Il medico di San Giorgio era un uomo di mezza età; non faceva lunghi

discorsi, nello impostare la diagnosi; anzi annaspava un pochino,

accennando i sintomi, i segni osservati; tanto che non pareva avere una

cognizione ben chiara del male, e contentava poco i suoi ascoltatori. Ma

egli non annaspava poi nella pratica; correva ai rimedii, alle

ordinazioni, alle operazioni, con una prontezza mirabile, che dinotava

altrettanta sicurezza di giudizio. Apparteneva alla scuola vecchia:

buona cosa, il più delle volte, perchè la scuola vecchia è tutta

esperienza accumulata intorno ad un metodo riconosciuto; non ha tante

parole dottamente aggrovigliate, non ha tanti sistemi frettolosamente

fabbricati. Ma questo ci avviene, quando cade inferma una persona a noi

cara: se il medico è della scuola vecchia, temiamo sempre che non ne

sappia abbastanza; e tanto più lo temiamo oggidì, che il giornalismo ci

confonde più facilmente con cento notizie di scoperte, di globuli, di

piastrelle, di microbii, di micrococchi, d'iniezioni ipodermiche, di

trasfusioni, di sterilizzazioni, di attenuazioni, di tentativi audaci,

di processi rigeneratori, di cure portentose, facendoci credere che un

nuovo mondo sia stato scoperto ieri, e un altro debba essere scoperto

domani. Se poi il medico è d'una scuola moderna (ci sono infatti tante

scuole quanti sono gli sperimentatori nuovi, i nuovi cercatori della

verità scientifica) temiamo che la sua scuola non sia la buona, che

voglia veder troppo, che si fidi troppo ad un sistema non ancora

provato, ad un rimedio non ancora abbastanza sperimentato, che prenda un

dirizzone scambio d'un indirizzo ragionevole, e vada e conduca noi fuori

di strada.

Maurizio non ebbe pace fino a tanto non gli venne fatto di abboccarsi

col medico, per sentire da lui che cosa fosse il malore ond'era

minacciata la contessa Gisella. Ma doveva egli entrar subito in

argomento? Un po' di confidenza ci voleva, e Maurizio pensò di non

averla ancora meritata. Egli lo aveva sempre un po' trascurato, quel

brav'uomo, che esercitava l'arte sua con molta coscienza, e che era

degno dell'amicizia di tutte le persone per bene. Incominciò dunque col

fargli la corte, fermandolo per via, accompagnandosi con lui,

chiedendogli notizie dei suoi ammalati, informandosi delle malattie

dominanti e del metodo di cura tenuto da lui. Biancolina e il piccolo

Vittorio furono anche buoni gradini per risalire bel bello alla contessa

Matignon, a quella graziosa e cara provvidenza di tutti i poveri, di

tutti i sofferenti del vicinato.

Anche lei, povera provvidenza, sì certo, aveva bisogno di cura. E il

signor di Vaussana, accennando quelle piccole indisposizioni delle quali

era stato testimone, aveva ad arte aggravate le cose, nella speranza,

quasi nella certezza di sentirsi rassicurare dal medico. Ma quell'altro

non aveva corrisposto alla sua aspettazione; batteva le labbra, aveva

l'aria di dargli ragione, gliene dava sicuramente più ch'egli non

mostrasse di volerne avere. E allora Maurizio a turbarsi davvero, a

fremere di spavento, a tempestar di domande.

Ma, che dire? Non bisognava confidar troppo, nè sgomentarsi prima del

tempo. Il medico, dopo tutto, aveva osservato lì per lì, badando alle

necessità del momento. Sì, certo, c'era qualche cosa al cuore. Vizio

cardiaco, dunque? Si poteva temerlo. Di mal di cuore era morta anche la

vecchia contessa Matignon, la madre di Gisella, e questo per l'appunto

gli dava da pensare; forse per questo egli si era così prontamente

fissato sul sospetto del vizio cardiaco. Aveva notato irregolarità di

polso, asistolìe, acinesìe; in altri termini, ritardati movimenti di

sistole, troppo lunghi intervalli nel doppio movimento di diastole e di

sistole, dilatazione e restringimento alterno del cuore. Ed anche

accennava a troppa frequenza di respiro, a qualche piccolo rantolo alla

base dei polmoni, indizio di stasi, ossia ristagno del sangue.

