Qui con ardito trapasso veniva a dipingere le ansietà, i terrori, i

rimorsi che accompagnano la colpa. Quante corde vibravano a quelli

strappi di una mano maestra! No, la colpa, no, mai; è brutta, la colpa,

è malsana; porta con sè, per primo guaio, il dover arrossire davanti al

mondo, e peggio, davanti a sè medesimi. Per la donna colpevole,

prostrata nella polvere di contro ai suoi lapidatori, Iddio ha detto:

«chiunque di voi è senza peccato scagli la prima pietra». Quella pietra,

gli uomini non possono scagliarla più; gli uomini non debbono punir

quella donna, degni di punizione essi medesimi; gli uomini non debbono

disprezzarla, di tante colpe macchiati, mentre uno spirito puro la

compiange. Ma ella è pur sempre a terra, ed egli solo può rialzarla.

Finchè egli non abbia detto: «va, non peccar più», non isperi di

sollevare la fronte. Da lui rialzata, redenta da lui, si consoli: ma

pensi che la turba, se non lapida più, giudica ancora; la turba è sempre

là, astiosa ed arcigna, nel fondo della scena, e i farisei ne governano

l'animo, i farisei, stirpe non morta ancora, che solo ha mutato di nome.

E chieda a Dio di soffrire, di soffrir sempre, per espiare il suo

fallo; ringrazî il cielo di una sofferenza, che quanto è più grande e

più lunga, tanto più vale a deterger le colpe. Nè chieda di soffrir meno

la donna che visse casta e virtuosa; pensi che la coscienza della

propria impeccabilità può facilmente tramutarsi in orgoglio. Noi spesso

non cerchiamo di vedere; ma Dio vede e sa quanto sia di peccato in noi,

che per soverchio di sicurezza non facciamo buona guardia alle anime

nostre. Certo, è soffrire orrendo, per una donna, e può parerle

intollerabile, l'obbedienza di tutti i giorni, di tutte le ore; ma è

prova solenne, argomento di purificazione continua, quel suo viver

legata ad un uomo il più delle volte ruvido, vano, capriccioso, volgare,

che non intende e non sa quanto ella valga, ma che qualche volta può

essere mutato, migliorato, trasformato da lei. Che vittoria, allora, e

come fa lieto il sofferto martirio! E poi, che è ciò che aspettiamo noi

dal dovere compiuto? Se la vita è battaglia, sian terse le spade; nè vi

paia fatica di farle brillare. Più splende quella che è più fine di

tempra, e della fatica durata è gran conforto la gloria. Esser pure è

già un premio; farvi belle dell'anima a Dio, è conveniente lusinga.

Anche un poeta pagano lo ha detto: «piacciono i casti pensieri lassù;

con casto animo vieni, con pure mani attingi alla fonte». Sentite la

bellezza della virtù, che consola; e non orgoglio vi dia, ma nobile

alterezza; e vi veneri il mondo, non potendovi mordere; e l'ossequio

suo non sia minore di quello dei vostri figliuoli, a cui giovano le

esortazioni, ma più ancora gli esempi.

Come aveva sofferto Maurizio, quel giorno! Gli pareva che ad ogni

istante il frate dovesse uscire dalla tesi generale, figurare dei casi,

proferire dei nomi; che ad ogni istante dovesse dare in qualche

sfuriata, da offendere, da turbare, da commuovere troppo visibilmente

qualche povera ascoltatrice. Ma no, niente; quel diavolo d'un sant'uomo

non era mai stato tanto riguardoso come allora; non aveva neanche usata

la volgarità di chiamar le cose coi loro brutti nomi, che è vizio dei

quaresimalisti, anche valenti. La sua orazione era tutta misura e

grazia, grazia e misura, e senza aver fatta la menoma concessione al

gusto mondano. Anche l'argomento del rispetto di sè, che poteva essere

derivato da un concetto pagano della virtù, come diventava cristiano

nella necessità di fare della creatura un tempio, un altare, un vaso

degno di Dio, e di educare non pure onestamente ma ancora candidamente

la prole! «Non offendete colla impurità della lingua l'orecchio

innocente del bambino; bella massima;--diceva il frate,--ma quasi

inutile esortazione in una famiglia civile. Qual è infatti quella madre

così sciocca o malvagia, che non abbia in mente e non osservi il

precetto? Ma è necessario altresì che del fanciullo non si offenda la

vista con la scena di un viver domestico poco lodevole, brutta scena che

spesso è commedia corruttrice, e qualche volta si muta in orribil

tragedia. E poi, che giova nascondere molto e con ogni cura al

fanciullo, se egli, passando sua madre per via, vede a lei rivolto

insieme col saluto il sogghigno, e dietro a lei ode gittata la parola di

spregio? Ah, meglio allora, mille volte meglio non aver bambini! Ma

pensate allora, pensate essere ancora una grazia la sterilità, per la

misera donna che ha dimenticata la legge divina, la legge umana e sè

stessa».

