Ella e lui erano stati per morirne. Ma ora non più. Ed ella non doveva

morire. Il medico aveva voluto veder troppe cose, in un momentaneo

malore; si era troppo turbato di alcuni indizi fugaci, non sintomi,

simulazioni di sintomi. Se si dovesse badare a tutte le passeggere

irregolarità dell'organismo, ci sarebbe in verità da temere di averle

tutte, le malattie dei trattati. Anch'egli, quante volte non si era

sentito male nel corso della sua vita! quante volte, senza saper come nè

perchè, non si era sentito andar via il cervello e la terra mancar sotto

i piedi! Il medico di bordo gli aveva detto ridendo: inezie,

scioccherie, scherzi del sangue; assottigliate questa volta, corroborate

quest'altra; due giorni di dieta; nutritevi di più, ed altre cose

simili. Quello era un dottore che la sapeva lunga. Ma quell'altro, il

medico di San Giorgio! Un brav'uomo, e non c'era niente a ridire. Ma

quel brav'uomo si era ingannato. Come non esserne persuasi, oramai?

Gisella non era stata mai così bella, così fiorente di salute, come dopo

quel piccolo male, che aveva messo tutti in ansietà, e non era poi che

l'effetto di un malaugurato cambiamento negli usi quotidiani della

vita.

E bellissima, e fiorentissima, la cara donna aveva bisbigliato la sera

innanzi a Maurizio:

--Domani andrò da Biancolina. È un pezzo che non vedo quella povera

gente.... e quella bella montagna.

--Ci sarò io?--aveva chiesto egli tremando.

--Con che aria me lo domandate! Rizio farà bene ad essere da per tutto,

come è nel mio cuore;--aveva ella risposto.--Tanto più, se vuol

rinunciare a quella cera di funerale, che sembra accusarmi continuamente

di crudeltà.--

Rizio si era sentito un gran rimescolo al cuore; il sangue gli era corso

veloce alle tempie; gli occhi volevano schizzargli fuori dalle orbite.

Se in quel punto lo avesse veduto il medico di San Giorgio, sicuramente

ordinava un'altra applicazione di ghiaccio. Strano dottore, che non

vedeva altro se non meningiti e vizi cardiaci!

Finalmente, ella doveva giunger lassù. Non più tormenti per lui, salvo

quello di attenderla due o tre ore sulla montagna. Tanto tempo? Ma sì:

con la solita prudenza egli aveva anticipata di tre ore la salita:

facendo il giro largo e fermandosi al bosco, aveva consumato un'ora;

lassù, poi, nel rifugio dell'Aiga era fuori d'ogni pericolo d'essere

frastornato, perfino di esser veduto. Da quella banda i Feraudi non si

mostravano mai; egli piuttosto avrebbe dovuto mostrarsi al Martinetto,

poichè laggiù, con aria di non aspettarla, doveva incontrare Gisella.

Ma a quell'incontro fortuito non voleva andare troppo prima dell'ora.

Che cosa avrebbe fatto laggiù? con qual pretesto avrebbe fatto una lunga

fermata, egli che non soleva restarci più di quindici minuti, il tempo

di salutare, di chieder notizie e di carezzare i bambini? Non si sarebbe

sospettato che egli sapesse già della venuta, di Gisella, e che appunto

per lei fosse andato a far sosta sull'aia dei Feraudi? Così, facendo

l'ora del ritrovo, meditando la sua prossima felicità, sognando ad occhi

aperti, guardava ad ogni tanto l'orologio. I minuti gli parevano secoli,

e sempre al medesimo posto quelle lancette del malanno! Che cosa

avevano, le due sottili asticciuole d'acciaio? Fatte per camminare, non

volevano dunque più muoversi?

Le lancette ebbero pietà di lui, ma un po' tardi, non un minuto prima

del convenuto. Sono così metodici, gli orologi! Per uno che corre,

quanti che ritardano! Erano le undici meno pochi minuti, quando egli

uscì dal rifugio, e lento lento si avviò verso le rovine del Martinetto.

