: Viva Leopoldo secondo solo! e noi: Viva la

Costituente! e quelli: no; — e noi: sì! — Si affaccia il Granduca,

ringrazia e si ritira; si ripetè: — Viva Leopoldo! viva la Costituente!

— e quelli di nuovo: — Viva Leopoldo solo! e chi ha coraggio venga

avanti. — Allora cominciò la zuffa, ma durò poco, e vi furono soltanto

tre feriti dalla parte dei retrogradi.»

I giorni seguenti temevasi peggio; bande di gente armata vagano per la

città pronte alle offese. Quei dessi, che provocando avevano suscitata

la tempesta, ora ne rimangono atterriti. Da un punto all'altro un

conflitto sanguinoso aspettavasi, e i provocati dichiaravano: «Noi

siamo preparati, e non si avrà più misericordia per nessuno d'ora in

avanti.»[226]

Intanto per le terre toscane correva un grido, cresciuto, come suole,

dalla fama, che sacrilega guerra si combatteva in Siena; sangue

cittadino, e da cittadine mani versato, correre le strade: «Che più

manca a voi, Guelfi e Ghibellini? Alla riscossa, Bianchi e Neri....» si

esclamava dintorno. — E fiere minaccie si indirizzavano al Ministero,

ora perchè non avesse provveduto, ora perchè non avesse seguíto il

Granduca a Siena, ora perchè non _ne procurasse il ritorno_;[227]

tale altra perchè, nonostante gli avvisi, favorisse il Governatore

amico e sostegno dei nobili, nobilissimo anch'esso; finalmente tennero

dietro le proteste degli Scolari, che _di consenso dei Professori_, si

erano rifugiati alle loro case; e i rimproveri di facile, sofferente

le perfide trame, sollecitandolo a procedere severamente contro gli

svergognati promotori della dimostrazione del 30 gennaio.[228]

Questi miserabili casi, pei quali la mente travagliata considera come

dopo cinque secoli duri fra noi la maladizione, che costrinse la grande

anima dell'Alighieri a lamentare:

«Ed ora in te non stanno senza guerra

«Li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode

«Di quei che un muro, ed una fossa serra;»

non hanno virtù alcuna per commuovere le ardue viscere dell'Accusa. A

noi il pianto nasconde la dolentissima storia.... ed anche all'Accusa

questi fatti nasconde.... il pianto no.... ch'ella non piange mai, —

ma il fiero talento di nuocere a torto, in onta al vero, e con angoscia

della innocenza; — che cosa dunque rappresenta fra noi questa Accusa?

I Rapporti governativi depositati negli Archivii del Ministero,

fin qui non concessi, mi davano abilità di fare stampare quanto

segue nel _Monitore_ del 5 febbraio 1849: «S. A. il Granduca si

condusse, secondo il solito, a Siena per visitare la Reale Famiglia

che sverna costà. Un Partito di pochi, e, piuttostochè tristi,

stupidi retrogradi, si valse della presenza dell'_Ottimo Principe_

per fare una dimostrazione avversa alla Costituente, coonestando lo

stolto intento con _acclamazioni al suo Nome, le quali non potevano

essere se non che universali_. — Di qui avvenne la reazione; e i

retrogradi ebbero la peggio, rilevando alcuni di loro parecchie

ferite. La Giustizia informa: molti arresti sono stati operati;

alcuni arrestati confessarono, a un tratto, essere stati pagati:

a vero dire, sottilmente pagati, perchè i retrogradi hanno copia

di generosità come d'intelletto. — Intanto il Principe, per queste

angustie dell'animo e per disposizione di corpo, è caduto infermo.

Sebbene obbligato a tenersi giacente, non ha febbre, ma sonnolenza

e gravezza, dolore di capo, e gli altri segni tutti di forte reuma.

Il Consiglio dei Ministri, ieri sera, aveva deliberato mandargli

qualche Ministro per circondarlo della responsabilità ministeriale,

e _il Presidente Montanelli si chiamò pronto a partire_. Nella notte

sono arrivate notizie da Siena, le quali istruiscono che il Principe

desidera e chiama intorno a sè parte del Ministero, o per lo meno

un Ministro. Così il pensiero ministeriale si è trovato d'accordo

co' desiderii del Principe. Il Presidente Montanelli è partito in

compagnia del Segretario Marmocchi di patria sanese. Queste notizie,

della verità delle quali non è dato dubitare, abbiamo voluto rendere

palesi, affinchè ogni trepidazione cessi, e la città si rassicuri. _La

stretta armonia tra il Principe e il suo Ministero, anzichè soffrire

alterazione, ogni dì più si conferma_.»

Ora, comecchè coteste cose non mi tocchino, tuttavolta in omaggio del

vero, esaminiamo se il Granduca statuisse la partenza da Siena prima o

dopo l'arrivo del signor Montanelli. Già fu avvertito che il Presidente

lasciava Firenze il 5 febbraio, ed arrivava il 6 a Siena nella

mattinata. Ora, dai Documenti pubblicati dal Ministero degli Affari

Esteri Inglese, intorno ai casi d'Italia, per essere presentati alle

Camere del Parlamento, s'impara come Lord Hamilton avverta il Visconte

Palmerston, _nel 7 febbraio, che il Granduca desiderava uno dei vapori

inglesi stanziati in Livorno per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo

Stefano_.[229] — Dunque, se si calcola il tempo che un messaggio

impiegava allora, per difetto di strada ferrata, da Siena a Firenze, il

tempo per mandare a Livorno e ottenere risposta dai Comandante Inglese,

il tempo per riscontrare S. A., il tempo finalmente perchè il piroscafo

giungesse nel prefisso giorno a San Stefano per imbarcare S. A., non

sarà indiscreto supporre che, o nella notte del 5 febbraio, o almeno

nelle prossime ore matutine del giorno 6 pervenisse al Ministro Inglese

la richiesta di S. A. per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo Stefano.

— Però ci persuaderemo che la risoluzione presa di partirsi da noi,

precedeva, non susseguiva, l'arrivo del signor Montanelli a Siena: e

ci persuaderemo eziandio, che infausti consiglieri di quella furono i

successi accaduti dal 30 gennaio al 5 febbraio, non già la presenza del

Montanelli e dei seguaci suoi.

I Documenti dell'Accusa si sbracciano a volere trovare un concertato

fra i disegni dei Repubblicani, le agitazioni di Siena e la presenza

dei signori Montanelli e Marmocchi in cotesta città: in prova di ciò

allegano certa lettera di Antonio Mordini a Lorenzo Corsi ingegnere

di Arezzo; ma è di evidenza intuitiva che il concetto di quella non

accorda per nulla con quanto avvenne, nè con quanto il Ministero operò.

Infatti la lettera si basa sul caso possibile della dimissione del

Ministero toscano che il Partito provocherà fra il 1o e il 5 febbraio.

Ora questa dimissione non solo non avvenne, ma in quel medesimo giorno

5 il _Monitore_ annunziava, per mia diligenza, che _l'armonia fra il

Principe e il suo Ministero, invece di soffrire alterazione, ogni dì

più si confermava_. — E chi, Dio mio, non lo avrebbe creduto al pari di

me? Da Siena, lettere confidenziali di persona intima all'A. S. me ne

assicuravano sollecito il ritorno; delle notizie, pervenutemi per via

particolare e colà trasmesse, mi ringraziavano; di usare solerte opera

onde la città rimanesse tranquilla mi raccomandavano. Lusinghiere,

amorevoli erano coteste lettere, ed io mi vi affidavo intero. Nè andava

di tanta benignità immeritevole la mia fede, perchè ogni mio riposto

consiglio manifestava al Principe, _e perfino la mia corrispondenza

privata_. —

E non avvenne la Dittatura immaginata dal Mordini, nè il nostro invio

a Roma; e gli sforzi miei erano diretti a conseguire il ritorno del

Granduca, _la sua partenza non già_, e fatti e scritti il dimostrano;

nè la unificazione con gli Stati Romani, Toscani e Veneti, nè alcuna

delle cose quivi indicate successero. Io non so pertanto che consiglio

sia questo di andare a trovare un nesso tra il fatto mio e le infinite

fantasie uscite dagli accesi cervelli di quei tempi; molto più quando

fra loro appariscono siffattamente disformi.