Erano sintomi poco piacevoli, sicuramente: ma potevano esser

passeggieri. Il medico non voleva pronunziarsi troppo presto, nè troppo

risolutamente. Ma aveva incominciato, doveva anche finire, per

contentare la curiosità incalzante del signor di Vaussana, la cui

amichevole sollecitudine per i signori della Balma meritava benissimo

una esposizione sincera. Non prendesse il signor di Vaussana per vangelo

tutto ciò ch'egli diceva; ammettesse ancora la possibilità di un errore;

ma per lui il vizio cardiaco ci doveva essere, e valvolare. In altre

parole, e più chiare, il medico di San Giorgio credeva di aver notata

una insufficienza della valvola bicuspidale dell'ostio auricolo

ventricolare sinistro.

--Che nomi!--aveva esclamato Maurizio, sforzandosi di sorridere, mentre

il cuore gli tremava e un sudor freddo gli gemeva dalle tempia.

--Che ci volete fare?--disse di rimando il dottore.--Il nostro

linguaggio è complesso e avviluppato, come la nostra povera macchina. Si

tratta infine della valvola che separa il ventricolo sinistro del cuore

dalla corrispondente orecchietta.

--Capisco, capisco, rispose Maurizio.--E quali le conseguenze?...

--Ci vengo. Premettiamo che l'orecchietta sinistra, con le sue

contrazioni, ha per ufficio di spingere il sangue nel ventricolo

sinistro. La valvola si apre allora, abbassandosi; e allora il

ventricolo, ripieno del sangue che l'orecchietta gli ha mandato, si

contrae a sua volta per ispingerlo nell'aorta. Ci siete? Orbene, se la

valvola è insufficiente, che cosa avverrà? che il sangue, alla

contrazione del ventricolo, non andrà tutto verso l'aorta, ma in parte

rifluirà verso l'orecchietta; e questa a sua volta, ingombrata da

questo ritorno, non potrà accogliere tutto il sangue che

contemporaneamente le verrà trasmesso dalle vene polmonari. Quindi

ristagno nei polmoni, ristagno che sarà risentito dalla parte destra del

cuore, che non potrà scaricare nei polmoni tutto il sangue venoso.

--E tutto ciò,--disse Maurizio,--è molto pericoloso?

--Sì e no;--rispose il medico.--Durante la gioventù e l'età verde, la

natura trova qualche compenso sulla dilatazione del ventricolo destro e

della orecchietta corrispondente. Più tardi, venendo un po' meno la

forza di resistenza, o per indebolimento da qualsivoglia causa prodotto,

o per indurimento di vasi, a cagione dell'età, il disequilibrio cardiaco

è maggiormente sentito. Allora i moti disordinati, le fatiche protratte,

le passioni, specie se afflittive, avendo grande influenza sul cuore,

possono facilmente esser cagione di lipotimìe, o deliquii che vogliamo

dire, di sincopi, di morte improvvisa.

--Mi fate fremere;--disse Maurizio.

--Parlo dell'età inoltrata, s'intende;--ripigliò il medico.--Qui non

siamo nel caso.

--Ma ad ogni modo, _principiis obsta_, non è vero? E quale è la vostra

cura?

--Quella che ho incominciata: è la solita; non c'è novità, in questa

materia; infusione di digitale, pillole di sparteina, gocce di

strofanto, tutte sostanze vegetali, tutti rimedii cardiaci,

rallentatori, riordinatori delle funzioni del cuore. E poi decotto di

china; è un corroborante. Vedete, signor conte; abbiamo ancora delle

armi per difenderci. Ed anche la gioventù, che è una buona corazza, per

chi la possiede.--

Il medico aveva un bel dire di gioventù, di cose non certe, e ad ogni

modo di pericoli ancora lontani. Maurizio aveva ricevuto il colpo in

pieno, e il colpo gli era andato all'anima. Anche il pericolo lontano lo

sgomentava; ed egli non poteva avvezzarsi all'idea della morte di

Gisella, neanche in un lontano futuro. Bella virtù dell'amore, che

sempre s'illude di vivere eterno! Intanto, fra questi terrori, che gli

furono aggravati dal troppo pensare delle ore notturne, Maurizio fu

colto dalla febbre; e la mattina seguente, poichè egli non ebbe forza di

alzarsi dal letto, si dovette chiamare il medico per lui. Povero medico!