Aveva lasciato sul sedile di pietra del torrione il suo mazzolino di

capelveneri e di fiorellini azzurri, destinato a lei, e che perciò non

doveva esser veduto anticipatamente da altri. Sceso sotto le rovine, si

avviò per il solito sentiero che correva lungo la costa del monte, ed

apparve alla vista del casolare dei Feraudi, avendo l'aria di venirsene

a passo a passo dal Castèu. Lo videro da lontano i bambini, e Vittorio

fu il primo a gridare:

--Il signor Maurizio! il signor Maurizio che viene da noi.--

Rosina accorse a sua volta, battendo le palme in segno di allegrezza;

dietro a lui si affacciò Biancolina.

--Questi ragazzi vi fanno ritardare;--diss'ella, vedendo il signor di

Vaussana, che lasciava la strada per prendere il sentieruolo del

casolare.--Andate alla Balma?

--Sì, per portare alla contessa un'ambasciata di mia sorella

Albertina;--rispose Maurizio, che sentiva il bisogno di preparare un

buon pretesto.--Ma ci ho tempo;--soggiunse.--Tanto, a quest'ora non

avranno finito di far colazione. E come va la salute?

--Bene, signor Maurizio; grazie a voi, non abbiamo più tempo di star

male.

--Non dite questo, Biancolina. C'è qualchedun altro che vi assiste, e un

po' meglio di me.

--Volete dire quell'angelo della signora? La metteremo, se mai, a pari

con voi. Son cinque giorni che non abbiamo la fortuna di vederla.

--Glielo dirò; glielo dirò, che non vi trascuri;--disse di rimando

Maurizio, che non aveva l'aria di volersi rimettere in cammino per far

la commissione.--E i vostri balocchi, bambini? Li avete già rotti? è il

caso di rifarvi la provvista?--

Ne avevano infatti dei rotti; un cavallino, tra gli altri, a cui

mancavano due gambe, e un cane che non abbaiava più, per essersi

scollata la pelle del manticino. Ma ne avevano ancora dei nuovi, o

quasi: un'arca di Noè, fabbricata a Norimberga, con otto o dieci animali

ancora presentabili, e un alfabeto di legno, a cui, per miracolo, non

mancavano che due o tre lettere. Quell'alfabeto era per allora il gran

divertimento dei piccini. Vittorio conosceva già tutte le lettere;

Rosina, più precoce di lui, compitava già qualche sillaba.

Seduto accanto alla tavola di cucina, Maurizio si divertì ad ordinare in

varie forme parecchi tasselli di quell'alfabeto infantile. Cominciò col

nome di Biancolina, e finì con quello di Gisella, tenendo desta

l'attenzione dei ragazzi, e ammirando la prontezza con cui sillabava la

piccola Rosina. Così nessuno si avvide della contessa Gisella, quando

ella apparve sull'aia; e la bella signora, capitando improvvisamente là

dentro, fu accolta da un grido di lieta maraviglia. S'intende che il più

maravigliato di tutti parve il signor di Vaussana.

Vestita del suo prediletto color bianco, rallegrato dalle solite

screziature di rosso, fresca, giovanile più che mai nell'aspetto,

animosa nel sorriso delle labbra e nello sfavillìo delle pupille

d'indaco, la contessa Gisella giustificava pienamente l'opinione di

Maurizio: non era mai stata così bella come allora. Cessata la festa di

tutti per la sua improvvisa apparizione, rimase lungamente a discorrere

con Biancolina, a baloccarsi coi ragazzi, tenendo sulle spine Maurizio,

che vedeva oramai correr tanto veloce il tempo, quanto era stato lento

da prima. Egli chiedeva a sè stesso come mai avrebbe fatto la signora a

spiccarsi di là, e incominciava a temere ch'ella non volesse più

muoversi, se non per ritornare alla Balma.

--Sapete?--le disse, dopo aver almanaccato un bel pezzo.--Venivo a farvi

un'ambasciata da parte di mia sorella Albertina.

