Tre giorni erano passati, dopo che il signor di Vaussana aveva scritto e

consegnato il suo passio alla contessa Gisella. Ed era anche, bisogna

dirlo, una domenica d'autunno, bella, serena, ma fredda, per un certo

vento di tramontana che incominciava ad annunziare la stagione più

rigida, e spogliava frattanto del loro fogliame i poveri alberi della

montagna; quelli, s'intende, che sogliono perderlo all'appressarsi

dell'inverno, come i roveri e gli olmi, i frassini, i tigli e i

nocciuoli. Ah, i nocciuoli, soprattutto, come son tristi, quando hanno

perduta la bella gloria frondosa degli scudi smeraldini, non mostrando

più che una scarna selva di negre aste intirizzite! Maurizio aveva già

veduto chiazzarsi di rosso quel verde, poi volgere al giallo ed

accartocciarsi qua e là, intorno al dolce nido dei giorni sereni, delle

ore di cielo, dei fidati colloquii, al sordo fragore della vicina

cascata; pensava già con terrore che di settimana in settimana

sarebbero stati più infrequenti per Gisella i pretesti di muoversi da

casa, e che presto egli avrebbe dovuto per un altro inverno rassegnarsi

a non veder l'amata donna che nelle troppo raccolte e troppo vigilate

conversazioni della Balma. L'amor suo, per verità, schietto e profondo

com'era, non pativa d'insofferenze nè di egoismo; ma quante non erano le

cose che bisognava tacere, alla Balma, o che, a mala pena accennate, non

si potevano spiegare con la dovuta abbondanza di parole! Amore è

chiacchierino, e soffre a non potersi espandere in frasi, a non potersi

esprimere nella varietà infinita delle piccole dimostrazioni.

Comunque fosse di ciò, e per tempo cattivo che volesse fare, il signor

di Vaussana non andava mai alla Balma se non per la strada del bosco. E

la mattina di quella domenica, un po' prima dell'usato, egli rifaceva la

strada consueta, per portare al generale un fascicolo della Rivista

marittima, di cui gli aveva parlato la sera innanzi, accennando a certi

esperimenti di artiglieria navale.

Il conte Della Bourdigue era solo e accigliato; ma gli si spianarono ad

un tratto le rughe alla vista di Maurizio, di quel Cireneo che voleva

aiutarlo a portar la croce della sua noia. Gradì il libro, e si mise

subito a sfogliarlo, dando una guardata allo scritto che Maurizio gli

aveva accennato. Gisella, frattanto, non si vedeva, e niente lasciava

sperare ch'ella dovesse da un momento all'altro apparire. Di certo, la

contessa era fuori. L'assenza di una donna da casa non si conosce, per

chiare e formali notizie; s'indovina, sto per dire che si sente

nell'aria.

Pensava a ciò, per l'appunto, quando il generale gli scappò fuori con

una di quelle domande che fanno balzare un uomo sulla seggiola, tanto

arrivano improvvise, non lasciando il tempo di vedere se siano sciocche

o profonde, se le abbia dettate la ingenuità, o la malizia.

--Sapete dirmi, Maurizio, che diavolo abbia preso mia moglie, di andare

in chiesa, alla messa?--

Maurizio tremò, si confuse; per un istante non seppe più in che mondo si

fosse.

--Io?--balbettava frattanto.--Veramente....

--Ma sì,--ripigliò il generale,--Gisella parla con voi di tante cose....

di poesia, d'arte, di storia, e che so io; può benissimo avervi detto

qualche cosa, da cui si possa ricavare un costrutto, avere un'idea di

questa novità.

--Voi la sentite come me, generale;--disse Maurizio.