Per la prima volta che aveva parlato un po' a lungo, dando ragione

dell'arte sua, faceva un bel guadagno davvero! Capì allora molte cose,

il buon discepolo di Esculapio; ma non le disse, non le ripetè neanche a

sè stesso. La vista continua di tanti mali ha educati i medici alla

religione del segreto. Per quella volta non fece nessuna diagnosi. Aveva

trovata una gran febbre, una eccitazione generale dell'organismo, il

volto acceso, gli occhi scintillanti, e una tale palpitazione al cuore

dell'infermo, da sentire lo scuotimento del viscere senza bisogno di

mettergli la mano sul cuore. A questi primi sintomi di una meningite, si

aggiunse tosto il delirio, il vaniloquio. Il buon dottore non istette a

pensar più che tanto; mise mano all'antipirina, alla fenacetina; poi

ordinò ghiaccio alla testa, ghiaccio pesto in bocca, ombra nella camera,

anzi buio fitto, e riposo assoluto.

La febbre era già salita di alcune linee sopra i quaranta gradi, e non

accennava a lasciarsi domare. Cominciò allora per Maurizio la triste

sequela delle pazze visioni. Le immagini come le idee s'inseguivano

nella sua mente con una rapidità vertiginosa, senza che alcuna potesse

giungere al suo compimento, incalzate com'erano, l'una sull'altra, a

guisa di flutti alla spiaggia, quando il mare è in tempesta. E il mare

appariva quasi sempre minaccioso, terribile, ora strappandogli una amata

creatura dalle braccia, ora inabissandolo insieme con lei, che atterrita

si avvinghiava al suo collo. Quando non era il mare, era una cascata

rumorosa, che si spandeva d'ogni lato, sgretolando il masso,

scoscendendo il terreno, abbattendo, inghiottendo ogni cosa, scrollando

ad ogni tratto un torrione su cui egli e lei erano rimasti prigionieri.

Unica via di salvezza, prender lei in collo, spiccare un salto,

afferrare un ciglione non ancora intaccato dalle acque irrompenti; ed

egli tentava, lanciandosi a volo col dolce peso sulle braccia; ma

proprio allora si smottava il terreno sotto i suoi piedi, ed egli e lei

rovinavano giù, giù, sempre più giù nell'abisso, senza toccare mai

fondo. E poi, di qua, di là, strani animali che s'avventavano, parole

misteriose che apparivano sui muri di un ignoto edifizio, voci arcane

che uscivano sibilando dallo spiraglio di una caverna, lampi sinistri

nel buio, fragori sordi, rombi sotterranei, tanaglie strette alla gola,

risa beffarde nell'aria, fornaci in fiamme, tutti i tormenti, tutte le

paure, tutte le follie della ragione turbata.

Stanco, abbattuto, disfatto da tanti viaggi, senza potersi formare

un'idea del tempo che erano durati, vide ancora Gisella, ma non più in

pericolo con lui. Egli era disteso in un letto, con le membra

prosciolte, mentre Gisella andava e veniva per la sua stanza, insieme

con Albertina; ambedue in aspetto d'infermiere, di assistenti al suo

capezzale. Ebbe allora un senso di dolcezza, di sollievo, di refrigerio

allo spirito, e pregò tacitamente le potenze invisibili a cui era stato

così lungamente in balìa, che non mutassero più la visione. Fu quello il

suo ritorno alla coscienza della vita; ritorno lento, timido, incerto,

ma a grado a grado più chiaro. Era ben lui che vedeva intorno a sè; ma

era nel suo letto, ammalato, e vedeva il vero: non più sgomenti, non più

terrori, non più larve di sogni, non più visioni di febbre.

La bella creatura spiava quel ritorno dell'infermo in sè stesso. Lo

indovinò alla insistenza con cui egli guardava verso di lei, dovunque

ella andasse o da una parte o dall'altra della camera. Meglio ancora lo

intese, essendogli venuta vicina, al desiderio ch'egli mostrava di

parlarle, allo sforzo che faceva per balbettare il suo nome. Ma ella non

voleva che l'infermo si affaticasse; voleva essere un conforto, un

argomento di sollievo, non una cagione di nuovo abbattimento per lui; e

involgendolo tutto d'un sorriso amoroso, si recò un dito alle labbra, in

atto di dirgli: Silenzio, per ora!

Maurizio era tanto spossato allora, quanto era stato da prima in

orgasmo. Obbedì, come un bambino buono al comando della mamma; avrebbe

obbedito ad un così dolce comando, se anche fosse stato nella pienezza

delle sue forze. Così passarono due giorni, in cui gradatamente si

riebbe: ma ancora non si muoveva dalla sua postura di giacente. Buona

postura, per altro, se quella adorata gli veniva dappresso e chinava la

faccia amorosa a guardarlo. Ah, i belli occhi d'indaco, sprazzi di

faville d'oro! Ma c'erano anche delle lagrime, che inumidivano le

ciglia, senza spegnerne il lampo.