--Non ce ne sarà più bisogno,--rispose Gisella,--perchè vado io da lei.

Come vedete, ero in istrada. Ma voi, piuttosto, signor Maurizio, non

avevate gran fretta di giungere alla Balma.

--Mi hanno veduto i bambini, mentre passavo di là sotto;--replicò egli,

felice di avere avviate le cose.--Perciò mi son fermato un momento; come

voi, signora, come voi.

--Quanto a me,--disse Gisella,--è un altro affare. Io non passo mai di

qua senza fermarmi al Martinetto, per salutar Biancolina. Del

resto,--soggiunse cerimoniosa,--ci ho guadagnato d'incontrarvi e di

avere un buon compagno per la discesa. Venite dunque, Vaussana, e faremo

anche il giro più largo. Così mentirà una volta ancora la vostra

impresa: _tout droict Sospel_.

--Così la spiegate?--diss'egli, facendo bocca da ridere.

--E come no? Siete l'uomo dei gran giri, voi; ed anche delle lunghe

fermate. Ci avete sempre qualche albero da ammirare, qualche sasso da

adorare, qualche filo d'erba da restarci incantato.--

In questo modo era trovata la gretola. Salutata Biancolina, fatta una

piccola distribuzione di confetti a Rosina e a Vittorio, la bella

signora si avviò con Maurizio per la discesa; ma senza continuarla a

lungo. Giunta appena fuor dalla vista del casolare, prese con Maurizio

il sentiero verso le rovine del Martinetto. Finalmente! Ma ella tremava

un pochino, prendendo il braccio che le offriva Maurizio.

--Ah!--esclamò egli, turbato.--Che avete?

--Nulla, nulla, son forte, più forte che tu non immagini;--s'affrettò

ella a rispondere.--Povero mio Rizio! Hai tanto sofferto, non è vero?

--Mio Dio!--mormorò egli.--Temevo di non vederti più.... così, come

quest'oggi. E sarebbe stato un orrore.

--A chi lo dici! Ero ben cattiva;--rispose ella, reclinando la bionda

testa sul petto del compagno.--Ma voglio che tu mi perdoni; voglio che

tu viva, che non ti ammali più, mio povero Rizio. Che viso hai tu,

quando soffri! e come mi levi allora il coraggio! Ho combattuto, ho

resistito a lungo; ma sono stata vinta, vinta, per non ripigliarmi mai

più. L'ho detto ieri, l'ho giurato a me stessa: non sarà mai che il

povero Rizio soffra tanto per cagion mia. Soffrivo anch'io, sai? Ma per

me avrei sofferto ancora; non ci avrei badato; avrei saputo morire. Per

te, no; per te mi son mancate le forze. Pensando come sei stato male,

come hai vaneggiato, come hai delirato, mi sento un'altra, capisci?

un'altra; quella di prima, dei giorni belli, che erano i tuoi, come

questa povera creatura, che ritorna nelle tue braccia.--

Rabbrividì, entrando nella macchia; ma si riebbe, sotto un bacio di

Maurizio, nel punto che egli metteva il braccio davanti a lei, per

isviare i rami dei nocciuoli e darle passo nel folto. Voleva esser

forte, valorosa, allegra; e sorrise al suo nido così bene ascoso nel

verde, nell'atto di porre il piede sulla soglia del terrazzo. Ma il

sorriso le morì sulle labbra, ed ella tremò tutta, vedendo un gesto di

turbamento del suo dolce compagno.

--Che hai, Rizio?--gli domandò sbigottita.

--Nulla, nulla;--rispose egli, padroneggiandosi a stento.--Dei fiori,

per voi.... Credevo di averli lasciati qui.... Li avrò forse portati con

me, senza avvedermene, e mi saranno caduti.--

Parlava così, cercando d'ingannare sè stesso. Ma era ben sicuro del

contrario, e tremava.