Neanche qui il frate foggiava casi particolari; non usciva neppur qui

dalla tesi generale. Ma era pericolosa, la tesi; e Maurizio fremeva,

pensando esser là tra gli ascoltanti qualche misera donna, la quale,

ritornando a casa, non avrebbe trovato bambini ad attendere la sua

carezza materna. Fremeva, mentre tutti gli ascoltanti pendevano dalle

labbra del monaco, e gli pareva che ogni sguardo momentaneamente sviato

di quella moltitudine attenta, girando per caso dalla parte sua, fosse

diretto a lui, proprio a lui, come una interrogazione, come un

rimprovero. Intollerabile supplizio! E non osò, per tutto il tempo che

durò quella predica, volger neanche la faccia da un certo lato della

chiesa. Poi, a mala pena ebbe fine il supplizio, scappò fuori senza

guardarsi dattorno, tagliò la piazza per la linea più breve, andando

verso il Castèu, senza aspettare la solita occasione di salutare

Gisella, che usciva sempre in compagnia di Albertina.

Quella sera, non bene rinfrancato, ma desideroso di non far novità, si

avviò alla Balma. Trovò il generale solo nel vestibolo, occupato a dare

una scorsa ai giornali.

--Ma sapete,--gli gridò questi _ex abrupto_, levandosi gli occhiali e

deponendo sulla tavola il foglio che aveva tra mani,--ma sapete che il

vostro predicatore è un fiero campione!

--C'eravate?--disse Maurizio, rabbrividendo.

--No; per sentirlo m'è bastata una volta. Ma quasi quasi mi riconcilio

con lui. Ha parlato del dovere in un modo che mi va. Queste vi parranno

contradizioni;--soggiunse il generale, ridendo.--Ma anche senza andarsi

ad affumicare là dentro, si può sapere che cosa c'è stato detto. Gisella

mi ha recitata tutta la predica. A sentirla, si sarebbe creduto che la

sapesse a memoria.--

Com'era andata? Al signor di Vaussana parve quella una follìa, una

grande follìa. Ed era certamente tale, e la contessa, commettendola,

aveva obbedito ad uno di quegli impulsi ciechi, contro i quali non è

forza di volontà, nè lume di ragione che tenga. Scossa, turbata al pari

di lui, se non forse di più, Gisella aveva ritrovato a mala pena quel

tanto di forza che l'aiutasse a ritornare a casa, con aspetto di persona

tranquilla. Per altro, a mezzo il viale dei tigli, aveva dovuto sedersi,

non potendone più. Come le era venuto fatto di trascinarsi fin là? Il

suo cuore batteva, batteva con una violenza da far temere che volesse

ad ogni tratto spezzarsi; tanto che gliene veniva un senso di dolciume

smaccato e nauseabondo alla gola. In uno sforzo supremo era riuscita a

padroneggiarsi. Aveva pensato che fosse quella una crisi per l'anima

sua; se felice poi o disgraziata, non voleva cercare. Dio lo vuole,

aveva gridato a sè stessa, come i primi crociati di Cristo; e una gran

forza era succeduta a quel momento d'angoscia indicibile. Alzatasi di

scatto dal sedile di pietra, aveva fatto in pochi minuti il restante

della salita, trovando sulla spianata del cancello il marito che

passeggiava aspettandola; e davanti a lui aveva voluto fare la brava.

Egli stesso la metteva al punto, chiedendogli col suo piglio beffardo

quali altre scioccherie avesse spacciate quel giorno il grand'uomo.

