Origine, progresso, e motivi della forza rivoluzionaria fuori e in casa.
La Storia male si accomoda sempre con le Accuse; e forse, anche
ad uomini che accusatori per indole e per instituto non sieno,
riesce, per non dire impossibile, male agevole assai dettare storie
contemporanee, chè la passione guida la mano a chi tiene la penna, e
versa nel calamaio i suoi colori, e troppo spesso la rabbia: — comunque
sia favellerò, per quanto possa, imparziale. — Varii sono i sistemi
immaginati intorno alle origini della Società; ma o tu vogli credere
(ed è questa la più dannata ipotesi) che un violento avendo legato per
forza o per inganno i suoi simili abbia detto loro: io non vi sciorrò
se prima non promettete servirmi; o si reputi più dirittamente, che
gli uomini convenendo in sociale consorzio abbiano pattuito cedere
tanta parte di naturale libertà quanta era necessaria al vivere
civile: fatto sta, che torna nell'uomo irrevocabile il desiderio di
rivendicare la sua alienata libertà, o perchè la Società gliel'abbia
sottratta tutta, o perchè, come sembra più consentaneo al vero, gliene
abbia tolta troppa. Carissima è poi la libertà nella estimazione di
coloro che la dispensano, e di quelli che la ricevono, conciossiachè
i primi sogliono concederla o per cuore magnanimo, o per molta paura,
e i secondi l'accolgono con allegrezza, che talora è delirio. Invano
la libertà viene duramente respinta, perseguitata, e sepolta; essa
vive anche nei sepolcri, e, quando vengono i tempi, rompe la lapide, e
torna a chiedere la sua giustizia. Lord Brougham l'ha paragonata alla
Sibilla di Tarquinio, la quale quante volte era ributtata, altrettante
tornava offrendo numero di libri più scarso, prezzo maggiore. La
libertà gira perpetuamente pel mondo: poserà ella mai? Questo non
so: solo io conosco, che dove ella non trovi la compagnia della
religione, dei costumi onesti, del temperato vivere, e della concordia
fraterna, passa senza fermarsi, o breve soggiorna. La libertà poi non
arriva come ladro notturno, ma invia davanti a sè nunzii precursori
a prepararle la stanza per potersi presentare pacata col saluto su
i labbri: _la pace sia con voi_; ma la gente che l'odia, invece di
accogliere i nunzii festosamente, mostra loro il viso dell'arme, li
perseguita come _liberali_, — più tardi come _demagoghi_, — più tardi
ancora come _rossi_, e gli uccide, o gl'imprigiona. Intanto la libertà
sopraggiunge, e non trovando albergo apparecchiato ad ospitarla, si
ferma dove si trova, e prende più che non bisogna, donde poi nascono
disordini, e perturbamenti grandissimi attribuiti alla sua presenza,
mentre da un lato hassene ad incolpare la incauta trascuraggine dei
suoi avversarii, e dall'altro le giunterie dei _trecconi_ e degli
_zingani_, che in difetto dei veri e buoni rappresentanti della
libertà, cacciati in prigione, ne usurpano il titolo di gestori di
negozii. Giuseppe II e Leopoldo I, imperatori (ai tempi che corrono
lasciati mordere poco meno che per eretici), furono prudenti reggitori
dei popoli, e gli avrebbero condotti, a prova di arte, a lido amico
di libertà duratura, se la Francia non era. Sia detto senza ira come
senza disprezzo, la Libertà di questa nobilissima nazione, che si vanta
_battistrada_ dei Popoli, troppo spesso porta in mano una torcia che
incendia, invece di fiaccola che illumini il cammino; precipitando
negli orrori del 93, spaventò Principi, sbigottì Popoli; sè stessa
spossò nei delirii di sangue, e rifinita cadde fra le braccia di
Napoleone che la uccise con uno amplesso da soldato. Napoleone barattò
alla Francia la sua libertà in tanta moneta falsa di gloria bugiarda;
però, che egli imprendesse la perpetua guerra in benefizio della
umanità, poco è da credersi; la monarchia universale di Carlo Magno, di
Carlo V, e di Filippo II, nella vasta mente mulinava, o piuttosto il
sospetto che i Francesi quietando, la libertà smarrita cominciassero
a desiderare. Intanto i Popoli, distinguendo a prova i vizii degli
uomini dalla bontà della dottrina, tornarono ad amare i benefizii
della onesta libertà, e ad infastidire il superbo giogo del soldato
imperiale. I Principi vennero fomentando con sommo studio siffatti
umori dei Popoli, e gli adoperarono come leva potentissima a sovvertire
la buonapartiana onnipotenza; nè la tirannide di Napoleone, nè la
libertà dei Popoli essi amavano; però la prima allora maggiormente
temevano. Sortito il fine desiderato, le promesse fatte ricusarono
mantenere. Di qui, e unicamente di qui, la lotta talora violenta, più
spesso di parola, eterna di desiderio, fra governanti e governati. I
Governi si logorarono nella contesa, e l'aborrita pianta stancava le
braccia a tagliare piuttosto che ella si stancasse a mettere fronde; e
sradicarsi non si poteva, nè si può. La passione, compagna infallibile
di principii perseguitati, sorgeva a fare più veemente il cordoglio. Da
per tutto alla fine straripò torrente, che mena in volta sassi e fango;
rovina dei luoghi coltivali.
Nè il ciclo infelice di questo avvicendarsi di successi sembra completo
fin qui, mercè i consigli di una gente improvvida, che non comprende,
come la fede mancata assai più nuoccia alla causa delle Monarchie, che
le grida insensate pel socialismo. «Quando la buona fede fosse bandita
da tutta la terra, dovrebbe ricoverarsi nel cuore dei Re,» il senno
antico ammaestrò; la quale sentenza io non so bene se più corrisponda
co' precetti della morale, o con quelli della politica (seppure
questa distinzione può farsi), comecchè sappia, che con entrambi
necessariamente la lealtà si mantenga.