«Con tutto ciò, non intendevo ancor Dio. Per non ismarrirmi fra tante

novità, mi rifacevo a quello della mamma; un Dio tutto misericordie,

tutto dolcezze, nella sua essenza invisibile, ma profondamente sentita

nel cuore. Anche la Madonna era bella, e l'amavo, con la sua veste

azzurra e fluente, col suo velo bianco, tempestato di stelle; ma non mi

piaceva più tanto, quando la facevano vedere con sette pugnali piantati

nel cuore, o con degli scapolari, dei rosarii, penzoloni dal braccio, o

con certe pesanti corone messe in bilico sulla testa. Cristo crocifisso,

che avrebbe dovuto commuoverli, a forza di mostrarmelo in

quell'atteggiamento di spasimo, me lo avevano fatto parere meno doloroso

alla vista. Ma niente piacevole me lo avevano reso, dipingendolo col

petto aperto e col cuore in mostra; un cuore rubicondo, inghirlandato di

rose bianche, abuso d'iconografia capricciosa, sdolcinatura da conventi

di monache. Scrivo queste cose come mi vengono alla penna, senza neanche

curarmi di ordinarle, di aggraziarle; che forse allora avrei l'aria di

metterci una intenzione d'irriverenza; intenzione che è ben lontana

dall'animo mio, mentre cerco di esprimervi il mio pensiero, come si

andava svolgendo, e allontanando sempre più dalla fede.

«Nel collegio di marina, dove andai dopo finiti gli studi del ginnasio,

c'era ancora la religione; ma una religione più asciutta, più rigida,

più smilza; pratica di regolamento e non più. Per dirne bene o male,

come educazione, bisognerebbe che avessi avuto solamente quella. Chi sa?

forse mi sarebbe bastata, e sarebbe anche riuscita più salda, potendo

aggiungerci qualche cosa del mio, colmar le lacune con la religione

della mamma; fors'anche m'inganno, immaginandolo. Nel fatto, non ne so

nulla: ero in un periodo della mia vita, che, senza discredere ancora

apertamente, non credevo già più, nè per virtù d'amore, nè per forza di

terrore. L'adolescenza è così. Leggevo molto, divoravo tutto quello che

mi era stato proibito da prima, tutto quello che non avrei potuto

neanche trovare, stando nell'antico collegio. Non so come, mi capitò

allora per le mani il Byron col suo _Caino_, quindi il Goethe col suo

_Fausto_; i due libri che più fortemente abbiano operato nell'anima mia.

Curioso! nè oggi saprei più dire in che modo o perchè, questi due

drammi, l'uno scaturito dal vecchio e l'altro dal nuovo Testamento, mi

ridestarono tutti i dubbî più gravi, me ne fecero corpo, se così è

lecito di dire, nell'anima.

«Frattanto la vita mi chiamava, la gran vita, la multiforme vita, con

tutte le sue voci possenti, con tutte le sue aspre curiosità. Ufficiale

di marina, libero del mio pensiero se non della persona mia, non

credetti più a nulla. Avevo letto in quel mezzo il Volney, quello delle

_Rovine_, e il mio passato intellettuale era anch'esso una rovina:

lessi ancora le _Origini di tutti i culti_ del Dupuis, e vidi anche

meglio esser principio e fonte di ogni credenza umana il maraviglioso

complesso dei miti astronomici. Si fece allora nel mio spirito una gran

luce, ed anche una gran pace. Capii finalmente il senso arcano di tutte

le religioni, e vidi come la nostra forma secondaria dal sabeismo

siriaco, attraverso il culto naturalistico di Adonai, fosse rampollata

anch'essa dal mito solare. Nello zodiaco egiziano e nel caldeo avevo

anche trovati i segni della Vergine e del Serpente, principii di una

favola nuova; così nelle mostruose teogonie dello Zendavesta, nella

guerra del principio della luce e del principio delle tenebre, avevo

scoperto Dio e il Demonio, il bene e il male ad un tempo. E tutto avendo

in questa guisa capito, pensavo spesso alla mamma.

