Il generale rideva. Quel discorso gli pareva certamente in carattere col

lavoro che egli e il suo amico Maurizio facevano da tre ore. Ed era

contento di passare per un manifattore. Gli uomini son sempre contenti,

quando fanno qualche cosa che richieda sforzo di muscoli; hanno così

l'illusione di maneggiar la leva di Archimede e di muovere il mondo.

Del resto, i giorni di buon umore non erano neppure tanto rari per il

signor della Balma. Anche parecchi mesi dopo il viaggio di Francia, in

cui si era, come diceva lui, rifatta la mano, il generale sapeva ridere

e scherzare a certe ore del giorno; le ore piene, quando abbiamo chi ci

ascolta, se vogliamo parlare, chi parla, se vogliamo tacere, chi si

piega e si adatta a tutti i capricci dei nostri nervi invecchiati.

In quelle ore tutto andava bene; ed anche la bambina, con le sue moine,

con le sue vanità di donna, pareva un'eccellente compagnia a quel

vecchio brontolone.

--Che diavola!--diceva allora a Maurizio.--Fa quel che vuole. È il

folletto della casa. Come starebbe bene alla testa della brigata.... o

della divisione! Mah!--soggiungeva egli, con un sospirone da Mongibello

in procinto di dar fuori;--ho fatto una grossa bestialità a lasciare il

servizio. Anche voi, mio buono, anche voi!

--Anch'io;--ripeteva Maurizio, sforzandosi di trarre un sospiro a sua

volta.

--Ah!--ripigliò il generale.--Se fossimo rimasti al nostro posto, anche

mandando giù qualche amaro boccone, non dovremmo pregar nessuno per

esser riammessi nei quadri; e il primo suono di tromba ci troverebbe in

prima linea. Ma che diamine! ora che ci penso.... non saremmo mica

insieme, amico Maurizio! Voi forse coi vostri amici Tedeschi....

--Non me ne parlate, generale!--diceva Maurizio, con aria di

costernazione.--È orribile.

--Ah! lo riconoscete? lo sentite anche voi, che è orribile! Ma perchè,

domando io, perchè venire a queste estremità?--

Maurizio lo sapeva benissimo, il perchè ed il percome; ma aveva preso il

verso di dar ragione al suo interlocutore. Ora, tra i modi di dargli

ragione c'era anche quello di non saper che rispondere; ed egli già si

disponeva a tacere, sospirando da capo. Ma in quel punto gli passò

un'idea per la mente; la colse al passo, come si afferra una tavola di

salvezza.

--Credo,--diss'egli, timidamente,--che gli avvocati ci abbiano

imbrogliate le carte.

--Gli avvocati? oh, sì, dite bene, gli avvocati. Gran brutta gente, gli

avvocati, che con le loro ciarle vi fanno il buio di pien meriggio. Tra

noi soldati ci saremmo intesi, amico Maurizio: questo a te, questo a me,

_donnant donnant_, e tutti pari. Noi a Tunisi, senza Crumiri; voi a

Tripoli, senza dir ai nè bai; noi in Egitto, e voi in Abissinia; noi a

Metz e Strasburgo, voi a Trento e Trieste, che bel fatto! _et pas plus

malin que ça_.--

Così l'uno tagliando dalla pezza e l'altro approvando del capo, l'uno

dicendo _Deo gratias_ e l'altro _cum spiritu tuo_, si faceva, di sopra

ai trattati e in barba ai loro custodi, la gran pace dell'avvenire. E le

cose andavano. Maurizio era diventato per quell'uomo un altro Dutolet,

anzi meglio, perchè il Dutolet approvava tacendo, e Maurizio approvava

parlando. I facili discorritori amano che qualche parola si metta in

mezzo ai loro discorsi; almeno quando essi hanno la bontà di ricogliere

il fiato. La politica del generale passava adunque senza contrasti. Per

contro, e quasi per compenso, il generale cedeva sul capitolo della

religione, non toccandone mai. Aveva torto; poteva sfogarsi oramai anche

su quell'argomento, perchè Maurizio, com'era ridotto dalla sua

condizione, lo avrebbe lasciato dire a sua posta.

CAPITOLO XI.

Rifugio spirituale.