Scioccherie? C'era ben altro; un trattato di alta morale; ne giudicasse

lui, che rideva. E lì, l'uno dopo l'altro, aveva snocciolati tutti gli

argomenti, provando un gusto aspro, mettendo una cura ostinata, feroce,

un vero accanimento, a tormentarsi l'anima riferendo tutto il discorso,

perfino con le stesse parole del frate. Il generale aveva continuato a

ridere per due o tre minuti; effetto di mare lungo, che non ha avuto

ancor tempo di quetarsi; poi si era fatto serio, a grado a grado

prestando maggiore attenzione; e si vedeva che gli argomenti gli

andavano, e non meno le frasi ond'erano rivestiti, perchè li

accompagnava con cenni del capo e con ringhî in cadenza. Egli doveva

egualmente ammirare la relatrice, trovando ch'ella possedeva un bel

tesoro di memoria, un tesoro del quale egli non si era mai avveduto. E

neppure lei sapeva come ciò le accadesse. Le parole del frate le erano

certamente caduta sul cervello, come gocce di piombo liquefatto,

facendovi impronta e presa ad un tempo.

Ma quello sforzo l'aveva anche esaurita. A pranzo niente le andava; si

era contentata di assaggiare; e finito il pranzo aveva trovato un

pretesto per ritirarsi nelle sue camere, non aspettando Maurizio alla

solita ora delle visite serali. Cosa da nulla, diceva il generale al

signor di Vaussana, poi che questi ebbe domandato della contessa, e

manifestato il suo vivo rammarico di saperla indisposta.

--I soliti incomoducci, che fanno comodo così grande alle signore

donne;--soggiungeva il generale;--nervi, fumi, vapori, isterismi ed

altri cataclismi da ridere. Del resto, un po' di riposo le farà bene.

Quel prodigio di mnemonica, a buon conto, non sarà mica stato senza

consumo di materia cerebrale. Siamo macchine, mio caro.--

Così ragionava; ed era contento di sè, il castellano della Balma. In fin

de' conti, quella poteva contarsi come una buona giornata per l'autorità

del marito, se anche gli era stata procacciata da una sequela di

ribellioni all'autorità del filosofo. Buona giornata, davvero, e ne

prometteva delle altre. Lo sentiva egli, questo? si dava ragione della

sua contentezza? Forse no, anzi, diciamo pure senza il forse, ed

ammettiamo che in lui operasse una specie d'istinto. Del resto, egli

poteva esser contento di aver sentito parlare come piaceva a lui. Per

una volta tanto quei _blagueurs_ di preti erano buoni a qualche cosa.

Quella sera Maurizio fece una mezza dozzina di partite a carambolo,

perdendole tutte, e la testa per giunta. Ma un vincitore a carambolo,

facendo le sue lunghe serie di colpi, non ha tempo nè modo di guardare

dove il suo avversario abbia la testa. Così la sera passò, triste

conclusione di una triste giornata. Le giornate, poi, si seguono e non

si rassomigliano. La mattina seguente capitò Gisella al Castèu. Veniva

in apparenza a prender l'amica, per andare con lei alla predica. Nel

fatto, voleva combinare in casa il signor di Vaussana, per domandargli

un libro in imprestito; un esemplare del nuovo Testamento, niente di

meno. Desiderava di leggere l'evangelio di san Giovanni e le epistole di

san Paolo; due autori che il quaresimalista citava spesso e volentieri.

Nella libreria della Balma il nuovo Testamento non c'era, e per una

buona ragione: per la stessa ragione non c'era neanche il vecchio. Ma

oramai non sarebbe più stato così: Maurizio offriva l'uno e l'altro, non

già come imprestito, ma come presente, come omaggio alla contessa

Gisella. Regalava la traduzione del Martini, approvata da Roma: quanto

a lui, possedeva la versione latina di san Geronimo, ed anche in un

altro esemplare la versione italiana del Diodati, non approvata, ma ad

ogni incontro, ad ogni bisogno, egualmente opportuna. L'ortodossìa di

Maurizio non badava a certe piccolezze.

Gisella tremò, vedendolo comparire in salotto, e una fiamma le corse

alle guance. Ma subito si ricompose, e gli espresse il suo desiderio,

avendone quell'esito che fu dianzi accennato. D'altro non fu possibile

parlare, essendo presente Albertina.

--Ed ora vi sentite meglio, non è vero?--si restrinse a domandarle

Maurizio.

--Sì, molto meglio,--rispose Gisella.--Non è stato che un male

passeggero.... qui;--soggiunse ella, indicando il cuore.

--Con quei colori?--gridò egli, inarcando le ciglia, e dissimulando

nell'atto di maraviglia un vivo senso di pena.