«--Povera mamma!--dicevo fra me.--Ella è stata felice nella sua fede. Ma

non sarebbe stata egualmente felice nel pieno possesso della scienza? La

scienza è luce; la fede non è che una nebbia, adombrante la luce. La

vita è fine a sè stessa; un bel fine che noi guastiamo, facendone il

mezzo, l'avviamento ad un sogno.--

«Mi parlavate del mare, del mare misterioso e terribile, che può rifare

credenti gli spiriti. No, non è il mare che fa ciò, almeno nella più

parte dei casi. Il mare è un abisso, ma un abisso che si misura; le sue

profondità non hanno più nulla d'ignoto; le sue collere sono fenomeni

preveduti; le tempeste hanno una legge; i flutti son coni vorticosi,

che vengono, sollecitati da conosciute pressioni a rompere le loro punte

rovesciate sul declivio delle coste; la scienza ha svelati tutti i

segreti del mare. Perseo, protetto dall'egida di Minerva, la dea della

sapienza, ha troncato il capo di Medusa, quantunque avviluppato di

tortuosi sofismi. Anch'essa, la povera Medusa dei mari, finisce male

come la sua maggior sorella dei deserti di Libia; rigettata alla

spiaggia, perde la iridescenza perlacea dei suoi sette colori, mostrando

la sostanza viscida di cui era composta.

«Così il mare non ebbe terrori per me, non avendo segreti. Neanche il

pericolo ha potuto mai ridarmi ai sogni dall'infanzia, rifacendomi più

vile, o più perspicace. Nato tardi, non ho avuta la sorte di assistere,

di partecipare ad una grande giornata navale; il mio coraggio ho dovuto

provarlo in piccoli scontri, che offrivano pure la lor parte di pericolo

per me, come nelle grandi occasioni. No, vi dico, pieno di salute e di

forza, animato da un'alta coscienza di me, infiammato da un caldo

sentimento di sdegno, non ho mai misurato il pericolo. Nessun timore ha

potuto ricondurmi alla fede antica; vi dirò di più, non ha potuto

neanche accostarmi a quel mezzo termine del Dio filosofico, tenue

tessuto di ragionamenti, pallida forma ondeggiante ad un soffio, oscuro

compromesso tra il raziocinio moderno e la consuetudine antica, che

sempre risente un pochino della concessione stracca, della transazione

di due sistemi, della combinazione di due opposti elementi.

«Frattanto, io volevo conoscere. Conoscendo sempre più, volevo

ricostrurre un sistema, una spiegazione adeguata dell'universo, almeno

almeno della vita umana, come buon principio ad intendere il resto. I

miei vecchi distruttori non mi bastavano più; scelsi via via i più

recenti interpetri dei miti antichissimi, i più dotti di storia e di

filologia comparata, i più felici ricostruttori delle lingue perdute.

Costoro mi distrussero senza fatica il gran mito astronomico,

riconoscendone un altro più vecchio, il mito naturale. Andai più oltre,

e ne trovai di più sottili, che al mito naturale ne facevano precedere

un altro, nel culto del morto che non deve morire del tutto: donde nei

due fatti umani, dell'amor della vita nel morente e dell'amore del morto

nei superstiti, si vedeva compiuto il mistero della religione primitiva.

Ma questa, che ci mostra l'umanità bambina affrontata all'enimma

dell'ignoto, non era ancora la soluzione del problema. Ebbi ricorso

allora ai filosofi nuovi, che mi rivelarono la materia incosciente, la

quale, combinandosi per caso in certe guise, acquista la coscienza di

sè. Mi parve un assurdo, come la spontanea formazione degli organismi.

Assurdo fin che vorrete, mi rispondevano, ma assurdo necessario;

altrimenti non si spiega nulla. Bel modo di convincere! Credere una

cosa anche assurda, non è forse un po' troppo? Tanto faceva starcene

con sant'Agostino, che aveva già detto mille seicent'anni fa qualche

cosa di simile. Se pure è stato lui, e non Tertulliano.

