Conseguenze della Forza ammessa dai Documenti dall'Accusa.
Se l'Accusa presta fede alle proposizioni che dai suoi Documenti
medesimi ha desunto fin qui (ed io devo ritenere ch'ella ci creda), e
allora come domandano i miei Giudici a me la prova di quello che eglino
stessi hanno provato? Infatti, come si può sostenere «che la violenza
coattiva, sia all'individuo, sia al collegio, non è provata, anzi
esclusa, dai primi atti co' quali _e nei quali_ venne a consumarsi il
delitto» (Atto di Accusa § 85), quando mi confessate agitarsi da lungo
tempo fra noi una fazione capace a imporre al Paese intero? Se questa
fazione insorse, voi dite, fino dal declinare del 1848, mentre durava
la Monarchia Costituzionale, e con essa si mantenevano gli ordinamenti,
comecchè indeboliti per tutelarla; o come pensate che si fosse rimasta
inerte ad un tratto? Come di audace diventata paurosa; di sprezzante
ogni freno di autorità, umilmente arrendevole; di cospirante alla
distruzione della Monarchia, facile ascoltatrice dei miei sermoni?
Anfione e Orfeo, che a suono di lira ammansirono belve, e trassero a
seguitarli le pietre, sono racconti da storia in paragone della potenza
favolosa che da me pretende l'Accusa.
Se plausero gli arrabbiati ferocemente alla strage del Rossi, perchè
non mi concedono i Giudici che potessi andare pensoso pel mio stesso
destino? Se Dionisio Pinelli chiamavano _traditore_, e il fato
infelicissimo di cotest'uomo gli minacciavano, perchè di simili
minaccie non dovevo far senno ancora io?[213] Se cittadini e deputati
temerono della propria vita, perchè non dovei temerne io, esposto al
terribile sospettare dei faziosi, quotidianamente minacciato, e delle
loro accesissime voglie oppositore importuno? E badi l'Accusa, che per
venire in fama di traditore non importa fare tanto; basta solo sostare;
così ammonisce lo infortunato Silvano Bailly nelle sue Memorie, là
dove favellando di Mounier, e di Malouet, i quali apprensioniti dalla
piega che prendevano le cose pubbliche in Francia nel 1790 vollero
scansarsi, racconta:[214] «allora corse l'accusa solita a percuotere
chiunque si ferma in mezzo a un Popolo che cammina: la tremenda parola
di _tradimento_ fu pronunziata.» In tempi di rivoluzione l'accusa di
_traditore_ è quasi un saluto ordinario su le bocche dei venduti e
dei fanatici. Se violarono lo Arcivescovo difeso dalla reverenza della
religione, perchè pensano che volessero trattenersi da violentare me
non difeso? Se, durante tempi che in paragone dei posteriori all'8
febbraio potevano dirsi ordinati, la furia del Popolo assalta ed occupa
Fortezze, imprigiona Ufficiali, perchè negano fede i miei Giudici che
la mia stanza invadessero, e, armati, minacciassero? Se dichiarano
altri percosso dal pensiero della guerra civile, della tremenda
anarchia, e della strage imminente, e perchè non doveva io pure
spaventarmene? Qui si vorrà forse rinfacciarmi che io dissi talora non
temere il Popolo? Certo avrei fatto bella prova a mostrarmi codardo! Nè
quello che si dice in una occasione vale per un'altra; e spesso, come
notai, si lusinga il Popolo perchè o si trattenga dal male, od operi il
bene; artifizii sono questi che la stessa morale non disapprova. E se
la forza di cui parlate valse, a parere vostro, a violentare Principe
e Camere e collegi e individui e terre e città e Popoli interi, perchè
volete poi reputarla insufficiente a violentare me per piegarmi ai
suoi comandi? Se i faziosi pretendevano violentemente che gli stemmi
granducali si abbassassero, perchè imputarmi l'ordine trasmesso di
remuoverli per preservarli da oltraggio? Se il Principe proclamarono
decaduto, o come pensare che me non coartassero a scrivere i Dispacci
relativi alle Spedizioni Elbana, di Porto Santo Stefano e Laugeriana?