--Non sempre,--replicò il vecchio, con un'altra scappata che fece

fremere il suo interlocutore,--non sempre. So io, per esempio, i

discorsi che può fare al Castèu, quando va a trovare la contessina

vostra sorella? Infatti, vedete, oggi è andata laggiù. Se voi non aveste

l'uso inveterato di capitare dalla montagna, vi sareste incontrato con

lei al cancello, o per la gran via di San Giorgio.--

Soltanto allora Maurizio incominciò a respirare, e le sue labbra osarono

atteggiarsi ad un mezzo sorriso.

--Vado da Albertina, mi ha detto;--proseguiva frattanto il

generale.--Rinunzio alla colazione, per vedere la funzione della chiesa

parrocchiale. Capirete, Maurizio.... Non sono un tiranno, e lascio che

Gisella faccia in ogni cosa a modo suo. La gran rivoluzione non deve

esser venuta per nulla tra le genti. Ma capirete, ripeto, che questa

novità dell'andare in chiesa m'abbia molto maravigliato.

--Ho capito, ho capito;--disse Maurizio, facendo un sorriso

intiero.--C'è il vescovo in visita pastorale, come dicono. Mia sorella

avrà data la notizia alla contessa, e un po' di curiosità.... Le

signore, dopo tutto, son donne.

--E capisco ancor io;--riprese il generale, ridendo a sua volta di quel

riso largo che faceva sollevare più minacciosi che mai sulle guance i

suoi gran baffi bianchi dorati.--Davanti alla curiosità non ci son

signore. Ma che sciocchezze! che cosa c'è da vedere di strano, in un

vescovo? Purchè poi queste visite in chiesa non mi passino in uso!

--Lo credete, generale?

--Perchè no? Ci si va una volta, ci si va due, ci si prende il gusto

dell'incenso, e non si sa dove si vada a finire, tra tante

scimmiottate. Non amo i preti, lo sapete; e senza nessuna intenzione di

farvi dispiacere....

--A me, generale?

--Eh sì, ne so pure qualche cosa. Ma bisogna che ogni uccello faccia il

suo verso; e ci sono poi delle verità che un filosofo non può tenersi

nel gozzo, senza rischio di sfiancarsi questa parte interessante di sè

medesimo. La chiesa ha portato un gran guasto nei costumi, con la sua

facilità di perdono, che sembra fatta a bella posta per invitare al

peccato. Piaccia ad altri una certa scenetta dell'Evangelio, con la

storiella della prima pietra; essa non piace a me niente affatto. A buon

conto, io ho preso moglie sapendo in anticipazione che la donna, scelta

da me, o dal caso, che è poi tutt'uno, non aveva il difetto di credere a

tante scioccherie, e di prendere in certe dottrine pietose

un'assicurazione contro la legge dei doveri umani.--

In ogni altra circostanza Maurizio avrebbe tenuto il campo e rimbeccate

le argomentazioni del conte Ettore. Ma non era quello il momento di far

guerra, ed egli si contentò di balbettare qualche frase, che nel fondo

non diceva nulla di nulla; felice abbastanza che quella gran burrasca, a

lui minacciata, si sciogliesse in un nembo di paroloni.

La contessa Gisella ritornò molto tardi dalla sua impresa ecclesiastica.

Era contenta dei fatti suoi, e non mostrò di badar più che tanto al muso

del generale, che all'arrivo di lei aveva creduto necessario di

ridiventare più arcigno. Portava notizie della funzione, e le

snocciolava allegramente al signor di Vaussana. Aveva veduto tutto,

osservato tutto, con l'attenta curiosità di una bambina. Il vescovo

l'aveva molto interessata, come era naturale che facesse, essendo un

gran dignitario della chiesa, una specie di generale anche lui. Ma che

brutto uomo! diceva lei; come poco somigliava all'idea che ella se ne

era formata, di un gran signore, bellissimo d'aspetto, soave di modi,

grave nel portamento, modesto nella sua dignità, che paresse sempre

domandarvi perdono del vestir paonazzo e del portare la sua gran croce

d'oro sul petto; di uomo, infine, il cui occhio non guardasse, ma

involgesse, la cui bella mano mandasse benedizioni e carezze nell'aria!