--Caduti? Certamente, ma non laggiù;--diss'ella, che in un volger

d'occhio aveva frugato da per tutto.--Sarebbero questi, per caso?--

Così dicendo, muoveva verso il parapetto, e si chinava a raccattare in

un angolo un mazzolino di capelveneri.

--Son questi, sì, son questi;--rispose Maurizio, respirando.--Ma come

così lontano dal sedile, dove io li avevo collocati? Perchè mi ricordo,

ora, mi ricordo bene di averli posati qui, al vostro posto.

--Ebbene?--ripigliò Gisella.--Erano qui? Rimettili dove li avevi

lasciati. Vedi? ruzzolano ancora; segno che il sedile non è ben piano.

Che caro spericolone, il mio Rizio! e come corre subito a pensare il

peggio! Eravamo già lì col mal augurio, non è vero?--

Maurizio sorrise, e si calmò. Ma aveva avuta una bella paura.

--No, no;--rispose egli.--Cioè, diciamo pure di sì. Temevo di aver

perduto quei fiori: e sarebbe stato veramente un cattivo augurio per

me.--

Non voleva dire: temevo che qualcheduno fosse stato qui, mentre eravamo

laggiù. Del resto, il dirlo sarebbe stato inutile, poichè i fiori erano

stati ritrovati, e l'esperimento di Gisella aveva dimostrato in che modo

fosse caduto il mazzolino. Egli era persuaso oramai, e voleva

discacciare tutti i negri pensieri. Per discacciarli bene, bastava

guardare quella stupenda creatura nel viso. Com'era bella. Dio santo!

Maurizio la trasse a sè, con una gran sete di baci che gli ardeva il

sangue, che lo stringeva alla gola.

Momento supremo! Stanchi di rincorrersi tra i rami, gli uccellini

posavano sotto la frappa, sotto la bella frappa tinta di un verde

carico, vaporante all'aria tiepida del mezzodì gli acri profumi dei

succhi vigorosi. Dormiva la brezza sotto la vampa del sole; e ad ogni

palpito lieve del suo buon sonno, si muovevano lenti i chiari smeraldi

onde i raggi solari frastagliavano capricciosamente i vani strati

diseguali del cupo fogliame. In quell'alta pace delle cose, sola

continuava ad agitarsi la cascata d'Aiga, rapida, fremebonda, impetuosa

nella sua curva rutilante, cantando con assiduo metro all'abisso la sua

canzone d'amore. E mentre essa volava piombando con desiderio infinito

nel seno dell'amato, Rizio stringeva fra le sue braccia la bella

creatura adorata, guardandola negli occhi, divorandola coi baci, e poi

guardandola ancora, insaziato, insaziabile. Strana bellezza di quegli

occhi! Per entro all'umor cristallino dal colore dell'indaco stemperato,

nuotavano pagliole d'oro, simili alle vene ed ai punti del prezioso

metallo ond'è sparsa la massa turchina del lapislazzoli. Ma in questa

gemma è l'oro imprigionato ed immobile: in quegli occhi divini, come in

gemme viventi, indaco ed oro palpitavano balenando; ed ogni palpito era

una voce del cuore, ogni baleno un pensiero dell'anima, che si

sprigionava di là, involgendo, accarezzando, inebriando. Momento divino!

Le anime si son ritrovate; le anime si ricongiungono in quel punto; le

anime si confondono l'una nell'altra, invocando l'eternità dell'istante.

Sempre, van ripetendo le labbra, sempre, sempre! E nella dolce parola,

proferita con tutta la energia di cui l'accento umano è capace, non una

lettera si perde, ognuna ha suono, colore e calore. La prima sillaba è

una aspirazione intensa, come di preghiera in cui tutti i sentimenti si

stemprino; la seconda riproduce la stretta violenta d'un bacio che

scocchi premendo; le collega ambedue una profonda caduta, un abbandono

confidente dell'essere. Sempre! O buon Dio, clemente e misericordioso

Signore, che di tanta tenerezza, di tanta soavità, di tanta beatitudine

avete fatto l'amore, perchè non fare di eternità il suo momento supremo?