--Sono stato dunque molto male?--mormorò egli il secondo giorno di

quella lenta risurrezione.

--Sì, povero Rizio!--bisbigliò la cara donna, chinandosi ancora un

tratto su di lui.--E sono stata io, non è vero? io la cagione del tuo

male! Ma voglio che tu guarisca, m'intendi? lo voglio. Ad ogni costo,

risanerai; non ti ammalerai più; non avrai più da soffrire, te lo

prometto.

--E tu?--mormorò ancora l'infermo, aprendo ben gli occhi, come se

volesse significarle colla intensità dello sguardo tutto quello che non

poteva dirle colle parole.

--Io? nulla; ora sto bene. Ve l'ho detto, che era una cosa di poco;

perchè spaventarti? Mi ero troppo esaltata; avevo anche fatto dei

digiuni troppo lunghi. Ma ora non più. Ragiono un po' meglio, sai? E

sono tua;--soggiunse con un filo di voce, ma con una intensità di

accento che andò al cuore di Maurizio;--tua mi capisci? E voglio esser

tua, viver tua, morir tua.--

Maurizio sorrise; una vampa di felicità gli corse alle guance, gli

brillò dagli occhi accesi. Le labbra si tesero, cercando, chiedendo,

pregando. Ma ciò non era da savio, e la buona infermiera lo chetò con un

gesto che voleva dir molte cose.

Poco stante ritornava il generale. Anch'egli capitava ogni giorno; ed

erano già sei, che Maurizio era caduto infermo; ma egli non restava a

lungo, avendogli il medico ordinato di fare del moto. Quel giorno,

trovando il convalescente di migliore aspetto, il generale diede la

stura ad una bottiglia di buon umore, _première marque_, che teneva in

serbo per il suo amico Vaussana, quando fosse in grado di assaggiarne. E

lo chiamava il suo «_intéressant moribond_» e gli ripeteva la facezia

feroce di Robert Macaire al povero ammalato: «_allez, allez à

l'Hôtel-Dieu; on fera des manches de couteau avec vos os, on en fera

des jeux de dominos, on en fera des boutons pour guêtres._» Ed anche

quel genere tutto mascolino di celia faceva ridere Maurizio.

--Ma sapete, interessante moribondo,--continuava il generale,--che ci

avete spaventati ben bene? Ve lo dico ora, che ne siamo fuori. E come

lavoravate di fantasia! Ci avete fatto perfino un trattato di storia

naturale, insistendo particolarmente sul capitolo dell'ornitologia. Non

parlavate che di nidi tra i rami, di passere, di lucherini, di

cardellini; di questi ultimi sopra tutto. Certo li avete amati molto, da

ragazzo.

--La febbre!--mormorò Maurizio.

--Sì, capisco, la febbre. Ma c'è anche la sua ragione, nel ritorno di

certe immagini, quando la febbre lavora;--ripigliava il generale.--Si

ridiventa bambini. Il fatto è scientificamente dimostrato. Il nostro

cervello è come una cipolla, per rispetto alle impressioni ricevute, una

cipolla di tante tonache sovrapposte. Si guastano nella malattia le

impressioni più superficiali, si cancellano le più recenti, e le più

antiche rimangono, vengono per così dire alla vista. Si cita il caso di

un ammalato di malattia cerebrale, che sapeva otto lingue, e ne perdette

parecchie via via, nell'ordine contrario a quello in cui le aveva

imparate. Basta, per voi non è stato il caso; quella brutta cosa della

meningite è stata scongiurata dal nostro grande Soleri. Ma è sempre

strano il fatto di quei ricordi d'infanzia ritornati a galla,

ridiventati padroni del campo.--

Bisognava lasciargli credere quel che voleva, e Maurizio non si provò a

contraddirlo. Il buon umore di quell'uomo era la pace sua, per allora,

era la certezza di veder sempre Gisella. Andava sempre e veniva, la

bellissima creatura; pensava a tutto, lei, prevedeva tutto, faceva

tutto, e covava il suo malato con gli occhi, come una madre il suo

bambino. Mai convalescente fu tenuto nella bambagia più e meglio del

signor di Vaussana. La stupenda infermiera cedeva a tutti i suoi

capriccetti; lo involgeva nelle sue occhiate fosforescenti,

accostandogli il cucchiaio alle labbra; o chinandosi su lui per

ravviargli il lenzuolo sotto il mento, lo inondava di fragranze soavi.

