Agitazione in Toscana.
Ma inopportuno ragionamento sarebbe qui discorrere le vicende di
Europa; mi ristringo in più modesto confine; parlo di Toscana.
La lunga amministrazione precedente al Ministero Ridolfi aveva, da una
parte, aumentato fra noi universale disgusto: delle cause non tratto,
nè mi gioverebbe trattarle: accenno un fatto, che male può revocarsi
in dubbio: dall'altra, si disfacevano nel disprezzo e nell'odio gli
agenti dell'autorità, utili in Istato che goda la pubblica opinione,
necessarii negli Stati che dalla pubblica opinione si scompagnano,
perchè, se essi difettano di credito e di forza, chi gli sosterrà?
Certo la forza poco dura; ma finchè dura, costringe. Così il Popolo,
un giorno commosso dal medesimo impulso (e a torto si affaticano
qui a rintracciare instigazioni di sètte), prese a imprigionare e a
manomettere tutti gli ufficiali superiori e subalterni della Polizia.
Io non assumo di certo la difesa della vecchia Polizia: troppo bene
conosco che i Governi la nutrivano e l'accarezzavano allora, come si
sopportano i gatti in casa, per prendere i topi: oggi poi, mi dicono,
che non è più così; _amen_! — ma nel giorno che il Popolo incomincia
a fare da sè, mi sembra che pel Governo sia finita, là dove egli non
sappia adoperare i mezzi acconci pel restauro della smarrita autorità.
Nè si obietti, che in Inghilterra costrinsero Giovanni Senza-terra
a segnare la magna carta, e nonostante la Monarchia si resse;
conciossiachè non il Popolo, ma i baroni gli usarono violenza, pei
quali, quanto importava circoscrivere l'autorità regia per estendere
il proprio dominio, altrettanto poi premeva conservarla in piede,
come quella che era fondamento dell'ordine feudale. E di vero, indi
a poco, qui fra noi, ebbero a cansarsi tutte o la massima parte delle
Autorità governative partecipi della medesima animavversione. Allora
corse un plauso generale, ed io udii battere le palme con gli altri
a Magistrati gravissimi, che mi avevano garbo del folle che menava
trionfo nel contemplare lo incendio di casa sua. Il Governo non osò
difendere (e nemmeno lo avrebbe potuto) la Polizia, e la lasciò, come
la mignatta, morire dentro al sangue ch'ella aveva succhiato. Così
rimase in un subito disarmato di forza per farsi rispettare, e soli
avanzarono i partiti di sapienza e di conciliante composizione, i quali
si reputarono allora, e tuttavia dovrebbero reputarsi, meglio alla
toscana civiltà convenevoli. Però che la mente che considera quanto sia
arduo revocare gli uomini dalla naturale ferocia alla mansuetudine, e
quanto, per lo contrario, facile farli trascorrere ai bestiali istinti,
trema ogni volta che vede gittare a piene mani la semenza dell'odio nei
cuori che Cristo destinava ad amarsi.
Dalla parte del Vaticano soffiava un vento, che non pure in Toscana,
ma in Italia, in Europa, anzi, per tutto il mondo, alzava le menti
a incredibile aspettativa. Allora _uomini_, che io voglio credere
inspirati da puro amore di patria, allo scopo di condurre Toscana a
migliore governo, e alle riforme troppo ritardate, _impresero a far
circolare_ per le vene del Popolo stampe clandestine eccitatrici a
desiderarle, ed a chiederle.