Peccato che in mezzo a queste calme fossero ancor troppo frequenti i

giorni di nervi! Il generale non era paziente per natura: non solo ogni

contrarietà lo stizziva, il che può accadere a tutti; ma ogni lentezza,

ogni più piccolo indugio, ogni inerzia naturale delle cose che lo

circondavano, e che perciò dovevano dipendere da lui, lo faceva andare

fuori dei gangheri. Avvezzo alle sonorità del comando, parlava troppo

spesso con voce di tuono; e nel tuono della propria voce si eccitava, si

riscaldava, s'infiammava sempre più, anche per cose da nulla. Nessuno

toccava i libri della sua biblioteca; libri d'arte militare, annuarii,

regolamenti, statistiche, a chi sarebbe mai venuto in mente di leggerli?

Se qualche volta non si trovavano a posto, la colpa non poteva esser che

sua. Ma no, non era sua, era di tutti, quando cercava e non trovava il

fatto suo; e guai, allora, guai a tutti! era un diavoleto, un finimondo.

Degli abiti non era molto curante; abiti borghesi, robaccia! non

meritavano di occuparsene troppo. Nella biancheria era più sofistico:

quella toccava la pelle e poteva dar noia. Così, le sue camicie dovevano

aver la salda e non averla, abbracciare il collo e non stringerlo, non

farsi sentire per nessuna costura. Quando, per troppa salda di quelle, o

per subitaneo ingrossamento delle corde del collo, si sentiva nulla

nulla a disagio, ficcava due dita nel colletto, e crac! strappava

senz'altro, bestemmiando la cameriera, che fuggiva nella sua camera a

farsi il segno della croce. Se non trovava lì per lì le sue cigne, era

un guaio dei grossi: peggio poi se, dopo averle trovate, e cercando di

abbottonarle, gli mancava o gli ballava il bottone nella cintura dei

calzoni; la cameriera poteva credere venuto l'anticristo.

--Ettore!--si provava a dirgli la contessa, a cui dispiacevano quelle

scene, ma ancor più di sentir sgridare a torto le persone di

servizio.--Sai bene che non è lei. Son io che mi prendo cura dei tuoi

abiti! son io che faccio sempre queste cose.

--E non capisco perchè tu lo faccia;--ribatteva egli, inasprito.

È proprio dell'uomo il non capire certe cose, specie in materia di

delicatezze domestiche. Era così l'altro Ettore? Verrebbe voglia di

crederlo. Infatti, lui morto, la bella vedova passò a seconde nozze con

Neottolemo, e in terze con Eleno.

A taluna di quelle scenate era presente il signor di Vaussana, che non

ci poteva far niente. Gisella chinava la fronte, dopo aver guardato

Maurizio, con aria di volergli dire: «Vedete? non son mica tutti come

voi, che apprezzate tanto questa povera donna».

Un giorno ella capitò all'Aiga col volto acceso e gli occhi rossi.

Maurizio non l'aspettava ancora, ed era lassù al dolce nido per la sua

prudente consuetudine di andar sempre al ritrovo due o tre ore prima del

tempo. E dell'ora insolita e della strana animazione del volto di lei,

Maurizio si maravigliò grandemente.

--Ti dispiaccio forse?--diss'ella.

--Ecco una parola ben crudele,--osservò tristamente Maurizio.--L'ho io

meritata, notando una novità d'orario nella vostra cara venuta? Voi

siete alterata, Gisella; avete anche pianto. Che cosa è stato? Una delle

solite sfuriate, oppure....

--No, non cercate altro;--interruppe Gisella.--Una delle solite, ma un

po' più brutta delle altre, poichè dalle parole è passato per la prima

volta agli atti. E per una cosa da nulla, avendo torto su tutti i punti.

Gli avevano portato il caffè tiepido, gran delitto! Ed egli lo voleva

bollente, per questa volta, senza averlo detto prima, mentre

ordinariamente si lagna che glielo portino troppo caldo, facendogli

perdere il tempo a sorseggiarlo. E perchè io mi ero provata a calmarlo

con una buona parola, sapete come mi ha risposto? Scaraventandomi la

chicchera addosso. Che ve ne pare? Un bambino viziato non farebbe peggio

del mio vecchio padrone. Non ho detto una parola, non ho fatto un gesto,

ricevendo l'offesa villana, alla presenza del servitore; sono andata a

levarmi la veste macchiata, ne ho indossata un'altra, ho preso il

cappellino, mentre egli era là a far le volte del leone in gabbia sul

pavimento dell'atrio.

--Prima della colazione!--notò Maurizio.--Che imprudenza!

