Felice il generale, che negli ozi del suo castello aveva da combattere

solamente la noia. Ognuno, si sa, crede la propria malattia più grave di

quella degli altri, ed egli sinceramente si esagerava i mali di una

noia, in onta alla quale passavano i giorni abbastanza rapidi, tra

partite a biliardo o a picchetto, accessi di malumore e grasse risate.

La volgarità del discorso faceva anche capolino fra la domestichezza

dello consuetudini. Il signor di Vaussana, di tanto in tanto, per una

ragione o per l'altra, interrompeva le visite. Quello dei viaggi brevi e

frequenti era un artifizio, ben noto alla contessa, che non aveva

neanche da soffrirne troppo; perchè Maurizio, il più delle volte, dopo

avere annunziato una gita a Nizza, a Torino, a Genova o altrove, non si

muoveva dal Castèu, dove ella trovava poi modo di scovarlo. Quei piccoli

furti erano un segreto di più e certamente il meno grave tra tutti

quelli che avessero da custodire. Frattanto, colle frequenti sparizioni

dalla Balma, il signor Maurizio si confidava di addormentar meglio il

castellano, sviarne l'attenzione, dissiparne i sospetti, se mai ne

fossero nati. Su quei viaggi frequenti tornava spesso il generale, e con

molta libertà di discorso, anche in presenza della moglie.

--Gran fioritura di camelie dev'essere a Montecarlo; non è vero,

Vaussana? E c'è poi sempre quell'abbondanza di _belles-de-nuit_?

--Non sono stato a Montecarlo;--rispondeva Maurizio, schermendosi come

poteva.--Vi ho pur detto, generale, che ho fatto una punta fino a

Genova.

--Ritorno offensivo, dunque? E come sono ora le genovesi? sempre belle?

Ai tempi della Crimea, quando ci sono passato io, erano tutte d'una

bellezza incontrastabile, ma un pochettino massiccia. Mi dicono che ora

ci sia un altro tipo, alto, flessuoso, con una tendenza spiccata al

biondo, e dei languori orientali nell'occhio. Come le preferite voi,

Vaussana? Fortunato briccone! godete il mondo, finchè vi dura la

gioventù. Ma non abusate, mi raccomando; è insalubre. E credete a me, la

miglior cosa che possiate fare, per calmare questa febbre, tanto

pericolosa all'ultimo stadio, è ancora di prender moglie. Prendete

moglie, Maurizio, prendete moglie.--

E lo canticchiava anche in musica, il suo ritornello, prendendo lo

spunto da una canzonetta del Béranger.

La contessa, di solito, chinava gli occhi sul suo telaino da ricamo,

aspettando che il generale la finisse con quelle sue libertà di

discorso. Ma il generale prendeva un gusto matto a ribattere quel chiodo

in presenza di lei, e chiudendo sempre il discorso col suo solito

ritornello. Tanto che un giorno, seccata, la contessa alzò gli occhi e

soggiunse, rivolgendosi a Maurizio:

--Ma sì, prendete moglie, signor di Vaussana.--

Maurizio rimase un po' male, non intendendo il perchè di quell'altra

esortazione. C'era egli bisogno che Gisella tenesse bordone al generale?

Che cosa ne poteva lui, se quell'altro, abusando del suo diritto di

padrone di casa, gli tornava sempre sul medesimo tasto?

--Me la trovino loro;--rispose egli a denti stretti.

--Oh bravo! e se la troveremo, la prenderete?

--Scelta da amici come voi, perchè no? avrà certamente tutte le virtù

immaginabili.

--Ebbene, cercheremo;--disse Gisella.

--A Nizza, non è vero?--soggiunse il generale.--Mia moglie ha il

desiderio di passare a Nizza gli ultimi giorni di carnevale; sarà una

eccellente occasione per noi di cercare, e per voi di giudicare della

scelta, senza perdita di tempo.

--Si va all'arma bianca!--conchiuse Maurizio, facendo bocca da ridere.

Ma in verità aveva voglia di tutt'altro; era lì lì per uscire de'

gangheri. Anche quel viaggio a Nizza ci voleva! Gisella ne aveva già

accennato a Maurizio, come di uno svago da procurare a quell'eterno

annoiato del signor generale; quanto a sè, non ci aveva nessun gusto,

prevedendo la seccatura delle visite molte e della poca o nessuna

libertà che avrebbe avuto di stare a discorrere col suo povero Rizio. Ma

ci voleva pazienza, e bisognava fare di necessità virtù. Sì, tutto bene,

salvo quell'idea pazza di cercar moglie a lui, che non voleva saperne.