Quando voi stessi raccontate che i _Circoli, coadiuvati dalle furiose
declamazioni della stampa, si diedero a presentare petizioni per la
cacciata dello stesso Principe dal suolo toscano_, con quale coscienza
sostenete poi, e, lasciando la coscienza, con qual fronte, con quanto
senno, con qual pudore, che la _violenza è esclusa dai primi atti con
i quali e nei quali venne a consumarsi il delitto?_ Forse le petizioni
della moltitudine, coadiuvata dai Circoli e dalle furiose declamazioni
della stampa, reputate piccola pressura per me? Ma voi, voi stessi,
queste petizioni reputaste sufficienti a costringere la Camera dei
Deputati quando decretarono la Legge sopra la Costituente! Non sono
questi due pesi, non sono due misure? E presumereste paragonare la
condizione del 21 gennaio con quella dell'8 febbraio 1849? Una fazione
che si era proposta _il rovesciamento di tutte le monarchie italiane_,
è da supporsi che si rimanesse da usare ogni partito estremo per
conseguire il suo fine, precisamente sul punto di cogliere il frutto
dei lunghi e travagliosi conati? Gente, _che eleva il furore a virtù_,
si pretende credere che, con mansuetudine pastorale, le istanze per
le mentovate spedizioni mi presentasse, o non piuttosto con tal garbo
che non dava campo alla scelta? Se i Giudici sanno che il Popolo
irrompente il 18 febbraio in Piazza, malgrado che io, secondo le mie
forze, mi opponessi, e nonostante le mie dimostranze, quasi in onta di
me, volle inalzarmi sotto gli occhi l'_albero della Libertà_, perchè
ricusano fede alla mia impotenza a resistere a tutto? Perchè non vi
curaste, non dirò nello imparziale animo librare le parole dirette
all'egregio uomo signor Poggi amico del padre mio: «_Se il Governo
non ha potuto in tutto e per tutto ostare alle esorbitanze ed agli
arbitrii dei molti intemperanti, non è stato suo volere, ma solo la
mancanza di cooperazione e di forza_,» ma almeno leggerle? Perchè mi
chiedete ragione se il vento mi ha portato via qualche vela; tronco
qualche albero, e non mi tenete conto del corpo della nave che, Dio
aiutando, vi ho preservato dal naufragio? Voi mi siete, Signori, scarsi
e crudeli. E badate, comecchè le mie parole adesso sieno argomento
di scherno appo voi, che tra i più brutti vizii che offendano il
Signore io ho sentito come principalissimo annoverare sempre quello
della ingratitudine: anzi in certo solenne Maestro di divinità ricordo
aver letto una volta: «_la ingratitudine essere vento crescente, che
dissecca la fonte della pietà, e la rugiada della misericordia_.» E
queste fonti dovrebbero mantenersi del continuo aperte a dissetare i
cuori spasimanti di rabbia, e queste rugiade divine implorarsi perenni
a temperare le fronti riarse dal furore.
Oltre a dichiarare non provato quello che eglino stessi si sono
affaticati a provare, i Giudici esprimono due altre proposizioni, e
sono: I. Il Decreto del 7 gennaio 1851, § 53, intorno alla violenza
dedotta dice, _che i fatti allegati non gli paiono d'importanza tale
da stabilire la violenza irresistibile e continuata_; e qui importa
notare, che e' sono della medesima natura, e di molto maggiore
intensità di quelli che il Decreto medesimo e gli Accusatori tutti
hanno ritenuto valevoli a coartare Principe e Camere! — II. L'Atto
di Accusa poi, a § 85, non solo non vuole provata la violenza, _ma
la esclude_: qui la contradizione mi sembra palese, perchè il primo
non nega i fatti ma non gli apprezza, il secondo del tutto gli nega.
Il Decreto del 7 gennaio continua che, in ogni caso, cotesti fatti
di violenza non varrebbero a scolparmi, perchè dal Processo resulta
l'autorità che io aveva su le turbe tumultuanti, la mia protesta di non
temerle, e la frequente riuscita a contenerle per vantaggio di privati
cittadini! Di questo modo di argomentare ho ragionato abbastanza; ma
il cuore degli onesti tornerà a sollevarsi per me a cagione di questi
implacabili sofismi.