Il medico, vedendo opportuno il momento, prese a rinvigorirlo con

qualche pezzetto di carne, con vino generoso e qualche goccia di cognac.

Ma più fece un bacio leggero leggero che una mattina sfiorò furtivamente

le labbra di Rizio.

--No, non più vane paure;--bisbigliava a lui una soavissima

bocca.--Credere è bello; ma bisogna credere come te. Hai ragione tu,

Rizio; Iddio, che ti ha condotto sulla mia strada, che ha voluto essermi

rivelato da te, non può volere che io ti abbandoni.--

CAPITOLO XVII.

L'apparizione.

La mattinata era stupenda; l'aria calda, attraversata da piacevoli

ondate di frescura; il cielo uno splendore di azzurro perlato; la

montagna una festa di colori svariati, dal verde cupo e dal metallico

lucente allo smeraldino, al giallo tenero, con chiazze ferrigne,

rossastre, turchine, disposte qua e là nelle curve del terreno, nelle

insenature delle balze, nel mutarsi dei piani in lontananza; involto il

tutto, fuso, attenuato, in una tonalità violacea, che s'inteneriva negli

sfondi fino alla espressione del grigio. Un buon tepore si svolgeva dal

terreno, e in quel tepore si stemperavano, vaporando, tutte le fragranze

della selva e dei prati. Maurizio respirava a larghi polmoni aria,

tepori e fragranze, dando anch'egli, a quell'angolo di paradiso

terrestre, il suo profumo di felicità. Come era bella la montagna, e

come pareva contenta di sè! Ginepri e pini, frassini, corbezzoli ed

eriche, sterpaglie, rovi e fiammole, tutto verdeggiava, luccicava,

rideva dai ciglioni, dalle zolle, dai sassi; ogni arbusto, ogni

frutice, ogni più umile pianticella del bosco, persino la cèspita dalle

foglie glutinose, perfino i muschi del prato e i licheni dei grigi

lastroni scabrosi, sfaldati a migliaia d'inverni, avevano qualche cosa

da dire al sole, all'aria, agli insetti alianti e ronzanti, contenti

anch'essi di vivere, di respirare, di splendere.

--Voi felici!--disse Maurizio, vedendo due uccellini che si rincorrevano

a brevi volate tra gli alberi.--Ma sono felice ancor io, sapete? Ella

verrà fra poco, per pochi momenti forse, troppo pochi al mio desiderio,

ma verrà, verrà.--

E andava ripetendo sottovoce le due sillabe del verbo gaudioso, per

sentirne meglio, per assaporarne tutta la dolcezza ineffabile. Gisella

aveva promesso; sarebbe apparsa senza fallo. Che festa, la cara donna

che si aspetta! e come è bello il momento che fugge, avvicinando sempre

più l'ora della dolce apparizione! e come il luogo dove la cara donna è

aspettata, si anima, sorride, si compone a bellezza, preparandosi a

riceverla!

Assai prima di vedere la gran ruota del mulino, Maurizio lasciò il

sentiero battuto che tutti i giorni lo conduceva alla Balma. Non andava

alla Balma, per allora; s'inerpicava verso l'Aiga, e non gli bisognava

risalir la costiera più in là; era anzi prudente risalirla più in qua

dal mulino, evitando ogni incontro molesto, ogni sguardo importuno. E

risalendo, inerpicandosi di ciglione in ciglione, sentiva la cascata

rumoreggiare lontana sulla sua testa. Di tanto in tanto vedeva il

ruscello nei serpeggiamenti del suo alveo, affondato tra rupi e cespugli

in una piega del monte; i suoi passi frattanto si spegnevano sul morbido

tappeto delle zolle erbose e dei muschi, mentre lo coprivano d'ombre

discrete i rami degli ontàni e dei salici, onde erano vestite le balze.

Così muovendo frettoloso per l'erta, trovando da esperto montanaro i

passi più facili, le scorciatoie più pronte, afferrò l'orlo di un borro,

sotto l'alta rupe donde precipitava in basso il gran volume delle acque.