--Ah sì, raccomandatemi ancora di esser prudente. Se egli è pazzo, ho da

esser savia io, che sono dei Matignon come lui? La prenda poi come

vuole; io non intendo più di esser trattata come una bambina, nè come

una schiava. Dopo quella villania, poi! È la prima, e deve bastare. Guai

se incomincio a passargli le sue brutalità. Perchè oramai si va di male

in peggio; ed io non ne posso più, non ne posso più.--

Così dicendo, la bella scorrucciata si era seduta sul sedile di pietra e

con ritmo convulso batteva il suo ombrellino sulle ginocchia. Maurizio

si fece daccanto a lei, e le bisbigliò dolcemente all'orecchio:

--Sei tu che l'hai voluto, bambina!

--Io?--diss'ella, rizzando la testa.

--Così dicono tutti;--rispose Maurizio.

--Io....--ripigliò Gisella, con accento di amarezza.--Io, per vostra

norma, non ho voluto nessuno. Me ne ricordo benissimo: non è storia di

cent'anni fa. Non sapevo nulla di uomini, io; non avevo conosciuto che

il mio babbo, un cuor d'oro, che mi lasciava fare a modo mio in ogni

cosa. Morto lui, caddi in una tristezza profonda. Voi non sapete,

Maurizio.... non potete immaginarvi, essendo un uomo, come sia triste

per una fanciulla restar così senza padre e senza madre sulla terra. È

la solitudine in mezzo alla folla, è la notte dell'anima nella luce del

giorno. Mi avevano fatto un consiglio di famiglia, mi avevano dato un

tutore. Era un gentiluomo, lo zio; mi pareva tale; dovevo essergli grata

di un sacrifizio inaudito, che tutti dicevano aver egli fatto per me,

chiedendo di esser messo in disponibilità, lasciando il servizio,

interrompendo la carriera. Mi trattava come una bambina, sì, ma ancora

con molto rispetto. E un giorno mi fecero dei discorsi molto strani, che

non mi parvero orribili. Ma che cosa sapevo io del mondo? Mi pareva fin

naturale che egli volesse dedicarsi a me, essermi compagno nella vita,

tenermi luogo di padre. Così fui data a lui, a lui che tutti dicevano

buono, che io credevo buono come lo dicevano tutti. Ma non lo è, non lo

è, non lo è; ha lo spolvero della bontà; nel fondo non è che un

soldataccio brutale. Una donna, per lui, non è che un servo, un

dipendente: la tratta bene, alle sue ore, come tratterebbe il suo

aiutante, il suo attendente, a certe ore del giorno: poi, quando ha le

lune, grida, strepita, tempesta, che pare un ossesso. Ed anche quando

non è di cattivo umore, che credete? che sia appena appena tollerabile?

Ha il comando nel sangue, ama il comando in tutto, il comando che annoia

e che irrita. Ha bisogno di una cosa che è lì sotto la mano? Gisella. E

subito Gisella deve esser lì, trovar lei, qualche volta indovinare ciò

ch'egli vuole. Si sveglia nella notte, e non può riprender sonno?

Gisella. E bisogna svegliarsi. Io dormo volentieri, e sogno

bene;--soggiunse ella, mettendo il primo sorriso nel suo triste

discorso;--ma bisogna star su e correr da lui, per discorrere. Se almeno

volesse, come i bambini, farsi raccontare qualche favola! Ma no,

discorsi gravi, faccende di casa, delle quali si potrebbe ragionar

meglio a giorno chiaro; più spesso si gira a parlare di vecchie

malinconie; della vita militare, del servizio lasciato, della carriera

interrotta. Oh, non tralascia allora di farmelo sentire, il gran

sacrifizio che ha fatto! Perchè lo ha fatto? chi glielo ha domandato?

--Capisco,--disse Maurizio,--è nel fondo un grande egoista.

--Sì, dite bene, un grande egoista. Amico mio, son pure infelice. Che

vita sarebbe la mia, se non avessi il tuo amore? È il mio rifugio tanto

caro. E come sono corsa a te, l'hai veduto? come ti ho sùbito

indovinato! come ti ho sùbito accolto! È stata una buona stella che ti

ha ricondotto quassù, alla terra dei tuoi padri. Se tu avessi tardato,

o Rizio, se tu avessi tardato ancora a giungere in questo deserto, in

questo orribile deserto, credo che ci sarei diventata tisica, e mi

avrebbero presto seppellita laggiù, come una santa, nel piccolo chiostro

di San Giorgio. E le avrei fatte meravigliar bene della mia compagnia,

le povere sante dei Matignon.... se pure è vero che di là possiamo

ancora maravigliarci di nulla.

