--Ah, se ci fosse lui, mi sarebbe stato impossibile;--rispose

candidamente Gisella.--Non già perchè egli m'impedisca di andar fuori;

ma perchè si fa colazione insieme alle dieci. Egli è partito ieri, e

rimarrà fuori una settimana. La passione per l'esercito è ancora forte

in lui; ha voluto assistere a certe prove d'artiglieria che si fanno a

Vincennes; frattanto ha accompagnato il suo amico Dutolet, che finiva la

sua licenza di quaranta giorni. Ecco perchè ho detto ieri a Biancolina

che molto probabilmente sarei venuta a far colazione da lei. Ho la mia

settimana di libertà; voglio andare attorno, per monti e per valli. E

verrò anche al Castèu.

--Il Castèu sarà felice di accogliervi. Ma badate; egli saprà della

visita, e non gradirà che da parte vostra si sia fatto un passo simile.

--Perchè? Non siamo sempre in relazione con vostra sorella? E l'aver

annunziato voi di dover partire da San Giorgio, per quanto se ne

potessero indovinar le ragioni, non sarebbe bastante a farci trascurare

un obbligo di cortesia. Diciamo piuttosto--soggiunse Gisella, con la sua

graziosa malizietta,--che la montagna è assai bella, che qui si sta

bene, e ci si chiacchiera meglio. Avrò dunque il piacere di vedervi in

alto. E poi, e poi, spero bene che appianeremo tutto, non è vero?

--Ah! impossibile;--proruppe Maurizio.--Impossibile che ci rivediamo

alla Balma.... E forse, anche qui....

--Che cosa dite, signor Maurizio? perchè?

--Perchè.... Me lo chiedete, signora? Voi mi avete parlato testè di

un'amicizia fraterna; ed io.... io non vi posso esser fratello.

--Lo so bene; ma allora, non ci si ha più da vedere come amici? Voi non

ragionate, signor Maurizio. E come? mi fate conoscere la vostra bontà di

cavaliere, la vostra cortesia, la vostra gentilezza squisita; mi

conducete qua, dove io sto così bene a discorrere con voi, dimenticando

ogni cosa, e poi mi mandate via?

--Ma io non posso dimenticare.... debbo dirvelo? è in fine un debito di

lealtà: non posso dimenticare.... che vi amo.--

Maurizio pensava che a quelle parole la terra gli si dovesse sprofondare

sotto i piedi. Era una grande audacia, la sua: ma era meglio parlar

chiaro, e dire a quella donna a quale aspra battaglia si sarebbe esposto

il suo cuore, accettando il partito da lei candidamente profferto.

Gisella non si adontò, non rise: calma, se non tranquilla, perchè ella

pure doveva fargli una confessione solenne, rispose:

--Ebbene, anch'io, signor Maurizio, vi amo. Zitto, non mi dite più

nulla. Non guastiamo il valore delle nostre parole; viviamo

profondamente il silenzio di quest'ora. Qua, la vostra mano nella mia!

Ma come arde la vostra, mio povero amico!--

CAPITOLO VIII.

Celeste oblìo.

Ci sono parole nei vocabolarî; costrutti e locuzioni nelle grammatiche;

ci stanno a guisa di forme morte o dormenti, che si ravvivano o si

ridestano al suono della voce da cui son richiamate. Ma il risuonar loro

è nulla, o ben piccola cosa. Ognuno può leggere, ognuno può dire, poichè

la favella è proprio carattere dell'uomo; ma il sentire, il far sentire

ciò che la voce esprime, tutto ciò che una parola, una frase può

contenere di pensiero, è dono di pochi, fortuna di rari momenti solenni.

Con le stesse parole si può riuscir vuoti, molesti a chi ascolta, a chi

legge; ed anche scrivere un canto di Dante, o una scena dello

Shakspeare. Il momento solenne che suscita le forme dormenti, la

collocazione che le atteggia, l'impeto che le muove, l'accento che le

anima, il gesto che le sostiene, ecco la vita; per cui ciò che era piano

risalta, ciò ch'era umile diventa sublime, ciò che si sarebbe a mala

pena ascoltato inebria, commuove, rapisce.

Maurizio non s'aspettava quella risposta di Gisella, non l'aveva

immaginata possibile, non aveva parlato per provocarla; aveva parlato

dell'amor suo per onesta sincerità, per risoluto disegno, per

ragionevole speranza, fosse pur doloroso parlare, fosse pur dannoso

scoprirsi, amaro dover rinunziare alla vista di quella divina creatura.

Voleva fuggire, non rimanere, il poveretto; perciò aveva parlato in quel

modo. Ma gli era avvenuto di sceglier male il momento, e forse peggio la

frase. Del resto, a che sofisticar sulla frase? Tutto ciò che noi

diciamo ha il colore dell'ora, triste o lieta, benedetta o maledetta, in

cui l'animo nostro ha trovato modo di esprimersi. Quando non è più

tempo, le frasi che dovrebbero ritrarci indietro son quelle che ci

travolgono; le parole che vorrebbero salvare son quelle che pèrdono.

Intendiamo lo stato di Maurizio. Quella mano che lo aveva già fatto

tremare una volta, stringendo la sua un po' più dell'usato, quella mano

lo fece fremere, riardere per tutte le vene. Ed anche Gisella, innocente

creatura, non sapeva in quel punto che cosa si dicesse o facesse, nè

dove potesse condurla quel moto di sincerità. Dote o sventura dell'amor

vero è il non veder nulla davanti a sè, nè d'intorno, quando il cuore ha

parlato, cedendo alla sublime follìa che lo invade. Ma infine, per

questa follìa siamo nati, e chi se ne parte dalla vita senza averla

provata, può dire di non esser vissuto. È ben vero, per contro, che

porta le sue tristi conseguenze il provare: qualche volta chi l'ha

provata ne muore; qualche volta sopravvive, ma come un sognatore, come

un sonnambulo, come un'ombra di sè stesso: il morto che cammina, secondo

il detto comune.

