Tumulti quando incominciassero.
Contro al vero manifesto è supposto dal Decreto, che l'agitazione
apparisse sul declinare del 1848. Ufficio solenne di ogni storico
è scrivere la verità, massime poi s'egli ordisca storie per gli
effetti criminali. L'agitazione precede lo Statuto; crebbe dopo per
le ragioni già discorse; finalmente diventò irresistibile quando
il Principe partendo le lasciava libero il campo. Chi mi sa dire in
qual giorno preciso fu rotta la guerra contro l'Austria? Se io non
erro, incominciava, non declinava con l'anno 1848. — Crede egli il
Decreto, che il Principe nostro adoperasse spontaneo il diritto che gli
appartiene per l'Articolo 13 dello Statuto di dichiarare la guerra? No,
egli nol crede. Taccio dei titoli dimessi, facile sacrifizio; ma non si
renunziano spontaneamente gli affetti della propria famiglia, non le si
muove nemico mentre ella versa nel massimo pericolo, non le si porge la
spada per ferirla invece della mano per soccorrerla, non si distrugge
un appoggio sicuro per andare in traccia di fortune minaccievoli, o
per lo meno dubbiose. Prova ella è questa di agitazione veementissima
contro la quale consiglio non vale; prova di forza, che strascinava,
ineluttabile, conosciuta da quanti vivono al mondo: forza, che
travolse antichi reami, e re, e Popoli come paglie davanti al turbine;
alla quale, si pretende, che io solo potessi, dovessi, e in tutto,
resistere, e sempre. Ora questa guerra, sopra ogni altra causa, fu
motivo di sconvolgimento nel Popolo, così che fra i tumulti guerreschi,
la confusione degli apparecchi, e gli animi concitati a tremenda
febbre, tacevano le leggi, sbigottivano i Magistrati, disfacevasi lo
Stato.
Io troppo bene mi accorgo che sorriderà la gente di questo mio
affaticarmi a portare acqua al mare; ma poichè l'Accusa, contro la
verità, nel fine riposto di sostenere che l'agitazione sorse nel
declivo del 1848, per potermene dichiarare benignamente fomentatore,
dissimula i fatti, importa restituirli alla genuina loro cronologia.
Nell'ottobre 1847 fu distrutta la Polizia. Il Municipio fiorentino,
con la Notificazione del 28 ottobre 1847, deplora il fatto del giorno
innanzi, suscitato dalla brutalità dello sbirro Paolini, e dichiara che
il Popolo mutò un _nobile sentimento di compassione in atti violenti_.
Tumulto in Firenze per la occupazione e atroci atti commessi a
Fivizzano. Popolo vuol correre in massa in Lunigiana. Il Ministro
Ridolfi, coartato a scendere in piazza, promette che il Governo si
farebbe rendere conto delle commesse iniquità. La _Patria_ dell'11
novembre 1847, per questa volta anch'essa trova «_che cotesti fatti
atroci avevano commosso tutte le anime oneste_.»
Il Governo, costretto dalla volontà del Popolo, manda gente a
Pietrasanta per cagione di Fivizzano. Compagnia di Granatieri, accolta
dal Popolo ai cancelli della Fortezza, è scortata dal Popolo fuori di
Porta. La _Patria_ nobilita il Popolo accorso, «quella parte di Popolo,
che certuni male chiamano _minuta_, mentre è parte _operaia_, nè grossa
o minuta come ogni altra parte di Popolo, il quale nome comprende
tutti quanti, eccetto il Principe; la parte _operaia_ del Popolo
spontaneamente empì le vie della Fortezza: altra gente pure accorse
spontanea.» _Patria_, 15 novembre 1847.
Nel novembre del 1847, per la strage di un caporale, il Popolo a
Livorno tumultua; vuole in sue mani lo uccisore per istracciarlo; il
Delegato Zannetti è bistrattato; più tardi percosso, spinto in carcere,
e cacciato via.
Sommosse popolari a Livorno nel mese di decembre successivo, di cui
terrò altrove ragionamento.
La _Patria_ nel 18 gennaio 1848 annunzia: «che una forte agitazione,
e _potente e irresistibile commuove tutta la Italia_.» E nel 23 dello
stesso mese, alla ricisa bandisce: «_Toscana tutta quanta_ ha bisogno
di essere riordinata _incominciando dal Governo_.»
Sul declinare del febbraio 1848 la _Patria_ ricorda le riunioni
tumultuarie in Firenze, pei fitti delle case. Nel 20 aprile 1848
predica il Giornale stesso: «il pericolo della Repubblica imminente
però non potersi evitare adulando i Principi, e con atti arbitrarii e
dittatorii di Ministri adulatori.... le forze _politiche stanno ormai
nelle mani al popolo_.»
Nel 26 maggio 1848 i Fiorentini ardono la carrozza del napoletano
Statella, donde la Patria ricava argomento di ammonire i buoni e il
Governo, che i _tempi si fanno grossi_.
Turbolenze lesive la proprietà. In Empoli si fa violenza al mercato
per acquistare grano a prezzo basso; lo stesso accade a Fucecchio,
lo stesso a Pistoia, a San Piero in Bagno, a Siena. I possidenti se
ne commuovono; la _Patria_ del 14 luglio 1848 solleva desolate grida
esclamando: «è necessario provvedere subito e fortemente per reprimere
e impedire questi disordini. Non vi è contagio peggiore di questo.»
Lo incubo del _comunismo_ già appuntella le ginocchia sul petto dei
possidenti!
Nel luglio del 1848, alle adunanze pubbliche del Consiglio Generale
dolevansi di mene _austro-gesuitiche_ turbatrici dello Stato, e il
Ministro dello Interno parlandone come di cosa vecchia, rispondeva,
pur troppo _non ignorarle_ il Governo, ed _importare che riescano
indarno_. «Il Governo fa quanto può, ma per riuscire completamente,
converrebbe ch'ei non fosse disarmato, e da questo lato, bisogna _pur
dirlo, gli manca la forza_. Fu distrutta la _Polizia, e non fu ancora
ristabilita_. In questo stato di cose è facile vedere che molte volte
mancò il mezzo per fare eseguire le misure governative, altre per
provvedere. _Manca la forza necessaria al potere esecutivo_.»
Nonostante, l'Accusa me solo incolpa per non avere voluto, o saputo
Ministro prevenire e reprimere i tumulti; mi chiama _impotente per
vizio di origine, o forse_ anche _complice_!
Nel 30 luglio, grande sorse il tumulto in Firenze: la forza fu
respinta, il Popolo scese ad agitarsi con insoliti indizii.
Sopra la stessa Piazza Granducale, a piè del Palazzo Vecchio
erano scritti e letti Decreti pei quali _la decadenza del Principe
dichiaravasi, un governo provvisorio instituivasi_. Di ciò fanno prova
il processo compilato in quel tempo, e il proclama del Governo comparso
il 31 luglio seguente: «La tranquillità pubblica fu _gravemente
compromessa_ in Firenze per opera di perturbatori, che in gran parte
non appartengono nemmeno a questa città, e che manifestavano la
_intenzione di rovesciare l'attuale ordinamento politico del paese_,
e avvolgerlo nei disastri, che sono sempre la conseguenza delle
commozioni violente.[11]» In molti cagione, in altri pretesto del
tumulto i disastri della guerra italiana, e il sospetto dei sottili
provvedimenti fatti dal Ministero. La Guardia Civica, chiamata più
volte, si aduna scarsa e repugnante a sostenere un Ministero caduto
nell'odio universale. _I soliti agitatori declamano, ed eccitano i
Popoli su pei canti delle strade_. Alle ore sette comparve un proclama
firmato _Ridolfi_, col quale si promettevano per _domani la legge
per muovere la Guardia Civica, ed altri apparecchi di guerra_. Così
con queste ed altre più efficaci parole raccontava i successi della
giornata la _Patria_ del 31 luglio 1848. Onde a ragione potè esclamare
il Ministro Ridolfi, vedendo la _Patria_ fra i suoi avversarii: «_Saul
anche esso è tra i profeti_?»[12]
Tumulti gravissimi nei _pressi_ di Massa Ducale, con _collisione di
contadini e soldati, non senza morti e feriti_.[13]
Tumulti contemporanei succedono a Lucca, a Pisa, a Livorno, e si temono
a Firenze.[14]
Tumulti di contraria indole a _Laterina_, dove in mezzo a scariche di
fucile gridasi dai campagnuoli: _Viva i Tedeschi! Morte alla Guardia
Civica_.[15]
