braccia ripiegate sulla lastra e il volto ascoso nelle braccia. Doveva
essersi assopito; non si era mosso, infatti, nè alla partenza di don
Martino, nè all'andare e venire degli altri.
Maurizio entrò a sua volta nella camera, e si accostò al letto di
Gisella. Non poteva più resistere al desiderio di vederla ancora. Il
medico e Albertina stavano a' piedi del letto, preparando una pozione,
ed egli fu solo un istante al capezzale. Gisella aveva gli occhi
semichiusi; lo vide, lo riconobbe, e fece uno sforzo per proferire
qualche parola. Non fu che un soffio, per altro; ma egli intese quel
soffio.
--Dio perdona;--diss'ella.
--Oh! perdoni a tutti;--rispose Maurizio.
Gisella aveva mossa la mano; ed egli aveva presa quella mano. Gisella
allora volse gli occhi, come invitandolo a seguire il suo movimento; ed
egli pure volse gli occhi dove ella accennava. Ah! che voleva dir ciò?
Maurizio rabbrividì, mentre un sudor freddo gli bagnava le tempie.
Dall'altra banda del letto, il frate! ancora il frate! Ma egli aveva il
cappuccio calato sulle spalle; la testa del padre Anselmo appariva
intiera, luminosa; l'aspetto era benevolo, la mano era stesa in atto di
benedire.
Maurizio s'inchinò umiliato, e lasciò la mano di Gisella. Quando rialzò
gli occhi non vide più il monaco. La visione era sparita. Gisella
sorrideva ancora, e cercava con gli occhi, pareva domandar qualche cosa,
o qualcheduno.
--Chi?--disse Maurizio--il dottore?
Ella fece un cenno di diniego col capo.
--Il generale?--rispose Maurizio.
Il capo e gli occhi di Gisella accennarono di sì.
Maurizio si mosse sollecito, e andò dal generale, che era ancora
assopito. Scosso da lui, il conte Ettore si destò in soprassalto.
--Morta?--esclamò egli, rabbrividendo.
--No, generale; vi chiede.--
Il vecchio gentiluomo accorse, e si chinò con atto affettuoso verso di
lei. Gisella guardò il marito, lo guardò lungamente; poi si sforzò di
sorridergli. Schiantava il cuore, quel triste sorriso. E volle parlare,
la povera creatura; ma non le venne più fatto. Maurizio, che vide
l'atteggiamento di quelle labbra scolorate, Maurizio che ne colse una
sillaba, intese ciò che la morente voleva dire al marito. E si ritrasse
ancora, premendosi il pugno al cuore, che pareva volesse scoppiargli in
quel punto.
--Ah!--pensò egli.--Perdono! sempre perdono! Chi perdonerà a me il mio
delitto?--
Il rantolo crescente diceva che gli ultimi momenti si avvicinavano. Il
medico tentò ancora di richiamare quella povera vita fuggente: ma
l'etere non valse più a prolungarle l'agonia. Erano paralizzate le
contrazioni del cuore; le respirazioni non più di sei al minuto.
Albertina s'inginocchiò presso la sponda del letto, pregando. Anch'egli
inginocchiato, il conte Ettore copriva la mano di Gisella delle sue
lagrime silenziose. Quella mano a grado a grado si raffreddò tra le sue.
Era cessato il respiro, cessato il movimento del cuore; un placido
sorriso si era diffuso sulle labbra di Gisella. Le ombre del crepuscolo
incominciavano ad invadere la stanza, viva ancora di mormorate
preghiere, di mal rattenuti singhiozzi, e la bella creatura si era
spenta dolcemente, addormentata con Dio.
Quella sera fu un gran pianto a San Giorgio. È dolore, è rammarico
profondo in ogni paese, quando muore una bella donna, quando sparisce
per sempre una di quelle figure in cui eravamo avvezzi a vedere la
divinità in forma terrena. Ma nel paese di San Giorgio la contessa
Gisella non era soltanto ammirata per la sua grande bellezza; era anche
amata per la sua grande bontà. Dopo che l'avevano veduta entrare in
chiesa, quei buoni alpigiani la consideravano una santa, e non
dubitavano punto ch'ella non fosse per convertire alla fede il marito.