È ben vero che l'eternità parrebbe anch'essa un istante, e mai come

allora si sentirebbe che le due cose son una.

Tutto ad un tratto la bella creatura sussultò nelle braccia di Rizio.

Gli occhi si dilatarono in espressione di terrore; si scolorarono le

labbra, e ne proruppe un grido d'angoscia. Tremante all'atto repentino,

stringendo più forte la sua Gisella, quasi temesse in quell'istante di

perderla, Maurizio girò tutto intorno gli occhi sospettosi: non vide

nulla di nuovo; ed ancora si volse a lei, chiedendole collo sguardo il

perchè del suo turbamento improvviso.

--Lui!--mormorò ella con accento soffocato.

--Lui!--ripetè Maurizio.--Chi? dove?--

E guardò ancora, guardò meglio, dove pareva accennare lo sguardo

atterrito di Gisella. Frattanto, alzandosi a mezzo, si atteggiava

istintivamente a difesa.

--Lui! lui! non vedi?--gridò ella, aggrappandosi spaventata alle

braccia di Maurizio.--No, no, pietà, non mi guardate così!--soggiungeva

con accento supplichevole.

Allora anche Maurizio vide. I capelli gli si rizzarono sulla fronte, e

un freddo acuto gli corse per tutte le vene. Là, nella frappa, dalla

parte dond'essi erano venuti al rifugio, ritto sul fianco, alta la

testa, in atto severo, vestito d'una gran tonaca di color marrone, si

vedeva un monaco; lui, lui, il padre Anselmo da Carsoli. Immobile della

persona, irrigidito nel suo atteggiamento spettrale, non accennava di

voler fare un passo più avanti; ma, a guardarlo bene, si vedeva

tentennare lentamente il capo, con aria di muto rimprovero. Ad un tratto

levò il braccio e tese la mano, minacciando col gesto, come già

minacciava collo sguardo.

Maurizio era rimasto un istante perplesso, fissando con occhi sbarrati

la strana apparizione. Ma tosto, irritato da quel gesto minaccioso, non

potendo più sopportare la tetra luce di quello sguardo severo, fece

l'atto di avventarsegli contro. Gisella lo trattenne, Gisella che si

avvinghiava disperata al collo di lui.

--No, no,--ripeteva ella, come pazza di terrore.--Abbiate compassione!

Dannata no.... dannata no. Voi me lo avevate detto; è vero, sì, è vero;

sareste venuto a rinfacciarmi il mio delitto, venuto ad ogni modo, in

ogni tempo, dovunque vi foste trovato, a punirmene. Lo so, padre, lo so.

Ma egli moriva, moriva per cagion mia. Perdono! Iddio non poteva

volerlo; perdono!--

Il colpo era stato troppo grave, l'esaltazione troppo grande; la povera

creatura, disfatta dallo sforzo violento, ricadde inerte nelle braccia

di Maurizio. Fremente di sdegno, egli l'adagiò sul sedile, e libero

appena del caro peso si scagliò contro il monaco. Più nulla; il monaco

era scomparso. Ma come? neanche una foglia si muoveva laggiù, dov'egli

lo aveva pur dianzi veduto; nè alcuno strepito di rami smossi si udiva

nella macchia, nè alcun rumore di passi tra gli sterpi. Un fantasma,

dunque? E la povera Gisella nel suo terrore, ed egli sotto la pressione

delle braccia di lei, erano stati in balìa d'una medesima allucinazione?

Gisella era svenuta. Sbigottito, egli corse all'acqua, risicando ad ogni

passo di scivolar nell'abisso. Là, nel fascio spumeggiante, intrise il

fazzoletto a guisa di spugna, per venire sollecitamente a spruzzarne il

volto e il collo della creatura adorata. Con mano mal destra, ma pronta,

strappando convulsamente dove non poteva slacciare, le aperse la veste

al sommo del petto, per farla respirare più libera. Non ebbe pace, non

ebbe posa, fino a tanto non la vide riaprire i begli occhi languidi alla

luce del giorno.