Conflitto sanguinoso, e aperta rivolta a Livorno nel 2 settembre
1848. Fortezze assalite dal Popolo, capitolano col Generale Torres.
_Si tratta di eleggere un governo provvisorio. Il Governo perde ogni
autorità sul paese_.[16]
E mentre, come sarà in breve chiarito, io mi conduco a Livorno per
salvare, quasi malgrado il Ministero, cotesta mia Patria dall'anarchia,
e ricondurla, già già tracollante nella Repubblica, sotto la obbedienza
del Principe Costituzionale, la _Patria_ in data del 22 settembre 1848
narra, che a Lucca, a Pistoia, a Prato (e a Firenze non mancano) gli
agitatori indefessamente travagliansi; nel 28 settembre afferma, che
uno _spirito di vertigine_ ha suscitato agitatori _da per tutto_; e già
fino dal 7 settembre cotesto Giornale, i fini, le occasioni, e i motivi
del tremendo agitare adduceva nelle seguenti parole: «Il _partito
repubblicano_ in Italia _non ha dimenticato_ il suo disegno dopo il
fatale armistizio. Esso allegando, che i _Principi Costituzionali_
d'Italia non potessero più sostenere la causa della Indipendenza con
una guerra ordinata, ha detto non esservi altro scampo che una guerra
insurrezionale dei Popoli, e per muovere i Popoli ha creduto espediente
di prendere, e creare tutte le occasioni di agitare lo interno degli
Stati, a fine di potere in queste commozioni sostituire la _Repubblica_
al _Principato Costituzionale_, e allora con tutte le eccitazioni
possibili alzare le moltitudini, e precipitarle furiose e infierite
contro gli eserciti austriaci.» E quanto diceva era vero.
Tumulti in Firenze nei giorni 3 e 4 di ottobre, tendenti a offendere la
pubblica tranquillità, e la personale sicurezza.[17]
Tumulti a Pisa il 7 ottobre, qualificati _perfidi tentativi di
anarchisti_.[18]
Tumulti a Livorno nel 19 ottobre 1848, per quanto avverte la _Gazzetta
di Firenze_ del giorno 20.
Il Consiglio Generale ebbe a sospendere la seduta del 23 settembre 1848
come nell'8 febbraio 1849. Il Presidente in _quel giorno si cuopriva,
e si allontanava; dopo un'ora riapriva la seduta appunto come nell'8
febbraio 1849_.[19]
La Guardia Civica lucchese, per sottrarre il conte De Laugier alle
ingiurie della plebe ammutinata, ebbe a tenerlo custodito nella caserma
nello agosto 1848.[20]
La milizia, già sul cadere del luglio 1848, dava lo esempio pessimo di
cacciare via gli Ufficiali.[21]
E con più infame delitto le palle avanzate dalla guerra lombarda
sparava nel collo al Capitano, uccidendolo a Pecorile nel 9 agosto
1848.[22] Gregarii eccitati all'odio dei superiori; superiori
disprezzanti i gregarii: ogni vincolo infranto, milizia diventata
ormai terrore non difesa. Questi erano i soldati, che si ha coraggio
sostenere corrotti da me! Di ciò pure sarà ragionato altrove. —
La mancanza delle carte necessarie non mi concede di tessere racconto
più esatto dei tumulti che agitarono la Toscana dal 1846 in poi;
ma basterà tanto per dire apertamente, ch'è falso si manifestasse
l'agitazione fra noi sul declinare del 1848 soltanto: da più lontana
origine essa muove; più antichi di quello che i Giudici dissimulano,
sono gli attentati per rovesciare la forma governativa dello Stato;
più vecchio che i Giudici non fingono, il disfacimento di ogni mezzo
governativo per prevenire, e per reprimere; prima assai del febbraio
1849 il Popolo aveva imparato a turbare le sedute del Consiglio
Generale. Chi per vaghezza, o per obbligo si accinge a raccontare
fatti, o dopo lungo studio giunse a conoscerli, oppure non vi giunse:
nel primo caso gli esponga ingenuo; nell'altro taccia verecondo.
Qualunque poi o per fatuo, o per servile, o per altro più pravo
consiglio opera diversamente, non compone storie, ma commette infamie:
e quale seminò, tale raccoglie. —
Le quali cose condurranno a confessare, che non inutile fu la mia
chiamata al Ministero. Me posero a lottare, non a governare; _io fui la
barriera ultima intorno allo abisso_; e se i miei concittadini andranno
persuasi di questo, che se io non era, deplorabili giorni avrebbe
veduto la Toscana, terrò siffatta persuasione per conforto del mio
indegno patire. Perchè poi ne vadano meglio convinti, esporrò in quali
stremi fosse ridotto il paese.
Ho riportato qui sopra le parole gravissime del Ministro Ridolfi.
Se esaminiamo gli atti dell'autorità, i discorsi pronunziati nelle
Camere legislative, e le confessioni degli stessi Ministri, troveremo
sempre il medesimo lamento. Nella seduta del Consiglio Generale del
16 ottobre 1848 il deputato Mazzoni domanda «se sia o no vero, che
dal _settembre del decorso anno_ la Toscana sia stata senza Polizia,
e a confessione dello stesso Governo senza forza?» Odaldi deputato,
risponde distinguendo l'azione della Polizia sul senso morale e sul
senso politico, ma di leggieri concede, la Toscana essere rimasta da
lungo tempo priva di forze governative.
Replicando io al collegio onorandissimo dei Negozianti livornesi, che
mi compartiva lode (dolce al mio cuore) «di avere ricomposto l'ordine,
e data tranquillità al paese, indispensabili per la prosperità del
Commercio e della Industria,» diceva: «il Governo della Toscana è ben
lontano da possedere i mezzi governativi, che assicurando e confermando
ogni maniera di onesto vivere civile comprimano i conati delittuosi
di gente che ardisce profanare il nome di libertà per procedere poi
impunemente da infame........ Ma se la Toscana non possiede ancora
mezzi permanenti e duraturi necessarii a governare gagliardamente,
supplisce adesso il Ministero con _operosità straordinaria, con
l'autorità personale, con le aderenze d'individuo, con lo entusiasta
consenso di voi, e di quanti appartengono al Popolo buono_.»[23] E con
parole supreme ammoniva per via telegrafica il Governatore di Livorno
il 16 novembre 1848: «_energia, Governatore, energia, o fra un mese
Toscana diventa un mucchio di cenere_.»
Il Prefetto di Firenze volgendosi al corpo dei Veliti, Pompieri, e
Portieri, così favellava: «È vero, che i tempi e gli eventi produssero
un pregiudicevole indebolimento alla forza che assicura la esecuzione
della legge; ma se voi volete, potrete con la opera vostra e col vostro
zelo rilevare le forze indebolite, ed ottenere plauso dal Governo.»[24]
Ne porge eziandio splendida testimonianza il mio Rapporto al Principe
per la instituzione della Guardia Municipale; io confido che i buoni,
a cui mi volgo, vorranno ritornare col pensiero sopra quel documento
uscito da me, e che ebbe lode nei tempi.
Il Senatore Corsini, per cagione della violenza usata contro
l'Arcivescovo di Firenze interpellando il Ministero intorno ai mezzi
di cui il Governo intendeva servirsi per impedire che i disordini si
rinnovassero, tale si ebbe risposta dal Ministro Mazzoni: «Il Governo
si propone usare la maggiore vigilanza che gli è dato adoperare; porrà
in opera tutti i mezzi possibili per prevenire disordini, _ma avendo
ricevuto dagli antecedenti Ministri la somma del Governo toscano
nello stato più deplorabile, non è da aspettarsi da lui più di quello
che umanamente sia abilitato a fare secondo LE FORZE, che vengono
accumulandosegli intorno._»
E nella stessa tornata, non dissentendo nessuno, egli aggiungeva: «_Pur
troppo al Governo si è fatto carico delle circostanze in cui si trova;
ma, oso dirlo senza superbia, se noi non fossimo stati, più gravi —
gravissimi inconvenienti avrebbero funestato la patria nostra_.»
Le parole del Mazzoni, quantunque sieno testimonianza di cose
conosciute universalmente, e pronunziate davanti a Collegio dove
molti dei Ministri precedenti sedevano, oggi, come di uomo esule ed
incolpato, non si vorrebbero attendere. Ma si oda in grazia quale
ricevessero immediatamente conferma dalla bocca del Senatore Capponi,
poco anzi Presidente del Consiglio dei Ministri: «Intorno alle parole
dell'onorevole Ministro di Grazia e Giustizia, che concernono il
passato Ministero cui ebbi l'onore di partecipare, intorno a queste
io sono fortunato di non potere altro che usare lo stesso linguaggio,
che intorno alle interpellazioni ha usato l'onorevole Ministro. _Le
condizioni dei tempi, il pubblico stato delle cose, il movimento degli
animi_ produssero tali cose, che quella medesima insufficienza, che
ha trovato nel reprimere ogni atto in sè biasimevole, quella stessa
insufficienza fu da noi sperimentata.»[25]
Nel Programma ministeriale del 19 agosto 1848, il Ministero Capponi
aveva dichiarato espressamente: «correre tempi difficili abbastanza da
_sgomentare i più esperti_.»