No, non le andava, quell'uomo, tanto diverso dall'ideale che ella si era

fatto dei vescovi. Ed anche quel don Martino, arciprete di San Giorgio,

che figura ridicola, affogato in quei suoi paramenti! Vestito della

tonaca nera, restava ancor umile, all'altezza della sua povertà di

spirito e della sua rusticità di maniere: con quel camice addosso, con

quel lusso di piegoline e di ricami, con quella pianeta a fiorami

colorati e a liste d'oro, la sua faccia nera e le sue mani vellose

mostravano più forte il contrasto fra l'uomo e l'abito; pareva di vedere

un orso vestito da festa, in uno spettacolo di fiera.

Il quadro, che la contessa Gisella andava così allegramente dipingendo,

piacque moltissimo al signor generale. Giove, dopo tanto corrugamento di

ciglia, si degnò di sorridere. E sorrideva anche Maurizio, vinto a suo

mal grado dalla amenità di quella piccola caricatura. Ma il giorno dopo,

quando ebbe modo di ritrovarsi un istante a quattr'occhi con la contessa

Gisella, pensò di non doverle nascondere ciò che il generale aveva detto

della sua impresa domenicale.

--Badate, egli ha riso; ma in fondo non vuole che andiate in chiesa.

--Il generale non comanda all'anima mia;--rispose Gisella,--ed io

andrò in chiesa quante volte mi piacerà, per vedere in che modo si

possa imitare il mio Rizio. Ma veramente, soggiunse ella

sospirando,--incomincio a persuadermi che per sentire la presenza di Dio

nelle chiese ci voglia un'anima predisposta. Tutte quelle puerilità di

rappresentazione mi hanno offesa, ve lo confesso sinceramente. Ed anche

voi, ditemi, come potete sentire la religione, con tutti quei preti?

--I preti sono uomini;--rispose placidamente Maurizio.--Non è la stessa

cosa nella vita comune, a proposito della umanità, a cui dobbiamo amore

e rispetto? Tra i nostri simili abbondano i rozzi, gl'ineducati, i

bricconi: ma possono costoro farci pensar male di tutta la specie, dove

sono tante anime buone, dove ho conosciuto dei gentiluomini che mi hanno

amato senza secondi fini, non avendo bisogno della mia borsa, nè della

mia protezione? Ed anche voi, adorata, pensateci; non vi è mai occorso

di andare in una riunione, in una accademia, dove un uomo di povero

aspetto, un brutto professore, vi dicesse delle cose belle e profonde?

Avete voi pensato in quel momento che il professore fosse brutto,

antipatico?

--Non lo avrei potuto, neanche volendolo;--rispose Gisella.--Se il

professore brutto dice delle belle cose e profonde, i suoi occhi si

accendono, la sua faccia si trasforma, la bellezza interiore vien tutta

alla superficie.

--Avete ragione;--disse Maurizio.--Ho scelto male il mio esempio.

--No, niente male, amico mio; ma è per l'appunto il buon esempio che vi

mette dalla parte del torto. I vostri preti potrebbero essere come quel

tal professore, e non ci riescono. Parlano di Dio, ma a fior di labbro,

con una cert'aria di essere in confidenza con lui, che non è fatta per

dare un'idea conveniente della grandezza sua e della loro umiltà.

--Questi preti non sanno quel che fanno, ecco tutto;--replicò

Maurizio.--Essi sono i preti falsi, che bisognerebbe detestare, se non

fosse piuttosto il caso di compatirli. Costoro, del resto, mi lasciano

freddo.

--Ti basta?--domandò la bella donna, figgendo i suoi grandi occhi

fosforescenti negli occhi di lui.--Non sono essi i nemici della tua

patria?