Il Decreto del 7 gennaio 1851, nel § 16, dice espresso, che Montanelli

andò a Siena _seguíto_ da Marmocchi, e più tardi da Niccolini:

l'Accusa del 29 gennaio 1851 ostenta ignorare se eglino con Montanelli

andassero, _o innanzi o dopo esso_. Nè questa esitanza si creda priva

della sua buona ragione, imperciocchè tutti i Documenti vorrebbero

trovare che il subuglio in Siena avvenisse _dopo_, non _prima_ la

giunta loro a Siena. Ma no; anche il Lunario è inesorabile: il gennaio

nell'ordine dei mesi viene innanzi al febbraio, e nel processo dei

numeri il 5 tiene dietro al 4. Molte cose possono fare e molte ne hanno

fatte i Giudici, ma porre febbraio prima di gennaio, e il 4 dopo il

5, non possono: però, se non lo possono fare, lo possono dire; e lo

dicono, e certamente non si risparmiano da scriverlo. Il Decreto del 7,

§ 17, imperturbato afferma che _i movimenti anarchici_ accaddero dopo

il _5 febbraio_, pei quali _cessò la sicurezza della reale famiglia_;

l'Accusa, § 54, anch'essa sostiene, che Siena, _bastantemente

tranquilla.... fino ai primi di febbraio, cambiò tosto aspetto

e trascese alla rivolta_. Il Lunario dice che i moti _anarchici_

avvennero dal 30 gennaio 1849 al 5 febbraio 1849. Il Lunario dice che

la deliberazione presa di abbandonare Siena, e imbarcarsi l'8 a Santo

Stefano, ebbe a precedere, per necessità, l'arrivo del Montanelli;

ed il Lunario intende avere ragione, ed il Lunario l'ha, perchè per

mostrare che il torto è del Lunario questo non si tribola, e non può

tribolarsi col carcere. Felice Lunario! Leggendo attentamente l'Atto

d'Accusa, § 45, non trovo che dopo lo arrivo del Montanelli altro

abbia saputo raccogliere che _conferenze_ con pretesi _demagoghi_,

_dimostrazioni_ apprestate, _voce_ di danaro sparso, _opinioni_ di

mutate condizioni della città; ma gli assembramenti, le grida in senso

opposto, le percosse, le ferite, il Granduca costretto a presentarsi

alle moltitudini, le minaccie: «uccisi prima i Repubblicani, daremo

addosso ai Signori;»[230] gli Scolari deliberati ad abbandonare

Siena, e il fatto dello abbandono; le bande armate per la città;

il proponimento di non usare d'ora innanzi misericordia; il Lunario

inesorabile dice che successero dal 31 gennaio al 5 febbraio, e non

_dopo_ il 5 febbraio 1849; anzi dall'agosto del 1848, quando vi fu chi

ebbe cuore d'irridere i reduci dalla infelice guerra lombarda!

I Documenti dell'Accusa talvolta capiscono troppo, e talora troppo

poco: se volessero leggere meco i Rapporti di polizia, troverebbero

questi fatti semplicissimi che loro racconto. Due Partiti da molto

tempo travagliavano Siena: uno smanioso del Principato assoluto,

_nemico naturalmente di guerra_, avverso alle dubbie fortune, il

quale alla patria, alla gloria, alla voce stessa del Principe, che

pur ci chiamava ad impresa ch'era e che fu detta santa, la tenace

conservazione, e lo ignavo godimento del paterno censo anteponeva;

l'altro, promotore del Principato Costituzionale, della Costituente,

e di quanto altro in quei _tempi antichi_ andava per le bocche (chè

per i cuori mal saprei dire davvero) dello universale; conciossiachè

vuolsi notare da cui fa studio della verità, come dalle stesse carte

dell'Accusa non ricavo che in Siena si acclamasse la Repubblica nè

prima, nè quando giunse il signor Montanelli. Il primo provocò il

secondo, questi raccolse le forze, e andò a combatterlo; quindi scontri

deplorabili e timore di peggio. — L'Accusa sembra che lealissimi, degni

di onore, amici veri del Principato reputi quelli che acclamavano: —

al Principe solo, e basta; — che urlavano: — Morte agli scolari! — che

spiegavan bandiera bianca e rossa; che imprecavano alla guerra della

Indipendenza, che insultavano la gente, che in piazza si presentavano

armati, e a cui non gridava come loro davano di buone coltellate pel

mezzo della faccia: — demagoghi (dacchè oggi di questa parola è gran

consumo nelle scritture, specialmente nelle curiali), e meritevoli di

perpetua infamia gli altri che spiegavano bandiera tricolore, e alla

Costituente applaudivano. Ma la guerra della Indipendenza avevano

bandita i Ministeri tutti, il Parlamento, e il Principe stesso; ma

la bandiera tricolore era stata dichiarata bandiera nazionale; e

tutti, badate bene, tutti, o di seta al cappello, o di smalto fra i

ciondoli dell'orologio, ne portavano il segnale; ma tricolore fu dato

il nastro ai Deputati donde pendeva la medaglia, tricolore la sciarpa

che ricingeva il collo ai Senatori, tricolore il nastro della medaglia

che, mostrando la effigie del Principe, consolava i suoi sudditi

dell'angoscia per la guerra dove li tradì la fortuna, non l'animò;

tricolori le bandiere giurate, tricolori le bandiere agitate dalla

sovrana destra dai balconi della regale dimora; ma i padri mandavano

i figliuoli a studio in Siena, perchè vi venissero istruiti e non

ammazzati; ma la Costituente proposta alle Camere con Decreto del

Principe e votata dal Parlamento, finchè non era reietta col _veto_,

doveva rispettarsi.

Ai fatti narrati io vedo opporre la testimonianza di alquante persone,

intorno al deposto delle quali una cosa sola dirò: che nè anche

l'Onnipotente può fare che il fatto non sia. A che questi testimoni

di cose che l'Accusa stessa, co' suoi Documenti, smentisce? Perchè

ricorrere a così torbida sorgente? _Non tali auxilio_.... doveva

esclamare l'Accusa, come Ecuba quando vide Priamo barcollante sotto

il peso delle armi; ma l'Accusa accolse Priamo e mi ha preso anche

Tancredi. Purchè mordano, l'Accusa accetterebbe gli orsi, non che gli

eroi dei poemi epici! O non vi sono dentro gli Archivii i Dispacci del

Prefetto, i Rapporti dei Delegati, le informazioni del Provveditore

della Università di Siena, le Procedure incominciate o concluse? E

mentre l'Accusa tiene queste lucerne sotto il moggio, o come fa ella a

mettere sul candelabro un Misuri copista, un Baldassini tappezziere,

un Fedeli sarto, un Corsi falegname, e un Tancredi (senza avvertirci

se sia diverso dallo amante di Clorinda), i quali vi dichiarano (e

l'Accusa par che lo creda) _che Siena era tranquilla, ma che venuto il

Montanelli venne il diavolo?_... L'Accusa non dice se qui il testimone

si sia fatto il segno della santa croce. — È notabile una lettera

confidenziale di Niccolini al Circolo di Firenze, dove gli si dà

ragguaglio di quanto egli operò a Siena il 6 febbraio 1849: in quella

egli non ispaccia il nome del Governo, nè se ne dice incombensato, nè

propone, o fa cose che gli si possano riprendere.[231]

Io per me, quando considero i Documenti dell'Accusa e li confronto con

quello che so, ed è vero, e si trova nelle carte officiali del Governo,

non posso impedire alla mia mente di meditare sopra la tremenda

sentenza del signor Thiers: «Nei tempi in cui si agita la discordia

civile, si vedono quei vergognosi processi dove il più forte ascolta

per non credere, il debole parla per non persuadere.»[232]

§ 2. _Invito al Circolo Fiorentino di tenere le sedute in Palazzo

Vecchio._

I Documenti dell'Accusa ritengono che io _invitassi_ il Circolo

fiorentino a tenere una _orgia rivoluzionaria_ nella Sala di Palazzo

Vecchio, che per mio ordine fu illuminata a festa, dopo avere

rimproverato il signor Lanari, perchè non concedesse il suo Teatro per

celebrare _cotesta solennità_ di Popolo.

Ora io dichiaro siffatto _invito_ apertamente _falso_. Nel giorno 8

febbraio, tra le altre pretensioni del Popolo, dei Repubblicani, dei

Demagoghi (chiamateli come meglio vi piace, ma di quella gente insomma

a cui _nessuno di quanti mi accusano avrebbe saputo dire di no in

nulla_, — assolutamente in _nulla_), vi fu quella di volere tenere

Circolo nella Sala di Palazzo Vecchio. Tanto poco io lo invitai,

che il Circolo volle la Sala quasi in sussidio per non essere stato

accolto nel Teatro Nuovo. Tanto poco io lo invitai, che scrissi parole

acerbe al signor Lanari per rimproverargli il suo rifiuto, nello scopo

appunto, che cotesta vicinanza molestissima non venisse ad annidarsi in

Palazzo Vecchio; e se adoperai la espressione di _solennità popolare_,

ciò feci perchè, come costumava a quei tempi, ebbi a scrivere

il biglietto sotto gli occhi dei petizionarii. Comecchè io primo

confessi che sarebbe stato un impossibile, tuttavolta, immaginiamo

che l'onorevole Magistrato, che sostiene adesso le parti di Regio

Procuratore, nell'8 febbraio si fosse trovato nei miei piedi, ed avesse

creduto per lo meno reo consiglio scrivere il biglietto al signor

Lanari onde allontanare il Circolo da Palazzo Vecchio, e di questo

biglietto avesse dovuto fare portatori i petizionarii; io mi attenterei

domandargli, così per mia istruzione, se avrebbe scritto sotto ai loro

occhi: _vi raccomando accomodare questa geldra di ribaldi degna di

corda, del vostro Teatro, per certa orgia rivoluzionaria con la quale

intende deturparvelo materialmente, e moralmente....?_ Ecco, io sono

uno di quelli, che credo che l'onorevole Magistrato non avrebbe scritto

precisamente così; e mi ha da essere cortese, che tra scrivere queste

parole il giorno 8 febbraio 1849, sotto gli occhi dei rappresentanti

il Circolo fiorentino, e scriverle nel 29 gennaio 1851, nel § 73 della

sua Requisitoria, un qualche divario vi potrebbe pur correre![233]

Andate a vuoto le preghiere, le offerte di pagamento, ed anche le

minaccie, se così si vuole, per allontanare il Circolo, onnipotente

in quei giorni, i suoi rappresentanti tornarono più imperiosi che

mai a volere il salone di Palazzo Vecchio; e questa verità di per

sè si comprende, imperciocchè, se avessi inteso invitare il Circolo

nel salone, non avrei adoperato tutte le vie perchè non ci entrasse.