Il Senatore Baldasseroni in cotesta seduta dava al Ministero molto
solenni insegnamenti: voleva che le cause del disordine investigassimo,
voleva che il Governo combattendo per l'ordine perisse. Se la infermità
non mi avesse impedito di assistere a cotesta seduta, io gli avrei
risposto: — assolutismo improvidamente antico, e libertà impetuosamente
nuova, sono cagioni del male; in quanto a perire per la salvezza
comune, non lo togliete di grazia per rinfacciamento, ma io mi vi sono
esposto, quando mi gittai fra l'onda infuriata del Popolo per salvarvi
il figliuolo.....
E, se non è grave, odasi un poco come in proposito favellassi io
all'Adunanza del 29 gennaio 1849: «Le parole del vostro Indirizzo in
risposta al Discorso della Corona accennano ai disastri e ai _tumulti
passati_, e indicano speranza di repressione pei futuri. In questa
maniera voi non dite del presente, e non favellando del presente venite
implicitamente a dichiarare, come nulla sia stato operato adesso per
riparare a questi tumulti che voi deplorate, e che _avete ben ragione
di deplorare_. Ciò può sembrare al Ministero un rimprovero: egli non
crede averlo meritato: imperciocchè, o Signori, voi rammenterete come
abbiamo noi ricevuto lo Stato. Noi lo abbiamo ricevuto, perdonatemi la
immagine, _come si consegna una casa incendiata in mano ai Pompieri_.
Voi lo avete veduto, la finanza era esanime: _in quali lacrimevoli
condizioni fosse l'esercito_, voi lo sapete. Vi parlerò di quello che
spetta più specialmente al mio Ministero. _Qui niuno ordinamento; i
vecchi istrumenti non si potevano adoperare, i nuovi sono tuttavia
un desiderio. Gli ufficiali mancavano affatto di vigore; non restava
che un simulacro di forza, il quale non corrispondeva alla chiamata_.
O Signori, quando ebbi l'onore di essere assunto al Governo dello
Stato, io cercai se o poche o molte vi fossero le forze per potere
governare. I passati Ministri si sono allontanati dal Governo,
com'essi dicevano, di faccia alla pubblica disapprovazione: essi
così affermarono, ed io non ho verun motivo per dubitare di questa
loro asserzione: ma devo dirvi eziandio che a me parve non solo il
Governo abbandonasse il Ministero per virtù della opinione, ma assai
più perchè era impossibile il governare. Io dissi a me stesso: qui
lo Stato fu consegnato a noi, come _un cadavere in mano ai preti per
seppellirlo e cantargli l'esequie_. Ma no, io non ho creduto mai nè
credo che uno Stato possa perire. Credo che, per malignità dei tempi,
e per pessima amministrazione di uomini, forse uno Stato possa cadere
in morte apparente, in asfissia; ma la vita resulterà, quando un uomo
voglia veramente trovarla, e liberare lo Stato dalla misera condizione
in cui egli è stato condotto. Privo di forze, privo di ordini
governativi, privo perfino del mezzo di sapere in che cosa le piaghe
dello Stato consistessero, io non trovai nessuno dei miei antecessori
che m'indicasse in quali condizioni era lo Stato, e in che cosa le
sue forze consistessero. — Ordinai a tutti i Prefetti, Sotto-Prefetti
e Gonfalonieri delle diverse Comunità, che immediatamente, o nel più
breve spazio di tempo possibile, mandassero rapporti intorno allo
stato politico, economico e morale delle provincie e delle città che
reggevano. Vennero questi rapporti, quali più presto, quali più tardi,
e furono elementi già ordinati, ma non sufficienti ancora per formarmi
uno esatto concetto dello stato in cui attualmente si trova il nostro
Paese. Tuttavolta ho ordinato e in parte effettuato questo lavoro.
Egli è bene lontano dall'essere peranche perfetto, nè lo sarà mai,
perchè tutti i giorni devono succedere casi che valgano a modificarlo,
e speriamo in meglio, ma io lo lascerò sul banco del Ministero dello
Interno come un Breviario, affinchè quelli che mi succederanno, con
senno migliore, e con migliore fortuna forse, ma non con maggiore fede
di certo, al Governo dello Stato, lo abbiano sempre dinanzi agli occhi,
e per regolarsi con cognizione di causa. Mentre pertanto il Ministero
vostro, per rendersi degno del Popolo e di Voi, suoi rappresentanti,
si accingeva a conseguire precisa cognizione dello stato del Paese;
mentr'egli si accingeva a conoscere la sua malattia per applicargli
quei rimedii che reputava migliori; mentre il Governo sta preparandovi
le leggi, che nel senno vostro esaminerete e delibererete, per portare
rimedii alle malattie che accennava; pensate, o Signori, come cadesse
fra mezzo uno stato di transizione per noi deplorabile. Questo stato,
che come una via di fuoco sarebbe bene che noi potessimo percorrere
correndo, non è passato ancora, quantunque a me tardi che cessi, e il
Paese rimanga guarito di questa ferita di dolore. — Ma, frattanto, il
Governo non si è trovato e non si trova _in mezzo all'enormezze di due
partiti_? Io non voglio definire quale dei due sia o no progressivo.
In tutti gli Stati, e specialmente in quelli ove, come nel nostro, la
vita politica si è iniziata, due partiti devono agitarsi, e non è male,
come ho sentito deplorare in questa Assemblea, ma invece è un bene
che si agitino; perchè dal cozzo dei partiti nasce quella cognizione
esatta delle cose che unica giova a ben condurre lo Stato. Però, a
tutti i partiti onorevoli e plausibili, purchè nascano da convinzioni,
non mancano coloro che suscitano mille voglie, mille cupidigie tutto
altro che plausibili; e i Capi dei diversi partiti si trovano sovente a
vergognare di quelli che fanno bandiera dei loro nomi onorati a queste
intemperanze ed a queste enormezze. A cosiffatti disordini accennavano
le parole della Commissione nel compilare lo Indirizzo al Principe.
Ora, che cosa ha fatto il Ministero vostro nell'assenza di mezzi, e
nella mancanza delle persone? I Ministri hanno sentito, come altro
non potessero fare che dare allo Stato una cura indefessa, sottrarre
le ore al sonno, dimenticare, non dirò ogni diletto, ma perfino ogni
sollievo della vita....» Così io orava al cospetto di quattro Ministri
che mi avevano preceduto; nè alcuno sorgeva a confutarmi. Dopo alquante
parole, io conchiudeva domandando una dichiarazione di fiducia.
E il Consiglio, — _non obliando la miserabile condizione nella
quale, per effetto dei mutamenti politici, era caduta la Toscana_, —
deliberava unanime questa dichiarazione di fiducia, formulandola così:
«_Siamo grati agli espedienti che il Governo si affrettò di adottare_.»
— Non era anche venuta l'ora della ingratitudine!
Nè meglio potrei dimostrare qual fosse Toscana quanto allegando una
parte del mio Dispaccio telegrafico del 16 novembre 1848 mandato al
Governatore di Livorno, più che ad altro somiglievole ad un grido di
allarme: «Energia, Governatore, energia, o fra un mese Toscana diventa
un _mucchio di cenere_!»
In questo modo si confessava da ogni maniera di gente, così negli atti
pubblici come nei privati, ed era vero, lo Stato ridotto agli estremi.
Io lo trovai incapace a resistere a qualunque tenuissimo urto, pure
lo sostenni in guisa, che i tumulti decrebbero, la fiducia pubblica
incominciò a ridestarsi, e se il fatalissimo 8 febbraio non era, da
quanti mali, da quanto lutto non mi sarebbe stato concesso preservare
il paese!