--E qui mi ribello, contro essi e contro chi li muove;--replicò

Maurizio, animandosi.--Mi ribello, sentendo bene che Iddio non parla

neanche per il labbro dei buoni. È veramente doloroso che una ragione

umana, puramente umana, effetto di una cristallizzazione storica, metta

i ministri della divinità in contrasto coll'idea della patria, da noi,

mentre la rispettano e la coltivano altrove. Ma che farci? son uomini,

vi ho detto, son uomini anch'essi. In basso ignoranti la più parte; nè

credo che una tonsura basti a dare intelligenza e dottrina a chi non

ebbe l'una e non è capace dell'altra, parendomi già molto se sono nella

ignoranza virtuosi. Di questi io ne ho trovati parecchi, come il nostro

don Martino, che è certamente un brav'uomo. In alto, poi, dove i preti

leggono e studiano, dove le anime loro vedono più largo orizzonte, ne ho

trovati di veramente insigni per dottrina e carattere. Anime buone,

ragionando con me, non mi hanno potuto dire tutto ciò che sentivano

dentro; ma io li ho capiti, e mi è bastato. Più alto ho visto ancora le

ragioni umane, i pregiudizii storici, pesar troppo sul loro intelletto;

ma ho pur veduto timori e diffidenze contro una società che nel suo

laicizzarsi naturale trascorre un po' troppo allegramente a negare,

volendo mettere in ogni ordinamento civile i non ben digeriti e ancora

discordi concetti di una minoranza scettica al posto di quella fede da

cui la maggioranza del mondo civile tragge ancora un conforto all'anime

e una norma sicura del vivere. Sentono che si vuol toglier di mezzo il

loro Dio, e combattono; e non sarò io, soldato, che vorrò condannarli,

pur riconoscendo che essi ricusano per eccesso di difesa ciò che

farebbero egregiamente a concedere. È per esempio un gran male che essi

credano necessario al papa il poter temporale; mentre questo potere non

è del suo ministero, nè lo è stato mai, e la coscienza italiana, fin

dagli albori della storia moderna, per bocca di grandi credenti ha

protestato contr'esso. Ma se lo credono tanto necessario, perchè non lo

dichiarano un dogma? Questo coraggio dovrebbero avere; ma voi vedrete

che non lo avranno mai. Il giorno che facessero ciò, forse avverrebbe un

miracolo, un miracolo che non immaginano neppur essi, credendone

incapace la fibra italiana.--

Gisella era stata immobile, silenziosa, a sentire il suo ragionatore

ostinato.

--Quanto discorrere per una semplice domanda di donna

ignorante;--diss'ella, come le parve che egli avesse finito.--Rizio, non

lo farò più; crederò ciecamente, in attesa di questo miracolo.

--Esso non avverrà,--rispose Maurizio,--e noi ci atterremo

tranquillamente alla fede dei nostri padri. Iddio comunica con noi; egli

troverà la via di salvezza, mentre illusi ministri suoi ci vorrebbero

condurre alla perdizione, turbando le nostre coscienze, confondendo ciò

che va dato a Dio con ciò che va dato a Cesare.--

La contessa Gisella andò altre volte in chiesa, quantunque don Martino,

arciprete di San Giorgio, non le paresse il più bello tra i ministri di

Dio. Il generale si seccava di quel capriccio, ritornante ogni domenica;

ma non protestava più tanto forte. Maurizio frattanto raccomandava

prudenza.

--Vedi?--le diceva.--Egli accuserà poi mia sorella Albertina di averti

stregata, e se la prenderà con lei.