--Con questi colori, pur troppo;--replicò sorridendo Gisella.--È stata

anche la malattia di mia madre. Ma non esageriamo la cosa;--riprese

tosto la bella signora;--altrimenti meriterò i rimproveri del generale,

a cui queste bambinerie non piacciono. Affrettiamoci piuttosto ad andare

in chiesa; dovrebbe esser quasi l'ora. Di che parlerà oggi il padre

Anselmo?

--Dell'amor divino;--rispose Albertina, a cui la domanda era

rivolta.--Non hai sentito, quando l'annunziava?

--No, mi ero forse distratta.... pensando a tutte l'altre belle cose che

aveva finito di dire.--

La predica dell'amor divino fu un inno in prosa, e frammezzato di versi.

Quel diavolo d'un frate ci aveva quel giorno tutti testi profani. Citava

Girolamo Benivieni, che sull'amor divino aveva dettato armoniose e calde

terzine; citava Lucrezia Tornabuoni, e le sue affettuose laude

spirituali; citava messer Agnolo Poliziano, autore anch'egli (pare

impossibile) di poesie religiose; citava perfino Lorenzo de' Medici, e

le sue amorose rime sulla ricerca di Dio.

Allor vedrò, o Signor dolce e bello,

Che questo bene e quel non mi contenta:

Ma levando dal bene e questo e quello,

Quel ben che resta il dolce Dio diventa:

Questa vera dolcezza e sola senta

Chi cerca il ben: questo non manca mai.

Quella mattina, sulla piazza della chiesa, non mancò più Maurizio, ad

aspettar le signore.

--Non è vero che è stato bello?--gli chiese Gisella, nella breve

conversazione di commiato.

--Sì, bello;--rispose Maurizio.

E non potè dirle altro, tanto soffriva. Ah, quel bene terreno che non

contenta più l'anima! quel bene terreno da cui si può levar tante parti,

e il resto si trasforma in amore di Dio!

Quella sera, andò ancora alla Balma, sapendo già di non averne alcun

bene. Pure, il caso gli fu più umano del solito, facendolo restare

abbastanza lungamente solo con lei.

--Non andrete più al Martinetto?--le disse, dopo alcuni istanti di

silenzio, che gli erano parsi secoli.--C'è il piccolo Vittorio ammalato.

--Oh, poverino! Sicuramente ci andrò;--rispose Gisella, che a tutta

prima era rimasta confusa.

Ed egli la precedette il mattino seguente lassù; o credette di

precederla. Ma la contessa non si lasciò vedere al Martinetto, nè prima

nè dopo la predica. Triste cosa, su cui egli non osò farle la più

piccola osservazione. Pure, le giornate erano belle, ancora un po'

fresche, ma serene e luminose; e i cardellini dell'Aiga, salutando

Maurizio, avevano l'aria di dirgli: i vostri nocciuoli sono stati i

primi tra tutti gli alberi della montagna a riprender le foglie; come va

che non ci si rivede ancora? sareste mutati voi, da quelli di prima?--

Gisella andò a vedere il figliuoletto di Biancolina, ma dopo aver

pranzato, senza pericolo d'imbattersi nel signor di Vaussana. Maurizio

la vide ritornare alla Balma, mezz'ora dopo ch'egli era giunto lassù.

Rimase male, vedendo che Gisella aveva cercato di evitare la sua

compagnia. Ma la signora non potè egualmente evitare l'occasione di un

breve colloquio con lui, mentre il generale era andato più oltre lungo

il viale a ragionar col fattore.

--Perchè?...--le disse.--Perchè mi sfuggite?--

Maurizio aveva l'aria d'un moribondo, parlando in quel modo.

--Perchè....--mormorò ella, non resistendo a quell'accento di angoscia

suprema.--Amico mio, non mi parlate così! Se sapeste come mi levate il

coraggio!... Siamo nell'errore, Maurizio; ho paura.

--Paura!--esclamò egli.--Di che?

--Siamo colpevoli.

--Colpa.... d'amore....

--È colpa, e basta. Io mi faccio orrore, e qui dentro mi domando spesso:

che cosa penserà Maurizio di me, se anch'egli usa scendere nel segreto

dell'anima sua, e vede l'abisso in cui siamo caduti? Ah, meglio

laggiù,--gridò ella rabbrividendo--meglio laggiù in quell'altro abisso,

nel vortice dell'acque, quando io non credevo di far tanto male; e tu

già lo sapevi, già n'eri persuaso, perchè hai tardato un istante a

rispondermi!--

CAPITOLO XVI.