Ricordo come, per ischermirmi, osservassi non convenire che una sala

deturpata con le pitture rappresentanti il Trionfo di Cosimo I sopra

città innocentissima, udisse la eloquenza di uomini liberi: ma non mi

valse, perchè risposero che il Savonarola l'aveva fatta fabbricare

a posta per favellarvi di libertà, e che il Popolo voleva usare

liberamente degli edifizii fabbricati da lui, nè più nè meno come disse

il Circolo sanese quando volle occupare il salone delle _Alabarde_;

per lo che lascio considerare a chi legge, se tanto pretendeva nel

30 gennaio del 1849 a Siena il Circolo sanese, che cosa dovesse

pretendere l'8 febbraio il Circolo fiorentino a Firenze![234] — Con

simile ripiego mi riuscì, più tardi, salvare la campana del Bargello,

venerabile monumento di patria antichità, minacciata anch'essa della

_fusione_: tanta era la smania del _fondere_ a quei tempi! Allora posi

loro sott'occhio la spesa della illuminazione, grave sempre, adesso

gravissima pei bisogni della guerra: non la potei spuntare: ridotto a

piè del muro, non nego avere detto al signor Giuseppe Nardi: _bisogna

contentarli_; — ma _tardi, verso sera_, tornato invano ogni schermo,

ogni pratica venuta meno per mandare il Circolo altrove; ed anzi

parmi ricordare avergli detto, com'era vero, «_lo vogliono_;» ma se io

male non appresi la mia lingua, mi sembra che il termine _bisognare_

corrisponda _ad essere di necessità_; ed è scrivendo o parlando il più

usitato, quantunque, per vaghezza di variare, si muti talora con la

frase — _è forza_, tal altra con quella — _fa di mestieri_, e simili.

Però, se fui costretto codesta sera a cedere, mi adoperai, facendo

tenerne proposito a parecchi caporioni del Circolo, perchè andassero

altrove a piantare i loro tabernacoli, principalmente insistendo sopra

la improvvida spesa. Voglio aggiungere un altro fatto, ed è, che se

avessi invitato il Circolo, non mi sarei mostrato di tanto scortese a

non accoglierlo di persona, o almeno, per breve ora, visitarlo: ma no,

io non lo accolsi, neanche per un istante mi vi affacciai. Questi fatti

bene poteva attestare il signor Nardi archivista del Ministero dello

Interno, e poteva attestare altresì se io, repugnante, come quello che

patisce forza, o volenteroso, come chi invita, lasciassi entrare il

Circolo nel Palazzo Vecchio. Se il signor Giuseppe Nardi (la quale cosa

non credo, però che egli mi parve onestissimo uomo, e mi dorrebbe più

per lui che per me se dovessi persuadermi adesso di essermi ingannato)

per peritanza che spesso, e a torto, sente uno impiegato a deporre in

favore del caduto in disgrazia, non avesse somministrato testimonianza

del vero, non mancano testimoni che sappiano e vogliano attestarne,

conciossiachè lo espediente a cui mi appresi, per sottrarmi, si sparse

per la città, dando luogo, siccome avviene, a novelle. Intanto l'Accusa

si acquieti di questo, che, per quanto cercare ella faccia, ella non

troverà che prima e dopo l'8 febbraio il Circolo fiorentino procedesse

d'accordo con me; io con lui.[235]

§ 3. _Impieghi dati in ricompensa a Mordini, a Ciofi, a Dragomanni;

danari a Niccolini._

Antonio Mordini erami, come ho detto altrove, e qui confermo, non pure

non legato in amicizia, ma[236] perfino ignoto di persona. Giuseppe

Montanelli lo mise in sua vece al Ministero degli Esteri, ed io non

poteva contrastare. Da prima furono le mie relazioni poche con esso, se

non che nell'udirlo ragionare parendomi, come veramente egli è, uomo

d'ingegno non ordinario, incominciai di mano in mano ad aprirmi seco,

e di leggieri, ponendogli sott'occhio le ricerche coscienziose, ed i

fatti dai quali resultava evidente la repugnanza del Popolo toscano

dalla Repubblica, lo ebbi persuaso della necessità della restaurazione

del Governo Costituzionale. Di questo egli somministrò non dubbie

prove, e lo vedremo più tardi nell'Assemblea della Costituente

combattere i suoi antichi amici politici. Dalla parte repubblicana sono

stato acerbamente ripreso di avere assiderato i cuori delle persone

che mi stavano attorno; e fu posto in dileggio quello che chiamano

_positivismo_.[237] Non è così: io non ho assiderato come non ho

inebriato nessuno: ho pregato di bene esaminare i documenti raccolti,

e decidere con coscienza, posto da parte qualunque privato desiderio.

Quando si tratta delle cose di questo mondo, mi sembra che dare loro

una occhiata non sia poi irragionevole affatto, nè _scandaloso_ tanto

quanto il _Regio_ Procuratore della _Repubblica_ sig. Rusconi presume;

però che spesso mi tornasse alla memoria quel filosofo, che per fissare

sempre le stelle cadde nel pozzo. Ora, in quanto al signor Mordini

concludo, che non lo conoscendo non lo avrei impiegato, come invero

io non lo impiegai; ma dopo averlo conosciuto io lo avrei impiegato,

perchè di mente giusta, capacissimo a tenere uno officio, e di vuote

astrattezze troppo meno vago, che altri non immagina.

Consentii che il signore Demetrio Ciofi, anzi ebbi caro che ad ogni

modo si allontanasse da Firenze. Le carte del Processo attestano

com'egli fosse persona di moltissimo seguito nel Popolo minuto, capo

del Circolo di San Niccolò, parlatore facondo e potente a tirarsi

dietro la moltitudine devota. Siccome per ordinario le provincie

prendono norma dalla Capitale, così rimuovere da Firenze le persone

che forse avrebbero mantenuta accesa l'agitazione, mi parve diritto

consiglio; altri propose, ed io approvai, _quantunque a vero dire non

vi fosse luogo a repulsa_; e certo non è senza riso questa accusa,

imperciocchè conoscendo l'autorità grandissima in quei giorni del

Ciofi e dei compagni suoi, vuolsi maravigliare, che di sì lieve

ufficio si contentasse, e ad assentarsi da Firenze acconsentisse, e

non piuttosto rovesciato il Governo in luogo suo si surrogasse; il

quale avvenimento quanto potesse essere desiderato da quei medesimi che

adesso m'incolpano, lascio a loro considerare.

Dragomanni poi proposi io stesso: egli non era temibile affatto; mal

destro a discorrere; di poco credito in guisa, che mai gli riuscì farsi

eleggere Deputato: o di fortuna poco bene in arnese. Quando mi capitò

il destro di mandarlo lontano, io lo afferrai, e così adoperando intesi

dare sussistenza ad uomo di chiara stirpe, cultore delle lettere, e

mostratomisi parziale fino da quando egli, Presidente dell'Accademia

della Valle Tiberina, me immeritevole e non chiedente, anzi repugnante,

volle ascritto nell'albo dei socii della medesima.[238] L'Accusa

da prima sospettò, che cotesto impiego fosse mercede della opera

prestata nell'8 febbraio; io feci avvertire che soltanto nel _10

aprile_ egli era promosso: ricompensa un po' troppo remota; — allora

gavillando l'Accusa ha trovato che si volesse allontanare perchè,

più che di vantaggio, fatto impedimento; e nè anche questo è vero. Il

signor Lemmi era stato eletto Segretario allo Incaricato di affari a

Costantinopoli: ricusando egli, gli subentrava il sig. Dragomanni quasi

fortuitamente.[239] Quantunque, come il proverbio dice, l'asino non

valga la cavezza, chè materia di piccolo momento ella è questa, pure

anche qui mi piace ripigliarti senza rancore, o Accusa, e condurti

a toccare con mano che non ne imberci una. Fammiti qui appresso,

e vediamo un po' se mettendo tutto il nostro in comune (poichè di

comunità oggi corre la usanza), ci riuscisse fabbricare qualche cosa

che avesse garbo di ragionamento. A che miravo io? Su, dillo, via.

— L'Accusa, che teme esporre il suo a compromesso, mi sbircia alla

trista, e tiene i labbri stretti. Lo dirò io per te; io non risico

nulla: tanto in prigione ci sto. Miravo forse alla restaurazione

del Principato Costituzionale? L'Accusa, scattando il capo, si tocca

col mento la manca e la diritta spalla. No, eh! Ma potevi fare più

adagio a negare, che per poco non hai preso una storta nel collo.