«Nondimeno, poichè era necessario, mi acquietai. Facciamo cammino,

dicevo tra me; la ragione assoluta non è ancor chiara; vediamo la

relativa. Quanto ho letto e meditato, nelle lunghe navigazioni e nelle

eterne crociere! Ho studiato tutto, col vivo, ardente desiderio di

credere nella scienza. Qui almeno siamo sul sodo, pensavo; è qui

l'esperienza che rende conto di sè. Che bella cosa, ad esempio,

intendere l'evoluzione degli esseri attraverso la selezione e la

battaglia per l'esistenza! Il passaggio possibile da specie a specie non

mi spaventava più come una difficoltà insormontabile, poichè i miei

filosofi avevano distrutto e rimandato tra i ferravecchi il concetto

artificiale della specie. E tutto procedeva allora benissimo: l'uomo mi

appariva una forma più perfetta, nata per selezione, uscita per lenta

evoluzione da una forma meno perfetta. Tutte le forme viventi avevano

seguito questo procedimento; dalla cellula primitiva fino al cervello di

Dante, continuando a svolgersi, alcune progredendo, altre restando

indietro, per variar di fortune, per azione di ambienti. Certo, non

tutto era chiaro, nel nuovo sistema; la prova dei fatti offriva molte

lacune. Avendo dubitato della religione, avevo pure il diritto di

dubitare della scienza, pensandola insufficiente a scioglier l'enimma

della vita. Ma ancor dicevo tra me: pazienza e non disperiamo; la

scienza non pretende di spiegar tutto d'un colpo; va a passi lenti, ma

sicuri; aspettiamo che arrivi. Infatti, tutti i rami dello scibile

progredivano a vista d'occhio; progrediscono ancora; non si tratta più

della scienza, come ai tempi antichi: si tratta di molte scienze, che

fanno cammino da sè, ognuna coi mezzi suoi, vedendo il suo proprio

orizzonte. Aspettiamo dunque, aspettiamo che arrivino. Ma no; ci sono i

frettolosi. Tutto è evoluzione, nel mondo. In nome della evoluzione,

escono fuori tutti i ciarlatani di piazza. Carlo Darwin diceva ancora:

aspettate. Ma che aspettare? gridano essi; tutto è trovato; niente è nel

mondo di più elevato, niente è in noi di più nobile, che non abbia la

sua chiara, umilissima origine materiale.

«Adagio, con l'umilissima. Donde il seme del divino, che io porto in me?

Adagio, col ritrovamento del tutto. Come va che le vostre scienze, tutte

sicure del fatto loro, quando vengono a riscontrarsi l'una nell'altra,

cozzano maledettamente? Vediamo un esempio, incominciando da ciò che si

ammette in astronomia. Una gran nebulosa si è formata; nuotando,

vagando, ruotando nello spazio, s'è foggiata in zone, in globi

concentrici, in anelli; gli anelli si sono spezzati, raggomitolati in

globi minori, in pianeti, nuotando, vagando, ruotando ancora intorno a

quel centro. Perchè? Per le leggi stesse della materia. Le leggi? ma

che leggi, se tutto ciò era avvenuto per caso? Qual legge ha potuto dire

alla materia sorda ed inerte di muoversi, e di muoversi a cerchio? Se mi

dite che ha dovuto obbedire ad altri impulsi, non avrete fatto altro che

allontanare la difficoltà, e noi dovremo ripigliare la disputa per un

sistema maggiore da cui il nostro dipende, e così via, all'infinito.

«Intanto, la matematica vien fuori colla legge delle probabilità,

davanti a cui la evoluzione, per trarre un frutto qualsiasi

dall'incontro di due organismi in qualche modo riproducibili, suppone

migliaia di secoli perchè il fatto si avveri; migliaia di migliaia ne

suppone per l'adattarsi di un semplice organo a nuovi bisogni ed uffici;

migliaia di migliaia perchè lo stesso bisogno, lo stesso ufficio si sia

potuto fissare. E poi, che cos'è questo ufficio? che cos'è questo

bisogno? come può nascere, se non c'era? È un elemento che non

apparteneva al problema; come si è ficcato egli in mezzo? Come è

supponibile che l'elefante allunghi la sua proboscide, e la giraffa il

suo collo, per raggiungere il cibo, se questi allungamenti han bisogno

di secoli, e il cibo era il bisogno dell'ora presente? Come immaginare

che possa formarsi la camera oscura dell'occhio, tanto delicato e

complicato ordinamento di materia, per i bisogni di una visione di cui

l'organismo vivente non aveva l'idea, e non avendo l'idea non poteva

avere il bisogno?