Per fortuna, nel soggiorno di tre settimane a Nizza, non furono che

falsi allarmi. Gli avevano domandato se la preferisse inglese, o

americana, o russa, ed egli aveva risposto di non aver predilezioni in

materia. Intanto, con quell'arte che le donne sanno tutte, ma che le

donne innamorate conoscono a perfezione, la contessa Gisella causava

ogni occasione di far conoscenze del suo sesso, oltre le poche

necessariamente portate dalle relazioni mascoline del marito. Si

vedevano mogli di generali, di colonnelli e di capisquadrone, tra le

quali non c'era pericolo che avesse da scegliere il suo Maurizio, o per

lui il signor generale. E questi, d'altra parte, sempre attorniato da

vecchi _troupiers_, tutto ingolfato nelle sue conversazioni d'arte

militare, di caserma o di piazza d'armi, non pensava più affatto ad

ammogliare il signor di Vaussana. Nè poteva sperare che se ne

incaricasse sua moglie, sempre circondata dal gaio sciame dei giovani

capitani, degli aiutanti di campo e degli uffiziali d'ordinanza. La

galanteria militare si esercitava intorno alla bellissima generala in

visita, con quella amabile festività, con quella misura cavalleresca,

che è propria dei francesi, e che è maravigliosamente aiutata da una

lingua facile e snella, di forme ben definite, di frasi bell'e fatte,

tra cui la stessa consuetudine ha tolta ogni importanza e lasciata tutta

la sua grazia all'iperbole. Maurizio, nondimeno, si seccava un pochino

che tutti fossero _bien heureux_ come santi in paradiso, o _enchantés_

come cavalieri nel castello di una fata, quando erano ammessi alla

presenza di quella _grande charmeuse_, di quella _femme divine_, della

contessa Gisella.

Il guaio era che parlando così avevano tutti ragione. Ed egli, anche

gradito da tutti, trattato con quella deferenza di cui lo faceva degno

il suo grado e la sua educazione, con quella cortesia cerimoniosa che

era dovuta alla sua qualità di straniero, si sentiva a disagio, era

sempre sulle spine. Vedeva ogni giorno Gisella, ma troppo diviso da lei,

anche essendo vicino, e soffriva. Non già del brutto male, intendiamoci;

perchè Maurizio conosceva la divina creatura, ne sentiva il pensiero

costantemente fido, ne vedeva lampeggiar l'occhio azzurro sparso di

faville d'oro, quando faceva un giro largo per giungere a lui e dargli

il suo istante di felicità. Ma quanta bellezza ammirata, respirata,

assorbita da troppi! ma quanta musica di parole sparsa a consolazione di

troppi! Gisella era una regina, dovunque apparisse; amabile ad un modo

con ogni età, con ogni grado, passava in mezzo a quella gloria di

filetti d'oro e di rosso _garance_, come una bella dea serena e

sorridente, maestosa e leggera, appagando tutti senza fermarsi a

nessuno. Così debbono esser lieti i fiori di un giardino, quando passa

aleggiando sulle aiuole una splendida farfalla, sempre in alto e sempre

in moto, avendo l'aria di posarsi su tutti i calici, dischiusi a lei,

odoranti per lei.

Qualche volta, passando accanto al signor di Vaussana, la divina

creatura gli gittava una di quella frasi sommesse e brevi, ma calde di

passione, che avevano virtù di rianimarlo, di esaltarlo, di fargli

toccare i termini della beatitudine.

--Ah, il nostro San Giorgio! Ancora pochi giorni, Rizio! Questo

carnevale, che morte! Sorridi, via, grande bambino, che hai così dolce

il sorriso! T'intendo, sai? è così tarda a giungere, la nostra buona

quaresima!--

CAPITOLO XV.

Padre Anselmo da Carsoli.