Mulinando contro il Principato Costituzionale, un Repubblicano (e

accordo, di lieve importanza) doveva pure tornarmi più vantaggioso a

Firenze che a Costantinopoli; perchè anche tu, o Accusa, devi andare

persuasa che indurre il Sultano a mandare Turchi in soccorso della

Repubblica toscana, neanche al Dragomanni sarebbe potuto riuscire.

Bisognerebbe credere che io mirassi al _provvisorio eterno_. Come

provvisorio eterno? Non ci è rimedio: a considerare questa ipotesi io

mi sento tratto pei capelli proprio da te, o Accusa mia; avendo tra

i gratissimi testimoni a carico del Romanelli accettato quello che

depone avergli udito dire: — _Viva il Governo Provvisorio eterno_, —

e' pare che anche tu abbi fede nella eternità provvisoria. Lasciamo,

chè di questo avrai a rendere conto a Dio, perchè gli è un peccato

grosso. Come non devo credere io così, quando di queste antitesi, o

come le si abbiano a chiamare, io ti vedo innamorata? Difatti, con mio

non mediocre insegnamento venni notando l'_uno o taluno_, il _complice

o impotente_, e fino dalle prime carte la mia scienza del _veleno

nascosto che si nascondeva_ nella montanelliana Costituente, con altre

più _taccherelle che si tacciono per lo migliore_, come di _Guccio

Imbratta_ diceva Messer Giovanni Boccaccio. Ma dacchè _provvisorio

eterno_, o eterno provvisorio, anche a rifarsi di capo al mondo non

si trova se non su i labbri del tuo testimone, così mi sia lecito

passare questo punto sotto silenzio. Avanza pertanto una cosa sola; la

Repubblica. Ora come, quando si agita di Repubblica, cacciansi via i

Repubblicani? La vigilia di vendemmia si licenziano eglino gli operaj

della vigna, o piuttosto, in qualunque ora del giorno si presentino,

si fermano e mettono alle faccende? E se mi si oppone che ancora io

confesso che piccolo frutto poteva cavarsi dal Dragomanni, rispondo

che è vero, ma che ogni pruno fa siepe, ed al bisogno da ogni legno

schiappa si cava; sicchè convien dire che l'Accusa, gittando la rete

al motivo della spedizione del Dragomanni presso il Gran Turco, non è

giunta a pescarlo. — Certo, Dragomanni visitava spesso la mia casa,

ma non per questo godeva davvero la mia confidenza: al contrario,

nel cospetto di tutti, si manifestava di principii opposti ai miei,

ed io sovente lo riprendeva alla presenza di familiari ed amici con

parole acerbe della sua irrequietezza, e delle pratiche che teneva con

persone troppo diverse da lui, per educazione e per nascita. Ancora:

dalle sue parole profferite nel calore della disputa ricavava lume per

conoscere i disegni del Circolo e degli apparecchi repubblicani, per

cui talvolta mi fu data abilità di prevenirli. _S. A. un giorno ebbe la

bontà d'interrogarmi su questa pratica; io le ne dissi la origine e il

motivo, ed essa mi parve approvarla_.[240]

D'altronde, prudenza così ammaestra operare. Gli uomini diventati o

pericolosi o potenti negli Stati bisogna opprimere, o amicarseli;

il primo partito è dei tempi del Borgia, la religione lo riprova,

non lo consente la indole toscana; molto meno la mia; importava

dunque li gratificando allontanarli. In questa guisa pertanto operai

Ministro, _e palesandone le ragioni alla Corona, ella mi parve andarne

persuasa_. Finchè il Governo starà nelle mani di gente esclusiva, agirà

e sarà odiato come fazione. — È intendimento elementare dei Governi

Costituzionali, accogliere negl'impieghi persone di varii Partiti,

onde l'uno all'altro non prevalga, e l'Autorità della Corona regga

entrambi equilibrandoli. Maestro di cosiffatto equilibrio fu Luigi

XVIII, e morì re. Carlo X e Luigi Filippo l'obbliarono, e morirono

esuli. La storia rammenta come egregia arte di regno la promozione

che fece Napoleone, ad ufficj supremi, degli stessi _Convenzionali_.

Però, e l'Accusa lo prova, pochi furono dal Governo conferiti impieghi

a cui parve procedere infesto al Principato, e con qual mira, e da

quale necessità costretto, già esposi; e che il disegno non fallisse

dimostrò il successo, dacchè tolto dal Circolo il Mordini, e dei più

capaci alcuni amicati al Governo, altri espulsi, andò di giorno in

giorno declinando, agitandosi alfine con rabbiosi, ma disperati conati.

In breve vedremo come i Demagoghi contro me si sbracciassero, perchè

alla mensa degl'impieghi non convitassi i puri Repubblicani; ed anche

in questa parte mi trovo fra incudine e martello.

L'Accusa afferma avere goduto il Niccolini la mia confidenza, e avergli

io pagato nel 13 febbraio dieci monete. Si è veduto se Niccolini

potesse essermi amico: egli mi fu soverchiatore, esploratore, e nemico,

ora coperto, ora palese. Quando potei lo bandii, nè egli si richiamò

della offesa, come altrove esporrò con larghezza maggiore. In quanto

alle dieci monete che ordinai pagassersi al Niccolini, e' fu appunto

per non serbare obblighi seco, il quale per insinuarsi nell'animo del

mio giovane nepote, o per altra causa che il muovesse, volle donargli

una carabina, e questi vago di armi accettò. Io come prima lo vidi,

instai a che, o si riprendesse la carabina, o ne accettasse il prezzo:

dopo averlo rifiutato, egli alla fine accettollo; ed io, che non avevo

la moneta addosso, gliela feci pagare in dieci francesconi dallo Adami,

perchè convivendo meco egli mi andava debitore della sua quota di spese

di casa. — La carabina deve essere stata rinvenuta nella stanza di

Palazzo Vecchio abitata dal giovane. I conti col signore Adami nè anche

adesso sono fatti, nè si fecero mai, onde io non potei accorgermi se mi

avesse portato a debito, come doveva, le L. 66. 13. 4.

A confermare questa spiegazione agevole e piana, concorrono il modo

confidenziale del biglietto: — _Adami. Paga dieci scudi a Niccolini.

Guerrazzi_; — che dimostra come io m'indirizzassi all'amico, non al

Ministro, e la omessa indicazione dello uso della moneta, il quale è

costume specificare quando si tratta di pubbliche spese; e finalmente

io credo, che non sieno mancate testimonianze validissime intorno alla

verità del fatto: nonostante l'Accusa tiene in tutto e per tutto le

pugna strette, quasi paurosa che schiudendole un poco si volino via le

raccolte incolpazioni. Dieci scudi? E in questa somma l'Accusa presume

vedere la giusta mercede di una rivoluzione? — Per amore del cielo,

non faccia credere queste cose l'Accusa, imperciocchè se le rivoluzioni

fossero a tanto buon mercato, correremmo pericolo pei tempi che volgono

che se ne aumentasse prodigiosamente il numero dei _consumatori_!

§ 4. _Lettera al Sig. Giovan-Batista Alberti Prefetto di Arezzo._

Questa lettera è riportata nel § 25 del Decreto del 7 gennaio 1851;

e dice così: «Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia

ridotto. Prima di partire ha dichiarato annullare la Legge intorno alla

Costituente. Il Ministero convoca le Camere e dà la sua dimissione.

Sarà instituito _necessariamente un Governo Provvisorio_. Si circondi

dei Patriotti più caldi dello amore del Paese. Prenda i provvedimenti

che in simili casi straordinarii persuade la necessità. Se avvengono

_reazioni_, si comprimano ad ogni costo, sotto la sua personale

responsabilità. Crei una Commissione di salute pubblica; energia, e

vigore; viva la _Patria_. I Principi se ne vanno, ma i Popoli restano

ec. — Firenze, 8 febbraio 1849, — 5 di mattina.»

Il Decreto afferma che per questa lettera si dichiara come per me

si reputasse ormai la Monarchia cessata in Toscana. A me pare che

questa lettera non dimostri altro, tranne la mia ansietà e la mia

diligenza che in tanto sconvolgimento la Patria non s'infamasse con

azioni scellerate. In che e come nuoce cotesta lettera? Forse, perchè

porgevo avviso al Prefetto dell'operato della Corona? Ma la stessa

Corona voleva si rendesse palese, e presto. Forse perchè presagivo

la elezione del Governo Provvisorio? Ma questa ormai era diventata

politica necessità; e il Giornale dei _Conservatori Costituzionali_

annunziava essere _nella mente di tutti_. Forse per la notizia dello

allontanamento della Corona? Ma se si era allontanata! Forse perchè non

indicavo il luogo dove si era ridotto il Principe? Ma nè il Principe lo

diceva, nè sembrava egli stesso saperlo. Forse per la raccomandazione

di circondarsi di Patriotti caldi dello amore del Paese? O di chi

doveva circondarsi? Di quelli che gli volevano male? E ci erano. Forse

per le pressanti istanze onde i moti reazionarii non avvenissero, o

avvenuti si comprimessero? — Qui giova fermarci alquanto, e chiarire

per bene questa materia.