Cuori infermi.

Così finiva la quaresima, vedendo Maurizio la contessa Gisella ogni

mattina alla sfuggita quando si usciva di chiesa, ogni sera più

lungamente quando egli andava alla Balma; non più altrimenti, come

avrebbe potuto sperare dal ritorno alla buona stagione, da lui con tanto

ardore invocata. E parlava di cose vane con lei, quando c'erano altri in

conversazione; e non parlava più affatto quando restavano soli. Quei due

poveri cuori sembravano divenuti l'uno all'altro stranieri; tra quelle

due coscienze, già così intimamente unite, si era fatto un gran vuoto.

Egli oramai era in uno stato da far compassione; reggeva l'anima co'

denti; avrebbe voluto non essere: intanto, per capriccio di sorte o

crudeltà di destino, doveva sorridere, sorrider sempre, piegandosi a

tutte le fantasie d'un vecchio fanciullo, che mostrava di non saper

stare un minuto senza la compagnia del suo migliore amico. Sospello di

qua, Vaussana di là, e Maurizio da pertutto; non c'era che lui.

L'avvicinarsi della pasqua avrebbe dovuto portare qualche obbligo

particolare per quel saldo credente. Ma quel saldo credente non era uno

stretto osservante: andava in chiesa; e levato di lì, praticava poco,

sicuramente credendo che il credere bastasse. Del resto, c'era la

politica di mezzo; ed egli, non volendo inchinarsi a certe pretensioni

_de hoc mundo_, non aveva neanche scrupoli di coscienza. «Quando avranno

disarmato verso l'Italia una, mi accosterò anch'io un po' meglio»,

diceva egli qualche volta a sua sorella Albertina.

Uno di quei giorni, veduto che sua sorella usciva prima dell'ora, tutta

vestita di nero e col velo di pizzo ugualmente nero in testa, scambio

del solito cappellino, le domandò brevemente:

--Precetto pasquale?

--Sì,--rispose Albertina,--da una settimana è incominciato il tempo

utile.--

Un'idea passò per la mente di Maurizio; e per averne l'intero, mezz'ora

dopo che sua sorella era uscita, andò in chiesa anche lui. Giunse a

tempo per vedere il cappuccino uscire dal confessionario, donde aveva

ascoltate ed assolte parecchie penitenti. Rivolti gli occhi all'altar

maggiore, riconobbe sua sorella inginocchiata alla balaustrata di marmo,

e accanto a lei la contessa Gisella, anch'essa tutta vestita di nero.

Ah, dunque ella pure si era confessata dal frate; ella pure si accostava

alla mensa eucaristica; ella pure, perdonata, monda di colpe, contenta?

E fu triste senza fine; per quel giorno mutò perfino il posto alla

predica; finita questa, se ne andò verso casa, senza aspettare le

signore al varco del piazzale. Di questo, poi, non erano neanche da

farsi le maraviglie: oramai erano più le volte che il signor Maurizio

faceva così, che non quelle in cui si tratteneva a riverire Gisella, a

barattare con lei le poche frasi di commiato.

--Confessa bene?--domandò egli di punto in bianco a sua sorella, quando

furono a tavola.

--Come predica;--rispose Albertina.--È un dotto, ed è un santo,--

Maurizio non disse più altro. Quella sera gli mancò il coraggio di

salire alla Balma. Sentiva bene che un gran rivale gli era stato

suscitato; ma da chi? non forse da lui? e perchè darne colpa o merito ad

altri? Egli, egli solo, aveva introdotto il gran nemico in casa. Che

dolore, e che orrore! Egli amava più che mai quella donna; e quella

donna era di Dio.

Andò alla Balma il giorno dopo, di mala voglia, soffrendo in ogni parte

dell'esser suo, nè ben sapendo di che. Trovò la contessa al suo telaio

di ricamo, pallida, cerea nel volto, ma calma. Il generale era di

cattivo umore, e misurava a gran passi, in diagonale, gli ottanta e

cento metri quadrati del vestibolo. Incominciava a temere gli effetti

della vita sedentaria; voleva fare del moto: e per farlo, e per

istizzirsi di non poterne fare abbastanza, sceglieva le ore che Gisella

dedicava al riposo. A mala pena ebbe veduto comparire Maurizio, il

passeggiatore si fermò, prendendo un'aria severa.