«Ma che si parla di organismi superiori? Solo perchè una cellula

primitiva si sdoppî, e lo sdoppiamento diventi legge di vita, occorrono

miriadi di secoli. Andiamo più su, e dovremo ancora porre che un

fermento chimico si muti in organico; e qui la supposizione batte alle

porte ferrate dell'impossibile. E le rompesse ancora; l'astronomia, la

fisica e la chimica celeste sarebbero sempre là, per negare al sole

tutti i miliardi di miliardi di secoli che sarebbero necessarii alla

evoluzione, per far riuscire una mezza dozzina delle sue combinazioni

primitive, rudimentali.

«Perdonatemi questa disgressione; essa non mira che a significarvi come

l'atto creativo venne ancora a parermi necessario. Quest'atto io non ho

da vederlo, io non ho da descriverlo, nel linguaggio necessariamente

povero, colle immagini necessariamente inadeguate di tutti i sistemi

conosciuti. Ho bisogno della legge, come gli stessi materialisti; ma con

questa semplice differenza, che essi vogliono la materia intelligente, o

capace d'intelligenza, che è infine tutt'uno, e poi suppongono la legge

cieca, mentre io immagino cieca la materia e intelligente la legge. Dà

noia la parola con cui i popoli primitivi dell'Asia espressero questa

legge, ricorrendo all'immagine di ciò che risplende? Non vedo il perchè

di questo sentimento, data la insufficienza del nostro linguaggio, che

ad esprimere ogni specie d'idee è giunto per estensione progressiva

d'immagini.

«Anche senza dir la parola, e riconoscendo il fatto della legge

intelligente, io mi ero a grado a grado pacificato. Seguitavo a leggere,

ammirando i dotti per davvero, sorridendo dei ciarlatani che tenevano la

piazza. E un giorno i dotti mi confessarono (non a me soltanto, ma a

quanti si pigliavano il disturbo di leggerli) che il sentimento del

divino era un bisogno dell'essere umano; che nessuna scienza poteva fare

astrazione da esso, considerarlo come una quantità trascurabile. Mi

soggiunsero ancora che il mondo, com'è costituito, non può supporsi

l'opera del caso, per un lato, ma neanche, per l'altro, di una

intelligenza suprema, bensì di potenze secondarie, ancora assai lontane

da quella. Dopo quanto io ne avevo veduto, di questo bel mondo,

l'asserzione non mi pareva temeraria: intanto, l'ammissione di cause

secondarie e imperfette, mi lasciava intravvedere anche nell'animo di

quei dotti l'idea di una causa prima e perfetta. E dissi tra me:

benedetti grand'uomini, che avete ripigliato dal bel principio il

problema dell'universo, ma non per venire d'induzione in induzione, di

deduzione in deduzione, alla dottrina del nulla!

«Anche per essi, adunque, pei Darwin, gli Spencer, gli Stuart Mill,

esiste il divino, fuori della evoluzione storica e naturale dei nostri

timori e delle nostre illusioni? anche per essi Dio è fuori della

materia, comunque da noi poveramente pensato e sentito? Se è, perchè non

si svela? Ma qui pensavo ancora dentro di me: perchè dovrebbe svelarsi?

Se si svelasse, non cesserebbe ad un tratto l'indagine umana, e colla

indagine la ragione istessa della vita? La ricerca dell'assoluto è il

fine istesso dell'umanità. Dio è il bene, cioè la verità, la bellezza,

la giustizia, la carità, il fonte e la foce dell'ideale, nella grande

fiumana dell'universo, di cui non è dato a me conoscere che una minima

parte; zolla bagnata, ciottolo travolto, giunco agitato, foglia

strappata da un albero alla riva, e travolta dalla corrente, che

importa? Il male, poi, il male è tutto ciò che non capisco; in ciò aveva

ragione mia madre. Senza aver tanto studiato, la povera donna era già

ferma là, dove giunge oggi, reduce da tante battaglie, la scienza degli

uomini.

«In quest'altro studio di pacificazione son durato un pezzo, non

domandando di più. Ogni viaggiatore ha sentito questo bisogno, di

fermarsi un tratto, senza desiderio di giungere alla meta. Ma poi

rinfrancato, ho detto a me stesso: perchè vorremmo esser noi fuori del

tempo nostro? è lecito di ribellarsi all'ambiente della logica umana, o

della storia dei nostri errori, che spesso ne tiene le veci? Se tutte le

religioni non furono che passi verso la conoscenza, la moralità, la

giustizia, la civiltà del genere umano, perchè rinnegherei la mia? Qui

vi farò una confessione; ero proprio sul mare, quando m'avvenne di

pensare così; ma il mare non era punto agitato, non prometteva

burrasche; ero sano, ero forte, e non avevo l'animo disposto a paure.

