--Maurizio! Maurizio!--gridò ella, spaventata, afferrandolo per le mani

e costringendolo a guardarla negli occhi.--Ma no, che follia!--riprese

tosto, sforzandosi di sorridere.--Perchè farmi paura così? La legge! la

legge! Io ne conosco una; è quella dell'amore. Non lo credi tu,

Maurizio, che questa legge vada innanzi a tutte le altre? Infine,

ragioniamo; che cosa sono io per lui, se non una bambina, un ornamento

della casa, una compagna della sua solitudine? e una compagna che non

basta neanche a fargliela sentire un po' meno, questa sua solitudine! Il

suo cuore.... lo sai, dove lo ha egli il suo cuore? Nella testa, nella

testa che gli ribolle sempre d'idee bellicose. Era un soldato, ed è

rimasto un soldato; l'amor suo è il servizio, la disciplina, la manovra,

la guerra. Vedi bene che t'inganni. Doveva restare otto giorni; ha

scritto una lettera per prolungarsi la sua licenza; ed ecco, siamo quasi

ai venti; potremo giungere ai trenta, ai quaranta. E perchè? per una

serie di esperimenti importantissimi, che lo interessano tanto, laggiù,

nel suo campo, nel suo poligono. Amico mio, è l'odor della polvere che

inebria questi uomini. Che cosa vuoi che si faccia di me? Ed io,

frattanto, io ho un cuore, non è vero? E te ne ho date le prove,

Maurizio, di essere una buona bambina, che non ha voluto farvi

disperare, come avrebbe fatto tanto volentieri una sciocca, una civetta,

una donna cattiva. Vi ho detto: ti amo; non mi son fatta strappare la

mia dolce confessione di bocca: e tu mi hai intesa, non è vero, mi hai

bene intesa?--

Maurizio tentò di parlare. Quell'onda di passione, sollevata, ingrossata

da tutti gl'inconscii sofismi del cuore, incominciava a soverchiarlo.

Infine, egli amava quella donna, l'amava pazzamente; e non era colpa

sua, ma di un perverso destino, se due uomini erano in lui, se ragione e

sentimento cozzavano troppo spesso nell'anima sua, se quella, già usata

a soccombere, voleva ad ogni costo farsi ascoltare, prima di oscurarsi e

di spegnersi. Queste contradizioni sono frequenti nell'uomo moderno: la

natura e il sangue, antichissime forze, comandano una cosa; il pensiero

e la educazione morale ne persuadono, o ne intravvedono un'altra. Ma

allora, non più: che cosa pretendeva da lui la ragione, se in tempo

opportuno non aveva saputo parlare? Intendeva ella forse di ottenere

alla legge del dovere una troppo tarda vittoria, che sarebbe stata

un'ingiuria? e un'ingiuria a cui la delicatezza del sentimento e

un'altra specie di educazione, la cavalleresca, non avrebbe mai

consentito? Maurizio tentò di parlare: e le idee che gli si affollavano

alla mente voleva esprimerle a lei, stringendola nelle sue braccia,

bisbigliandole in sommesse parole all'orecchio della divina creatura.

Son quelle che valgono, infatti, quelle che persuadono meglio.

Ma Gisella non volle ascoltarlo. Concitata dalla progressione del suo

stesso ragionamento, voleva andar oltre, e non solamente a parole. Come

mai una argomentazione così falsa, così contraria agli imprescrittibili

diritti del cuore, si era affacciata tra i dubbî di Maurizio? Con quei

dubbî era necessario di finirla una volta per sempre. Nel candore del

suo peccato, trascinata da quell'impeto di passione che non sente più

freno, si alzò, spiccandosi da lui, per andare verso la merlata del

torrione, del dolce nido in cui erano raccolti; si affacciò, si spenzolò

fuori con la testa e col petto, tanto che Maurizio atterrito si slanciò

con le braccia tese per afferrarla. Gisella lo trattenne con un gesto,

pur ritraendosi e volgendosi a lui sorridente; poi con un altro lo

trasse accanto a sè, additandogli l'abisso che si schiudeva buio e

rumoreggiante sotto i suoi occhi.