Forze governative pertanto affatto disperse, Polizia investigatrice
distrutta, m'ingegnai fra gli antichi ufficiali scegliere alquanti
che aveva sperimentato onesti e capaci; ma per quante istanze e
raccomandazioni facessi loro, non vollero saperne: mi si mostravano
invincibilmente repugnanti, _perchè nell'ora del pericolo il Governo
gli avesse lasciati in balía dell'ira popolare_.[26] I Veliti, come
si ricava dal mio Rapporto della _Guardia municipale_ al Granduca,
ormai chiamati ad altro destino, odiavano, e a ragione, il servizio
di Polizia. La milizia, da quei medesimi che la capitanavano, era
chiamata infamia, non tutela del paese. La Guardia Municipale non
ancora composta.[27] Il Senatore Capponi, lo abbiamo non ha guari
veduto, dichiarava in Senato la condizione del suo Ministero essere
identica a quella del mio. Confesso di leggieri, che nè anch'egli
sedeva sopra letto di rose; ma con sua pace, il divario appariva
grandissimo fra il suo Ministero ed il nostro, però ch'egli possedesse
la forza dei Carabinieri intera, e a me la consegnasse odiatrice
ed odiata, percuotente e percossa. Sventura lacrimevole, che poteva
essere risparmiata! No, le condizioni non apparivano uguali; tra il
mio Ministero e il suo correva la guerra civile rotta, una sconfitta
toccata dall'Autorità, un Popolo reso audacissimo per miserabile
vittoria.
Noi a mani giunte imploravamo lo aiuto di tutti, anche degli emuli
nostri, per isvellere fino dalle radici la mala pianta del disordine;
— gli supplicavamo a uscire dalle case loro, a scendere con noi fra la
moltitudine per ammaestrarla, e ammonirla.[28] — Le preghiere nostre
secondarono? Il soccorso supplicato compartirono? — Ah! no; secondo
l'usanza pessima ed antica, a parole protestavano volerci aiutare, ma
in fatto nè brogli, nè conventicole, nè qualunque argomento preterivano
nello intento di rovesciare il nostro Ministero. Taluno, ponendosi la
mano sul petto, sentirà che io dico il vero. In quanto a me, sappiate
che conosco assai più cose di quelle che dico: _potrei citare nomi, e
disegni a me noti, e da me per longanimità lasciati inavvertiti_; — ma
la prudenza, che mai deve scompagnarsi da chi tenne officio supremo,
desidera che alle provocazioni dell'Accusa io mi taccia.
Tanto può la cieca ira di parte, che gl'incauti si affaccendavano
ad abbattere il dicco estremo, che sosteneva la piena minacciante
di sommergerli tutti. Queste cose sa il Principe, che deplorandone
gl'imprudenti conati interpose l'autorità sua, perchè cessassero e
forse glielo promisero; io però ebbi a provare che non lo attennero
troppo.
In questa parte concludendo, è lecito dire, che i Giudici, e l'Accusa
non affermarono il vero, anzi esposero il falso, quando narrarono
l'agitazione essersi manifestata sul declinare del 1848 soltanto.
Nè ciò si creda che entrambi facessero senza consiglio, imperciocchè
lo studio loro intenda, come ho avvertito, a mostrare che una forza
rivoluzionaria fosse eccitata da me, crescesse, crescesse irresistibile
fino all'8 febbraio 1849; nell'8 febbraio poi cessasse ad un tratto
per ripigliare più tardi: così i fatti altrui fino all'8 febbraio
s'imputano a me, perchè da me _costretti_; i fatti posteriori all'8
febbraio s'imputano parimente a me, perchè in me _spontanei_. A senso
dell'Accusa, le forze rivoluzionarie stavano in potestà mia, come le
cannelle dell'acqua fredda e dell'acqua calda quando entro nel bagno.
Io però fui _complice_, o _impotente per vizio di origine_; nato in
peccato mortale, non basta a salvarmi agli occhi dei miei Accusatori
_il battesimo_ della scelta sovrana; però importa osservare come i
Ministeri precedenti, usciti al mondo immacolati, o immersi del bel
Giordano nelle chiare acque, non riuscissero meglio a vincere la forza
rivoluzionaria fino dai primordii. Eglino stessi lo confessarono, e
ne addussero cause plausibili. La _confessione_, lo avvertano i miei
Accusatori, è cosa che merita reverenza grandissima, perchè innalzata
anch'essa alla santità di _sacramento_. Ora considerino, di grazia,
se in tempi più grossi mi venisse fatto di adoperarmi con qualche
vantaggio in benefizio del Paese.
Quando mi giunse a notizia, come l'autore del _Decreto della decadenza
del Principe_, scritto e proclamato sopra la Piazza Granducale _il 30
luglio 1848 sotto il Ministero Ridolfi_, continuasse la sua dimora
in Firenze, irremissibilmente lo esiliai.[29] Preti, seminatori di
scandali, pervertenti lo spirito dei campagnuoli, insinuanti che il
Granduca costretto aveva consentito allo Statuto, non già di cuore e
spontaneo, chiamai, ammonii, e corressi.[30] Torres, espugnatore delle
Fortezze livornesi sotto il _Ministero Capponi_, ardito uomo, fu da
me parimente bandito, e ritornato con manifesto spreto dell'Autorità,
ordinai lo arrestassero e lo conducessero ai confini.[31] Alle censure
acerbissime della stampa, per questo fatto, risposi: «Renda conto
il Torres della sua passata condotta a Livorno, giustifichi il suo
ritorno a Firenze, allora apparirà se la misura presa a suo riguardo fu
arbitraria e vessatoria, o piuttosto opportuna e giusta.»[32]
E qui giovi notare, _di scancio_, contro alla benevola insinuazione
gittata là dal Decreto in mezzo a parentesi (Guerrazzi creduto autore
principale dei moti livornesi), che se io fossi stato tale, non lo
avrebbe ignorato il Torres; e alla mia invereconda provocazione non
avrebbe egli risposto col verso di Clitennestra:
«Chi mi vi ha spinto or mi rimorde il fallo?»
Livorno ridussi in potere del Principe, quantunque, come attestava
il Presidente Capponi, _stesse in procinto di eleggere il governo
provvisorio_.[33] A moderare il passo continuo di gente nemica
naturalmente di pace, il chiarissimo Mariano D'Ayala ed io osammo
proporre al Principe il Decreto del 27 novembre 1848, dove si
ordinava, che tutti quelli i quali presentandosi alle frontiere non si
arruolassero soldati fossero respinti. Preposto a scrivere il Rapporto
del Decreto, adoperai parole audaci,[34] che m'inimicarono coteste
turbe, dove a poco bene s'incontrava mescolato parecchio male: però che
i Popoli creduli reputassero profeti tutti quelli che paltoneggiando
pel mondo si facevano le spese a nome della patria; e guai a colui
che avesse ardito con parole o con fatti torcere pure un capello di
quelle teste reputate sante. E solo _osai_ ancora di più: gl'ingenerosi
insulti (tollerati dai precedenti Ministri) contro i nemici repressi;
tanto ebbi a schifo qualunque cosa, che magnanima veramente non fosse,
tanto studiai di sollevare il cuore del Popolo ad alti concetti. Le
parole che io dissi sul terminare del 1848, quando gli Austriaci erano
lontani, posso ripetere adesso che sono in casa: «Non così (scriveva al
Prefetto di Firenze), non così si educa un Popolo, nè se ne ritempra il
carattere. Nè m'incresce meno considerare come si espongano al pubblico
dileggio i nostri nemici. I nemici vanno vinti, Signor Prefetto, e non
oltraggiati, imperciocchè lo insulto, prima della vittoria, sia stolta
jattanza; dopo, bassezza codarda. E un altro male fanno eziandio simili
scede, che inducendo il Popolo in falso concetto sopra la potenza
del nemico, dorme sicuro poterlo vincere agevolmente, mentre avrebbe
mestieri di supremi conati per superarlo.»[35] Ah! non era io quegli,
che lusingando assicurava il Popolo potersi vincere il nemico co'
bastoni e co' sassi..... non io..... non io promisi andargli incontro
co' figli; ma quando strinse il bisogno, mandai semplice soldato
quell'unico, che mi tiene luogo di figlio!
Ma l'Accusa, dissimulando la condizione dello Stato, e come se
incominciasse sotto il mio Ministero l'agitazione in Toscana, va a
raccogliere i fatti successi per gittarmeli in faccia; essa rammenta:
1º Lo assembramento in Livorno nel 29 e 30 ottobre 1848 per bruciare
la _Patria_, e l'uscita delle milizie a dimesticarsi col Popolo. 2º
La occupazione violenta delle Fortezze di Portoferraio. 3º Le minacce
contro i proprietarii della sega a vapore a Livorno. 4º Le violenze
alla tenuta di Limone dei fratelli Bartolomei. 5º La esultanza in
Livorno per lo assassinio del Conte Rossi, assistente il Governatore.