L'incredulità del conte Ettore ebbe ancora in quel giorno uno scatto; e
fu quando vollero allontanarlo di là, facendogli intendere che tutto era
finito. Alla contessa Albertina che con delicatissimi modi cercava di
condurlo fuori, trovando per quello sventurato le parole del cuore, egli
rispondeva feroce:
--Ah, la vostra religione! la vostra religione è una grande menzogna. E
voi, con le vostre divozioni, l'avete uccisa; coi vostri digiuni, coi
vostri scrupoli, coi terrori del vostro inferno l'avete assassinata.--
Albertina chinò la fronte, in atto di rassegnazione sublime. Poi
dolcemente, quasi umilmente, gli disse:
--Il vostro dolore è legittimo, è sacro. Ma pensate, signor conte, che
un angelo è salito in cielo a pregare per voi.--
Il conte Ettore fu atterrato da quella calma risposta; ed anche si pentì
d'aver parlato con tanta durezza.
--Perdonate;--le disse.--Voi che credete, siete angeli in terra.--
Quella sera la contessina di Vaussana ebbe testa per tutti. Fatta
preparare una lettiga e adagiare sovr'essa la sua morta amica, la fece
trasportare nella notte alla Balma. Triste convoglio a lume di luna;
triste ritorno della povera Gisella alla dimora de' suoi padri, dond'era
uscita il mattino con tanta gioia nell'anima, così fiorente di salute e
di bellezza! La riposero nel suo letto; la sua stanza, tutta ornata di
fiori e di doppieri, fu tramutata in camera ardente. Tre giorni la salma
fu lasciata colà, assiduamente vegliata dai suoi, e dagli amici della
famiglia, che si davano la muta. Così era adempiuto un desiderio della
morta, a cui l'immediato trasporto della salma al camposanto era sempre
parso un atto irriverente e crudele.--Io non intendo,--aveva detto essa
tante volte,--io non intendo, quando uno muore, che smania sia quella
dei cari congiunti di levarselo subito dagli occhi. Temono forse che non
sia morto davvero, e che possa da un momento all'altro riaprire i suoi
alla luce?--
Ma per lei non c'era più dubbio. Al terzo giorno un indugio maggiore
sarebbe stato irriverente e crudele come una più pronta levata. La
povera Gisella fu composta nella bara, e molti fiori scesero a dormire
con lei nel chiostro della chiesuola patronale, dove già riposavano
tante castellane dei Matignon della Bourdigue.
Maurizio s'era preso il carico di tutti quei funebri uffizi. Non aveva
lagrime; era come istupidito; pareva tranquillo. Anch'egli aveva
vegliate le due notti nella camera ardente, a due passi dal generale,
che restava là, col capo tra le braccia ripiegate sulla spalliera d'una
seggiola, muto, immobile, assopito nel suo dolore. La prima notte il
vecchio non aveva notata la presenza di Maurizio: si avvide di lui sul
finire della seconda, all'atto che fece Maurizio di andare a
raddrizzare un torcetto.
--Voi?--gli disse sottovoce.--Perchè non siete andato a riposare?
--Lasciarvi solo?...--balbettò Maurizio.--
Il generale tentennò la testa, e trasse un sospiro.
--Non lo sono io forse, e per sempre?--esclamò.--Ho perduta la poesia
della mia vita; ho perduto il mio Dio.--
E diede in un pianto dirotto. Poteva piangere, quell'uomo. Maurizio no.
Perchè? Egli ne sentì una rabbia sorda, profonda nel cuore. E crescendo
questa, e montando, come fa certe volte, dal cuore alle labbra, volle
dire a quell'uomo: vi ho ingannato. Sarebbe stata un'espiazione. Aveva
il coraggio fisico di farlo; gli venne meno il coraggio morale. Infine,
il dire a quell'uomo: vi ho ingannato, non sarebbe stato un confessargli
altresì: ella vi ha ingannato?
Ed era là, sempre là; accanto a quell'uomo, per non lasciarlo solo nel
suo dolore. Il giorno dopo la morte di Gisella si era telegrafato al
Dutolet, che si trovava allora di guarnigione a Saumur, sperando che
potesse ottenere una licenza straordinaria, per venire ad assistere il
suo vecchio comandante. Il Dutolet possedeva tutta la fiducia del conte;
conosceva i suoi interessi; poteva essere di un prezioso aiuto al suo
generale, che oramai non pensava più a nulla; vera rovina d'uomo e
d'intelligenza!