La quaresima ricondusse i nostri viaggiatori a San Giorgio. Il piccolo

paese alpino era tutto in fermento per una di quelle novità che sogliono

commuovere perfino i grandi, tra il carnevale e la pasqua. Senza esserne

stato avvertito dalle trombe della fama, San Giorgio possedeva per quel

periodo di penitenze, di digiuni e di esercizi spirituali, un

quaresimalista insigne, un predicatore coi fiocchi. Come mai un

tant'uomo si fosse persuaso di andare a pescare anime tra quei monti, in

verità non si poteva immaginare; certamente bisognava conchiudere che

per una volta tanto l'arciprete don Martino avesse avuto una grazia

speciale dai suoi santi protettori. Fin dalla prima predica il nuovo

quaresimalista, del quale, a vederlo, non si sarebbe dato un baiocco,

aveva sbalordito il suo uditorio; alla seconda lo aveva incantato. E già

si parlava di lui in tutte le case, come di una gran maraviglia; se ne

discorreva in farmacia, se ne ragionava al casino di lettura; in ogni

luogo, perfino nelle osterie, si facevano confronti fra lui e i

predicatori degli anni passati; chi aveva viaggiato e sentito altri

famosi oratori del pergamo, non dubitava d'asserire che quello era uomo

da batterli tutti.

Non vecchio nè giovane, con poca barba biondiccia venata di peli

bianchi, più macilento che magro, alto della persona ma curvo, quasi

piegato in due quando attraversava la grande navata della chiesa per

recarsi dalla sagrestia al suo pulpito, appariva tutt'altro quando si

affacciava di lassù, alta la fronte, sfavillanti gli occhi, diritto il

corpo come una spada. Era cappuccino; si chiamava padre Anselmo da

Carsoli. Modesta figura di asceta, vestiva umilmente una tonaca

spelacchiata, su cui non mancavano le toppe, larghe, lunghe, fatte più

vistose dal colore più carico del panno, con le quali il vecchio abito

si andava via via rinnovando a pezzi e bocconi. Camminando in istrada,

così curvo delle spalle e sempre a capo basso, non guardava mai nè di

qua nè di là, non vedeva nessuno, tranne i bambini, quando gliene

passavano daccanto, dandogli una curiosa sbirciata di sotto in su. Ma

anche senza vedere la gente, il cappuccino ne indovinava il saluto, e lo

ricambiava con un gesto di benedizione, breve breve, come d'uomo che

avesse fretta. Coi bambini, per altro, si fermava sempre un poco, due o

tre minuti secondi, il tempo di aggiungere alla benedizione una carezza

paterna, accompagnata da una crollatina di testa; come se in quel punto

e a quella vista il pover uomo volesse cacciar dalla mente un doloroso

ricordo.

Il giorno dopo la sua tornata in paese, Gisella aveva voluto andare al

Castèu, per salutare Albertina. Accompagnata in quell'uffizio di

cortesia dal generale, aveva incontrato sulla piazza il signor di

Vaussana, che usciva allora allora dalla posta, con le sue lettere e i

suoi giornali tra le mani. Era una piccola fortuna, di quelle che i

piccoli paesi offrono più facilmente alle persone che si amano, e

Maurizio l'aveva afferrata al volo, accompagnandosi ai signori Matignon:

del resto, non si doveva egli far cammino insieme? Così, muovendo dalla

piazza al Castèu, avevano veduto innanzi a loro il cappuccino, che,

uscito allora dalla canonica, rasentava il muro per andare verso una

viottola campestre, dietro la chiesa parrocchiale. Gisella riconobbe

all'abito il predicatore, di cui quella stessa mattina le avevano già

fatto un gran discorrere alla Balma tutte le sue persone di servizio.

Andando ella innanzi ai due cavalieri, per la ristrettezza della strada,

e passando lesta accanto al cappuccino, la bella signora non aveva

creduto di potersi dispensare da un piccolo cenno di saluto, che andasse

in pari tempo alla veste religiosa, all'età rispettabile e all'ingegno

acclamato dell'uomo. Quell'altro aveva risposto con la sua benedizione

frettolosa, chinando la testa anche più dell'usato; e pochi passi più

in là, trovata la svolta del sentiero campestre, aveva scantonato

prontamente, senza voltarsi neanche con la coda dell'occhio a guardare.

--Vedete che sudicioni!--disse il generale a Maurizio.--Neanche un paio

di calze!

--È la regola, generale.

--Sarà; ma non è la decenza.

--Ettore!--mormorò la contessa, volgendo al marito un'occhiata di

rimprovero.

--Ebbene, che cosa ho detto che non sia il vero?--replicò il

generale.--Se non portano calze, non vadano almeno in ciabatte!

--Umiltà;--disse ancora timidamente Maurizio.