La Legge sopra la stampa si promulgava: egli è evidente, che il Popolo
minuto, il quale poco legge o punto, non poteva poi fare le stimate per
cosiffatta Legge: nonostante _invitato_ ad applaudire, si rese _allo
invito_, ed applause. Coloro, che primi lo invitarono, per certo a
fine di bene, non avvertirono come sia più agevole sprigionare i venti
dall'otre di Ulisse, che ricacciarveli dentro, e come, _appellato_ il
Popolo una volta in piazza ad _approvare_, bisognava sopportarlo quando
_spontaneo avrebbe disapprovato più tardi_. Fu in quel tempo, che
considerando io come il Popolo ricevuto cotesto impulso non si sarebbe
rimasto soddisfatto alla Legge della stampa, ma avrebbe richiesto cose
maggiori mano a mano che gliene fosse venuto il desiderio; nè essere
senza grandissimo pericolo per l'Autorità esporsi a lasciarsi svellere
ora questa concessione, ora quell'altra, imperciocchè, così operando,
il potere non acquista il merito del pronto concedere, e il Popolo
si educa a crescere più intemperante nelle domande; fu, dico, in quel
tempo ed in questo concetto, che dettai il libro _Del Principe e del
Popolo_, il quale prima di stampare sottoposi allo esame di Magistrato
per altezza di mente distinto, e fu tenuto allora non indegno dei
casi consigliere discreto di quelli ai quali m'indirizzavo, presago
poi delle sopravvenute vicende. Era mio conforto al Governo ritirarsi
indietro dallo immediato contatto del Popolo minuto, concedendo
subito quanto reputava prudente, riacquistare credito, e temprato per
nuova opinione, prendere tempo a ricostruire gli arnesi necessarii di
Governo. Questo non volle fare il Ministero; lasciò che gli eventi
lo strascinassero legato dietro il carro. Di qui gratitudine poca,
esitanza a concedere crescente, su le labbra concordia, in cuore
sospetto.
Gli _agitatori_, i quali dapprima non furono i _demagoghi_, chè questi
vennero in fondo, ma sì uomini chiari per fama, e per condizione
cospicui, ottennero le riforme da loro reputate sufficienti. Giusta
il costume antico di quelli che commuovono le moltitudini, pretesero
allora, ch'esse posassero; contenti loro, contenti tutti. Il Popolo
minuto, poco soddisfatto della Legge sopra la stampa perchè non legge,
nè della Guardia Civica perchè n'era escluso, _continuò ad agitarsi per
conto proprio_.
Giuseppe Mazzoni deputato, con molta verità accennava a questo con le
parole profferite nella Seduta del Consiglio Generale toscano del 16
ottobre 1848: «Però le agitazioni anteriori al settembre dell'anno
passato, le quali non _si disapprovavano nemmeno da certi alti
personaggi_, furono generalmente riguardate come politiche necessità; e
s'esse non erano, l'antica Babele della Polizia non sarebbe espugnata,
e le libertà dello Statuto, che tutti stimiamo carissime, sarebbero
tuttora un sogno.»[6]
Io però non dubito punto affermare, che i Toscani di natura
contentabile, acquistate le libertà costituzionali, sarebbonsi tenuti
soddisfatti, se anche sopra di loro non fosse passato il vento che
sconvolse l'Europa intera dal Mediterraneo al Baltico, dall'Atlantico
al Mar Nero, e minacciò portar via, come la polvere di una strada
maestra, i troni di Vienna, di Berlino, di Roma, di gran parte della
Germania, e d'Italia, nella guisa stessa che disperse quello di
Francia; ed in ispecie poi il prossimo incendio di Sicilia, di Milano,
e di Venezia, la guerra della Indipendenza prima, poi i disastri della
guerra.