--Guarda!--gli disse solenne.--Guardate, Maurizio;--ripigliò, con uno

dei suoi trapassi consueti dalla confidenza alla cerimonia,--guardate

bene, ma bene, là dentro. C'è la natura in tutta la libera furia delle

sue forze meravigliose. C'è il vuoto con tutte le sue paurose oscurità.

Ma c'è ancora chi vuol leggere nel buio, chi vuol dettar legge alla

natura. Ebbene voi che sapete tante cose, Maurizio, guardate, scrutate,

indagate. Se c'è in quel buio altra cosa che il vostro amore ed il mio,

se c'è una legge che li condanni, se c'è.... se ne siete ben certo....

gettiamoci nell'abisso, e puniamoci da per noi del nostro delitto, della

nostra vergogna. Vi piace? a me piace.... Voi siete un uomo leale, ed io

vi crederò ciecamente; la vostra parola sarà la mia legge.--

Maurizio fu per un istante affascinato; e istintivamente obbedendo,

guardò nel vuoto. Rumoreggiava l'abisso, e nel tumulto assordante delle

sue mille voci pareva chiamarlo.

Sì, c'era, la legge; c'erano anzi mille leggi, tutte derivate da

quell'una, primitiva, ond'erano state mosse ad un cenno del creatore le

forze cieche della natura. Anche quell'arco di sette colori vagamente

disegnato a tenui gradazioni nell'aria, incurvato leggermente sul

baratro, nello strato vaporoso dove migliaia e migliaia di gocce diffuse

in sottilissima polvere d'acqua si offrivano in mobile superficie di

prisma ai raggi del sole, anche quell'arco pareva una rappresentazione,

lievissima, a mala pena sensibile, ma pur vera, innegabile, della

eternità della legge. E non ci avevano veduto, gli uomini primitivi, il

segno istesso della alleanza antichissima della natura con Dio, del

conosciuto coll'inconoscibile? Attratto da quel ragionamento interiore,

imperioso, prepotente, Maurizio levò gli occhi a guardare Gisella.

Gisella guardava lui, con gli occhi fissi e le labbra tese, come per

bere nelle prime parole di Maurizio la sentenza d'entrambi. Egli

rabbrividì involontariamente, tremò tutto di aver forse indugiato troppo

a rispondere.

--No, no,--diss'egli concitato,--no, no!--

E così gridando, l'afferrò per la vita, traendola a viva forza indietro,

per modo ch'essa gli cadde resupina tra le braccia convulse.

--No, no;--ripeteva frattanto,--non guardare laggiù. Non sai che il

vuoto attira, bambina? Anch'io sono stato sul punto di cedere. Gisella,

Gisella, anima mia, vita mia, che è mai questo pazzo giuoco? Mi avete

fatto paura. Ma è possibile, una follìa come la nostra? No, cara, no,

adorata, non c'è niente laggiù; non ha leggi il vuoto. L'amore, hai

ragione, l'amore è tutto. Non è l'anima del mondo, l'amore? E noi lo

vorremmo sacrificare a quattro leggi umane, nate dal fatto materiale

della occupazione della terra, e condotte di sofisma in sofisma a

giustificare la servitù delle anime? lo vorremmo sacrificare a quattro

leggi, che passano e mutano, oggi più spesso e più facilmente d'un

tempo, tanto che noi medesimi le disfacciamo anche prima di vederle

cadere in disuso per virtù di costumi? No, no, viviamo, Gisella, ed

amiamo; il resto è nulla, nulla, davanti all'amore, a questa sublime

visione dell'eternità, concessa alle creature da una misericordia

suprema ed arcana.--

Gisella ascoltava, dolcemente cullata nelle braccia di lui da quella

musica di voci interrotte e di sublimi follìe. Anch'ella, poi che tacque

Maurizio, parlò; ed erano voci più sommesse, le sue, come versi di

canzone mormorata tra la veglia ed il sonno.