--Ah sì, parlatemi dell'umiltà dei frati!--gridò il conte Ettore.--_Une

bonne blague, celle-là!_

Il cappuccino venne ancora in ballo, quando furono al Castèu, nel

salotto della contessa Albertina. La signorina di Vaussana aveva già

sentito due prediche, e n'era rimasta profondamente commossa. Era una

donna intelligente, leggeva molto, pensava molto; il suo giudizio era

dunque di gran peso. Il generale, del resto, essendo uomo di mondo, si

arrese facilmente, e si tenne in corpo le celie che il tema gli chiamava

alle labbra. Non fiatò neppure quando sua moglie dichiarò di voler

seguire quel corso di prediche, contentandosi di promettere a sè stesso

ch'egli non l'avrebbe imitata, e per quel primo giorno, in cui il

capriccio religioso della sua metà lo coglieva fuori di casa, non

sarebbe neanche rimasto sulla piazza della chiesa per aspettar le

signore all'uscita.

Le signore, frattanto, seguitavano ad occuparsi del frate. Gisella

raccontava di averlo veduto passare, mentre ella saliva verso il Castèu;

ed Albertina soggiungeva qualche notizia intorno alle passeggiate di

lui. Tutte le mattine, un'ora prima di salire al pulpito, se ne andava

soletto per quel sentiero campestre dietro il coro della chiesa

parrocchiale; s'inerpicava per la balza vicina, con la sveltezza di un

giovinetto, e giunto lassù, dove il dorso granitico della montagna

faceva un rialzo in forma di rozza colonna, si riposava una buona

mezz'ora, contemplando, meditando, forse preparandosi nella preghiera

alla predica della giornata.

--Vedetelo appunto lassù;--diceva Albertina, conducendo Gisella nel vano

della finestra e indicando la montagna di contro.--Quel masso che sorge

assottigliandosi come una cuspide di tempio gotico, si chiama la Pietra

Aguzza. È là sotto, il padre Anselmo, seduto in contemplazione. Ecco, si

muove; si è alzato; si dispone a scendere. Sarà ora anche per noi di

andarcene in chiesa.--

Gisella sentì quel giorno il predicatore, e s'invogliò più che mai di

ascoltarlo ancora. Erano veramente prediche maravigliose, quelle del

padre Anselmo da Carsoli. Niente di politica spicciola, di quella che

si vorrebbe gabellare per politica grande: niente pei diritti temporali

del Papa, e niente contro la miscredenza del secolo: a farla breve,

nessuno dei luoghi comuni, esercizi retorici e pistolotti della poco

sacra eloquenza dei sacri oratori del giorno. Ragionava di Dio con una

forma insolita, non strana, semplice, chiara, elevata, degna di lui, in

quella misura che può esser degno di lui il povero linguaggio della

creatura umana. Toccava spesso e volentieri della virtù che onora l'uomo

accostandolo al cielo, ed aveva impeti di passione, accenti nuovi e

profondi che penetravano al cuore. Parlava caldo, serrato, incalzante, a

fiotti su fiotti, come il mare, quando cresce a tempesta; qualche volta

avendone perfino impaccio alla lingua, che durava fatica a sprigionare

la frase. Ma la frase, quando finalmente usciva formata, acquistava da

quell'impedimento momentaneo una singolare efficacia, come acqua

corrente che costretta in angusto passo gorgoglia, spumeggia, rimbalza,

uscendo più limpida, più rumorosa, più viva. Si soffriva un istante con

lui, sentendolo oppresso dalla irruenza del pensiero e della parola; ma

quel soffrire volgeva tosto ad un senso di piacevole stupore, vedendogli

prendere la rincorsa a quel modo. E pareva allora che per tenergli

dietro dovesse mancare il tempo a pensare: ma si pensava pur sempre,

anche senza averne coscienza, perchè tutte le sue parole, così

rinvigorite dallo sforzo, restavano impresse, e tutti gli argomenti in

quelle parole serrati andavano a fondo.

Oramai non si parlava più che di lui, a San Giorgio. Da quarant'anni,

dicevano i vecchi, non si era sentito lassù un oratore di quella forza.

Ed ancora, non potevano i vecchi ingannarsi, esagerando naturalmente i

ricordi della loro gioventù? Evidentemente, un oratore di quella forza

non doveva esserci stato mai, nè quaranta, nè cent'anni prima d'allora;

altrimenti se ne sarebbe conservata un po' meglio la fama, ne avrebbero

parlato le istorie. E l'eco dell'entusiasmo di San Giorgio si

ripercuoteva ogni giorno alla Balma, con gran noia del signor generale.