I Documenti dell'Accusa, noi lo vedemmo, ritengono il Ministero nostro

come uno di quei parti mostruosi a cui le balie devono lasciare

sciolto il bellíco: egli ebbe prima il torto di vivere; poi subito

quello di non farsi ammazzare di buona grazia, persuaso, come doveva

essere, di nascere in peccato originale: però anche allora, agli

occhi dell'Accusa, fu colpa opporsi ai moti reazionarii; bisognava

non impedirli, anzi dar loro comodo di operare con sicurezza piena. Se

l'Accusa così pensa di me mentre fui Ministro, immaginate un po' voi

che cosa pensi quando mi vollero parte del Governo Provvisorio! Ed io

apertamente dico all'Accusa, che pessimo argomentare è cotesto suo.

— Non si dissimulino le cose, ch'è vano e non plausibile conato: la

verità si ricerchi, e si dica. Il Principe parte da Siena, aborrendo

_reazioni e sanguinosi conflitti_; e l'Accusa invece non vuole che le

reazioni, i conflitti sanguinosi, nè la guerra civile s'impediscano;

e perchè? Perchè crede che tutte queste cose la causa del Principato

favorissero. Dio ci liberi dalle offese, — ma ed anche dalle difese

dell'Accusa!

Dunque il Principe, a mente dell'Accusa, sta con la reazione? La Corona

(e lo dovrebbero sapere i Magistrati) non istà con i reazionarii,

nè con i Repubblicani; sta con la Costituzione. Ma i Giudici sanno

eglino reazione che sia? Sanno eglino come proceda? La reazione è

ripristinamento dell'odioso dispotismo, e del suo tristo corteggio,

co' modi che la umanità aborrisce, e la morale condanna. Ora in

Toscana, per la Dio grazia, non erano soltanto due Partiti estremi,

ma prevaleva, mentre io vivea nel mondo, il terzo Partito degli amici

delle Libertà Costituzionali _più o meno largamente intese_. Ricordano

i Giudici come la reazione operasse nell'Aretino nei tempi passati?

Forse lo hanno dimenticato; mi concedano che lo richiami loro alla

memoria.

«Nella vigilia dei santi Apostoli Pietro e Paolo (28 giugno 1799), allo

incessante rimbombo dei colpi da fuoco e dei _Viva Maria_, il Popolo

_sanese_ accorre in folla; e si unisce co' suoi _vendicatori aretini_;

nei suoi primi slanci si scaglia contro coloro che stimava non

semplicemente avversi alla religione cattolica, ma occulti cospiratori

per abbatterla, quali sono i _giudei_; pone quindi a _sacco_ qualche

bottega, e qualche casa di essa; _alcuni ne uccide e gli aborriti

cadaveri getta sul fuoco_!....»

Sanno i miei Giudici, che fece la reazione nella inclita città

di Siena nel medesimo tempo? A Siena furono gettati _cinque ebrei

vivi_ ad ardere sul rogo acceso su la piazza maggiore davanti alla

immagine della Madonna, che sta a piè della Torre, e allo Arcivescovo

Zondadari!! Questi fatti i Giudici possono ritenere per veri pur

troppo, imperciocchè vengano narrati dal Canonico Giovanni Battista

Chrisolino dei Conti di Valdoppio, parroco della Cattedrale aretina, a

_gloria_ (com'egli dice) di _Maria Santissima del Conforto_, stampati

in Città di Castello nel 1799.

Cotesti immani uomini, siffatte nefandità commettendo, invocavano il

nome della _Consolatrice degli afflitti_; sarebbesi dovuto lasciarli

fare, nella fede che ciò operassero a maggiore gloria della Madre

di Dio? — Anzi imparo, fremendo, come nell'Agro aretino fare _Viva

Maria!_ significhi portare le mani ladre nella roba altrui. Ora i ladri

e i violenti sol perchè gridino _Viva Maria_, o _Viva Leopoldo II_,

voglionsi venerare per santi, o lodare per leali?... Vergogna per tutti

queste cose, non che dire, pensare; per Magistrati poi enormezza!

Sanno i miei Giudici, che cosa operasse la reazione nel 1849 a Empoli,

a Lucca, nell'Aretino e altrove? Certo prendevano a pretesto il nome

del Principe, ma le case incendiavano, le strade rompevano, le imposte

ricusavano, dalla patria difesa aborrivano, straniere dominazioni

macchinavano, ruberie e ferimenti commettevano, terre e castelli di

assaltare tentavano. — Io non ho gli Archivii, ma se giustizia vive nel

mondo mi verranno finalmente concessi, e allora si conosceranno le mene

delle Provincie, e chi le suscitasse, a qual fine tendessero, non meno

che gli sforzi dei Giusdicenti a reprimerle. In tanta deficienza giovi

non ostante favellare di alcuno.

«Nella sera del 12 febbraio, un piccolo pugno di scioperati, e avversi

al Paese, non che al proprio interesse (non però dimoranti a S.

Miniato, o appena 8 o 10), concepito il vandalico disegno di troncare

e _guastare la linea ferrata in quel tratto di pianura, che giace fra

l'Arno e il posto della Scala_, si recarono alla Parrocchia di S. Piero

alle Fonti; ove di prepotenza vollero suonare la campana a martello,

nella speranza che i contadini, ed altri popolani accorsi al suono,

gli avrebbero secondati. Ma gl'intervenuti, comunque numerosi....

altamente biasimarono, e, protestando non volere dare mano a opera

tanto nefanda, si dileguarono. I pochi facinorosi, vedutisi delusi,

si dettero con _forsennate grida, e con fiaccole_, a fare proseliti

lungo la strada nel punto che passa la parrocchia della Isolata, quando

per l'unione di altri male intenzionati si lusingarono potere dare

principio; gl'Isolani in numero di circa 60 si fanno loro incontro

a passo di carica, e fatto alto al cancello della strada ferrata,

esplodono in aria i fucili. Ciò bastò, perchè i perversi e i faziosi

estinte le fiaccole si disperdessero, dandosi a fuggire per le vie

traverse, temendo essere inseguiti. A S. Miniato appena ebbesi contezza

dell'accaduto, la indignazione dei cittadini contra questi perturbatori

dell'ordine, fu universale; e già molti volenterosi avevano preso le

armi per discendere al piano ec.» — (Lettera del signor Carlo Taddei al

prof. Giovacchino Taddei. — Vedi _Monitore_ del 17 febbraio 1849.)

Tutti i Documenti dell'Accusa riportano lo incarceramento dei

Parrochi, e di altra gente, ordinata dai signori Montanelli e Mazzoni

in premio, essi dicono, _della gioia che le popolazioni circostanti

a Firenze, nella purezza dell'animo, mostrarono con innocenti e

festive dimostrazioni_ allo annunzio del ritorno del Granduca. Di

questo incarceramento io non so; ma so, che un Lally Tolendal viene

celebrato per le storie, come quello che nelle prime commozioni di

Francia ebbe il coraggio di proporre un proclama col quale esortavasi

il Popolo a non insanguinare le mani, e lasciare libero il corso alla

giustizia. Il Bailly intendendo a salvare la vita al Bertier, ordinava

che lo trasportassero alla Badia, e quivi lo custodissero prigione;

se non che fece tronco quel disegno la plebe, la quale avventandosi

in Piazza della Greve contro cotesto sciagurato lo ridusse a morte.

Assai più notabile è il caso del Foullon. Lafayette, di cui certamente

non vorrà negare alcuno la nobiltà del carattere, e lo amore degli

uomini, per sottrarre dalle mani del Popolo furibondo il Foullon,

trovò il consiglio di mostrarglisi acerbamente crudele: «Ed io, diceva

arringando la moltitudine, lodo il furor vostro; sempre ebbi in odio

costui; lo reputo perdutissimo uomo, e non credo che possa immaginarsi

pena che uguagli al suo fallire.... Però badate; egli ha da avere

complici, e non pochi: importa conoscerli; intanto io farò trasportarlo

alla Badia: quindi lo processeremo, e condanneremo alla morte infame

che si è meritata pur troppo.» Il Popolo persuaso applaudiva, quando

il Foullon, indovinando il segreto concetto del Lafayette, ebbe la

inavvertenza di fare plauso anch'egli. Allora il Popolo si ravvisava,

una voce sinistra sorse a gridare: «sono d'accordo!» e il pietoso

trovato del Lafayette riuscì invano. — Inoltre, cosa nè singolare, nè

inusitata presso i Governi, è schiudere la carcere come asilo supremo

ai perseguitati... e me pure pretesero dal fiorentino Popolo.... Ma di

questo più tardi. Che tale poi fosse lo scopo del Montanelli, me ne

persuadono e la indole mite di lui, e il nessuno aumento, per quanto

io sappia, del martirologio in Toscana.... e i successi che stiamo per

esporre.