Allora, prendendo animo dalla necessità del momento, se la recò tra le

braccia e si avviò verso la macchia dei nocciuoli; proteggendole il

volto come poteva, andando a ritroso, cacciandosi avanti colle spalle e

coi gomiti, si faceva strada a forza tra i rami. Che orrore! che orrore,

se non avesse potuto trarre in salvo la dolce creatura! Ma

finalmente.... finalmente, uscivano da quell'intrico di piante. Ancora

un centinaio di passi, e le rovine del Martinetto erano in vista.

CAPITOLO XVIII.

Povera bella!

Biancolina Feraudi ebbe quel giorno un segreto da custodire, anche per

suo marito, quando il brav'uomo fu richiamato a gran voce dal pascolo e

mandato in fretta e furia alla Balma, per avvertire il conte Matignon

del triste caso toccato alla sua signora, mentre ella si trovava di

passaggio al casolare del Martinetto.

Il generale ricevette l'annunzio doloroso mentre ritornava da una delle

igieniche cavalcate che da pochi giorni aveva preso a fare per

ordinazione del medico. Spaventato accorse, ansando e sbuffando, ma

facendo i passi lunghi e frettolosi, come un giovanotto, non avvedendosi

neanche della cattiva strada che doveva fare per recarsi lassù. Quando

giunse, trovò Gisella ancora mezzo vestita, distesa sul letto di

Biancolina, e il medico di San Giorgio al suo capezzale. La povera bella

era inerte, con le braccia abbandonate sul lenzuolo, gli occhi

semichiusi, cerea nel volto, come una morta.

--Che cosa è stato?--gridò il generale, cacciandosi avanti a guardare,

poi rivolgendosi con gli occhi stralunati verso il dottore.--Parlate, in

nome di Dio!

--Signor generale, che dirvi?--mormorò il dottore.--È ancora il suo

male. Non era eliminata.... non poteva eliminarsi la causa.... e gli

effetti si ripetono. Fortuna ancora che il signor di Vaussana è venuto

ad avvertirmi subito.

--Sì,--soggiunse Biancolina,--e fortuna maggiore che i miei piccini

l'abbiano veduto passar qui sotto, mentre dal Castèu si recava alla

Balma. È stata una vera provvidenza che egli si ritrovasse sulla

strada.--

Quella brava donna non era stata avvertita nè pregata di nulla; aveva

indovinato tutto, o quasi tutto, e trovava nel suo cuore riconoscente il

segreto delle pietose bugìe. Ma non era tempo per nessuno di fare

indagini troppo minute: l'essenziale era di provvedere, di correre ai

rimedii, di salvare, se fosse possibile, la povera inferma. Che cosa

pensava il medico? che cosa consigliava? Il medico Soleri per allora non

pensava, non consigliava nulla; bensì aveva molto da fare. Ripigliava in

quel punto l'ufficio che dall'arrivo del generale gli era stato

interrotto: con forti, assidue strofinate cercava di riattivare le

funzioni cutanee. Biancolina, dal canto suo, con un gran ventaglio (il

suo ventaglio di sposa, serbato fin allora gelosamente nel suo forziere

nuziale) rinfrescava l'aria al viso ed al petto dell'inferma.

--Non c'è altro?--chiese il generale, dopo alcuni minuti.--Non c'è altro

da fare?

--Sì, sì, non dubitate;--rispose il dottore.--Si fa ora quel che si può,

in attesa dei rimedii.--

Aveva appena finito di parlare, che si sentì rumore di persone

accorrenti. Giungeva allora il signor Maurizio, affannato, grondante di

sudore, con una sporta tra mani.

--Ecco;--diss'egli, senza pure avvedersi della presenza del

generale;--vedete se c'è tutto quello che avete ordinato.

--Siate benedetto!--rispose il dottore, mettendo mano alla sporta, e

traendone fuori l'uno dopo l'altro parecchi involtini, boccette ed

arnesi di varie forme.--Anche del cognac! egregiamente;--soggiunse,

prendendo una bottiglia di vecchio Martel, e versandone alcune gocce in

un piccolo cucchiaio, che accostò subito alle labbra dell'inferma.