--E così,--diceva egli alla contessa, vedendola ritornare sul

mezzogiorno a casa,--lo avete sentito, il grand'uomo?

--Ma sì,--rispondeva ella,--ed è veramente grande; lo riconoscono tutti,

a San Giorgio, anche i liberi pensatori.

--Ah!--sclamò il generale, inarcando le ciglia.--Ci sono dunque dei

liberi pensatori, a San Giorgio? E che pensano?

--Quel che vi ho detto, per lo meno;--disse Gisella.--Fin là ci saranno

potuti arrivare.

--Mi fate venir voglia di sentirlo;--conchiuse egli, ghignando.

E saputo che alle prediche di padre Anselmo assisteva anche il medico

condotto, che passava per una testa forte, per una specie di Cabanis

ridotto alle proporzioni mandamentali, andò la mattina seguente anche

lui a vedere l'ottava maraviglia. Non si avventurò nella grande navata,

per altro; si fermò poco lontano da un uscio laterale, nascosto dietro

un pilastro.

Padre Anselmo, quel giorno, aveva predicato sulla scienza, sulla vera

scienza che eleva lo spirito fortificandolo, che conduce a Dio, come la

fede, come la speranza, come la carità. Quella era forse la trattazione

più moderna ch'egli avesse fatta fin allora a San Giorgio.

Ordinariamente il frate parlava di virtù, di pietà, dei doveri del

cristiano, della dolcezza che si prova nel seguire la legge. Quel

giorno, elevato il tono, parve anche più forte del solito. Ma non così

la pensava il suo novo ascoltatore, che torse le labbra, annoiato.--Se

questo è il pezzo più forte,--pensava, egli nel ritornarsene alla

Balma,--gran debolezza vuol essere il restante.--

La sera, in conversazione, si parlò del predicatore; e il signor di

Vaussana domandò al generale che opinione se ne fosse formata.

--Non me ne parlate;--rispose egli, facendo una spallucciata delle

solite.--È uno sciocco. Parole, parole, parole! E neanche armato come

dovrebbe, per sostenere la sua tesi spallata! Non sa citare che autori

di cinquant'anni fa. Lo avete sentito? Gli è parso di far molto,

combattendo il Lamarck. Ben altri sono oggi gli atleti con cui dovrebbe

provarsi. Vincere il Lamarck, bella forza! E poi, che vittoria è la

sua? Nessuno gli risponde, ed egli resta padrone del campo. Sapete che

cosa mi fa ricordare? Quel predicatore che argomentava contro il

protestantesimo.--

Qui il signor generale ingrossava la voce, per rifare il discorso del

personaggio aneddotico allora allora evocato:

--«Venite voi Lutero, voi Calvino e voi Melantone; venite davanti al mio

tribunale di giustizia ad esporre le vostre perverse dottrine. E che?...

non venite?... Dunque avete torto. Ed ecco o signori, vittoriosamente

combattute le dottrine degli empi. Non osano presentarsi, arrossiscono,

tremano, si nascondono. Ma contro il sole della verità non valgono

ripari; quel sole li cerca, li scova, dovunque si nascondano, li

abbaglia, li accieca».--

E rideva, il signor generale, rideva comodamente per tre. Gisella

taceva; Maurizio si provò a dire qualche cosa.

--Certo, questa maniera di combattere la scienza moderna pare

insufficiente anche a me. Ma il nostro cappuccino, ne converrete, è più

forte di così. Infine, gli evoluzionisti moderni non hanno fatto che

ripigliare l'ipotesi del Lamarck: combattendo lui, si combattono gli

altri. E poi, lasciamo stare la tesi scientifica: bisogna sentire il

quaresimalista ogni giorno. È spesso elevatissimo. Qualche volta mi pare

che pigli ad imprestito dai grandi maestri: dal Bossuet, per esempio, e

dal Massillon; ma bisogna riconoscere che ci mette anche del suo.

--Sarà il brutto, allora.

--Non sempre, generale, non sempre. Ci ha il tenero, di suo, ci ha il

semplice, che va all'anima. Vi confesserò che non è un'aquila; l'aspetto

sarebbe piuttosto d'un barbagianni;--soggiunse Maurizio, temperando la

sua lode con una celia, che doveva rabbonirgli il suo interlocutore;--ma

gli possiamo render giustizia dicendo che è un predicatore dei buoni; e

se non giustifica l'entusiasmo dei miei concittadini, certamente lo

spiega.