6º La opposizione al richiamo in Firenze del Capitano Roberti. 7º Le
violenze elettorali, quantunque l'Autorità avesse _avuto il tempo
e i mezzi per prevenirle_. 8º Le violenze contro il giornale _La
Vespa_, onde ridurlo a tacersi, _comecchè avesse avuto coraggio di
farsi opponente al Ministero_. 9º I disordini in piazza, e al Palazzo
dell'Arcivescovo, per cui il venerando Prelato ebbe a cercare sicurezza
fuori di Firenze. 10º L'esorbitanze della stampa ec. E fatta questa
raccolta conclude, che il Ministero restringeva i provvedimenti ad
apparenze di preparativi, a frasi di disapprovazione, al _rinvio degli
avvenimenti più scandalosi all'ordinarie vie di giustizia_![36]
Davvero, per poco non mi cade l'animo sconfortato, però che i fatti
che in parte io stesso allegava in testimonio di riordinato reggimento,
mi si ritorcono contro, o come _eccitati da me_, o come _da me reo di
peccato originale_ non potuti _reprimere_. Esaminiamo in qual modo io
adoperassi contro i fatti dall'Accusa allegati, avuto sempre riguardo
alle condizioni del paese e dei tempi. — Pervenuta al Ministero la
notizia dell'arsione in Livorno del Nº 120 della _Patria_, e del come
non volesse il Popolo consentire alla consegna di cotesto Giornale,
ecco quello che feci stampare nel N. 270 della _Gazzetta di Firenze_:
«Il Governo, fermo nel suo intendimento di mantenere il suo Programma,
comunicò al Direttore della Posta di Livorno, per mezzo del Ministro
dello Interno, le istruzioni che noi riproduciamo. — Illº. Sig. Il
sottoscritto Ministro dello Interno, in unione dei suoi Colleghi,
_intende e vuole_ che sia pubblicato secondo l'ordinario il Giornale
detto _La Patria_. Libertà di parole a tutti. Questo principio
professerebbe sempre lo attuale Ministero in altrui; _molto più lo
deve, trattandosi di sè_. Dove i miei concittadini nel proponimento
loro persistessero, gli avverta che scapiterebbero assai nell'onorato
concetto che il mondo si è formato di loro, e che a tutti noi
apporterebbero grandissimo cordoglio. Il proverbio antico diceva, che
nè anche Giove piace a tutti; come possiamo pretendere _piacere a tutti
noi, che per certo Giove non siamo_?»
Ancora nel giorno 29 ottobre 1848, a ore 9, mi mandavano il seguente
Dispaccio telegrafico: «_Questa sera_ a ore 11 fu bruciato lo infame
e tristo Giornale _La Patria_. Il medesimo urtava il nuovo Ministero,
e quindi la intera popolazione livornese. Fu condannato ad essere
bruciato in mezzo di Piazza; poscia il Popolo ha proibito al Direttore
della Posta, pena la _morte_, di farlo introdurre in questa valorosa
città di Livorno. A scanso d'inconvenienze rimetto a lei giudicare
chi ha torto o ragione.» Ed io subito, dopo men di due ore, rispondeva
per la medesima via al Consigliere Isolani: «Male, male. La _Patria_ è
ostile a noi. _Motivo di più per rispettarla_. Se la pubblica opinione
ci sostiene, perchè mai violenze? Scriva la _Patria_; quanto più
scrive, più mostra la bassa invidia a cui manca perfino la decenza.
Questo dispaccio si parte dal Guerrazzi, e non dal ministro Guerrazzi.»
Così io raccomandava un Giornale piuttosto mio persecutore che avverso;
Giornale, che non aveva aborrito di rovesciare sopra di me la calunnia,
quando oppresso e imprigionato non poteva rispondere, ed ogni sua
parola pesava nella bilancia della Giustizia a mio danno; Giornale,
che più di ogni altro si affaticò a spargere le triste voci, che
adesso raccoglie diligentemente l'Accusa per tessermene una corona
di spine; — Giornale, che dettato, per non dire altro, da chi una
volta fu amico, doveva per pudore tacere; però che, secondo la greca
sentenza, l'amicizia cessata sia un Tempio di cui, remosso il Dio,
voglionsi venerare le pareti mai sempre in memoria della Divinità. E la
raccomandazione bastava, sicchè il Giornale poteva essere distribuito
liberamente di poi. Peccati veniali erano quelli pei tempi che
correvano, nè avrei potuto finalmente volere, che agl'incendiatori di
un foglio fosse applicata la pena del taglione! Siccome non fui vile,
perseguitato; non conobbi vendetta, potente. — A sedare i tumulti di
Portoferraio, di concerto di S. A. e del Ministro D'Ayala, presi le
determinazioni opportune _illico et immediate_; nelle stanze stesse
del Granduca, lui presente, dettai la commissione; mandammo pel Sig.
Giorgio Manganaro, e senza perdita di tempo, lo spedimmo subito subito
alla Isola dell'Elba.[37] Andò, sedò, arrestò i supposti autori, e li
tradusse davanti ai Tribunali ordinarii. I Tribunali _assolverono_.[38]
È mia la colpa, dite, se i _Tribunali allora_ erano facili a scusare,
come _adesso_ lo sono a punire? È mia la colpa, se gli uomini,
diventati barometri, ad ogni lieve impressione di caldo e di freddo
abbassano od alzano il loro mercurio? È mia colpa se, istrioni sopra
la scena del mondo, talora essi sostengono la parte di Tito, tal altra
quella di Dracone? Volete sapere come scriveva all'ottimo Giorgio
Manganaro a schiarimento di certi suoi quesiti? «Signore Giorgio
Manganaro. Firenze 21 novembre 1848. Io odio le vie eccezionali: sono
da deboli. Il Granduca ha fatta l'amnistia: vedasi se G...... vi sia
compreso; ciò spetta ai Tribunali. Dove non sia compreso, procedasi
con rigore apertamente, e giustamente. In ogni caso, da qui innanzi
chi rompe paga senza paura. Addio.» Io dunque al mio dovere adempiva;
perchè non lo adempirono tutti?
Il tripudio per la morte del Rossi non fu opera del Governatore; pure
lo appuntai di essersi presentato al Popolo; barbara cosa lo reputammo,
ed era; fin da quel momento desiderai occasione di rimuovere il Pigli
da Livorno, e quando capitò senza timore di resistenze tumultuarie,
lo rimossi. Ma in questo modo parlando di Carlo Pigli, io non posso
astenermi, nè devo, da aggiungere che non cuore malvagio, il quale
anzi io gli conobbi compassionevole e buono, ma difetto di sufficiente
costanza a resistere alle improntitudini altrui lo indusse a dire
parole di cui egli ebbe a pentirsi amaramente poi.[39]
Io so come un visconte D'Arlincourt abbia scritto, che il conte
Mamiani, il principe di Canino, Sterbini ed io deliberammo a Livorno
la strage del Rossi. Pare che questa prima deliberazione non bastasse,
perchè, secondo lo egregio Visconte, lo atroce omicidio fu messo di
nuovo a partito a Firenze in Via _Santa Apollina_ (com'egli dice), e
fu tratto a sorte chi dovesse fare il colpo fra Montanelli, Sterbini,
Galletti e Canino; e la sorte ad arte si operò che cadesse su l'ultimo
di loro. Ma nè anche queste deliberazioni bastarono; perchè il negozio
succedesse col mistero necessario alle opere di sangue, decisione
uguale fu presa a Genova nell'Albergo Feder, e a Torino nel Circolo
Gioberti (_Italia rossa_, pag. 82). — Tali e siffatti gesti per me
si operarono, finchè, secondo che ci ammaestra il pro' Visconte, il
Popolo tornava a sventolare l'_antica bandiera toscana turchina e rossa
invece della tricolore_ (_Ivi_, pag. 87). Io deploro col profondo del
cuore, che altri siasi reputato offeso da cotesto sciaurato; e troppo
più deploro, che per le costui ribalderie nobile sangue italiano sia
stato in procinto di versarsi. Lasciate andare; cotesto è fango, e
del peggiore, che schizza mentre passa a rompicollo la treggia della
reazione. — Oh! antica nobiltà di Francia quanto basso caduta.....
Se le violenze elettorali non furono potute prevenire, furono però
represse in Firenze _dalla mia stessa presenza, recandomi di persona
ad ogni_ Collegio Elettorale in compagnia del Sig. Baldini maggiore
della Guardia Civica, nè mi ritrassi, finchè non rimasi sicuro che
ogni cosa andasse in ordine.[40] Passando da Pisa, per una parola
che profferii, venni sottoposto a processo! — E la parola fu questa.