--Vorrei essere.... sì, vorrei essere la serpicina che posava confidente

la sua bella testina elegante tra le fauci ardenti d'amore del suo damo

selvaggio; e così dolcemente stretta, dal mio caro spiraglio, vorrei

ammiccare con la pupilla lucente di felicità al verde della macchia. Ma

perchè Maurizio, il mio dolce e sapiente signore, ha una così ingiusta

antipatia per il serpe? Lo so, è un animale troppo distante oramai dal

tipo delle altre creature viventi; ma forse perchè egli è il più antico

tra gli esseri. E striscia, il poveretto; striscia, perchè il mondo è

freddo, freddo, troppo freddo al paragone dei suoi bei tempi. Ma allora,

chi sa quante migliaia d'anni addietro, il sangue gli scorreva più caldo

nelle vene; e il serpe andava più glorioso, con la testa eretta sul suo

bel collo di cigno, e per tanti specchi quante erano le sue nitide

squamme rinfrangeva in vivaci colori la bella luce di un sole più

ardente. Egli era il signore del mondo, allora; oggi lo ha abbattuto la

viltà delle cose. Le antiche leggende, trovandolo ancora padrone della

terra, ne fecero il gran seduttore.... Seduttore!--ripeteva Gisella,

sorridendo placidamente al vocabolo.--Bel signore di Vaussana, non siete

un gran seduttore anche voi? Oh, senza volerlo, quasi senza saperlo....

Povero il mio Maurizio tanto caro!... Ma dimmi, dimmi ancora una volta

che son io l'anima tua.--

Maurizio si era mosso in soprassalto. Anch'ella si scosse e rizzò la

testa. Una voce si udiva, voce di canzone alta, squillante, di là dalla

macchia dei nocciuoli. Ambedue riconobbero la voce del pastore, e

sorrisero.

--Strano!--disse Maurizio.--Non l'ho mai sentito cantare.

--Tutti i pastori cantano, quando son soli;--rispose Gisella.--Ma per

essere venuto da questa parte, dove non ci son prati da pascolo,

bisognerà ch'egli abbia pensato di farsi sentire da qualcheduno.

--Per dare un avvertimento?--chiese Maurizio, turbato.

--Chi sa? la voce è da amico; l'avvertimento verrà certo in buon punto.

Andiamo al Martinetto.--

Si alzarono, stringendosi amorosamente per la vita. I cardellini della

macchia videro ancora, un bacio lungo ed intenso, ma non lo sentirono

scoccare. Quando i due giovani uscirono dal folto dei rami, il cantore

non era più là; ben si sentiva la sua voce dalla parte delle rovine, che

certamente egli aveva già oltrepassate, per ritornarsene a casa.

--La via è dunque libera;--conchiuse Gisella.--Seguiamo il nostro

pastore.--

Quando giunsero sull'aia dei Feraudi, il pastore era là, con l'aria di

non pensare a loro. Si scambiarono poche parole tra Gisella e

Biancolina, apparsa allora sull'uscio; poi il contadino, guardando

lontano verso mezzogiorno, disse:

--Una carrozza laggiù, al principio del paese; si avvia verso la Balma.

--È lui, il generale;--soggiunse Gisella, volgendosi a

Maurizio.--Grazie, Feraudi; non c'è tempo da perdere per andarlo a

ricevere. Mi accompagnate un tratto, signor di Vaussana?--

Come fu di là dai due roveri, fuor dalla vista dei contadini del

Martinetto, Gisella trasse il respiro più libero.

--Vedi, Maurizio? tutto va bene. Va', ora; riceverai una lettera,

va'.--

CAPITOLO X.

Il trattato di pace.