Maurizio era andato un mattino a cercarlo. Il conte non si vedeva al
pianterreno, ed egli salì al primo piano, andando di camera in camera,
fino alla stanza di Gisella. Era di casa, allora più che mai; nessuno
poneva mente al suo andare per ogni verso, là dentro. In quella stanza,
del resto, egli entrava ogni giorno, restandoci lunghe ore in compagnia
del padrone di casa, muti ambedue. La stanza, tolti da tre giorni i
funebri apparati, era vuota e fredda; per le finestre aperte penetrava
la luce grigia d'una giornata nuvolosa. Il letto, il piccolo letto sotto
un gran padiglione di stoffa azzurra operata, con trine di vecchio oro,
si vedeva diligentemente rifatto, come se aspettasse ancora la sua dolce
signora. A capo del letto, sulle grandi pieghe della cortina, pendeva in
isporto una tavola antica, donde una bella Madonna di Ludovico Brea,
forse il capolavoro del buon pittore nizzardo, chinando amorosamente la
testa sul divino infante, sembrava covare, coi grandi occhi neri, il
capezzale della contessa.
Entrato in quella camera triste, Maurizio provò un'altra volta il senso
di mancamento che lo assaliva sempre colà, più profondo che altrove.
Quanto tempo vi rimase meditando? Non lo seppe egli, che oramai non
contava più il tempo, nè più badava ai proprii atti. Entrò ad una
cert'ora il conte Ettore, e non parve avvedersi della presenza di
Maurizio; nè questi si mosse per lui dall'angolo in cui era seduto. Era
sempre così, tra quei due. Il generale andò risoluto verso il piede del
letto, s'inginocchiò, ascose la faccia sulla balza della coperta di
seta; e rimase là, in atto di preghiera, singhiozzando. Maurizio sentì
una stretta al cuore; gli parve di soffrir mille morti, mentre
quell'uomo piangeva e pregava, ed egli non poteva pregare nè piangere.
Soffriva ancora pensando che le labbra di quell'uomo baciavano il
tessuto morbido su cui tante volte si era posata la mano di Gisella; e
così soffrendo sentì l'odio antico montar su, montar dal cuore alla
gola. Maurizio in quei giorni faceva paura; non lo sapeva, perchè non si
guardava più, non badava più a sè; ma era diventato uno spettro. Lo vide
il generale, quando si alzò; lo vide, lo fissò lungamente negli occhi,
fissato lungamente egli pure da quegli occhi lucenti nell'ombra, e gli
disse con accento di stizza:
--Tu soffri dunque più di me?--
Maurizio rabbrividì involontariamente alla domanda improvvisa. Era anche
la prima volta che quell'uomo gli dava del tu. Non si mosse, tuttavia;
non rispose; seguitava a guardare.
--Mi annoi;--riprese il vecchio, cedendo ad un moto repentino di
collera.--Va' via.--
Fremette quell'altro, sentendo l'offesa. E si alzò, guardandolo ancora,
guardandolo sempre. Una frase, la frase, la terribile frase, voleva in
quel punto venirgli alle labbra. Già apriva la bocca; già stava per
proferirla, mentre il vecchio pareva aspettarla, e aspettandola gli
s'illuminavano d'una strana luce gli sguardi. Ma quella luce si spense
ad un tratto; le palpebre si abbassarono, si chiusero violentemente, e
la fronte del vecchio si scosse, come in atto di scacciare a forza un
pensiero molesto.
--No, no!--gridò egli con piglio furibondo, con accento disperato.--Va'
via! va' via! va' via!--
Maurizio raccapricciò, al pensiero di ciò che stava per fare. Chinò la
testa, come dicendo a sè stesso: ha ragione; ed uscì dalla stanza,
mentre quell'altro, non istando più alle mosse, prendeva a misurare con
passi concitati il pavimento. Scese le scale, fuori di sè dall'ira, dal
rimorso, dalla vergogna: sarebbe giunto fuori dell'atrio senza vedere
nessuno, se proprio sul limitare il passo non gli fosse stato impedito.
Era un gran movimento, laggiù: i servi affacciati sull'ingresso; un
facchino che entrava allora, con una grossa valigia sulle spalle; dietro
a lui, ancora sulla gradinata, un bagliore di larghi e lunghi calzoni
rossi. Maurizio riconobbe il comandante Dutolet, arrivato in quel punto,
ancora in piccola divisa di capo di battaglione. Non poteva evitarlo.
Del resto, perchè lo avrebbe evitato? Veniva a dargli la muta; veniva
proprio in buon punto, mentre egli smontava la sua guardia, e per
sempre.