--Non andrà fino a quel punto;--rispondeva Gisella.--Ho ancor io una

volontà, e non intendo di lasciarmi sopraffare dai suoi capricci. Lo

conosci, del resto, come lo conosco io; egli è spesso di cattivo umore,

perchè si annoia. Pure, le ragioni di non annoiarsi le avrebbe. Se ciò

che egli possiede non è molto, perchè in gioventù ha molto sciupato, è

molto ciò che possiedo io, e la cura dei nostri interessi potrebbe

bastare ad occuparlo. Ma tutto è noioso per lui, quello che non è

servizio militare. Perchè lo ha lasciato, il servizio? Gli uomini della

caserma non dovrebbero uscirne mai, dalla loro caserma. Ah,

ecco!--esclamò la contessa, ravvedendosi tosto, ad un gesto involontario

di Maurizio.--Ora dicevo una sciocchezza. Devo al suo uscir di caserma

il non esser uscita io da San Giorgio, dove un altro uscito di caserma

mi doveva raggiungere, povero Rizio, tanto caro! Ma come è brutto,

discorrere di cose volgari! la volgarità ci guasta le parole e le idee.

Restiamo nelle nuvole, dove ci siamo conosciuti ed amati. È già triste

abbastanza il pensare a questa grama stagione, che è venuta pur troppo.

Abbiamo così poche occasioni di trovarci insieme! Scendendo in paese,

legandomi un po' più con quella cara Albertina, ho almeno la sorte di

vederti più spesso, mio povero Rizio.--

Rizio lasciava fare, e l'unico suo lavoro alla Balma era di giustificare

timidamente le visite della contessa al Castèu con la innocente

curiosità delle funzioni di chiesa. Infine, non si trattava che di uno

spasso. Quanti non sono i fedeli cristiani, che fanno così?

--Ed è quello che più mi dispiace;--notava il generale, felicissimo di

trovare un'opinione per via.--Cristiani per cristiani, meglio esser tali

sul serio.--

Da un'altra parte Gisella diceva a Maurizio:

--Sono felice, tanto felice di credere come te, insieme con te. Sai,

Rizio, che ho già avuto una visione?

--Una visione!--esclamò egli, sorridendo.--Così presto? Non sarà poi

stato un sogno?

--Non so che cosa significhi la vostra distinzione;--rispose

Gisella.--Sareste incredulo voi, ora? Il mio sogno è stato bello, se

mai. Figuratevi che mi son ritrovata in un paese nuovo, un paese

orientale, che riconoscevo benissimo, senza averlo veduto mai. Ero

uscita dalla città per andare verso un bosco d'olivi, a pregare,

sentendo nel mio cuore una gran tenerezza; allorquando, già presso al

colmo di una collina, nella calda luce del tramonto, mi apparve un uomo,

vestito d'una tunica rossa, con un mantello azzurro sulle spalle. Un

uomo, vi ho detto; ma io bene sentivo che non era tale. Intorno alla sua

bella testa, incoronata di capelli lunghi e fini, morbidamente ricadenti

in ciocche dorate, splendeva mite un'aureola vaporosa: la barba di un

bel biondo carico gli scendeva sul petto bianco di latte; gli occhi

azzurri, sereni, guardavano pietosamente verso di me, dando un senso di

bontà paterna alla bellezza di un angelico sorriso. Non mi parlò; ma la

sua mano si alzava benedicendo, ed io mi sentii morire di gioia. Come

era dolce quell'atto! come era buono lo sguardo! e quanto, nell'aspetto,

aveva egli di voi!

--Ah, ecco,--disse Maurizio,--voi ora guastate la dolce visione. Non è

così che bisogna immaginare il buon padre, la cui figura è oltre

l'umano. Ma è sempre bello che l'abbiate veduta,--conchiuse,--e che ne

abbiate sentita la poesia consolatrice.--

CAPITOLO XIV.

Da Ceppo a Carnevale.

Anche il signor di Vaussana andava in chiesa: credente nell'anima,

voleva mostrarsi tale in certi atti esteriori. Amava all'italiana

antica; perciò volentieri glorificava la bellezza nel recinto d'un

tempio, come avevano fatto l'Alighieri e il Petrarca, e al pari di quei

due immortali sarebbe stato capace di un amore puramente ideale. Il

destino aveva voluto altrimenti; ma egli nell'amor suo metteva sempre un

senso di adorazione, in cui si smarriva quel non so che di pungente e di

aspro che l'idea della colpa induce confusamente nell'amore più intenso.