Maurizio era tornato al Castèu in uno stato di agitazione impossibile a

descriversi. Passò in quella sua solitudine una cattiva giornata ed una

pessima notte; nè migliore fu per lui il giorno seguente, nella

ignoranza di ciò che accadeva alla Balma. Una cosa sapeva egli; che non

vedeva Gisella, e che la montagna senza di lei era triste, il cielo

buio, e cieco il futuro. Nel silenzio della sua stanza, dove egli stava

di continuo con l'anima in soprassalto, come gli tornavano più chiari i

dubbî, più forti i terrori, più aspri e più pungenti i rimorsi! Egli,

infine, egli era il grande colpevole. Quella innocente creatura l'aveva

travolta egli sull'orlo di un abisso, dove mal si reggevano ambedue: un

passo ancora, un moto imprudente, ed era perduta. E forse le imprudenze

non erano state già troppe? Non era l'amor loro sospeso ad un filo? il

loro segreto in balìa d'un discorso incauto, d'una parola maligna, che

invitasse ai sospetti? Questo pensiero lo faceva fremere; e questo

pensiero gli ritornava ad ogni tratto, percuotendo con ritmica

uniformità nella notte dell'anima sua, come la goccia d'acqua gemente

dalla volta d'una spelonca percuote monotona, insistente, inesorabile,

sulla concava superficie d'un masso.

La mattina del terzo giorno, mentre egli già più non sapeva in che mondo

si fosse, gli fu portata una lettera. Non occorreva chiedere chi fosse

stato il messaggero: la mano di scritto parlava chiaramente da sè.

Maurizio aperse la busta con le mani convulse, lesse con occhi tremanti

la lettera. Gisella scriveva:

«_Signor Maurizio_,

«Quello che ebbi il piacere di dirvi tanti giorni fa nel vostro

Castèu, vi ripeto oggi col migliore inchiostro della Balma. Perchè

non vi lasciate vedere quassù? Il generale, nostro signore e

padrone, si maraviglia molto di non veder più il suo amico Sospello.

Saprete pure ch'egli è ritornato alla sua residenza ier l'altro.

_Amitiés_».

Seguiva il nome: «Gisella Matignon de la Bourdigue». E alla firma teneva

dietro un poscritto, ma d'altra mano, più ruvida, più grossa, più densa

d'inchiostro, come d'uomo avvezzo a non mettere che firme.

«Ma sì, mio buono, ma sì» diceva il poscritto. «Che diavolo v'ha preso

di non dar passata ad eccessi di nervi, a sfoghi di malumore? Se ne

avete anche voi, venite a metterli in comune. _Bourdigue_».

Che cos'era avvenuto alla Balma, perchè si scrivessero di queste lettere

a lui? Niente di male, a buon conto; e Maurizio incominciò a metter

fuori un sospiro di sollievo. Poi, diffidente com'era e amante di

sofisticare su tutto, almanaccò un pezzo sul fatto che la lettera fosse

scritta dalla contessa. Ma il poscritto del generale era là, e mostrava

chiaramente che la lettera era stata scritta da lei sotto gli occhi del

suo signore e padrone. Avesse rotto lei il ghiaccio, o lo avesse rotto

lui, la conseguenza era una sola: che gli si facevano garbatamente delle

scuse, che ogni nube era dissipata, e che egli poteva andare alla Balma.

Ora, il poterci andare significava doverci andar sùbito.