Antonio Dell'Hoste, uomo egregio, aspettatomi alla Stazione della
Strada Ferrata, mi diceva: «Grande essere in Pisa il perturbamento
per l'elezioni; dolergli nel profondo che avessero tolto il nome suo
a pretesto di sommossa; avere dichiarato invano non potere accettare
ufficio di Deputato; provvedessi, perchè forte temeva che in cotesto
giorno avrebbero rotto o urne, o teste.» Io gli rispondeva, mancare
di autorità per provvedere; ciò spettare ai Magistrati locali, che
avrebbero fatto buono ufficio ricorrendo alla Guardia Civica; e siccome
egli sembrava dubitare della energia di quelli, della efficacia di
questa, io replicava: «E allora, o come pensi che potrei provvedere
io? Ho forse meco uno esercito? Confido che non avverrà cosa da
deplorarsi; in ogni evento, _meglio sarà che rompano le urne, che
le teste_.» E questo favellai nel senso proverbiale di chi dovendo
scegliere fra due partiti tristi accetta il men peggio. Meglio è
cascare dalle scale che dalla finestra, costuma dire il Popolo; nè
per questo si pensa, che uomo desideri rotolare le scale; e nonostante
fui accusato! Vedi se incominciò a soffiare rigido il vento davvero!
Manco male, che mi posero fuori di accusa senz'altro danno; altrimenti
avrei imparato quanto sia pericoloso discorrere per proverbii. — Nei
Paesi Costituzionali, anche in tempi ordinarii, il periodo delle
elezioni non passa senza disturbi più o meno gravi;[41] e quello
che merita considerazione fra noi si è, che, nonostante lo agitarsi
della gente, poterono essere eletti quelli che intendeva escludere,
e l'elezioni furono lasciate libere per modo, che uno Scrittore ebbe
a dire, che il nostro Ministero contava nel Consiglio Generale _tre
voti_ soltanto;[42] avesse almeno detto sei, manco male! Sei eravamo
Ministri, e tutti deputati; e che avessimo a fare come Licurgo, il
quale piantando la vite si tagliò le gambe, non è poi da credersi,
nonostante la pesa autorità dello Scrittore allegato. Ad ogni modo,
l'elezioni allora e poi furono liberissime per la parte del Ministero;
nessuno ardì rimproverarlo di brogli o di arti consuete pur troppo
ad usarsi dal Potere per procacciarsi la maggiorità. Intorno alla
insinuazione benevola, che tempo avessi e modo di prevenire, accennerò,
che dei giorni elettorali, uno e mezzo, cioè _quello preciso_ in cui
avvenne la rottura delle urne a Firenze, passai in viaggio e a Livorno
per esercitare lo ufficio di elettore, donde a gran fretta venni
richiamato per ovviare al rinnuovarsi del tumulto; e che avendo voluto
libere sempre l'elezioni, e vigilato di persona perchè uscissero libere
siccome veramente elle uscirono, se avessi potuto immaginare che per
un momento fossero state disturbate, avrei fino dal _primo_ giorno
provveduto, come feci il _terzo_.[43]
E qui mi gode l'animo di riportare una parte di lettera che scrissi
nel 27 novembre 1848 al signore Andrea Padovani gentiluomo livornese,
in risposta di certa sua nella quale tenevami proposito di Ridolfo
Castinelli, non voluto da un partito deputato a Pisa, e non pertanto
eletto a Pisa e a Castelfranco, patria dei miei padri, per opera
in ispecie dei miei parenti ed amici: «Il Ministero è deciso a fare
rispettare la Legge, e ha preso le sue disposizioni in proposito: spera
che non sarà condotto ad estremità; se lo fosse, con meno jattanza di
altri, ma più costanza assai, dichiara, che saprà morire al suo posto.
Però supplica che i prudenti non accrescano difficoltà alle già tante
che lo tengono oppresso: prudenza dunque e gravità. Tutti si uniscano
a noi per creare un governo, una amministrazione, una qualche cosa
che difenda e assicuri, e poi ci mandino al diavolo. Se altri ha mezza
voglia di mandarci, noi l'abbiamo intera per tornarcene a casa. Per me
mi sento sbigottito dalla fatica e dalle rinascenti difficoltà. Questa
lettera potrà sembrarti severa, ma ti dimostrerà parimente che io ti
stimo e che sono degno della tua amicizia. Addio.»
Confido, che quanti leggeranno questa Apologia, con voglie pronte si
affretteranno a mandarmi le lettere che posseggono di mio, le quali
valgano ad allontanare da me le turpi imputazioni dell'Accusa. — Certo
non mancherà essa di persistere che le mie parole sono astuzie di chi
doppio ha il cuore per mostrarsi alla occasione o topo o uccello, come
il vipistrello del Padre Moneti. — Facile è insultare l'uomo oppresso e
in carcere.... e se verecondia e giustizia non fanno inciampo a questa
facile a un punto ed infelice potenza, davvero non posso farcelo io.
Tra i miei Giudici e me giudichi il Paese.
Le violenze voglionsi sempre prevenire, e, quando non si può, almeno
reprimere; però biasimati come meritano coloro che oltraggiarono gli
scrittori della _Vespa_, è forza che io apra l'animo mio intero intorno
alle parole dell'Accusa: essa loda cotesto Giornale come quello _che
aveva avuto il coraggio di farsi oppositore al Ministero_. Calunnia
perfida, insinuazioni iniquissime, vituperii senza fine erano le arti
della _Vespa_, e l'Accusa trova parole di lode per lei! — Quando
ogni altro riscontro mancasse per dimostrare con quale e quanta
stemperatezza proceda l'Accusa, basterebbe questo uno. Dunque animosi
erano tutti i calunniatori del Ministero? Egregi uomini quanti lo
vituperavano? L'Accusa, nello infinito odio contro il mio Ministero,
non è contenta di averlo maledetto,
Nella ira del Signore ingenerato,
Figliuolo della morte e del peccato;
non le basta, che pesi su lui la condanna di Caino, però che alla fin
fine Dio vietò che uccidessero il fratricida: adesso ella mi mette
a pari del lupo, e sembra avere desiderato che dessero la taglia
dei dieci scudi a chi portava la testa mozza di questo Ministero
licantropo. Il torto non è di coloro che mi correvano addosso: egli
è evidente; il torto era tutto mio, per non essermi rassegnato di
buona grazia a farmi lacerare. Cecità di partiti! Vogliono ricostruire
l'Autorità, e commendano coloro che l'Autorità distruggevano! Nè vale
opporre: ma voi ci eravate esosi; — non importa; — se consentanei a voi
stessi, noi eravamo Autorità, e tanto bastava perchè ci aveste dovuto
rispettare, e difendere. Vedete David: egli odiava Saul; grande era
il comodo che risentiva dalla sua morte; e nonostante, in venerazione
dell'Autorità, ordina sia tolto di vita lo Amalechita che mise la mano
su l'unto del Signore. Certo capitano Côrso, che io ho conosciuto,
dopo essersi arricchito seguendo le fortune della prima rivoluzione
di Francia, professavasi adesso sviscerato dell'Autorità. Nel 1830 i
suoi figli travagliandosi nei nuovi sconvolgimenti, toccarono da lui
un fiero rabbuffo: e siccome essi per iscusarsi gli rammentavano le
sue geste operate nella rivoluzione, egli rispose: _Tacete! cotesta
rivoluzione era giusta perchè c'era io_! — Così l'Accusa a me: _Tacete!
cotesta non era Autorità perchè ci eravate voi_. — Le stesse premesse
di passione conducono alle medesime conseguenze di errore. Un Giornale
_onesto_, non _parziale_ del Ministero, _amico_ dello Statuto, ecco
come qualificava _allora_ a viso aperto i libelli che all'Accusa _basta
il cuore adesso_ salutare col nome di GENEROSI OPPOSITORI AL MINISTERO.
«Quello che oggi è accaduto in Firenze potrebbe però dalla sola
malevolenza attribuirsi al Popolo, o anche ad un Partito. Un
attruppamento di forse 20 persone si è recato alla tipografia Passigli,
si è impadronito delle _forme_ del giornale _la Vespa_ ec... Noi
non troviamo parole sufficienti per flagellare certi VITUPEROSI
giornali di tutti i colori, che mercano oro bruttando di fango quanti
sono loro avversarii, e che alla discussione calorosa, ma urbana e
ragionata, sostituiscono la CONTUMELIA VILLANA E LA CALUNNIA. Questi
DEPRAVATORI della Morale pubblica, questi BASTARDI PARASITI della
libertà della stampa, dovrebbero trovare degna punizione _nel disprezzo
e nell'abbandono delle oneste persone_, se molti cui piace ridere
delle ferite fatte altrui, tenerissimi poi della propria pelle, non
gettassero, a nutrire tanta bruttura, un soldo per comprare un minuto
di stupido passatempo, per non dir peggio. E sì, per Dio! che son
tempi questi da ridere e da scherzare leggiadramente, e da cercare
sollazzo frugando nel santuario delle pareti domestiche, o alzando il
velo che cuopre i segreti, che dovrebbero essere inviolabili, della
vita privata! Un bel Popolo degno di libertà veramente saremmo noi
se dovessimo essere giudicati dalle sozzure che si vanno stampando
e affiggendo pei canti della città! La cosa non va per questo modo,
la Dio mercè; ma neppure dev'essere lecito in un Popolo ordinato
civilmente, che ha leggi e Governo, ai primi venuti d'andare a farsi di
proprio moto vendicatori della Morale pubblica.» — (_Nazionale_, 3 gen.