Intanto, è mestieri affermare apertamente, che le tinte, di cui

l'Accusa colora il tumulto del 21 febbraio, sono false e smontano al

sole. Se cotesto moto avesse presentato il carattere che immaginano,

o come la città di Firenze sarebbesi tutta levata a reprimerlo? Nè

il tumulto si rimase a così tenere dimostrazioni; però che io leggo,

egli acclamasse ai nemici della nostra Patria, e seppi con certezza

come gli ammotinati s'indirizzassero contro la città con urli di

minaccia, e spari di schioppo. La Guardia Civica non pare che andasse

persuasa troppo della purezza dell'animo di cotesti innocentissimi,

dacchè accorse _spontanea a ributtarli_ con le armi, e accorse ancora

spontaneo e furibondo il Popolo fiorentino. L'azione del Governo non

fu di eccitare, ma di risparmiare la effusione del sangue, trattenendo

la moltitudine da mettere le mani violente nella vita altrui, ed

ostando che gli arrestati a furia di Popolo si manomettessero.[241]

Il Montanelli, comunque infermo, sorse dal letto e vi si adoperò,

oltre quello che parevano consentirgli le forze. Funesta notte poteva

essere quella, e madre di assai più terribile giorno: quando il sig.

Montanelli non avesse altro merito, parmi che Firenze dovrebbe benedire

il suo nome. Adesso corre il tempo della ingratitudine; ma i tempi non

vanno sempre ad un modo; e chi ha bene operato può aspettare nella

tranquillità dell'animo, che gli sia resa giustizia un giorno, e da

tutti. — Ora, considerati i Rapporti di Polizia, il consenso spontaneo

ed universale della Civica e del Popolo fiorentino, nello avventarsi

contro i campagnoli tumultuanti, parmi che si possa concludere con

una di queste due cose; o che il moto del 21 febbraio non presentava i

caratteri attribuitigli dall'Accusa, o che nè i tempi erano quelli, nè

i modi per operare la restaurazione del Principato Costituzionale.

E anche ad Empoli, negli avvenimenti del 12 febbraio, i facinorosi

gridavano: _Viva Leopoldo II!_ e intanto la Stazione bruciavano, e la

strada ferrata rompevano. Ho sentito dire che si scusassero col timore

che i Livornesi sopraggiungessero, ed hanno accettato la scusa; ma,

in grazia, la Stazione con la strada come ci entrava ella? E nel 23

febbraio, quando gli Empolesi, minacciando rinnuovare gli attentati

medesimi, vi fecero accorrere pronta e spontanea la brigata delle

Guardie di Finanza di Firenze, avevano sempre paura dei Livornesi?

No. La verità è che uomini avversi più che al Governo alle persone

di quelli che lo tenevano, eccitarono le passioni delle moltitudini,

e queste, fiduciose della impunità per la dissoluzione del Paese,

non pure trascorsero al guasto della strada ferrata e allo incendio

della Stazione, ma posero in compromesso la proprietà degli agitatori

medesimi. Il Popolo di Empoli, dedito al commercio dei trasporti più

di ogni altro, ebbe a patire danni per la costruzione della strada

ferrata, e l'odiò allora, e forse l'odia anche adesso; solito effetto

della nuova industria che disagia o rovina l'antica. — Tutte queste

cose sapeva, e le dissi apertamente in faccia agli Empolesi; però

nessuno si dolse di asprezze per parte mia, nè fu ricercato per negozii

politici, e tutto a tutti rimisi, salvo delitti comuni; ed ecco come

favellai ai Deputati di Empoli venuti a Firenze per condannare le

grida _non consentanee_ ai tempi levate dalla gente empolese, e per

_respingere da sè_ il fatto della strada ferrata:

«I fatti di Empoli commossero a dolore il Governo Provvisorio, a

sdegno la Toscana tutta. L'essere usciti in parole non consentanee ai

tempi, e in atti di ferocia contro le cose e le persone nella sera

del decorso venerdì, affligge non solo quanti amano _le istituzioni

e i governi liberali_, ma quanti hanno _senso di umanità_. Lo

incendio della Stazione è siffatto eccesso, che parrebbe incredibile,

se non fosse avvenuto alla distanza di poche miglia da noi. Ben

fa il Paese a respingerlo da sè. Così si mette d'accordo con la

pubblica opinione che lo ha fulminato con la sua disapprovazione.»

E continuavo confidando che gli uomini più autorevoli di cotesta

illustre terra «raccomanderanno al Popolo di quella e delle adiacenti

campagne l'_amore all'ordine_, che ogni Partito dee rispettare; _la

tolleranza delle opinioni_, che i soli illiberali possono respingere;

la _concordia_, che i soli fautori degli Austriaci possono odiare;

il _rispetto_ alla _proprietà, e soprattutto alla strada ferrata_,

che solo l'uomo nomade può _guardare di mal occhio; la quiete e la

sicurezza_, che sole possono mantenere la floridezza di quel Paese ec.»

— (Vedi _Monitore_, 16 febbraio 1849.)

A Castelfranco-di-sopra le _turbolenze_ presentarono tale carattere

da indurre il Gonfaloniere e la Guardia Civica a interporre le loro

premure affinchè cessassero. Colà il Governo non mandò forza; _i

Cittadini stessi compresero la necessità di prevenire disordini, e vi

si adoperarono con frutto_. — (_Monitore_, del 26 febbraio 1849.)

A Castelfranco-di-sotto, nel 9 febbraio, successero moti così gravi

che la Guardia Civica ebbe a impugnare le armi e combattere; alcuni

Civici rimasero feriti. I Rapporti di Polizia autorizzarono il Governo

a pubblicare la seguente notizia nel _Monitore_ del 14 febbraio

1849: «In Castelfranco avvenne un movimento in senso _retrogrado_.

La Guardia cittadina accorse numerosa a reprimere il disordine,

sebbene ne _patisse danno_. — Il sangue uscito dalle vene dei Civici

di Castelfranco è una offerta fatta alla causa della _nazione e

dell'ordine_. Perchè i buoni cittadini non si affrettano a respingere

questi movimenti? Qui non si tratta di quistione di _forma governativa.

Il nome di Leopoldo è un pretesto per violare la proprietà, per

saccheggiare le case, e per uccidere i migliori cittadini!_ — Il

movimento non è politico, ma anarchico: non si combatte per un Governo

contro un altro, ma per non averne nessuno. Il Governo vuole l'ordine,

perchè la Legge abbia forza e sia salva la Patria. I cittadini devono

volere l'ordine per la sicurezza della Patria non solo, ma ancora

per quella dei proprii giorni e delle proprie sostanze. — Vogliono i

cittadini che la Toscana sia invasa da continui ladronecci? Vogliono

che Austria speri nelle nostre contese le sue vittorie? — _Morire per

l'ordine è morire per la Patria_. Ritenga i poveri dall'anarchia il

pensiero che il Governo si adopera per diminuire la miseria; muova

i ricchi a resistere alla _reazione_, il senso dell'onesto, l'amor

patrio, il proprio interesse.»

In Prato si tentavano disordini contro la strada ferrata Maria

Antonia, della specie di quelli di Empoli. Le Autorità e la

Commissione Governativa seppero prevenirli con prontissimi e gagliardi

provvedimenti. (Vedi _Monitore_, 16 febbraio 1849.)

A Cascina incendiavano la Stazione della strada ferrata. «Nel mio

passare ho trovato la Stazione di Cascina in fiamme. Spegnere lo

incendio era impossibile, perchè la Stazione era presso che distrutta.

Io seguito il mio viaggio, appena avrò preso alcuni concerti col

Pretore di Pontedera. — Al Ministro dello Interno. — PAOLI.[242]»

Finalmente a Lucca la strada ferrata a furia di Popolo disfacevano.

Del contado di Arezzo più tardi. Dovevano dunque lasciarsi fare?

Stare a vedere le genti sbranarsi, battere le mani agl'incendii,

plaudire ai saccheggi, con sempiterna infamia assistere, neghittosi,

al sobbissare del Paese? E queste cose con serena fronte profferiscono

Magistrati toscani? E, nel pretenderle, il loro cuore nei loro

petti sta saldo? Dunque, a mente di loro, la bandiera cuopre sempre

comecchè perfidissimo il carico? La marca basta per garantire la

merce falsata? Non così, per onore del nostro Paese, la intendono

tutti i Magistrati toscani. La Corte Regia di Lucca, con Sentenza del

4 giugno 1850, decidendo intorno alla spedizione di Capannori e di

Porcari, ha dichiarato che: «Essendo diretta a ricomporre in quiete e

all'ordine la provincia.... di comprimere ogni reazione che minacciasse

disorganizzare lo Stato, e di risparmiare, allontanandone il pericolo,

le calamità di mutue stragi.... e non tendente a rafforzare il Governo

nel male acquistato potere.... comparisca ragionevole ritenere che il

Governo stesso non si allontanò da quella linea di condotta che la

necessità della precauzione e le regole della prudenza consigliano,

e che in pariforme caso un Governo, anche legale, avrebbe, senza

esitazione, abbracciata.»

Perchè la Verità dorrebbe preferire le sponde del Serchio a quelle

dell'Arno? — Così è: come a Lucca, accadeva da per tutto. Le agitazioni

politiche già già destavano le furie socialistiche. Commosso da

apprensioni terribili, oppresso da fatiche, a cui sembrava impossibile

che uomo potesse durare, io mandava un grido di desolazione col

Proclama del 16 febbraio 1849: «La nostra bella contrada si disfà, se

quanti hanno cuore italiano non sorgono animosi a salvarla. Bande di

facinorosi, col pretesto della _fuga di Leopoldo II_, ed anche senza

pretesto, irrompono al saccheggio e allo incendio. Il Governo ha

represso gli scellerati, e saranno puniti.»