Il tono gaio della lettera significava ancora che tutto procedeva

benissimo alla Balma. Come sono avvedute le donne! come sanno l'arte di

farsi intendere, anche quando non vi dicono nulla! A proposito d'arte,

non c'era egli un po' di finzione, un pochettino d'ipocrisia tra le

linee, specie in quell'accenno ad una visita al Castèu? No, perchè

quella visita c'era stata difatti, e in quella visita la contessa aveva

detto cerimoniosamente al signor di Vaussana quello che più volte, nei

confidenti colloquii della montagna, Gisella aveva fatto intendere e

dato per sicuro a Maurizio. Dunque, niente ipocrisìa nella lettera,

solamente accortezza. Che, forse, per non apparire ipocriti, s'ha egli

a dire ogni cosa? Maurizio, frattanto, per quel cenno della visita di

Gisella al Castèu, sapeva già come regolarsi alla Balma, quando avesse

da incontrar la signora in presenza del generale. Come sono avvedute le

donne!

Andato quel medesimo giorno, e con aria di sollecitudine che rendeva più

bello il suo atto, fu accolto a braccia aperte. Le aspre discussioni

erano dimenticate, e non era neanche il caso di farci la più lontana

allusione. D'altra parte, la montagna aveva custodito il suo dolce

segreto: il viso che accoglieva era sereno, l'occhio limpido, il labbro

sorridente.

Maurizio non ricevette senza un po' di vergogna quelle dimostrazioni di

amicizia. V'hanno principii che non si offendono impunemente: la

coscienza può sonnecchiare, non addormentarsi del tutto; ed anche quando

è lento a venire il rimorso, la colpa si definisce da sè nel segreto

dell'anima, si accusa in un vago senso di malessere nel profondo del

cuore. Ma tanta gioia brillava sul volto di Gisella; tante faville d'oro

si sprigionavano da quegli occhi d'indaco, che egli, superato il primo

momento d'angustia, non volle vedere, seppe non vedere più altro. Se era

tranquilla lei, perchè doveva esser da meno il signor di Vaussana? Se

appariva così confidente lei, donna, perchè sarebbe stato egli, uomo,

meno disposto a sommergere ogni molesto pensiero nella sensazione

profonda di un amore, che era dopo tutto la sua vita, la sua felicità,

la sua gloria?

Intendiamo che cosa sia questa gloria. Essa non è certamente la

soddisfazione di un grosso egoismo, di una piccola vanità, di una

ambizione volgare. È anche gloria, è gloria sopra tutto la luce viva di

cui si cinge il gran sole, l'aureola di raggi onde s'intorniano le

fronti dei beati, la cerchia profonda di teste adoranti e d'ali tese in

estasi divina, onde l'arte ideale ha circondata la santità trionfante.

Gloria è l'amore nella pienezza sublime delle sue contentezze, quando ha

confuso due esseri che si sono lungamente cercati e intensamente voluti;

due vite che si librano in alto, posando immobili in certe lor calme

serene, pari a quelle dell'ora meridiana, quando sopra una medesima

linea di mare si vedono posare due bianche vele latine; le quali, assai

più che di far viaggio, sembrano compiacersi di gettare agli occhi del

riguardante un lungo riflesso, immobile al par di loro, su quelle onde

chete dove la luce si addormenta e il calore si spegne nella tonalità

vaporosa del quadro. Dolce abbandono sul mar senza vento, con molta luce

diffusa dall'alto e con molta pace dintorno: una luce che par così

diafana, ma in cui l'occhio non vede; una pace che par tanto profonda,

ma in cui l'intelletto non pensa.

Maurizio, per intanto, non pensava più che alla sua grande felicità.

«Dio mio» diceva egli in cuor suo «se questo è un sogno, fate che duri,

fate che io non mi svegli». Ma ascolta Iddio tutti i voti?