Ed è pur qui che l'Atto di Accusa, § 85, dopo avere ammessa la forza,
anzi dopo averne accennato le origini, ampliato il quadro dell'azione,
ad un tratto la fa cessare; e quando? Nel giorno 8 di febbraio. E
perchè? Per accusare come liberissimi gli atti pei quali _venne a
consumarsi il delitto_. Poi, egli stesso, di leggieri confessa che
insistenze, esigenze, improntitudini vi furono; ma invano; ormai il
fatto era consumato, nè esse potevano giustificare il delitto già
completo.... Se questo sia vero e verosimile, chiunque ha fior di
senno a colpo di occhio il conosce;.... ma che favello io di vero e
di verosimile, quando neppure l'Accusa crede a quello che dice! — _La
Fazione_, ella dice, _per rovesciare Monarchia e Statuto attendeva
occasione opportuna, e la ebbe, nello allontanamento del Granduca
da Siena_. Dunque non istettero con le mani alla cintola i Faziosi
nell'8 febbraio. Essi operarono la rivoluzione in quel giorno, ed
è l'Accusa che un po' lo confessa, e un po' lo nega; che modo di
ragionare è mai questo suo? E svarioni siffatti, che in una scuola di
Logica basterebbero a mettere a pane e acqua il tristo scolare che gli
scrisse, hanno potuto avere in Toscana la virtù di logorarmi in carcere
ventotto mesi di vita? Le febbri delle fazioni non sono intermittenti,
ma continue; e questo andare, fermarsi, rimettersi in cammino, bene
sta deplorabilmente nella fantasia dell'Accusa, non già nella natura
umana. _Motus in fine velocior_. E dico deplorabilmente, imperciocchè
se il Pubblico Ministero penserà che alla sua religione non sieno
«confidati gl'interessi della verità, della innocenza, della civiltà,
della coscienza pubblica e della giustizia, ma unicamente quelli della
pena,» che cosa diventerebbe mai il Pubblico Ministero?... Tutto è qui:
fui complice, o no, _con la fazione, che attendeva occasione opportuna
a proclamare la Repubblica, la decadenza del Principe, e la Unione con
Roma, e la ebbe nell'8 febbraio?_ Se fui, le sue colpe sono le mie;
se non fui, perchè mi disfate anima e corpo prolungando la iniquissima
prigionia?
Il sistema di violenza era dai Circoli degenerati abbracciato e
praticato come regolamento organico. Nel principiare del novembre
1848, nella solenne Adunanza del Circolo Fiorentino, tenuta nel
teatro Goldoni, trovo che fu proposto di _sospingere_ il Ministero;
ma questo parve poco, chè sorse Oratore di maraviglioso seguito in
quel tempo, il quale espressamente dichiarò: «essere di opinione che
non solamente si avesse a _sospingere_ il Ministero, ma _violentarlo_
se fosse necessario, e portarlo più lontano.... Se il Popolo conosce
la necessità di agire prontamente, io ripeto, che non solamente deve
_spingere_ il Ministero, ma _violentarlo_, quando vi sia, ciò facendo,
la convinzione del bene d'Italia, quando vi sia la convinzione di un
fatto di urgenza ec.»
È vero che l'Oratore protesta, che le violenze intende abbiano ad
essere morali; ma, scendendo agli esempj, suggerisce le dimostrazioni
pubbliche e gli eccitamenti del Popolo in massa, sicchè quanto
sapessero di morale cotesti partiti ognuno sel vede. Quasi poi che il
detto fosse poco, insisteva l'Oratore affermando: «Oggi mi pare che la
Italia sia in una alternativa co' suoi Reggitori; nell'alternativa cioè
di _rovesciarli_, o di _strascinarli_. Non ci è via di mezzo; una delle
due.»[215] Cotesti erudimenti facevano effetto di zolfo su carboni
accesi, e già troppo bene gli avevano posti in pratica senza conforti;
ora poi che vi si trovavano eccitati, non è da dirsi se volessero fare
a risparmio, e se (come l'Accusa immagina contrariamente a quello che
narra il Decreto del 10 giugno) se ne rimanessero proprio nel punto
in cui per assicurare i loro disegni ne avevano maggiormente bisogno.