In cotesti tempi, per così vigile provvedere, persone onorevolissime mi

levarono a cielo; nè fra queste mancavano parecchi membri del Municipio

fiorentino, e il suo egregio Capo. Alle mie dichiarazioni che la mia

natura, vinta dal travaglio, stava per soccombere, allibivano; e primi

fra gli altri, gli antichi impiegati, gli stessi servi della granducale

famiglia, a mani giunte, mi supplicavano a non gli abbandonare.

Sapevano ben essi quali sorti gli aspettassero! Ahimè! Come mai tutte

queste fatiche, cure e pericoli adesso, a un tratto, diventarono

delitti?

Fra tante, e solennissime tutte, testimonianze, mi giovi allegare

quella del signore Allegretti, e ciò per due ragioni; la prima, perchè,

preposto allora, e credo anche adesso, nel Ministero dello Interno alla

Sezione della Polizia, giudicava dei tempi con esattissima cognizione

delle cose; la seconda, perchè dall'attuale Governo adoperato e

promosso non può neanche dalla ombrosa Accusa reputarsi sospetto.

Almeno così parrebbe che da costei si potesse sperare. Scrivendo

pertanto il sig. Cav. Segretario Allegretti al sig. Biavati di Lucca

lettera confidenziale sul principiare del marzo 1849 così si esprimeva:

«_essere io stanco di cotesto stato di cose, avere minacciato

andarmene, e laddove questo avvenisse, grandi guai sarebbero caduti

addosso alla Toscana_.» Io poi non dubito nella onestà del signore

Segretario Allegretti, che egli non sia per commentare largamente a

voce quanto scrisse, e credo che come compiacenza all'animo, gliene

verrà lode dai suoi Superiori, cui certo non può piacere la selvaggia

e veramente smodata persecuzione dell'Accusa.

Nella lettera scritta al signor Prefetto di Arezzo si avverta,

all'opposto, che non vi si parla di decadenza del Principe, nè di

Repubblica; anzi, non vi si adopera espressione offensiva alla Corona;

le quali cose stanno a dimostrare che io la dettai quando mi trovava

abbastanza libero di me, nè mi si teneva accalcata e furiosa dintorno

la fazione a impormi frase e concetto di quanto, prepotentissima, ella

ordinava di poi. Che se fa amarezza la frase: «i Principi se ne vanno,

il Popolo resta,» hassi a riflettere in prima, ch'ella suona piuttosto

cruccio o dolore, che esultanza per la partita del Granduca; e poi,

che essendo quel Dispaccio dettato, lo scrivente poteva avervi messo

coteste parole che furono dette in quella notte, e ripetute il giorno

successivo nel Parlamento; e in quanto a leggere prima di firmare,

davvero, mancava il tempo e la voglia. — Però se l'Accusa intendeva a

penetrare l'animo mio in cotesta occasione, sembra che avesse dovuto

fondarsi in preferenza sopra gli _autografi miei_.

«Il Consiglio dei Ministri al Governatore di Livorno. — Il Granduca ha

abbandonato Firenze e Siena. Non _si sa_ dove si sia ritirato con la

famiglia. Scrive non volere approvare la Legge della Costituente. Il

Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si _prevede_ la elezione

di un Governo Provvisorio. Raddoppi le guardie alle porte. Chiami

a sè gli Ufficiali della Civica e della Linea. Si assicuri delle

Fortezze. Appello ai cittadini di stare uniti per prevenire qualunque

_avvenimento doloroso_. Energia, attività, e si _salvi ad ogni costo il

Paese_. — GUERRAZZI.»

Al Maggiore Fortini nel giorno _8 febbraio 1849, ore 7 antimeridiane_:

«Soldato e Cittadino, come ella è, farà in modo che col Governatore e

il Comandante la Piazza sieno religiosamente mantenuti tranquillità e

ordine. — GUERRAZZI.»

Altro Dispaccio parimente autografo:

«Il Consiglio dei Ministri al Prefetto di Pisa. — Il Granduca è fuggito

da Siena; non _si sa_ dove siasi ritirato con la sua famiglia. Scrive

disapprovare quanto ha consentito circa alla Costituente italiana. Il

Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si _prevede_ la elezione

del Governo Provvisorio. Chiami intorno a sè gli Ufficiali della Linea

e della Civica. Appello dei cittadini di stare uniti onde prevenire

_qualunque catastrofe_. Circondarsi dei migliori patriotti. _Si salvi

il Paese_. — GUERRAZZI.»

Ho peccato io se fra tanto sbigottimento, mentre trepidavano tutti sul

giorno che stava per sorgere, mi affaticai ad operare in guisa che il

Paese non si disfacesse con sanguinosa rovina? Merita questo che mi

si mandi un Profeta Natan onde io scelga, per pena, fra peste, fame e

guerra? O Giudici, che fino ad ora osaste reputarmi colpevole, ditemi

in grazia se tali fatti voi considerate delitti.... ditemelo, onde,

insegnandomelo voi, impari anche io quali sarebbero state in cotesto

fiero caso le vostre virtù!

§ 5. _L'Accusa non vuole leggere._

L'Accusa asserisce come dalla Segreteria del Ministero dello Interno

fu, nell'8 febbraio, mandata notizia ai Prefetti e alle altre Autorità,

_contro il vero_, che Leopoldo aveva _abbandonata la Toscana_; _cosa_,

ella aggiunge, ch'era _pure inserita nel Proclama affisso nel medesimo

giorno_.

Adesso che l'Accusa non voglia leggere si manifesta primieramente dal

Proclama allegato, dove io sfido l'Accusa a trovarmi lo annunzio che il

Granduca avesse abbandonato la Toscana.[243]

Inoltre, l'Accusa a che intende ella con la sua proposizione? Per

avventura a provare, in mio danno, che la falsità della notizia

circolata fu, senza dubbio, la causa del commuoversi della Toscana

contro, o piuttosto del non commuoversi in favore del Principato? Venga

l'Accusa, legga meco i suoi Documenti, e conoscerà chi sostiene il

falso.

A pagine 236 del suo Volume occorre la prova che alle ore 7 ⅔

_antimeridiane_ partirono Staffette per Massa e Carrara, Arezzo,

Montepulciano, e Grosseto. Il Dispaccio al Prefetto di Arezzo dichiara:

«_Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia ridotto_.» (pag.

279.) Alla pagina 231 leggiamo: «Qui ricorrerebbe il Dispaccio del

Guerrazzi al Prefetto di Grosseto _del preciso tenore di quello diretto

alla Prefettura di Arezzo_.»[244] Alle ore _cinque_ antimeridiane

al Governatore di Livorno e al Prefetto di Pisa facevo sapere: «Il

Granduca ha abbandonato Firenze e Siena, e non si sa dove siasi

ritirato con la sua famiglia.» (pag. 235.) E così erano avvertiti il

Comandante di Piazza e il Maggior Fortini a Livorno. Dunque nelle prime

ore pomeridiane del giorno 8 febbraio Firenze, Pisa, Lucca, Livorno,

Massa, Arezzo, Montepulciano, Grosseto e Siena con tutti i paesi

circostanti erano per me informati precisamente del vero stato delle

cose; cioè, che il Principe aveva abbandonato Siena, e che ignoravamo

il luogo dov'egli con la sua famiglia erasi riparato.

Ma qui opporrà l'Accusa: dì pure quanto sai; al Governatore di

Portoferraio fu mandata lettera nell'8 febbraio che spiegava:

«Leopoldo di Austria ha _abbandonato la Toscana_;[245]» e il

Segretario Allegretti _scrive_, che egli la compose dietro le traccie

somministrategli da te _verbalmente_, e che lettere di uguale tenore

furono mandate alle Superiori Autorità del Granducato; ed in fine, il

Segretario _scrive_, che quantunque esse non appariscano firmate da te,

l'Archivista «cui secondo il costume incumbeva procurarne la firma, non

ti trovando accessibile, perchè in conclave co' tuoi Colleghi, non potè

farlo, — e di fronte alla commissione ricevuta fosse stabilito spedirla

anche senza firma di te.»

Altrove insisto su questa dichiarazione. Qui importa notare come nel

medesimo giorno 8 febbraio fosse scritto al Governatore di Portoferraio

in due maniere.

Il Governatore di Livorno lo avvisava così: «il Granduca _ha

abbandonato_ improvvisamente _Siena_.»[246]

Il Segretario Allegretti: «Leopoldo di Austria ha _abbandonato la

Toscana_.»

Il primo, dietro _ingiunzioni scritte autografe mie_. Il secondo, sopra

_asserte traccie verbali_.

Ancora: prima delle ore tre pomeridiane del giorno 8 era nominato il

nuovo Ministero, e per via telegrafica venne annunziato al Governatore

di Livorno alle ore _5_ e _10_ minuti pom. del giorno stesso:[247]

quindi la firma del Dispaccio in discorso, secondo le attribuzioni

ordinarie del Ministro dello Interno, a lui propriamente apparteneva,

e non a me.

Di più, gli Ufficiali del mio Ministero avevano sempre liberamente

accesso, anche non chiamati, a me. Il sig. Segretario Allegretti pieno

di riguardi soleva aspettare fuori; ma io spesso ne lo riprendeva,

confortandolo a entrare senza esitazione alcuna nella mia stanza.