Il generale era grandemente mutato da quello di prima. Il recente

viaggio gli aveva dato una scossa benefica al sangue. Aveva sentiti i

tamburi, le musiche militari; si era tuffato nella prosa robusta della

caserma, nella dolce poesia del gran rapporto, e ne era uscito rifatto

come da un'altra fontana di gioventù. Gli esperimenti della polvere

senza fumo lo avevano mandato in visibilio; gli avantreni di nuovo

modello, il nuovo zaino della fanteria, il nuovo cannone

dell'artiglieria di montagna, le nuove combinazioni chimiche in _ite_

con cui l'amorosa umanità si prepara alle gioie della pace universale,

lo avevano intenerito, ritemprato, rinvigorito, esaltato. In ogni

ragunata dei vecchi compagni d'armi il gran verbo della patria era

suonato ben alto. Bravi soldati, che l'abuso della filosofia non è ancor

venuto a guastare! Ai pranzi solenni, ai _punchs_, agli _absinthes_, ai

vini d'onore, si era parlato spesso e volentieri di rivincita, e il

ringiovanito Bourdigue aveva promesso in parecchi brindisi che tutti i

vecchi si sarebbero trovati al loro posto di combattimento. «_Coûte que

coûte!_» soggiungeva. «Sono ancora saldo in sella. Vorranno ben darmi

una brigata di _mobiles_! E per riguadagnare il perduto non si sarà mai

in troppi».

Di tutte queste cose ragionava liberamente col signor di Vaussana,

spesso dimenticando che parlava ad uno straniero. Maurizio stava a

sentire, mostrando d'interessarsi al discorso, e, quando la nota della

_revanche_ squillava più alta, facendosi più piccino che poteva, quasi

cercando, in quella specie di rannicchiamento morale, di far sparire

l'immagine della propria nazionalità. Incominciava anch'egli ad esser

vile, vile di quella tacita compiacenza, di quella spontanea complicità

ond'è largo qualche volta anche un uomo di valore, verso chi è in casa

sua il padrone, e non solamente il padrone della casa. Ascoltava,

sorrideva, approvava, dando a quell'uomo la grata illusione di aver

sempre davanti a sè il suo consenziente uditorio. Frattanto vedeva

Gisella con la coda dell'occhio; e questo lo faceva restare immobile al

fuoco di quella eloquenza soldatesca, che era poi tutti i giorni la

stessa.

Gisella, pur troppo, non era sempre là a consolarlo delle sue lunghe

fatiche; non istava più tanto ferma in salotto, nella sala del biliardo,

o sui sedili della spianata. Gisella andava e veniva, aliando come una

farfalla. Immensa gioia, vederla ricomparire ad ogni tanto, radiante

apparizione di vermiglio e d'oro; ma qualche volta accadeva che la

bellissima creatura lo lasciasse solo per ore ed ore, a tu per tu col

generale concionante. S'intende che di quelle assenze sue, di quei

sacrifizi di lui, lo compensava ad usura nei brevi momenti che poteva

concedergli.

--Caro!--gli bisbigliava.--Come ho sofferto, a lasciarti, andando senza

di te a vedere i figli di Biancolina! Ma ho pensato a te, sempre. Bella

strada, che ho fatta tante volte con te! Domani, non è vero? alle

undici; se dovessi ritardare dieci minuti, mezz'ora, non sarebbe colpa

mia, lo puoi credere. Il nostro caro nido nel verde, dove soltanto ci

pare di poter dimenticare ogni cosa!...

--Per troppo brevi momenti!--mormorava Maurizio, sospirando.

--Non son meglio che nulla? Pensate, bel cavaliere, che se mi aveste

sempre al vostro fianco, verrebbe il giorno che vi.... No,

no,--soggiungeva, lasciando in tronco la frase,--perdonami, ho detto per

celia. Mi piace tanto di vederti fare quella cera lunga lunga! Sei

bello, anche quando vai in collera. E ti amo tanto, Rizio, ti amo

tanto!--

Rizio per lei, Maurizio per quell'altro, il signor di Vaussana era

diventato l'amico necessario, il consigliere intimo, l'aiutante discreto

di tutt'e due. Sì, certamente, di tutt'e due, senza che ci fosse modo o

ragione di adombrarsene. Il generale, strano uomo e piuttosto disuguale

d'umore, trattava sempre la moglie come una bambina. A certi momenti,

Maurizio poteva figurarsi che quella divina creatura, posta tra lui e

quell'uomo dal cieco destino, fosse per quell'uomo una nipote soltanto.