Il buon ragno, come lo chiamava Gisella, non gli fece dimostrazioni di
tenerezza. Erano sempre stati, l'uno verso dell'altro, nei termini di
una fredda cortesia. Un cenno del capo, una frase a mala pena
incominciata, che volesse dire e non dire, dovevano essere più che
bastanti. Maurizio, per altro, nel passargli daccanto, aggiunse poche
parole di ripiego, che nella gravità del momento potessero giustificare
la freddezza dell'incontro, agli occhi della gente di servizio.
--Il generale--diss'egli--ha gran bisogno di voi.
--Lo penso;--rispose l'ufficiale, facendo un breve saluto cerimonioso.
Maurizio s'incamminò sulla spianata, verso il gran viale de' tigli.
Oramai, per ritornare al Castèu, come per venire alla Balma, non passava
più dal sentiero della montagna. «Lo penso» andava intanto ripetendo tra
sè: «Lo penso!» E pensò egli pure; pensò che il Dutolet aveva ragione
anche lui, se pensava che egli, Maurizio, non fosse il miglior compagno
di lutto per il vecchio castellano della Balma.
CAPITOLO XIX.
Rovine!
Giunto al Castèu senza neanche vedere la strada, simulò un mal di capo
fortissimo, intollerabile. Effetto di grande stanchezza, soggiungeva
egli; passerà con qualche ora di riposo. La stanchezza era più che
giustificata da tante veglie, da tante commozioni, sostenute pei suoi
amici della Balma. In casa volevano fargli prendere qualche ristoro; ma
egli ricusò asciuttamente ogni cosa; voleva dormire, dormire, e
nient'altro. Andato a rinchiudersi nella sua camera, si buttò vestito
com'era sul letto, e si addormentò. Certamente era stanco; la natura
voleva la parte sua. Ma se il corpo dormiva, la mente vegliava, la mente
torbida di dolorosi pensieri. Stette lunghe ore sul letto, in apparenza
inerte, ma col cervello sconvolto, agitato da sogni pazzi, da visioni
terribili, da incubi spaventevoli. La montagna gl'incombeva sull'anima;
la cascata dell'Aiga aveva gran parte nelle visioni del dormente.
Cantava l'abisso, invitandolo; ed egli e lei si precipitavano
abbracciati nel baratro. Ah, meglio sarebbe stato il morire così, tutt'e
due, in un punto, che non quello spegnersi lento e doloroso di lei, e il
sopravviver codardo di lui. Perchè viveva egli ancora? perchè il cielo
non aveva pietà? perchè lo condannava a star lì, ancora e sempre,
sospeso ad un filo? L'idea del suicidio, ultimo scampo ai terrori, non
gli era venuta fino a quel punto, neanche nel sogno. Perchè? forse
perchè lo stato suo era tutto d'inerzia, non di ribellione al dolore. Si
sentiva palleggiato, travolto di visione in visione, mezzo addormentato,
mezzo desto, tra la incertezza e la coscienza di sè. Sopra tutto,
sentiva un grande stiramento delle fibre del cervello, che parevano
volersi tutte spezzare, e non si spezzavano mai. Ad un certo punto si
vide ancora ammalato, col ghiaccio alla testa, vaneggiante, delirante,
colla gente attorno, che ascoltava tutte le sue parole, che coglieva a
volo tutte le confessioni a lui strappate dalla febbre. E quell'uomo lo
aiutava a parlare, gli levava le parole di bocca, compiva egli le frasi
che non uscivano intiere; la povera creatura adorata si torceva nello
spasimo, si copriva la faccia con le palme, negava, fuggiva disperata
dalle unghie del vecchio; ed egli, trattenuto, inchiodato là dal suo
male, non poteva muovere al soccorso. Che orrore! e quell'altro l'aveva
afferrata pei capelli; alzava la mano, armata d'un coltello, e feriva,
feriva a colpi replicati. Il sangue scorreva, allagava il terreno,
cresceva, cresceva, ed egli ci diguazzava per entro. Che orrore! Volle
uscirne, uscirne ad ogni costo, scivolando, lordandosi di quel sangue,
bevendolo, bruciandosi il cuore. E si destò in soprassalto, non vedendo
nulla, ma sentendosi nel suo letto, e udendo battere, batter forte, a
replicati colpi, all'uscio di strada. Quei colpi rintronavano
sinistramente nella oscurità della notte.