Questo giudizio mezzo e mezzo poteva contentare il generale; ma non era

fatto per piacere a Gisella.

--Perchè lo trovi brutto? come fai a trovarlo brutto?--diss'ella a

Maurizio, appena ebbe modo di restar sola un istante con lui.--Sai che

in certi momenti è bello, anzi bellissimo? Sicuro, di una bellezza

morale che gli si diffonde dall'anima;--soggiunse la cara donna, notando

un senso di pena che contraeva in quel punto le labbra di Rizio.--Quando

egli si scalda nel suo ragionamento, non hai osservato come gli

scintillano gli occhi? come una vampata di sangue gli corre per le

guance scarne, facendole parere di rosa? Si direbbe che in quel momento

Dio scende in lui e lo trasfigura. E vuoi credere? Quando egli si

commuove più fortemente, e la voce gli trema, e le lagrime gli brillano

sulle palpebre, io mi volto verso l'altar maggiore e guardo il

crocifisso, aspettandomi sempre di vedergli schiodare una mano e

stendere il braccio per benedire quell'uomo, che lo esalta con tanto

fervore, facendolo intender così bene alle turbe.

--Via! via!--disse Maurizio.

--E così, proprio così;--riprese Gisella.--E non mi hai detto tu un

giorno che un brutto professore, quando parla bene, animandosi un poco,

diventa bello per il suo uditorio?--

Maurizio incominciava a pensare di aver detto troppe cose. E scritte,

poi! sopra tutto le scritte gli pesavano sull'anima.

--Un po' di misura, bella mia, un po' di misura!--le bisbigliò con

accento di esortazione paterna, vedendola più che mai infervorata nella

sua passione religiosa.

--Misura! misura!--replicava Gisella.--Si è tanto felici di credere! E

si avrà dunque da credere per metà? Come potete voi raccomandare una

cosa simile?--

Cinque o sei giorni dopo, il quaresimalista aveva fatto una predica

sulle mogli; con una grazia, povero frate, con una delicatezza, che non

si sarebbe potuta aspettare da lui. L'abito suo, veramente, lo doveva

far credere più pratico d'altro santuario che non fosse quello,

abbastanza turbato, della famiglia moderna. Enunciato il suo tema, aveva

fatto un'esposizione sommaria del dovere, secondo la condizione

sociale. Il dovere, questa obbedienza alla legge, si mostrava, così

agevole nella semplicità della sua dipintura, che non s'intendeva più

come mai si potesse venirci meno. Di quella obbligazione morale il

predicatore aveva indicato l'adempimento nell'esercizio di tutte le

virtù: e le virtù, così dure a praticarsi, apparivano belle e facili,

perchè governate e promosse da un senso di rispetto a noi medesimi, che

è rispetto alla creatura di Dio, a questo _vas electionis_ della sua

grazia. Vaso d'elezione non era stato solamente l'Apostolo. Quello era

l'esempio, nella famiglia cristiana; ognuno poteva seguirlo, ognuno

accostarvisi. Bella cosa esser puri davanti alla legge umana, non

sospettabili nella presenza del mondo; bellissima esser puri davanti a

noi medesimi, essendo la coscienza il buon giudice umano che precorre ed

annunzia il gran giudice eterno. In quella guisa che al finire del

giorno l'uomo è tanto più contento di sè quanto più sente di aver

lavorato, così nella grande giornata dell'esistenza niente vale la

contentezza interiore dell'avere operato il bene; e niente, dov'essa

manchi, può tenerne le veci. Rispettarsi, sentirsi degno di questo

rispetto, è benefizio singolare per tutti, singolarissimo per la donna,

a cui spesso non basta il pentirsi, quando abbia fallito, perchè essa

nella pubblica estimazione cade sempre più in basso dell'uomo. Triste

cosa è questa, che i nostri costumi hanno portata, di non poter

riacquistare la grazia degli uomini, avendo pur riacquistata la grazia

di Dio; ma c'è compenso ancora, nella iniquità del giudizio, e un

privilegio maraviglioso corrisponde al danno. L'uomo virtuoso, l'uomo

che osserva la legge, si riconosce onesto; della donna virtuosa,

insospettata e insospettabile, si dice comunemente: è una santa.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 12 / 18 段