E che discorsi curiosi gli toccava di sentire! discorsi che lo facevano

fremere, tremare, impallidire, sudar freddo. Un giorno dovevano mettersi

tutti e tre in viaggio, fare una corsa (una punta, diceva il generale)

fino a Ventimiglia. Il tempo era bellissimo; si andava in vettura

scoperta, come ad una passeggiata. La carrozza era già da un pezzo sulla

spianata; da un quarto d'ora i cavalli facevano la ciambella sulla

ghiaia, e la contessa, andata a mettersi il cappellino e a prendere la

sua mantiglia, non si vedeva comparire. Gisella in quelle occasioni non

era mai pronta; e il generale, che tante volte si spazientiva, tuonando

contro la vanità delle donne allo specchio, era quel giorno di buon

umore.

--Venite, Maurizio;--diss'egli ad un certo punto;--andiamo a vedere che

cos'ha la nostra signora, che si fa tanto aspettare.--

La nostra signora! Per quella volta, davvero, Maurizio si sentì correre

il sangue dal cuore alla testa, e sùbito dalla testa al cuore. Era

diventato egli in viso come una brace, o come un cencio lavato? Non ne

sapeva nulla; ma si spaventò ad ogni modo, pensando che il suo

improvviso mutar di colore fosse notato da quel terribile uomo che era

così spesso un fanciullo.

Un'altra volta era lei che nella sua cara ingenuità faceva anche peggio.

Si mutava la disposizione dei mobili e la destinazione di una camera; si

dovevano collocare certe tendine bianche con liste riportate di ricamo

rosso, opera d'un inverno della contessa Gisella. Era un lavoro

delicato, quello di mettere a posto le tendine nuove: ma era anche

facile, non richiedeva un grande ingegno, nè una pratica speciale. Del

resto, nell'arredamento del Castèu, e più particolarmente del

quartierino di Maurizio, il padron di casa aveva voluto dirigere, far

lui ogni cosa, cavandosene con molto onore, come diceva la contessa

Gisella, con mediocre infamia, come diceva modestamente il signor di

Vaussana. Così era avvenuto che per quel piccolo lavoro alla Balma, la

perizia dell'amico necessario, del consigliere intimo, dell'aiutante

discreto, fosse posta a contribuzione. Il generale aveva accolta con

gioia quella occasione di far qualche cosa; e là, senza metter tempo in

mezzo, si era incominciato una mattina a lavorare, non volendo

manifattori nè servi ad aiutare. Due camere erano sottosopra, per

arredarne una; si andava e si veniva, si spostavano sedie e canapè, si

trascinavano tavole, si abbambinavano stipi, si appendevano quadri in

isporto; finalmente si collocavano in opera quelle sacre tendine. Il

generale ai piedi della scala doppia, tenendone con mano ferma gli

staggi mastiettati; Maurizio lassù, appollaiato sugli ultimi piuoli, per

far combaciare gli anelli del padiglione dorato coi becchi degli arpioni

al muro; così, lavorando e sudando, dimenticavano l'ora della colazione.

--Ah, bravi!--aveva gridato la contessa, apparendo sulla soglia.--Bravi

i miei uomini! così va bene.--

Altro che arrossire e impallidire a vicenda! Maurizio balenò sulla

scala, e fu lì lì per cascar sulle braccia del suo compagno di fatica.

--Ma non vi pare che basti, per mezza giornata di lavoro?--ripigliava

Gisella.--La zuppa è in tavola; i miei uomini l'hanno ben guadagnata.

--I vostri uomini, contessa,--rispose Maurizio, tratto da una forza

arcana a ripigliare la frase che lo aveva fatto tremare,--meriterebbero

piuttosto d'esser mandati a sfamarsi in cucina, tanto si trovano male in

arnese.--

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 8 / 18 段