Lassù il burrone faceva conca per un giro abbastanza largo; in quella

conca le acque si stendevano in forma di fossato, innanzi di cercarsi,

tra nuovi scoscendimenti, la via; e là, dove incominciavano a trovarla,

era gittato un pancone, che faceva ufficio di ponte. Il luogo alpestre

era improntato di un'orrida bellezza. Davanti a Maurizio, e da tant'alto

che pareva dovesse rovesciarglisi sulla testa, si dirupava la candida

massa liquida, scintillante, spumeggiante, sempre in moto e sempre

uguale nell'ampiezza del suo volume, venendo a frangersi in una larga

incavatura del masso, donde rimbalzava divisa, sparpagliata, come una

immensa capigliatura fluente di spume, in cento rivoli capricciosi e

canori. Quanti scintillamenti cristallini! quante voci argentine di là!

Ben vieni, parevano dire quelle voci a Maurizio, ben vieni. Frattanto,

sul margine della cascata, l'arcobaleno stendeva a mezzo cerchio la

fascia diafana dei suoi sette colori. Mai l'arcobaleno dell'Aiga era

apparso più glorioso a Maurizio, più intenso, più luminoso, più vivo.

--Com'è bella,--pensava egli,--come è poetica la leggenda dei popoli

primitivi! Hanno veduto nell'iride il pegno dell'alleanza tra Dio e le

sue creature. Infatti, che cos'è l'arcobaleno? Un sorriso della luce

dopo la tempesta. Qui le gocce del nembo, sciolte in vapori e sospese

nell'aria, rifrangono i raggi del sole; ed è il sole, immagine di Dio,

che si specchia in questo basso strato d'aria, largito per condizione di

vita ai mortali.--

In un impeto di amore, Maurizio scoccò un bacio col sommo delle dita

all'arcobaleno, che parve intenderlo, e gradire l'omaggio, muovendosi

leggero leggero, quasi per far brillare i suoi colori d'una luce più

viva.

Un'altra cura trattenne Maurizio colà, per alcuni minuti. Lungo le

muscose pareti della stretta per cui scendeva la massa, delle acque,

crescevano molti ciuffi di capelvenere, facendo ad ogni zampillo, ad

ogni soffio di vento, tremolare sui lunghi picciuoli neri lucenti le

verdi foglioline disposte a ventaglio. Quei graziosi e ben nomati ricami

della natura piacevano tanto a Gisella; ed egli ne raccolse un bel

pugno, per comporne un mazzetto, insieme con certi fiorellini azzurri

che si vedevano spuntare qua e là. Fatto il suo bottino, ripigliò la

sua strada per l'erta: pochi minuti dopo giungeva alla macchia dei

nocciuoli. Era là dietro, il torrione; era là, nascosto ancora ai suoi

occhi, nascosto agli occhi di tutti, il suo nido. Ah, come gli batteva

il cuore, afferrando quel colmo! E come fu lieto, mettendo il piede nel

suo quieto rifugio! L'aspetto del luogo non era punto mutato; più folta

la frappa, se mai, avendo i nocciuoli messo altri polloni in primavera.

Tronchi grossi e sottili, asticciuole e virgulti, mettevano fuori gran

ciocche di larghe foglie cuoriformi, arrotondate alla base. Già sulle

vette dei rami si vedevano formati, a due, a tre, a quattro in un

grappolo, i lunghi involucri verdolini campanulati e polposi, nel cui

seno veniva crescendo il frutto, dal guscio ancora bianchiccio. Maurizio

ricordò che da bambino li addentava volentieri, quei verdi invogli

coriacei, per assaporarne il sugo aspretto, non dispiacevole al palato.

E non era egli un bambino anche allora? Lasciava stare gli invogli delle

nocciuole; ma componeva mazzetti di capelvenere e di talco celeste;

intanto gli batteva il cuore nel petto. La cara donna sarebbe venuta

lassù. Non più terrori, oramai; sarebbe venuta.

Terrori! e di che? Ma infine, Dio santo, perchè avete voi acceso questo

fuoco nel cuore della vostra creatura? Non è un sacrifizio a voi,

l'amore? non è un inno di lode per voi? Perchè dovremmo insospettircene?

perchè dovremmo impaurirne? La legge, si dice. Ma l'uomo, l'uomo

soltanto, ha fatta la legge, tela caduca, mutevole e vana; Dio ha fatto

l'amore, la fiamma viva, durevole, eterna. Andate contro la legge; è

niente, o poco meno di niente: andate contro l'amore; è lo schianto del

cuore, il tormento dell'anima, la morte.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 14 / 18 段