Intanto l'Accusa, se avesse amato conoscere come i Repubblicani fossero
contenti, poteva leggere la requisitoria repubblicana del signor
Rusconi, il quale narra che il Partito minacciava irrompere da un punto
all'altro contro di me; e poteva anche informarsi come una congiura
repubblicana si andasse preparando per rovesciarmi. Se per difendere
me dovessi offendere altrui, è naturale che il mio debito sarebbe
di restare indifeso, ma le cose a cui accenno sono note a tutti, e
resultano da atti pubblici.
In breve somministrerò prove più speciali ancora della violenza
subíta; adesso giovi ricercare qui, se a questa procella avesse
potuto resistersi. Io penso di sì quante volte il Principe non
avesse abbandonato il Governo. Bene altramente gravi, così per gli
uomini come per le cose, erano le circostanze che accompagnarono
in Inghilterra la rivoluzione del 1688; nonostante tra quelle che
davvantaggio la favorirono, Hallam pone la fuga di Giacomo II;[216]
ed Hume, narrando come il Re dopo avere inviato la Regina e il figlio
in Francia, egli pure, secretamente, si muovesse verso la foce del
Tamigi dove l'aspettava un vascello, considera che questo passo ebbe
a riuscire grato ai suoi nemici più di ogni altro suo procedimento.
Questo storico gravissimo espone, come gli emissarii di Francia,
fra i quali l'ambasciatore Barillon, erano affaccendati attorno al
Re suggerendogli, male a proposito, nessuna cosa potere operare più
acconcia a sconvolgere il paese quanto la sua partenza. E che così
opinassi ancora io pel nostro Paese ne porgono testimonianza il
Dispaccio diretto al Governatore di Livorno, dove dichiaro che lo
allontanamento del Principe sarebbe il peggiore dei mali; e gli altri
al Presidente del Consiglio, dove gli raccomando a fare ogni prova per
ricondurre il Principe e la sua famiglia a Firenze, e di salvarlo anche
suo malgrado. Prevalsero altri consigli, dei quali ebbi prima dolore e
pericolo, ed ora ho il danno.
Giacomo II, abbandonando il Governo, non destinava persona a reggere
durante la sua assenza, per lo che grande fu in Londra la sorpresa
dello evento, e «ognuno vide le redini del Governo abbandonate ad un
tratto da chi le teneva, senza che nessuno apparisse il quale potesse
avere il diritto, e neppure _la pretensione d'impadronirsene_. — Allora
avvenne a Londra che nella temporaria dissoluzione del Governo, alla
plebe fu sciolto il freno; nè vi fu disordine, che in tanto scompiglio
non si potesse temere: insorse tumultuante, ed atterrò tutte le
cappelle dove si celebrava messa: assalì e pose a ruba le case dello
Inviato di Firenze e dello Ambasciatore di Spagna, ove molti cattolici
avevano riposte le loro più preziose suppellettili. Il Cancelliere
Jefferies, che si era travestito per fuggire, caduto nelle mani della
plebe, ne rimase talmente malconcio, che poco dopo morì. Temevasi che
lo esercito contribuisse ad accrescere il tumulto. I Vescovi e i Pari,
in tanto stremo, si riuniscono per provvedere alla comune salvezza; al
gonfaloniere e agli aldermani danno ordini convenienti per reprimere
l'anarchia; mandano comandi alla armata, allo esercito, e ai presidii;
finalmente s'indirizzano al Principe di Orange. _Giacomo II non era
partito d'Inghilterra_, anzi fu ricondotto a Londra, e ricevuto con
grida di acclamazione dalla plebe, _seguendo la sua natura versatile_;
invano però, chè la rivoluzione per quel breve abbandono del Governo
era stata operata. Orange, genero al re, e la figlia Maria, avevano
supplantato il suocero e il padre.»[217]
Così fra noi, abbandonato il Governo, trionfa il Partito repubblicano;
e fu mestieri provvedere innanzi tratto a salvare la società; poi a
ricondurre il Paese nelle condizioni politiche che gli erano naturali,
traverso il travaglio rivoluzionario, e senza sangue....