Balzò dal letto e corse ad aprir la finestra. Un barlume di luce
bianchiccia appariva da levante. Potevano esser le tre del mattino. Chi
batteva frattanto? Si affacciò, per domandare, mentre un'altra finestra
si apriva al piano inferiore.
--Son io.... Filippo;--rispose una voce dal piazzale.
Filippo era il nome di uno dei servitori della Balma.
--Che c'è? che volete?--chiese Maurizio, riconoscendolo.
--Il generale....--ripigliava quell'altro, con voce rotta
dall'affanno.--Signor conte, il mio padrone sta male, molto male. Venga
per carità. Son già passato dal medico, che si è vestito subito; a
quest'ora è già in cammino.--
Maurizio lasciò il davanzale, e al fioco albore che penetrava nella
camera, andò verso l'uscio. Era vestito tuttavia; poteva correre
senz'altro. Sul pianerottolo, con un lume tra le mani, si affacciava
allora allora il suo servitore, che veniva ad offrirgli l'opera sua.
--Signor conte,--gli disse il servitore,--non vuole almeno cambiarsi? Ne
avrà bisogno, mi pare; perchè senza spogliarsi è andato a letto: e ieri,
e l'altra notte non ha fatto che dormire. Sarà anche necessario che
prenda qualche cosa.
--No, no, impossibile; non c'è tempo da perdere.--
Così dicendo, Maurizio infilava la scala. Al piano inferiore trovò
illuminato il salone. Una figura di donna, in accappatoio bianco, veniva
incontro a lui. Gli parve di veder Gisella, e tremò tutto: ma si riebbe
tosto, riconoscendo Albertina.
--Oh Dio!--diss'ella.--Sempre disgrazie?
--Sorella mia,--rispose tristemente Maurizio,--è questo il tempo.
Pregate per chi n'è stato cagione.--
La contessina chinò gli occhi lagrimosi, appoggiandosi alla parete. Era
profondamente commossa, la pietosa donna, e bene intendeva ciò che
volesse dire suo fratello in quel punto. Egli passò, scese rapidamente
nel vestibolo, e aperto il portone uscì fuori. Andava a bruzzico,
vedendo abbastanza la strada; non badando, per altro, che passava pel
sentiero della montagna. Se ne avvide, al rabbrividire che fece,
sentendo sulla sua testa il fragore della cascata.
Che orrore! che orrore! E ad un certo punto, udendo dietro a sè un
rumore di passi, un rumore tanto più incalzante quanto più egli correva
veloce, pensò che uno spettro lo inseguisse. Di certo, le visioni e gli
incubi di quelle trentasei ore passate non lo avevano ancora abbandonato
del tutto. Fermatosi, col coraggio della disperazione, vide Filippo, che
lo seguiva ansimando.
--Signor conte,--gli disse il brav'uomo,--è difficile seguirla. Pare che
abbia le ali.--
Giunto alla Balma, trovò tutta la casa in trambusto. Ascese le scale
volando, come diceva Filippo; seguito da lui entrò nell'appartamento del
generale. Il medico Soleri stava già nella camera. Si volse,
all'apparire di Maurizio, e crollando malinconicamente la testa, gli
disse:
--Sono giunto anch'io troppo tardi.--
Maurizio si avvicinò al letto del generale. Il vecchio gentiluomo era
là, disteso, irrigidito, livido, con gli occhi semiaperti, la bocca
fortemente contratta da un lato; fiero ancora nell'aspetto, orribile a
vedersi nella torva guardatura di quegli occhi stravolti.
Com'era andata? I servitori raccontarono. Il generale si era ritirato
nella sua stanza alle dieci di sera. Nella notte, intorno alle due,
aveva suonato. Filippo che dormiva poco distante da lui, era accorso; ma
il suo padrone non aveva potuto dirgli perchè avesse suonato; rantolava,
agitava un braccio, come in atto di chieder soccorso. Spaventato, il
servitore si era affrettato a svegliare il comandante Dutolet e tutti
gli altri della casa: poi, mentre essi cercavano di soccorrere il
generale, dandogli a bere qualche goccia di liquore, spruzzandogli
d'acqua il viso ed il petto, egli, Filippo, era corso a precipizio in
paese per avvertire il medico, per avvertire il conte di Vaussana.