Per la rivoluzione di Francia si diffuse la idea della Repubblica, e
parecchi fra noi presero a coltivarla, non perchè ve ne fosse bisogno,
ma per fare qualche cosa; e poi corre sciaguratamente nelle contrade
nostre antico il vezzo di ricavare dalla Francia pensieri e voglie,
e begli e fatti i vestiti. Le moltitudini rimasero un cotal poco
spruzzate di _comunismo_ e di _socialismo_, di cui però non conobbero
le dottrine, e giova che le ignorino. Imprudenti, a mio parere,
suonarono le parole del Lamartine nel suo Manifesto alla Europa,
affermando essere la Repubblica il punto estremo dove giunge la civiltà
di un Popolo per mezzo di reggimenti costituzionali, imperciocchè
somministrassero a molti motivo di non posare, finchè non avessero
toccato il vertice, e nei Principi mettessero sospetto di confidarsi
intieri sopra una via sdrucciolevole; nè lo avere raccomandato,
com'egli fece, ai Popoli i quali non fossero peranche giunti alla
maturità dei Francesi, rimanessero indietro ad ammaestrarsi, assicurava
punto, avvegnadio facesse comprendere ai Principi, che potevano sperare
tregua, pace non mai. E come imprudenti, se male non mi appongo,
furono coteste parole non vere, però che nella Inghilterra le libertà
costituzionali durino dal 19 giugno 1214 in poi, nè mostrino per ora
di volere cessare, e la Repubblica v'ebbe vita brevissima dal 1649 al
1660; per la quale cosa evidentemente apparisce, come nella formula
costituzionale i destini dei popoli possano quietarsi, almeno per tempo
lunghissimo.[7] Nè danno minore, io penso, ci ridondò dal proclamare
che fece il Lamartine, non avrebbe sofferto in pace la Francia,
che alcuna Potenza si fosse mossa contro i Popoli rivendicantisi in
libertà; imperciocchè questa sicurezza rese baldanzose a insorgere
nazioni, le quali forse diversamente ci avrebbero pensato due volte.
So bene, che non si ha sperare che un Popolo metta in avventura la
propria libertà per sovvenire all'altrui; ma mi sembra, ed è disonesto,
spingere i creduli nel pericolo con promesse, che non si vogliono
mantenere. Quante volte accadde rivoluzione in Francia, tante i
Francesi eccitarono a sollevarsi Popoli confinanti per metterli come
sentinelle perdute fra loro e le Potenze settentrionali di Europa;
passata poi la burrasca, con ingenerosa politica dichiararono non
potere sopportare, che i Popoli insorti si facciano gagliardi, onde
i negozii politici non si complichino, i commerci loro non iscemino,
l'autorità non diminuisca, ed abbiano a dividere con molti quella
potenza, che gli Stati, quantunque liberissimi, attendono possedere
in pochi. Questo vedemmo praticare dalla Monarchia Costituzionale di
Francia del 1830, questo aspettavamo vedere dalla Repubblica, e lo
vedemmo. Lamartine stesso, autore del Manifesto alla Europa, nella sua
Storia della Rivoluzione del 1848 ci ammonisce essere cosa contraria
agl'interessi di Francia acconsentire che qui in Italia si componga
uno Stato potente. Politica di Enrico IV e del successore Richelieu,
fu mantenere Italia e Germania deboli, epperò divise. Da Richelieu in
poi, sembra agli uomini di Stato francesi, che nè sia mutato nulla, nè
nulla sia da mutarsi, e poi si vantano non pure amanti, ma promotori
del progresso. Da questo tengansi avvertiti i corrivi ad abbandonarsi
alle lusinghe francesi. Di Lamartine ho parlato; mi sono taciuto
degli altri, perchè temeva che lo inchiostro nero mi diventasse sopra
la carta rosso per la vergogna. Intanto in Germania di Francia non
curano, e in Italia così bene si adopera, che essa vi perde ogni giorno
autorità, vi acquista odio. Molti mali ci vennero dalla Monarchia
francese, ma spettava alla Repubblica, dopo avere sospinte le voglie
dei Popoli oltre ai confini del giusto, affaticarsi ardentemente a
spengere anche i sospiri della libertà. Qui vi è progresso d'iniquità,
e nessuno può impugnarlo. Ma questo non è tema da svolgersi qui;
a me basti avere indicato, che la rivoluzione francese fu causa di
commovimento in Toscana.