--Già! la mia bella incredula;--notò Maurizio, con un placido

sorriso.--Ma come fai a non credere?

--Dimmi tu come si fa a credere,--rispose Gisella.

--Pensando.... pensando molto;--diss'egli.

--Se bastasse il pensare!--esclamò la bella creatura, sospirando.--Ho

pensato già tanto, io! Vorrei pure averla, una fede. Perchè questa vita

è assai dura, e da qualche tempo incomincia a diventarmi intollerabile.

--Da qualche tempo!--ripetè Maurizio, con accento di

tristezza.--Dunque.... per me?

--Ebbene, sì, per te. Pensi tu che non sia doloroso non potermi rifugiar

sempre in te? Soffro, amico mio, paragonando questi brevi momenti alle

lunghe ore del mio martirio quotidiano. Ah, sono ben lunghe, e il

compenso di questo martirio bisognerebbe pure ottenerlo di là. Averne la

speranza e la fede, che fortuna! Ma non posso; credo che mi manchi

la.... come si dice?

--Non lo dire, e non lo far dire da me;--rispose Maurizio, vedendo che

Gisella si era recato l'indice alla fronte.--Coloro che vogliono

collocare le facoltà dell'anima in altrettanti punti più o meno rilevati

della testa, saranno poi tirati a conchiudere che la loro testa è

imperfetta, se le manchi il ricettacolo dell'ideale. Pensa, senti e

credi; vedrai allora che, credendo in qualche cosa, non si è, a peggio

andare, niente più sciocchi di loro.

--Voi ne parlate molto facilmente, Maurizio; ma non può creder chi

vuole, solamente pensando e sentendo. Voi ci avevate.... non dirò già

quella brutta cosa che vi dispiace tanto, ma almeno la strada fatta,

l'indirizzo della vostra prima infanzia. Non è così? Hai dette le tue

orazioni da bambino, ed io non le ho dette; te ne sei ricordato da

giovane, ed io non ho avuto niente da ricordare; poi, più tardi, sul

mare, in mezzo ai pericoli della tempesta....

--No, no,--interruppe Maurizio,--queste belle labbra non dicano di

queste brutte cose, che non sono vere, che non sono state tali, almeno

per me. Non fu il pericolo, quello che mi ha richiamato alla fede: non

fu l'abitudine, quella che me l'ha instillata nell'anima.

--Allora, volete voi dirmi come andò?

--Sarebbe un troppo lungo discorso;--rispose Maurizio.--E voi, ora, mia

dolce creatura, ritornerete a casa.... per farmi piacere.

Vedi?--soggiunse stringendola fra le sue braccia,--ti mando via. Ma tu

sai bene che ti terrei tanto volentieri?

--Sì, amico mio; non dubito già io di voi, come voi dubitate qualche

volta di me. So bene che ho fatto un colpo di testa. Ci voleva, sai? e

non ne sono pentita. Ma è forse meglio ritornare un po' prima. Vedi tu,

Rizio, come credo.... in te? Ma ancora voglio credere in ciò che tu

credi. Convincimi, persuadimi, e sentirò che mi ami tanto, tanto, da non

potersi immaginare, nè desiderare di più.

--Ahimè, quali patti!--esclamò Maurizio.--E se con tutta la miglior

volontà del mondo, la mia eloquenza non fosse da tanto? Poi, avremo mai

tempo per discorrere a lungo, per raccontarti.... come andò? Sono cose

dell'anima, e il dirle brevemente è difficile.

--Scrivile, allora.

--Scriverle? Sarei lungo, più ancora che a dirle.

--Tanto meglio!--gridò Gisella, battendo le palme.--Sarò più a lungo con

te.... nelle tristi ore che non ci posso essere. Voglio sapere come hai

creduto tu, Rizio, voglio saperlo bene. Sai quanto è che ci penso, e non

osavo domandartelo? Rizio è l'amor mio, il conforto, il rifugio e la

vita. Perchè mai, uniti in tutte le altre, in una cosa sola siamo come

stranieri? Voglio essere più in lui, più in lui, tutta in lui, col suo

modo di pensare, di sentire, di essere.--

Maurizio posò sulla fronte della divina creatura un bacio solenne.