1849.)
_I vituperosi, i villani, i calunniatori, i sozzi depravatori, i
contennendi da quante sono oneste persone_ nel 1849, nel 1851 diventano
_generosi oppositori per l'Accusa_! In verità, siffatte considerazioni
talora mi spingono in volto il rosso della vergogna di essere nato
uomo, e nell'anima uno sgomento, che poco più è morte. — O Patria mia!
Fra le quotidiane calunnie, la _Vespa_ diffuse quella, che io avessi
ordinato il Palazzo del Marchese Ridolfi si manomettesse, e, fedele poi
al mio programma, gli avessi fatto pagare il guasto!!
Per chiunque intende gentilezza che sia, il mio ufficio m'imponeva
tutelare tutti, particolarmente poi il signor Cosimo Ridolfi, che mi
era proceduto infesto senza ragione. Si rimproverava un fatto falso,
e mi pareva che costituisse vera calunnia. Chiamai il Magistrato, e
gli dissi adoperasse per noi la difesa che avrebbe usata a favore di
ogni altro cittadino: nella repressione dei delitti rammentasse che il
Governo non proteggeva la Magistratura, ma all'opposto la Magistratura
il Governo. Esaminasse, e vedesse quello che in sua coscienza era
da farsi.[44] Il Magistrato esaminò e referì: non correre tempi
propizii per questa sorta accuse; la difesa avrebbe saputo togliere
di mezzo ogni ombra d'imputabilità: non persuadergli la coscienza
d'instituire processo. Davanti alla coscienza del Magistrato tacqui:
però con profondo sconforto notai, che il tempo governava cose che
non avrebbero dovuto governare ragioni di tempo. A Lucca parimente
non omisi provocare l'azione dei Magistrati contro i delitti della
stampa, ma il Prefetto avvisava: «Il Pubblico Ministero non crede
incriminabili gli articoli della _Riforma_, e così _l'Autorità
Governativa non può agire contro essa!» — Heu Hector quantum mutatus
ab illo_! A reprimere le sfrenatezze della stampa, occorrevano
due mezzi legali, e vennero praticati: i Tribunali; e assolverono,
trovando i _tempi poco favorevoli_ a simili accuse: il richiamo dei
Direttori dei Giornali; e dissero avere vinta la mano dagli scrittori.
Io, e _il Processo lo attesta_, esortai qualche Direttore a smettere
la veemente polemica, offerendomi pronto a fargli toccare con mano
come il suo Giornale proseguisse uno scopo ad ottenersi impossibile.
Il Prefetto di Firenze ai Direttori di Giornali di varia opinione
raccomandava reciproca cortesia e temperanza.[45] Ad ogni evento vi
erano leggi repressive; eranvi Magistrati a posta per invigilare; nè
l'Autorità governativa può, nè deve, senza sconvolgere ogni diritto
ordine di reggimento, mescersi da per tutto: in siffatte faccende il
_Governo attende soccorso dalla Magistratura, non glielo partecipa_.
Avvertasi per ultimo se _complice_ o _impotente_ repressore di violenze
fossi io! — Arrestati alcuni prevenuti di guasti alle campagne dei
signori Bartolomei, così ordinava col Dispaccio telegrafico del
16 novembre 1848: «Bene, benissimo: adesso procedura immediata:
si sospenda ogni altro negozio al Tribunale: pena la indignazione
sovrana se i Magistrati, nel più breve tempo possibile, non terminano
questo negozio: impieghino giorno e notte; si dia pubblicità alla
discussione: prenda parola il Procuratore Regio; energia, o _fra un
mese la Toscana diventa un mucchio di cenere_.» Grave fatto fu quello
dello Arcivescovado; ma simili successi, come inopinati e improvvisi,
male possonsi prevenire. Bene si possono, anzi si devono castigare.
È colpa mia, se gli Ufficiali non sapevano, o aborrivano dal proprio
dovere? Le inquisizioni furono ordinate; perchè non proseguite? Il
Governo ha da fare tutto? Può provvedere a tutto? Di tutte le paure,
di tutte l'esitanze, di tutte le negligenze ha da essere becco
emissario il mio Ministero? — Il _Monitore_ del 23 gennaio 1849 così
manifestava l'animo suo vituperando il fatto: «Pochi facinorosi e
un branco di ragazzi tentarono violare la santità dello asilo (dello
Arcivescovo), con generale reprobazione di tutti i buoni Fiorentini,
dei quali non pochi si adoperarono onde desistessero dallo spingere
più oltre le violenze. Il Governo non può nè deve tollerare qualunque
trascorso che tenda a turbare la pubblica tranquillità o infrangere
l'autorità delle leggi. Sono già state prese le misure opportune, e
_la Giustizia sta in traccia dei colpevoli, che saranno puniti con
tutto il rigore_.»[46] L'Accusa poteva rammentarsi che mercè le mie
premurose istanze l'Arcivescovo fu richiamato in Firenze, che egli a
me si affidò, e che io, con sommo studio, correndo pericolo grande,
attesa la malvagità dei tempi, lo assicurai nello esercizio liberissimo
delle sue funzioni ecclesiastiche. La opposizione del Roberti a
presentarsi a Firenze, era ella cosa da rammentarsi nemmeno? _Dat
veniam corvis, vexat censura columbas_! E nonostante, col Dispaccio
telegrafico del 13 novembre 1848, ore 6, fu mandato: «Se Roberti
(Giorgio) vuole dimettersi, accettisi la dimissione.» E nel 18 detto:
«Roberti obbedisca e venga a Firenze; se disobbedisce, si cassi dai
ruoli.» Roberti obbedì. Le violenze contro i signori Bartolomei ed
Henderson furono con alacre operosità represse. «Sono state prese
le opportune disposizioni perchè non si rinnuovino violenze a carico
dei proprietarii della sega a vapore.» (Dispaccio telegrafico dell'8
novembre.) — «Ma avvertasi, che nulla accadde di _violento; vi furono
solo minaccie_.» (Dispaccio telegrafico Isolani del 7 novembre.) —
Rispettivamente ai sigg. Bartolomei, ecco come io ordinava a ore 4,
min. 55, del giorno 11 novembre col telegrafo: «Si proteggano ancora
i Bartolomei. _Appunto perchè mi hanno fatto male, debbono essere
protetti_. Se fosse diversamente, ridonderebbe in infamia per noi.» —
Alle ore 6, min. 43, del medesimo giorno, mi rispondeva il telegrafo:
«La dimostrazione contro i Bartolomei era incominciata col suono di
un tamburo; l'ottimo Petracchi l'ha dissipata.» — Perchè mi appone
l'Accusa disordini che furono prevenuti? Nel giorno 13 novembre, a
ore 6 pom., per via telegrafica comando al Governatore di Livorno: «Si
proceda _subito_ allo arresto dei violatori delle proprietà Bartolomei;
_subito_, fossero anche miei fratelli.» Perchè mi appone l'Accusa
disordini che così acremente repressi? — Più benigni a me dell'Accusa
i pretesi ingiuriati, della ottima mente loro mi dettero poi prove
tali, che a me duole non poterle riportare in questo Scritto, però che
onorino la umana natura e riposino l'animo stanco dalla vista di tante
iniquità.[47]
Non so se io debba continuare nella storia delle sommosse accadute
durante il mio Ministero e degli sforzi operati per sedarle, perchè
io vedo con paura che tutto mi si ritorce contro. L'Accusa, intorno ai
fatti riportati fin qui, mi dichiara _complice, o impotente per vizio
di origine_; riguardo ad altri fatti che mi riusciva impedire, l'Accusa
ne trae argomento a ragionare nella seguente maniera: poichè l'Accusato
_potè_ impedire molte intemperanze, segno è certo che alle altre
che accaddero egli _non volle_. Così non salva tenere nè lasciare;
così perde ugualmente fermarmi e fuggire. Se non riesco resistere,
sono complice; se riesco, sono reo per non essere riuscito di più.