--Non vi abbiamo veduto, iersera; diss'egli, con accento di

rimprovero.--E sareste stato così utile, per darci una mano! Si è dovuto

mandare pel medico, capite? pel medico; e l'abbiamo avuto qui tutta la

sera.--

Maurizio non ci vedeva già più.

--Ah!--gridò egli, prima che quell'altro finisse la sua invettiva.--Che

è stato? Io non sapevo.... Se avessi immaginato....--

E si volgeva così dicendo a Gisella, di cui poc'anzi aveva notato il

pallore. Ma per allora non discerneva più nulla, tanto era turbato;

l'immagine della donna adorata gli veniva agli occhi confusa, come i

pensieri alla mente, come le parole alle labbra.

--Cose di poco, signor Maurizio;--rispose ella placidamente.--Mal di

stagione, e non valeva neanche la pena di parlarne. Non istò forse bene,

ora?--soggiunse, volgendosi a suo marito, che aveva fatto un gesto di

stizza.

--Che stagione mi andate voi stagionando?--gridò il generale.--Ma sì,

dite bene,--ripigliò, mutando proposito,--è la stagione....

ecclesiastica; è la vostra quaresima, che il diavolo se la porti.

Capirete, Maurizio; tutti i giorni in chiesa! Il fumo delle candele

doveva bene un giorno o l'altro portare i suoi effetti deleterii. Ieri,

poi, per compir l'opera, la nostra signora è stata fino al tocco senza

prender niente; nè bevanda nè cibo.

--Quante volte non sono stata così!--rispose Gisella, sorridendo.

--Ma ieri non potevate. E non va bene restar tanto a stomaco digiuno;

segnatamente voi altre donne, che mangiate come gli uccellini, e avete

bisogno di nutrirvi più spesso. Questo ve lo ha detto anche il medico.

Ma ieri, Dio ci abbia in grazia, bisognava far la pasqua, bisognava

prendere la comunione.... Credo che sia la prima, dopo quindici

anni;--osservò il generale, ghignando.

--Ettore! Voi dite i miei peccati.

--Ed anche quella era stata di troppo;--continuò il generale, senza

badare alla interruzione.--Venite, Maurizio, facciamo due passi

all'aperto. Il medico ha dato un buon consiglio anche a me. Non faccio

moto abbastanza, e ci buscherò una congestione di sangue. Sarà

necessario che io ripigli l'uso di montare a cavallo. Le strade qui non

sono molto adatte; ma bisognerà contentarsi. Cavalcate, voi?

--Male;--rispose Maurizio.

--Ah, sì, scusate, dimenticavo che siete un marinaio. Ci vorrebbe un

cavallo marino, per voi.--

E trascinava Maurizio con sè, lontano dalla casa, volendo rifarsi della

noia di quella giornata. Ma col discorso ritornava spesso a sua moglie.

--Credo che quel monaco l'abbia stregata;--diceva. Dal giorno che ha

cominciato a seguire quel maledetto quaresimale, Gisella non ha più

pace. Perfino di notte, vedete, ella sogna del monaco. Almeno, io penso

che sia così. Prima d'ora, dormiva i suoi sonni tranquilli, come una

bambina; ed ora è in agitazione continua; di tanto in tanto,

svegliandomi, sento che si lagna come una persona malata. Scendo da

letto, vado a vedere che cos'ha, le domando se si sente male: non

risponde; è addormentata, ma d'un sonno cattivo, come quando s'è fatta

una cattiva digestione. Ha l'affanno, l'oppressione, una specie d'incubo

che la fa rammaricare, gemere, uscire in frasi rotte, incomprensibili.

Capirete, amico mio, che tutto ciò è molto grave. Quando si parla

dormendo, è segno che il cervello lavora; e lavora male, il cervello,

quando non è la sua ora, quando egli ha bisogno di rifarsi della fatica

del giorno.--

Maurizio fremette, pensando alle frasi rotte, alle frasi

incomprensibili, che ben potevano una volta o l'altra riuscir frasi

formate, ed esser comprese. Non temeva per sè; questo era l'ultimo de'

suoi pensieri. Ma non voleva perder Gisella; lo atterriva l'idea d'esser

cagione d'una sventura per lei. Povera bella! ed era ammalata; un guasto

era avvenuto in quell'essere così perfetto. Ma come grave? a che punto

poteva giungere? come si poteva rimediarci? Anzitutto, che cosa aveva

osservato il medico? che cosa aveva detto a quel marito? se aveva detto

qualche cosa, che fede meritava?

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 13 / 18 段