--Sia;--diss'egli poscia;--scriverò.--

E ridottosi a casa, non era stato a pensarci troppo lungamente. Non

aveva infatti da scrivere per la stampa, per farsi giudicare da qualche

migliaio di lettori; scriveva per lei, per l'adorata creatura. La fretta

avrebbe dimostrato il suo buon desiderio di obbedirla; le stesse

imperfezioni della forma, avrebbero fatto fede della sua sincerità. Il

giorno seguente, alla Balma, mentre il generale passeggiava sulla

spianata dando istruzioni al fattore, Gisella riceveva da Maurizio un

piccolo involto di carte. Non era una lettera, ma a dirittura un

quaderno.

--Scusate, ho fatto un passio;--diss'egli.--Mi è mancato il tempo

d'essere breve. Ho incominciato a scrivere iersera alle undici; non ho

finito che stamane all'alba. Del resto,--soggiunse,--spero bene che non

vorrete leggere tutto in una volta, ma sorseggiare, centellinare questa

povera prosa.

--No, no,--rispose Gisella,--voglio legger tutto d'un fiato. A

centellinare ci sarà sempre tempo, e non tralascerò certamente di farlo.

Povero il mio Rizio! una notte bianca! E quest'oggi, poi, un'altra

condanna!

--Che sarebbe?

--Che troverete modo di andarvene prima del solito.

--Perchè?

--Perchè, non lo intendete? perchè voglio stare più a lungo da sola a

solo con te.--

Era adorabile, mandandolo via a quel modo. Maurizio trovò per l'appunto

il modo di far più breve la visita, portando via il generale, col

pretesto di una piccola passeggiata in paese. La contessa fu sola, come

voleva, per leggere il passio del signor di Vaussana. Ed eccolo qua,

come ella lo lesse, incominciando dal titolo: «Dal dubbio alla fede».

CAPITOLO XII.

Dal dubbio alla fede.

«Ricordando la educazione religiosa della mia infanzia (così scriveva

Maurizio a Gisella) avevate in parte ragione. Sicuramente, ho dette da

bambino le mie orazioni. Le dicevo anche molto volentieri, perchè me le

faceva dire mia madre, recitandole insieme con me. Oggi ancora sento lei

in certe inflessioni di voce, in certe pause che io metto nel mormorarle

tra me; e questo me le rende più sacre, dal giorno che le ho ritrovate

nella mia memoria, dopo tanti e tanti anni d'oblio volontario.

«Le avevo imparate senza sforzo. La mia educazione religiosa non fu

punto pesante. In casa nostra si era religiosi, certamente, e di questo

può esservi specchio la mia buona sorella Albertina; ma non si

appendevano santi e madonne a tutte le pareti, e non c'era l'uso di

recitare il rosario ogni sera, per dimenticare nella eterna ripetizione

il significato delle preghiere, o per addormentarci al ritmo uniforme

dei nostri borbottamenti frettolosi. Le nostre orazioni erano brevi, e

tutte latine. La mamma ce le aveva spiegate alla grossa, ma ce le faceva

sempre dire in latino. A me, che un giorno le avevo osservato come il

latino non si usasse più, la buona mamma aveva risposto:

«--Appunto perchè non è più una lingua parlata tra gli uomini,

dev'essere la lingua in cui si parli a Dio.

«--Ma se io non la intendo!

«--Mettici tutta l'anima, e t'intenderà lui; non basta forse?--

«Io ero già a cinque o sei anni un feroce curioso. Perchè questo? perchè

quest'altro? d'ogni cosa volevo saper la ragione. Mia madre, con una

pazienza maravigliosa, mi spiegava le cose come poteva, e fin dove

giungeva la sua istruzione, o il suo raziocinio; poi mi diceva: «perchè

Dio ha voluto così»; e questa era la ragione ultima, a cui non mi era

lecito ribattere. Un giorno la misi in un grave impiccio, la povera

donna, coi miei terribili perchè. A proposito di un infelice che avevamo

incontrato per via, mentre egli si trascinava a stento nella polvere con

due moncherini di gambe, stendendo a noi due moncherini di braccia, la

ragione ultima di mia madre cozzò contro una mia irriverente ma non vana

osservazione:--Ma dunque è Dio che vuole il male?--

«--Queste--rispose ella stringendosi nelle spalle--son cose che io non

arrivo ad intendere. So che tutto è ordine, nel mondo; so che c'è il

giorno e la notte, quello illuminato dal sole, questa dalla luna e dalle

stelle; so ancora che ci sono dei giorni nuvolosi e delle notti

burrascose. Per ora non mi domandare di più; tua madre del resto è una

povera donna senza istruzione.--

«Non era vero. Mia madre aveva letto molto, leggeva ancora, quando

poteva. Un giorno la sentii dire che se tutti gli uomini cessassero di

leggere, si perderebbe la scrittura, come si perde una lingua, quando

tutti coloro che la parlano son morti. E soggiungeva che se tutti

operassero il bene, il male si estinguerebbe, sparirebbe da sè. Questo è

un sogno; ma i sogni non son tutti da mettere in canzone. Perchè non

vagheggiarli, quando son belli e fanno bene allo spirito? Che santa

educatrice è stata mia madre! Peccato che ci abbia lasciato così presto!