Guardando davanti a me, nelle diafane serenità dell'orizzonte, mi pareva

di vedere qualche cosa che non era il colore dell'aria. Questo colore io

sapevo bene come fosse dovuto alla presenza dell'idrogeno. Ma non

apparteneva ai fenomeni dell'idrogeno, nè di altro corpo semplice o

composto, l'effetto che si produceva in me dal guardare così, con gli

occhi dell'anima, in quello sfondo vaporoso che piaceva tanto ai miei

sensi.

«Così, per opera di una seconda vista, sentii l'invisibile, penetrai

l'inconoscibile. Il mondo cammina, mi diceva la scienza. E cammini,

rispondevo io; cammina anche la nave, e non mi toglie di veder sempre

qualche cosa là dentro, davanti a me, in quell'orizzonte sempre lontano

e presente ad un modo. Viaggiatori della immensità, andremo sempre, e

non giungeremo forse mai. Nè io, attenendomi alla religione dei padri

miei, penso d'essermi indugiato per via; non temo sopra tutto di dover

perdere il treno. Mi dicono che la nostra religione ha delle parti

invecchiate. Non so, e se penso che ella contenta dei cuori, nutre delle

speranze e forma delle coscienze diritte, son quasi per credere che non

sia vera la cosa. Allah (permettetemi questa scorribanda fra gli Arabi,

che mi toglierà di parere irriverente, nella dimostrazione della mia

tesi, alla religione dei padri miei) Allah è puro spirito, essere unico

e sommo, la cui luce consola ancora dugento milioni di credenti, i più

fervidi, forse, che il mondo conosca. Mi narrano che il suo profeta

fosse un impostore, ed io lascio che narrino; ma dentro di me, se mi

fermo a pensarci più che tanto, non credo che Maometto fosse un

impostore. Un allucinato, chi sa? Iddio permette di queste

allucinazioni; la cosa si può supporre possibile e naturale, come la

scienza ammette, suppone e dà per certo che ad un dato momento una forma

nuova si svolga da una forma anteriore. Maometto è dunque il frutto del

miracolo, in cui si compie un mistero, pari a quello che fa in un dato

periodo apparir l'uomo sulla faccia della terra, l'uomo che prima non

c'era.

«Vi ho detto assai male tutto ciò che ho pensato. Voi intenderete, nella

lucidità dell'anima vostra, come la pratica della filosofia

materialistica mi abbia condotto a vedere la sua insufficienza; come una

semplice religione filosofica, alla maniera del signor di Voltaire, mi

sia parsa scortese per tutte le migliaia di creature intelligenti che

intorno a me vivono e credono; come tutte le religioni positive

esistenti mi siano parse altrettante incarnazioni del divino. Le

consideravo anche progressive, come gradini della scala che mette

l'umanità alle porte del cielo. Non offenderò, spero, le timorate

coscienze cristiane, dicendo che la loro religione e mia, che è quella

portata sulla terra dal figlio, non ha sbugiardata l'ebraica,

promulgata dal padre, tra tuoni e lampi, sulla vetta del Sinai.

Frattanto, la loro religione o la mia non ho da discrederla, per il

fatto che altri ne aspetta una nuova, più chiara e più umana, con meno

dogmi, con meno precetti.

«Ripensarla, considerarla per tutti i lati, fu in me l'opera di qualche

anno; accettarla fu un punto. Di certo, il descrivervi quel punto non

varrà molto a darvene ragione; pure, per contentarvi, ecco qua

brevemente quel che mi avvenne. Ero a Milano, approfittando di una breve

licenza; vivevo laggiù tra continui passatempi, senza pensieri, felice

come può essere l'uomo giovane, sano, forte, padrone di tutte le sue

facoltà, ricco abbastanza e senza desiderio di più. Passeggiavo una

sera, per far l'ora di andare al teatro. Non so più da qual punto,

seguitando il marciapiede, mi trovai nella via di San Celso; e là, da un

portone aperto nella penombra del crepuscolo, mi venne un'ondata di

musica, voci umane all'unisono, con accompagnamento d'organo. Non avevo

immaginato che in quel punto, sulla stessa linea dei fabbricati, ci

fosse una chiesa; niente me l'aveva annunziata, e fu istantaneo il moto

dell'anima che mi fece entrare in quel luogo. La chiesa era buia;