Un cammello può portare il carico di mille libbre; ma perchè non ne
portava due mila, sia condannato a morte. Tale è la legge dell'Accusa:
— fiera legge invero!
Ma la Storia non giudica così, e tale registra splendido elogio del
Lafayette, a cui pure non venne fatto riparare tutto quello ch'ei
volle: «Lafayette adoravano le milizie, quantunque il vincolo della
vittoria non le legasse a lui; pacato uomo egli era, e ricco di partiti
in mezzo ai furori popolari; — però, malgrado la sua operosa vigilanza,
non sempre giunse a capo di vincere i tumulti delle moltitudini,
imperciocchè, per quanto sia spedita la forza, non può trovarsi
presente da per tutto contro un Popolo da per tutto sollevato: —
spesso lottava contro le fazioni senza fiducia, ma con la costanza del
cittadino, il quale non deve disertare mai la cosa pubblica, quando
anche disperi di poterla salvare!»[48]
Una frase _scoperta_ dal Decreto del 10 giugno 1850 viene accolta con
amore e accarezzata dal Decreto del 7 gennaio 1851: il Ministero fu
_complice, o impotente_. Ora come in suprema accusa possono queste due
parole congiungersi in virtù dell'alternativa? Immenso è lo spazio
che passa dall'uno stato all'altro. Nella misura della imputazione,
alla _impotenza_ corrisponde venia e favore; alla _complicità_, odio e
castigo.
O Ministri, che adesso reggete le sorti toscane, e che, credendo
in me l'uomo soltanto flagellato, di me non curate; attendete e
avvertite, che con l'uomo va a stracci la prerogativa ministeriale.
La via di Palazzo Vecchio per me insegna, che può diventare quella
del Calvario, e di ora innanzi metterà ribrezzo percorrerla, perchè
se un Tribunale potrà intorno al Ministro caduto aggrappare non solo
i proprii fatti, ma anche gli altrui, e di tutti chiedere al medesimo
ragione, e, nulla intendendo delle necessità politiche, lo porrà nelle
consuete condizioni della vita di uomo che può volere e disvolere a
suo senno: — se di pratiche dilicate, condotte con opportuno mistero,
egli pretenderà prove _luminosissime e chiarissime_; — se il concetto
di atti operati con la discretezza imposta dai tempi, ed anche con
dissimulazione, presumerà dimostrato con riscontri, e dirò quasi con
_istrumenti_ e _chirografi univoci_ e non _equivoci_; — se di più,
questo Tribunale andrà a pescare gli elementi dell'Accusa nelle parole
della Tribuna, e nei Giornali, che ne sono l'eco; — se l'ora della
lotta penserà che sia l'ora della Giustizia, e le furie dei Partiti
pacate consigliere del giudicare, quale Ministro mai, quale Ministero
si salverà?
L'Accusa me incolpa, _per essermi limitato a rinviare gli avvenimenti
più scandalosi alle ordinarie vie di giustizia_. Io temo comprendere
troppo, o troppo poco. O dove aveva a rinviarli io? Forse come Mario
reduce a Roma, col negare o col rendere il saluto, dovevo indicare ai
satelliti i cittadini da trucidarsi? Agendo come l'Accusa rimprovera,
io adempiva al mio dovere; lo hanno tutti ugualmente adempito? O
piuttosto talora con pusillanime oscitanza, tal altra con quello
_zelo serotino e importuno_ (_che fu il terrore del Talleyrand_) non
abbandonarono o imbarazzarono il Governo?[49]
Ma sia che vuolsi, io continuerò nella narrativa di quanto mi fu dato,
come Ministro, operare in benefizio del Paese, onde il Paese giudichi
me e i miei Giudici, e veda se io mi merito lo insulto (e non è il
solo) che essi mi gettano in faccia: «_va, tu fosti un complice tristo,
o uno imbecille impotente_!»
La Plebe Castagnetana insorge con moti comunisti. È repressa
energicamente con lo invio di Commissione speciale.[50] Attentati
contro le foreste dello Stato repressi, nonostante il pericolo di
sloggiare gli scarpatori armati di pianta in pianta.[51] Guasti di
palazzi, attentati d'incendii prevenuti, o repressi. Aggressioni e
latrocinii prevenuti parimente o repressi.[52] Plebe Pratese tumultua
e minaccia ardere le fabbriche dei cappelli di paglia; con pronti
rimedii è frenata.[53] Plebe di Campi irrompente contro le proprietà
dei cittadini tenuta in rispetto.[54] Campagnuoli infestanti le
vie maestre e i pubblici passeggi, estorcenti danari ai passeggeri,
sorpresi e arrestati.[55] Contadini e Plebe Fiorentina invadono il
negozio Peratoner sotto pretesto di cambiare i _Buoni del Tesoro_,
e minaccianti pel medesimo motivo la banca Fenzi, repressi, nella
deficienza di pronta forza, con la mia stessa persona.[56] Plebe e
contadini di Firenze, nella notte del 27 gennaio 1849, percorrono la
città, gridando: «Morte ai codini, fuoco alle case;» insultano Veliti
e Guardia Civica; invadono i corpi di guardia delle Delegazioni,
infrangono porte, e minacciano di morte il Delegato Carli. Cresce
il tumulto in Borgo degli Albizzi e in Via Calzaioli. Eduardo Ricci
muore di coltello. Un Campigiano è arrestato; gli altri fuggono.
Cotesta fu notte in cui più di uno tremò nel suo letto, e le pattuglie
esitavano di mettersi a sbaraglio in mezzo al tumulto. Io era per le
strade improvvido di me, attendendo al dovere di tutelare la pubblica
sicurezza. Sì certo, il mio dovere; ma è pur forza dirlo, egli è più
facile assai dare il consiglio, che lo esempio di avventurare la vita
per mantenere l'ordine della città: e la città fu quieta; i facinorosi
posti in mano alla Giustizia.
I Giornali della Opposizione sbigottivano pei nuovi mostri; il Governo
deprecavano a tentare i _supremi sforzi_ per ritrarre il Paese dal
fatale sentiero dove precipitava; avvertivano come il Ministro dello
Interno nella risposta allo Indirizzo della Corona, prendendo le parti
della Commissione, intendesse che lo inciso relativo ai disordini
si conservasse, e ciò feci non solo perchè fosse richiamo costante
alle cure mie, quanto perchè durasse ammonimento ai Deputati, che
male l'ordine si consiglia, e peggio si spera conseguire, se i facili
consiglieri non sovvengono con pronte voglie la opera governativa. —
Infine, a fronte scoperta annunziavano comparire sintomi quotidiani
di potente _reazione_, e gente perversa che, sotto sembianza di
difendere la libertà, per via di tumulti e di scandali cospirava ad
opprimerla.[57]
Troppo fastidiosa opera sarebbe ricordare tutti i casi di simile
natura, successi durante il mio Ministero: bastino gli esposti per
chiarire, come la plebe cittadina si rimescolasse con la rustica; e
come, peggiorata la indole, cotesti moti incominciassero a manifestarsi
attentatorii alla vita e alla sostanza dei cittadini.
Io vegliava quando la città si dava in balía del sonno; e con l'animo
sospeso tendeva l'orecchio se alcun rumore sorgesse, per correre sul
luogo del pericolo. Al difetto di ordinamenti e di forze, suppliva
con operosità, che mi ridusse in breve a comparire l'ombra di me
stesso.[58] In quei giorni pochi erano i labbri di ogni maniera
di gente, che non pronunziassero lode al mio nome. — L'ora della
ingratitudine non era peranche arrivata!
E fermamente credo, che dove ogni barriera non si fosse, per così
dire, abbassata spontanea davanti allo impeto della fazione politica
e dei tumultuanti, a fine ancora più pravo, non senza lotta forse,
ma certissimamente con buon successo, sariasi potuto resistere, ed
ordinare lo Stato. — Lasciando alla coscienza pubblica decidere
se dirittamente e cristianamente operassero i Giudici, quando mi
gittarono in faccia il vituperio di _complice_, o _impotente frenatore_
di turbolenze, io penso potere concludere con queste proposizioni.
1º Forza rivoluzionaria sorse in Toscana fino dal 1847. 2º Ordini
governativi furono fino da quel tempo manomessi da prepotente impeto
di forza rivoluzionaria. 3º Nel settembre del 1848, rimasero affatto
distrutti. 4º Stato alla mia chiamata al Ministero era stremo di
qualunque difesa. 5º Non ignavo, non codardo, non infedele custode
della pubblica sicurezza fui io.