Ah, quella colpa, non la espiava egli amaramente nel difetto della

possessione piena ed intiera della donna adorata? Ma in tanta amarezza

era più dolce qualche volta il pensare che egli, egli solo, aveva

condotta quella divina creatura alla fede; che l'amor suo, svegliando in

lei un senso più intimo della ragion delle cose, ne aveva per così dire

compiuta la perfezione. Maurizio sinceramente pensava, non esser senza

la fede creatura perfetta, come non è perfetta la pianta che non possa

vestire i suoi rami di fiori. La bella pianta della Balma, fiorita in

quella guisa di fede, guadagnava non pure agli occhi di lui, ma a quelli

di tutto il paese, che vedeva un tal miracolo di bellezza sovrana

mescolarsi nella modesta chiesa di San Giorgio alla umile turba dei

fedeli preganti. Si era creduto da prima che la contessa Gisella fosse

tenuta lontana dalle pratiche religiose per volontà del marito, a cui

dava noia il fumo delle candele. Vedendola ogni domenica in chiesa,

s'incominciò a pensar meno male dell'orso della Balma, che accennava a

volersi ammansare; ma più si ammirò la contessa Albertina, la buona fata

del Castèu, alla quale si attribuiva da tutti il prodigio.

Così andavano pianamente le cose, come l'acqua d'un fiume alla foce; e

il signor generale, vedendo di mal occhio quella manìa religiosa della

sua giovane metà, si adattava al fatto con più filosofia che non avesse

mai mostrato di avere. Così giunsero le feste del Natale, che furono per

Gisella una lieta novità, senza essere una troppo grave noia per il suo

signore e padrone. Il Natale, dopo tutto, è una solennità dell'anno che

non dispiace a nessuno, checchè si pensi in materia di fede. C'è l'uso

antico della baldoria domestica, a cui non saprebbe sottrarsi lo spirito

più scettico; e tiepidi credenti e caldi filosofi, facendosi imprestare

dagli eruditi qualche notizia intorno alle storiche celebrazioni

dell'anno nuovo presso tutti i popoli antichi e moderni del globo,

trovano che in certe occasioni, specie quando fa molto freddo di fuori,

si sta bene riuniti alla fiammata del ceppo tradizionale. In questo modo

si mettono tutti d'accordo, nella più varia dissonanza di umori e d'idee

che abbia mai turbata la pace di una famiglia. Le povere donne credenti

sorridono meglio ai loro uomini, vedendoli così lieti, quasi contenti di

sè medesimi, in quell'ora di domestico abbandono, e pensano e sperano

che il giorno verrà anche per essi di accostarsi meglio a Dio. Non è

forse vero che tutte le strade conducono a Roma?

Il gran camino padronale della Balma non aveva avuto da molti anni un

ceppo così allegro. Cedendo alle istanze dei Matignon, i signori del

Castèu erano andati a far Natale lassù, e così pure la notte del Capo

d'anno. Per quella doppia solennità era anche venuto di Francia il

capitano Dutolet. Il buon ragno non aveva parenti, e si era mostrato

molto amabile venendo a spendere quei pochi giorni di libertà presso il

suo antico capo squadrone. Non aveva per quella volta che una breve

licenza; ma prometteva di averne una lunga per l'anno prossimo, se

niente fosse venuto a guastare. Veramente, guastare non era il verbo

adatto: ciò che poteva guastare il disegno di una pacifica gita a San

Giorgio sarebbe stato accolto come un invito a nozze da lui, soldato

francese anzi tutto. Ma di questo non ne diceva nulla, il buon ragno;

aveva caldo l'amor patrio, ma silenzioso, e con quell'aria di Guglielmo

il Taciturno lasciava credere di annoiarsi mortalmente per tutt'altra

cagione.