solamente nel fondo si distinguevano quattro o sei fiammelle di

candelabri accesi sull'altar maggiore, più per dare indirizzo allo

sguardo che per illuminare la gente raccolta a pregare. Seguendo il

capriccio improvviso, ero entrato con passo risoluto; ma sùbito fui

costretto ad inoltrarmi più lento e guardingo, poichè si era al buio,

come vi ho detto, ed io temetti d'inciampare in qualche povera donna

inginocchiata. Trovato il primo pilastro della navata, mi fermai, stetti

a sentire. La folla, nascosta nell'ombra, cantava le litanie, prologo

consueto alla benedizione serale.

«Quante volte non mi ero io ritrovato ad una scena simile, da ragazzo, e

senza averne alcun senso particolare allo spirito! Là, invece, in quel

punto, fu una dolcezza nuova per me. Mi piacevano le voci; mi piacquero

le invocazioni rivolte alla gran madre degli uomini e degli angeli, così

teneramente affettuose e così varie nella lor sequela monotona. Tante

belle cose si dicevano a Maria; e coloro che le dicevano le pensavano;

certamente le sentivano. Che consolazione per essi, che fossero

egualmente sentite lassù, nel profondo de' cieli! Infatti, perchè Dio,

causa prima degli esseri, non dovrebbe sentirne le voci?

«Tacque il canto monotono della folla: di là, dall'altar maggiore, si

rispose con qualche _oremus_, con qualche versetto latino; poi due o tre

forme incerte, timidamente luccicanti di riflessi metallici al fioco

lume dei ceri si mossero, levando di mezzo a quei ceri un ostensorio; si

udì un movimento simultaneo, per tutta la grande navata, di persone

cadenti sulle ginocchia; si svegliarono da capo i gravi suoni

dell'organo, e tutte le voci della moltitudine ascosa nell'ombra

intuonarono il _Tantum ergo_, annunziante e celebrante il mistero

dell'accostamento di Dio alla terra. Illusione anche questa? Se è

un'illusione, diciamo pure che Iddio l'ha permessa. Ed egli è certamente

là, dove, in quella miglior forma ch'ella ha saputo trovare, la creatura

lo invoca. _Tantum ergo sacramentum_... Sì, il patto è consacrato, tra

lui e la creatura; ed egli, il santo invisibile, è presente a tutti

coloro che credono, che sperano, che confidano in lui. A quel punto, che

da ragazzo mi lasciava così freddo, non d'altro desideroso che di

sentire il _Salutaris hostia_, l'inno breve, il ritmo allegro della

liberazione e della fuga, a quel punto mi sentii un rimescolo nel cuore,

e le lagrime mi salirono agli occhi. _Veneremur cernui_, cantava la

folla adorante; e a me si piegavano le gambe. Mi vergognai e volli star

ritto; ma subito un altro sentimento mi prese, facendomi vergognare

della mia stessa vergogna. _Veneremur cernui_, bisbigliava una voce

dentro di me; _Veneremur cernui_ balbettavano le mie labbra, all'unisono

col canto della moltitudine. Ero caduto in ginocchio, e pregavo.

«In quella chiesa buia, combinata per caso sulla mia strada, in

quell'ora di raccoglimento solenne, ho ritrovato Dio, l'ho rifatto in

me, luce ed amore. Così ho creduto; così sono rimasto un credente. Dal

dubbio alla fede, vi ho detto tutti i miei studi, le mie indagini, i

miei errori e le mie sensazioni. La notte è alta, ma gli occhi vedono,

come di pieno giorno; nessuna stanchezza nelle mie fibre, e una gioia

profonda è diffusa in tutto il mio essere. Mi pare, scrivendo a voi, che

un miracolo si compia; il miracolo di trasfonder me, la mia fede in chi

amo».

CAPITOLO XIII.

L'impresa ecclesiastica.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 10 / 18 段