Inoltre, o io aveva ordinato che i Dispacci senza la mia firma si

mandassero, o no; se ordinai, che senza la firma mia si spedissero,

e allora che cosa importava, che io fossi _inaccessibile_? Non mi

dovevano venire a cercare. Se tale non ordinai, perchè _stabilirono_

spedire senza la mia firma i Dispacci? E quando si asserisce, che le

traccie verbali somministrai nelle ore pomeridiane, come poteva io

indovinare, che sarei stato impedito al punto di dovere firmare?

Finalmente, tra le ore _5_ e le _6_ pomeridiane del giorno _8_,

apprendevo, e mi era forza annunziare, che, per notizia datami

dal Ministro Inglese, il Granduca era andato con la sua famiglia

a Portoferraio:[248] come avrei patito io che più tardi (poichè la

Posta pel Ministero, credo non andare errato se affermo, che nell'8

febbraio 1849 partì più tardi delle ore 6), si spedissero informazioni

declarative lo abbandono assoluto della Toscana per la parte del

Principe? Quando pure avessi di cotesto tenore ordinati Dispacci, io

gli avrei fatti abolire.

Anzi (singolare riscontro!) trovo, che il Prefetto di Firenze diramava

il giorno 9 febbraio la Circolare compilata dal Segretario Allegretti,

mentre io pubblicava notizie, e tutto il mondo le sapeva contrarie al

tenore di quella.

Per le quali considerazioni si farà manifesto, in primo luogo, quale

e quanta fosse la perturbazione in quel giorno, e con quale confusa

e disordinata ansietà procedessimo tutti così nei più umili come nei

più alti ufficj; e secondariamente, che, salvo il debito onore che

alla probità del sig. Allegretti sempre mi piacque professare e piace,

dubito non del tutto esatte le sue reminiscenze.

Non ostante però queste avvertenze, rimane provato, che rispetto a

me l'Accusa non vuol leggere, avvegnadio ponessi cura d'informare

fino dalle prime ore del giorno 8 la massima parte della Toscana del

vero stato delle cose, voglio dire il funesto caso della partenza del

Granduca da Siena, noi ignoranti del luogo dove si fosse diretto, nè

egli consapevole troppo per le cose altra volta discorse.

§ 6. _Ordine per abbassare gli stemmi._

Altrove toccai di questo addebito, sicchè mi occorre adesso spendervi

più poche parole dintorno. Il Decreto del 10 giugno 1850 somministra

di questo fatto tale difesa, che io non saprei desiderare nè addurre

migliore: «La furia dei faziosi esigeva violentemente lo abbassamento

degli stemmi, e l'ottemperare in ciò a un ordine del Popolo non può

non apprendersi che come lo effetto di un desiderio di evitare i danni

alle cose e alle persone, e così animato dalla veduta di proteggere la

sicurezza e l'ordine pubblico.» (_Attesochè_ 84.)

Quindi io non ricorderò per quante guise questi stemmi fossero,

in molte parti della Toscana, vilipesi ed arsi. — Non era meglio

risparmiarli all'onta? Poteva e doveva patire io che venissero

strascinati per le strade, come a Fiesole avvenne? Infatti, dove

l'azione del Governo si estese, furono risparmiati e custoditi; e fu

lodata la prudenza del Vice-Prefetto Zannetti, il quale, informando il

Governo, così scriveva il 10 febbraio: «Nella perduta sera volevansi

atterrare e distruggere tutte le armi granducali. Bastò qualche rilievo

a trattenere le dimostrazioni che a colto e ben civilizzato Popolo non

si addicessero. E le armi furono, a sera inoltrata, scese e calate dai

posti e depositate in una stanza del Municipio.»[249] Vuolsi avvertire

che in taluni luoghi, non solo di onta, diventavano eziandio materia

di furore e di offesa. «Ma la prudenza è al colmo, la licenza dei

retrogradi e dei tristi sfrenata, il contegno nostro moderato, ma già

diventa furore vedendo fra noi esistere il monumento di derisione,

l'arme di quel Principe.»[250] Non era meglio remuovere il motivo di

furore, che permettere lo spargimento del sangue? Certo era meglio;

i Giudici lo dicono, e in questa parte siamo d'accordo. E badate

che non solo gli stemmi granducali lorenesi, ma eziandio i medicei

vollero remossi, _perchè quando s'innalza l'Albero della Repubblica

debbono cadere i monumenti della oppressione_.[251] Invano però fu

scissa dall'Accusa la mia dalla causa dei signori Guidi ed Adami,

onorandissimi amici; o fummo violentati tutti, o nessuno. Se da me

emanò copia maggiore di ordini, questo naturalmente vuolsi attribuire

agli ufficj diversi che occupavo. Nella loro carica avrei dovuto fare

quanto essi fecero; nella mia avrebbero fatto quanto feci io.

Ma le parole riferite che proruppero dalle labbra dei Giudici meritano

esame profondo. Ecco, per esse, vengono a stabilirsi due fatti ed un

principio importantissimi.

Primo Fatto. Furia di Faziosi.

Secondo Fatto. Azione _violenta e imperante del Popolo_.

3. Principio. Adesione a cotesti ordini violenti persuasa dal consiglio

di proteggere la pubblica e privata sicurezza.

Ora questi fatti e principio di propria loro natura non ponno limitarsi

a un caso, ma devono, per necessità, estendersi al periodo del tempo

percorso ed alla serie dei casi avvenuti sotto la impressione delle

condizioni medesime; non possono restringersi ad uno o due individui,

ma referirsi a tutti coloro che negli stessi accidenti versarono:

sintomi permanenti sono eglino della infermità, che travagliava

tutto il corpo sociale; e comparisce insania, o perfidia, che le

medesime cause non abbiano virtù per partorire i medesimi effetti

per tutti. Se, pertanto, questa furia di Faziosi esercitò la sua

violenza contro il Prefetto, perchè avrebbe rispettato il Presidente

del Governo Provvisorio? Se la forza si confessa tale da imporre al

Prefetto, ragion vuole che più intensa si adoperasse sopra di me,

avvegnadio troppo più gravi fossero le cause che la spingevano contro

il Presidente del Governo Provvisorio, che contro il Prefetto, e di

molto maggiore importanza i resultati che attendeva estorcere da lui:

e se valse, nella coscienza dei Giudici, a scusare il Prefetto, davvero

rimane arduo a comprendersi come e perchè la reputassero pel Presidente

inefficace. Se questa _furia_ premeva, e lo dicono i Giudici, così

irresistibile a cagione de' segni delle cose, ma certo più gagliarda

(e mi basta uguale) deve essersi razionalmente avventata per volere

eseguito il Decreto risoluto sotto le Logge dell'Orgagna, che le cose

aboliva. Se alla _furia_ dei Faziosi e' fu forza cedere in un punto,

per evitare danni alle sostanze e alle persone dei cittadini, e nella

veduta di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico (e i Giudici

approvano, ma non per me!), pari concetto ebbe a muovermi sopra

altri punti, nei quali concentrandosi principalmente le loro antiche

mire, i diuturni conati e le attuali necessità, è troppo naturale che

con prepotenza maggiore li pretendessero. — I Giudici dunque hanno

rasentato la verità, anzi si erano posti sul cammino di conoscerla

intera: pochi più passi sopra la via ch'eglino stessi tracciarono, e la

luce si sarebbe fatta loro manifesta.

Ma giunti a me, essi tornarono a calarsi la benda su gli occhi, che si

erano in tanto buon punto sollevata: per me non bagna la pioggia, il

fuoco non brucia; per me non fa buio la notte, la luce non illumina;

per me il sale le cose sciocche non sala; queste, ed altre più strane

sentenze dicono coloro che giù la benda su gli occhi si calano.

E se l'Accusa, invece di rovistare gli Archivii per ricavarne soltanto

armi da offendere, vi avesse avuto ricorso per trarne luce a illuminare

la verità, quivi avrebbe trovato documento di bene altra importanza, ed

io lo ricordo, sicuro di non rimanere smentito. — Certo giusdicente del

Granducato chiese ordini precisi per la esecuzione del Decreto intorno

allo abbassamento delle armi granducali, avvisando che il Popolo

nella sua giurisdizione sarebbe per avventura sceso alla violenza per

impedirlo: io, per l'organo del sig. Segretario Cav. Allegretti, feci

rispondere: _la misura presa dal Governo circa l'abbassamento delle

armi essere stata appunto diretta a risparmiare loro sfregi plebei e

ad impedire luttuosi conflitti: se il Popolo costà desiderava le armi,

lasciassersi stare, avvegnachè il Granduca non avesse perduto i suoi

diritti su la Toscana_.

Non sarebbe stato di qualche utilità riporre in Processo un simile

documento? Ahimè! Gli esaminatori degli Archivii carte siffatte hanno

guardato con l'occhio cieco del Bano di Croazia. E poichè l'Accusa

incominciò a interrogare i Segretarii del Ministero, non poteva e

doveva udire tutto quanto essi avrebbero saputo deporre in proposito?

L'Accusa ha ascoltato i _temuti_ testimoni del vero con l'orecchio

sordo del Bano di Croazia.

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 30 / 82 题