Le rivoluzioni lombarda e veneta nei petti già infiammati raddoppiarono
l'ardore della guerra. Fra tutte le nobili imprese nobilissima, fra le
sante santissima, la guerra della Indipendenza. I Germani, discendenti
generosi dello antico Ermano, certo non condannano in altrui i sensi
che gli han resi nelle pagine della storia immortali. Seme di guerra
perpetua è dominio di Popolo sopra un altro Popolo: allora la necessità
rende il dominatore ingiusto, il soggetto violento; la pace, togliendo,
si perde: la storia è lì con le sue tavole di bronzo per insegnare
come le conquiste costino troppo più del guadagno che procacciano, e
all'ultimo si perdono: una sola maniera ci presenta la storia capace di
occupare permanentemente il paese vinto, ed è la conquista normanna. I
vincitori si fermano nella Inghilterra, e a mano a mano distruggendo
gli Anglo-sassoni, si sostituiscono al Popolo disperso. In altro
modo non pare che si possa; però che neppure i Romani durassero a
tenere la rapina del mondo, nè i Longobardi la Italia, nè i Saraceni
la Spagna, nè i Greci l'Asia, e degli altri popoli conquistatori chi
vivrà loderà il fine. Nonostante, se come Italiani a noi riusciva
impossibile rifuggire dalla guerra, come Toscani ci appariva piena di
eventi dubbiosi. Vincendo Austria, era da aspettarci la sorte che ci è
capitata addosso: vincendo Piemonte, poteva forse credersi che saremmo
stati assorbiti.
A compimento di rovina sopraggiunsero i disastri della guerra italiana.
Nella sventura l'uomo diventa maligno. I Lombardi, e con essi parecchi
Italiani, dubitarono della fede di Carlo Alberto; di tradimento
sospettarono; inaspriti pensarono non aversi a riporre speranza nel
Principato. Napoli, mormoravano, ritirare i soldati dal campo, Toscana
procedere con fiacchi provvedimenti, Torino farsi rompere in battaglia
a disegno. Mostruosa opinione era questa ultima, eppure propagata, e
creduta nei ciechi impeti di passione smaniosa. Allora ottenne seguito
nell'universale il disegno d'invertire il concetto politico: _invece
di giungere per mezzo della guerra allo assetto federativo della
Italia, vollero con la istituzione dell'unica Repubblica arrivare al
conseguimento della Indipendenza._
Qui pertanto in Toscana convennero infiniti Lombardi, e li premeva
cocente la cura di ricuperare la patria diletta; cagione legittima
ad ogni più arrisicato consiglio. Nè si creda, che facinorosi essi
fossero: all'opposto erano uomini distinti per dottrina, per natali,
e per ricchezze, benvoluti come fratelli, come infelici compianti,
da per tutto ammirati a modo di magnanimi propugnatori delle patrie
libertà. La Emigrazione lombarda dimorava in Firenze come corpo
organizzato sotto il governo di un _Consiglio dirigente_;[8] possedeva
pubblicisti, ingegneri, e ufficiali superiori del Genio; fondò un
Giornale _La Costituente_, e lo pubblicava, come si diceva, a scapito;
divenne padrona di parecchi altri, che indirizzava al medesimo fine;
acquistò aderenze, partigiani, ed amici; finalmente propose armare
ed armò compagnie di Bersaglieri.[9] E' fu forza accettare la offerta
concepita in termini dittatoriali, e accomodarsi a comprare un padrone,
secondo ch'è fama gridasse Diogene, esposto in vendita sul mercato;
per l'appunto come al Ministero Capponi fu mestieri arruolare _720
prodi componenti la legione della Indipendenza Italiana_, e più se
ne venivano;[10] e, trapassando a cose maggiori, come fu mestieri a
Carlo Alberto condurre generali a modo altrui, rompere lo armistizio
inopportunamente, e combattere battaglia intempestiva.
Alla Emigrazione lombarda aggiungi parecchi uomini calati giù dalla
vicina Romagna, gente manesca, arrisicata molto, alle baruffe avvezza,
ed al sangue, Siciliani, Napoletani, Polacchi, ed altri cultori
ardentissimi di sconfinata libertà; privi di patria, cupidi di
ricuperarla.