--Prendete moglie, Dutolet;--gli aveva detto ad un certo punto il

generale.

--Se fossi ricco, perchè no?--aveva risposto il capitano.

--Come?--esclamò la contessa Gisella.--C'è forse bisogno di esser

ricchi?

--Sì, e molto ricchi;--rispose il buon ragno.--Come si potrebbe

altrimenti coprir di diamanti la donna che si fosse scelta a compagna?--

Era un gentile pensiero; e la contessa Gisella, da buona figlia d'Eva,

trovò che il capitano Dutolet ragionava benissimo. Così il buon ragno

cansò quella sequela di argomentazioni che sogliono scaraventarsi in

ogni società di ammogliati addosso agli scapoli impenitenti. Ma la

contessa Gisella, che era stata assai lieta il giorno di Natale, non fu

egualmente lieta nella notte del Capo d'anno, quando al brindisi solenne

delle dodici il generale alzò il calice spumante del generoso liquore

della vedova Cliquot, per bere alla felicità di Maurizio e della sua

moglie futura. Era in uno strano periodo psicologico, il generale;

voleva ad ogni costo combinar matrimonii. E Maurizio, come aveva

risposto al brindisi? Male, assai male, balbettando rotte parole, quasi

accettando l'augurio.

--Come fare altrimenti?--disse quel poveretto, appena ebbe modo di

ritrovarsi a quattr'occhi con lei.--Dovevo io rispondergli che non

gradivo il discorso? Dovevo, con la mia prontezza a respingere un

augurio senza nessuna importanza, correre il rischio di mettergli un

sospetto nell'anima? Ci pensate voi, anima mia, a quello che potrebbe

succedere, se egli immaginasse....

--Non mi dir altro, Maurizio, non mi dir altro!--gridò ella,

fremendo.--Tu hai ragione, hai ragione, hai sempre ragione. Ma ho

sofferto tanto! Una pugnalata al cuore, in quel momento, mi sarebbe

piaciuta di più. Ah, sento che l'anno incomincia male, assai male.

--Superstizioni, non vi pare?--mormorò egli, sforzandosi di sorridere.

--Chi sa?--diss'ella, traendo un sospiro.--Non sono poi le compagne

della fede? A me incominciano a venire con essa. Pensate infine che io

sono una povera donna, con poca istruzione, con pochissime idee. Quando

ne ho una in testa, il mio piccolo cervello è costretto a lavorar sempre

su quella. Felice voi, Rizio, che sapete tante cose, voi che guardate

più lontano e comprendete più largamente di me, trovando il punto giusto

dove io mi smarrisco, dove io non vedo che contraddizioni e paure.--

Maurizio non meritava la lode di Gisella, e il punto giusto non lo

trovava da un pezzo neppur lui. La contraddizione, brutta chimera, lo

afferrava alla gola, ed egli si divincolava inutilmente nella stretta.

Se credi al decalogo, perchè rubi? Se hai tanto squisito il senso della

legge morale da volerne insegnare altrui la eterna sanzione, perchè

inganni il tuo simile? perchè siedi col tradimento nel cuore alla mensa

di chi fida così ciecamente nella tua probità? Ma a questi dilemmi, non

bene formati ancora, egli chiudeva gli occhi della mente, quasi cercando

nella sua cecità volontaria una ragione per non averli a combattere.

Amava, e non voleva affrontare una pugna con la logica inflessibile, una

pugna che sarebbe riuscita a danno dell'amor suo. Quella logica gli

avrebbe comandato di rinunziare a Gisella; e questo era per lui

l'impossibile. Un miracolo, ci sarebbe voluto, un miracolo, per levarlo

di pena. Ma quale? Egli non osava neanche dirlo a sè stesso; e vili

pensieri lampeggiavano sinistramente nell'ombra densa dell'anima sua.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 11 / 18 段