Nè altro c'era da dire. Qualcheduno, alla rapidità fulminea di quella
morte, aveva sospettato un suicidio. Non potendo sopravvivere alla
contessa, aveva egli forse ingoiato un veleno? Ma così non la pensava il
dottore, osservando tutti i segni di una apoplessia per congestione
cerebrale. A questa fine il conte Ettore era predisposto dall'età, dalla
vita sedentaria, contro cui il medico stesso aveva già protestato più
volte. Causa prossima del triste caso non poteva essere che un patema
d'animo sopraggiunto in quei giorni: e c'era stato pur troppo, il patema
d'animo, violento, manifesto, innegabile, nella morte della moglie
adorata: quello, e non altro, il veleno.
Maurizio lo sapeva bene, lo conosceva anche meglio del dottore, il
veleno che aveva ucciso quell'uomo. E cadde senza far parola, sul
seggiolone a piè del letto, rimanendovi accasciato, assorto ne' suoi
negri pensieri. Quante rovine intorno a lui, e per cagion sua, per colpa
sua! Il destino.... Si accusa facilmente il destino degli errori degli
uomini. Ed era lui, Maurizio, conte di Vaussana, nel cui scudo era
inciso il motto «_tout droict Sospel_», lui, il cavaliere senza
macchia, il credente, il virtuoso soldato, che aveva fatto tutto ciò?
che aveva portata la maledizione in quella calma dimora, alta nella
stima degli uomini come era elevata sul colmo del monte, in quel nobile
asilo della grazia disposata all'onore?
Il dottore voleva ridiscendere in paese per fare la sua dichiarazione.
Invitò il signor di Vaussana a seguirlo.
--No, grazie, rimango ancora;--rispose Maurizio.--Non ho forza di
muovermi. Veglierò questo cadavere, come ho vegliato quell'altro.--
E chinò la testa sul petto, mentre il dottore usciva dalla stanza. Ma,
subito dopo, un uscio dall'altra parte si aperse, e Maurizio sentì che
il Dutolet stava per comparire. Alzò la fronte, e vide infatti
l'ufficiale, che usciva dallo studio del conte Ettore, grave, rigido
come sempre, ma più severo, più accigliato del solito.
--Il dottore?--disse il Dutolet, volgendogli a Filippo, che era rimasto
in mezzo alla camera.
--Esce adesso, signor comandante.
--Richiamatelo; debbo pregarlo di un favore.--
Il medico era ancora sulla scala; richiamato dalla voce di Filippo,
ritornò subito nella stanza.
--Io non ho pratica degli usi e delle leggi di qui;--disse allora il
Dutolet.--Vogliate chiamar voi, signor dottore, le autorità competenti.
Ho trovato or ora sulla scrivania del generale il suo testamento. È
suggellato; sono autorizzato ad aprirlo; non lo farò senza testimoni.--
Il dottore s'inchinò, e partì, promettendo di ritornare al più presto
possibile.
Maurizio in quel punto si alzò. Il Dutolet lo scorse allora, e non potè
trattenere un gesto d'ingrata maraviglia. Se ne avvide Maurizio; ma non
aveva da offendersi per così poco.
--Egli aveva lasciata una lettera per voi?--domandò, indicando un foglio
che l'ufficiale teneva ancora aperto tra mani.
--Sì, per me, che pure mi ritrovavo a pochi passi da lui; rispose
l'ufficiale. Povero conte! come ha dovuto soffrire, scrivendola!--
E guardava il signor di Vaussana con piglio severo. Maurizio si volse a
guardare dietro di sè. Non c'era nessuno; anche Filippo era uscito. Egli
allora, cedendo ad un impulso repentino dell'anima, si accostò
all'ufficiale, e a voce bassa, ma con accento vibrato, incominciò:
--Signor Dutolet, siete voi sempre di quella rara perizia nelle armi,
che io ho ammirata altre volte?--
L'uffiziale rizzò la testa, e squadrando il signor di Vaussana dal capo
alle piante, gli domandò:
--Che cosa volete voi dire?
--Voglio chiedervi,--rispose Maurizio, non mutando voce nè accento,--se
a venticinque passi, come facevate due anni fa, a venti, a quindici,
come vi pare, sareste sempre capace di mettere una palla nel bersaglio,
senza puntare, guardando magari in aria, alzando appena il braccio, e
portandolo automaticamente in linea.--
L'ufficiale guardò un istante negli occhi il signor di Vaussana; poi,
senza batter ciglio, replicò brevemente:
--Sì.
--Sta bene;--disse Maurizio.--E quando?
--Oggi il dovere;--rispose l'ufficiale.--Domattina, se vi piace.--
Si salutarono freddi, e Maurizio partì.