Quando ella si addormentò per sempre, io e mia sorella fummo ben tristi.

Mia sorella è triste ancora, lo avete notato? Sorride poco, e sempre a

fior di labbra. Ebbene, ciò data dal giorno che nostra madre è morta.

Quanto a me, non so; molto allegro non sono mai stato. Ma allora avevo

otto anni, e mi mandarono subito in collegio; forse per distrarmi, forse

per non lasciarmi perdere il frutto della educazione materna.

«Anche in collegio avevo la religione, e più che in casa nostra, anzi

troppo di più; la qual cosa incominciò presto a seccarmi. Il buon Dio

delle mie orazioni infantili si andava rivestendo di misteri, di dogmi

e di formule. Ogni mattina, prima della scuola, avevamo la messa; ma che

messa? un messone. Quel prete Risso, che veniva a dircela ogni giorno in

congregazione, ci spendeva sempre da quaranta a quarantacinque minuti.

Se il prefetto, passeggiante di continuo in mezzo alla corsìa, non ci

avesse avuto sempre gli occhi addosso, che sbadigli sarebbero stati! E

che risate, quando vedevamo il celebrante far segni ad un personaggio

invisibile, borbottando certe parole che nel messale non erano scritte!

Si era sparsa la voce che egli vedesse il diavolo, un diavolo tentatore,

che veniva a distrarlo fin là; donde i suoi gesti per discacciarlo, e la

frase che accompagnava quei gesti, una frase che voleva dirgli: va via.

Alle domeniche, poi, avevamo nel mattino l'ufficio della Vergine; più

tardi i vespri, e da ultimo la benedizione in chiesa. Nell'ufficio mi

piacevano abbastanza le lezioni, in cui facevano le loro prove i

cantori; nei vespri un inno, che era poi l'ultimo, e si cantava con un

ritmo più frettoloso; nella benedizione mi era, per lo stesso motivo,

graditissimo il _Salutaris hostia_.

«Dopo tutto, quelle eterne funzioni, di congregazione o di chiesa, ci

rubavano il tempo destinato alle ricreazioni, agli intervalli dello

studio. Volevamo andare a passeggio, per respirar l'aria buona, e ci

tenevano chiusi, al fumo delle candele, per cantare un _Coeli

enarrant_, bellissimo, ma che non valeva certamente quelle opere. Non

parlo dei quaresimali, degli esercizi, delle feste comandate e non

comandate, che si seguivano con troppa frequenza. La confessione era un

fastidio grande; la preparazione alla confessione un fastidio anche

maggiore. Era così necessario a noi rompere le lezioni e lo studio con

larghe boccate d'aria, e i nostri custodi parevano moltiplicare a bella

posta le occasioni per tenerci rinchiusi fra quattro mura. Il nostro

spirito aveva bisogno di una religione poetica, ed essi ce la rendevano

sempre più irta di pratiche minute, di astruserie, di terrori.

«Una bella luce d'aurora in quel buio fu per me la lettura del _Genio

del Cristianesimo_, dei _Martiri_, dell'_Atala_, tre libri dello

Chateaubriand; permesso il primo, quasi raccomandato; gli altri due

letti un po' di straforo. Quel cristianesimo io lo intendevo, lo

sentivo, lo amavo. E amavo anche il rettore del collegio, uomo

venerabile per dottrina, amabile per graziosa bontà, senza tabacco

sparso sulla tonaca, che Iddio lo benedica. Un'altra mia grande simpatia

era il vescovo della diocesi, che veniva qualche volta a visitarci, e

che noi vedevamo ogni giorno andando a passeggio. Ho sempre negli occhi

quel vescovo, un gran signore torinese, bellissimo di aspetto, soave di

modi, grave nel portamento, modesto nella sua dignità, che pareva sempre

domandarvi perdono del vestir paonazzo e del portare la sua gran croce

d'oro sul petto. L'occhio di quell'uomo non guardava, involgeva; la sua

bella mano benedicente mandava carezze nell'aria.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 9 / 18 段