Il generale si buttò nelle braccia di Maurizio, mescolando lagrime e

ringraziamenti. Maurizio, a tutta prima confuso, accolse in silenzio

quella dimostrazione affettuosa, che sentiva di meritar così poco. Ben

presto la loro attenzione fu rivolta alla povera giacente. Le gocce

dello spiritoso liquore l'avevano rianimata un tratto. Ma il respiro era

quasi impercettibile, e si sentivano appena i battiti del cuore.

Raccomandato a Biancolina di strofinar lei le braccia e il seno

dell'inferma, il dottore aveva messo mano ad altri apparecchi, per farle

alcune iniezioni ipodermiche di etere e di liquore anisato di ammonio.

Era di una operosità portentosa, il bravo dottore. Trovò anche modo di

applicare qualche vescicatorio volante, determinato con ammoniaca

liquida concentrata. Oramai, la sporta di Maurizio gli permetteva

quell'abbondanza di tentativi. E ci volevano tutti, proprio tutti, per

far riavere la povera donna. Respirando sempre a stento, aperse gli

occhi e li girò lentamente intorno; riconobbe il generale, allora, e con

un fil di voce proferì il nome di lui.

--Ettore!...

--Oh, Gisella, figlia mia!--gridò egli, precipitandosi alla sponda del

letto e dando in uno scoppio di pianto.

--Via, via! gli uomini non ridiventino bambini!--disse il dottor Soleri,

intromettendosi coll'autorità del suo ministero.--Generale, lasciate

fare; non turbiamo con queste commozioni il poco che si è potuto

ottenere finora.

--Avete ragione;--disse il vecchio, ritraendosi;--obbedisco. Ma voi

salvatela, dottore, salvatela!--

E andò singhiozzando a sedersi in un angolo, accanto a Maurizio, che si

era buttato là sopra una scranna, con gli occhi a terra, senza parole,

senza lagrime. Poco stante giungeva la contessa Albertina che avevano

fatto chiamare i Feraudi. La mite e buona signora del Castèu, col

pronto coraggio silenzioso che è tutto delle donne, prese subito il suo

posto d'infermiera accanto al vecchio dottore.

Passarono due ore di terribile angoscia per tutti. Il respiro

dell'inferma si era fatto più lento: appena dieci respirazioni al

minuto. Il dottore credette necessario di avvertire che non aveva più

speranze. Veramente, non ne aveva avute mai, dal momento ch'era stato

chiamato. Ma parlava così per trarne occasione di consigliare che si

mandasse pel prete, se pure i conforti religiosi fossero per piacere

alla famiglia. Albertina conosceva l'animo di Gisella: si affrettò a

condurre il generale fuori della camera, per dirgli il parere del

medico, e insieme il suo consiglio, che non poteva essere disforme dal

desiderio della malata.

--Tutto ciò che vorrete;--rispose il vecchio gentiluomo, stringendosi i

pugni alla fronte.--Se Dio facesse un miracolo! Credete voi che lo

farà?--

Albertina levò gli occhi al cielo, e uscita di là spedì subito ad

avvisar l'arciprete di San Giorgio.

Mezz'ora dopo don Martino era giunto, con la cotta, la stola e la

pisside, involta nel suo copertoio di seta. Dio entrava con lui; si

ritirarono tutti. La giacente accolse don Martino con un lampo dagli

occhi e un sorriso. Certamente aspettava quel momento. Ma non aveva

forza di parlare, per confessarsi; don Martino parlò per lei; all'invito

del confessore, una lieve pressione di mano, un lieve cenno delle

labbra, doveva dire il pentimento delle colpe. L'assoluzione fu pronta,

e pronto del pari fu il rito che univa quell'anima a Dio. Un senso di

beatitudine si diffuse allora sul volto cereo della morente. Il medico

poteva rientrare, e tutti gli altri con lui.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 15 / 18 段