Ne avrete veduti anche voi, di questi uomini strani, che vi stanno là

come incantati. Parlate, ed hanno l'aria di ascoltarvi; li invitate a

guardare questa o quell'altra cosa che vi abbia colpito, o che attragga

l'attenzione universale, ed anch'essi guarderanno dove voi dite. Ma

interrogateli, e vedrete: vi parranno tornati allora allora dall'altro

mondo. Costoro pensavano ad un loro momento vitale, quello a cui mirano

e per cui respirano tuttavia; lo richiamavano, il bell'attimo fuggito;

felici un istante nella memoria, lo rivivevano ancora. In quelle

maravigliose ricostruzioni del desiderio si sente la vanità di tante

cose miserabili, per cui gli uomini mediocri si struggono, i deboli

ammattiscono, i vili strisciano, i cattivi schizzan veleno. Comandare ai

proprii simili essendone schiavi; figurarsi di trascinarli essendone

trascinati; credere d'ingannarli essendone ingannati; è questo il gran

fine della vita?

Maurizio si risvegliò dal suo momento di ebbrezza. Era lui, lui ancora,

o non forse un altro, il vittorioso, il felice, il signore

dell'universo? Anche lei, la divina creatura, gli appariva trasfigurata,

per miracolo d'amore. Nuovo mondo era quello, altra regione, ignota

sfera per lui; e ci viveva così bene! come in una di quelle nubi,

luminose e fragranti, dove la fantasia dei pochi ha finito o indovinato

che si celino, trascorrendo sulla terra, gli spiriti puri, gli abitatori

del cielo. Maurizio visse estasiato in quel mondo, delle cose

dell'esistenza lasciando ogni cura alla consuetudine, esperta guida che

non ha sempre mestieri del raziocinio. Non fa altrimenti il sonnambulo;

va diritto e sicuro, adempiendo a tutti gli uffici dell'uomo desto; per

una cosa sola, che è la sua meta, il suo pensiero dominante, continua il

sonno ed il sogno.

Vederla apparire ogni giorno, lassù, nel verde aereo nido accanto alla

cascata dell'Aiga, che momento per lui! E come volavano inavvertite le

ore, mentre la montagna custodiva il suo dolce segreto! Gli uccellini

della macchia non fuggivano più, vedendo appressarsi quei due fortunati,

immemori, inconsapevoli d'ogni altra cosa che non fosse il loro affetto

scambievole. Erano due amici, oramai, per la gaia famiglia del bosco.

Spensierati come voi, scriccioli della siepe, come voi, cardellini del

prato, si amavano senza badarsi d'attorno, s'inebriavano della stessa

fragranza silvestre, della medesima freschezza, della medesima gioventù

del creato; unica immagine l'ora presente, unico pensiero il fido

colloquio, unica legge l'amore.

Gisella era calma nella intensità della sua gioia, piena della sua

felicità di dea, vera figlia della natura, come l'avevano voluta i suoi

educatori. Sentiva allora, per la prima volta, tutta l'ebbrezza del

vivere; quasi per effetto di rivelazione subitanea, vedeva più addentro

negli arcani delle cose; una lingua fin allora sconosciuta dischiudeva i

suoi misteri per lei. Le pareva d'intendere le voci degli uccelli nella

frappa, e si fermava estatica ad ascoltarli.--Sentite, Maurizio: questo

qua dice alla sua compagna che la mattinata è splendida, e che si

potrebbe fare una volata fin lassù, da quei ginepri. E quest'altro....

ma no, diciamo quest'altra.... Sapete di chi parla? Di voi, signorino;

dice che siete buono, e gli piacete a quel modo. Cara, ma brutta!

ragiona bene, e non mi va. Che cosa deve importare a voi, signorina, che

il mio Maurizio sia buono? Non ha mica da esser tale per voi.--

Maurizio rideva, partecipando con tutta l'anima a quei giuochi infantili

della divina creatura. Ma non c'era sempre da ridere. Quello stesso

giorno, ad esempio, volendo forse prender consiglio dagli uccellini,

Gisella s'inerpicava sulle alture, alla volta dei ginepri. Lassù, presso

un cespuglio, aveva veduto due serpi avviticchiate, che davano sembianza

del caducèo di Mercurio. Si era avvicinata, al solito, da vera figlia

d'Eva, con molta curiosità e senza ribrezzo, mostrando a Maurizio, che

invano cercava di tirarla via, come una di quelle serpi avesse la testa

quietamente posata tra le fauci dell'altra, ammiccando di là sotto con

gli occhietti astuti, mentre all'altra, che la teneva stretta tra i

denti, si vedeva palpitare con ritmo accelerato la gola gialliccia.

Stranezza di voluttà in quelle due care bestiuole!

--Andiamo, via,--diceva Maurizio,--potrebbero essere due vipere.

--Ebbene che importa?--rispondeva Gisella, senza volersi spiccare di

là.--Esse si amano e non badano a noi; si lascerebbero uccidere,

piuttosto che muoversi. Guardate che ingegno, se sono velenose come voi

dite; amandosi come fanno, si nascondono a vicenda il veleno.--

Maurizio non ebbe pace, finchè non l'ebbe allontanata dalle serpi.

--Lasciamole amare a modo loro;--diss'egli;--chi ama non vuol

testimoni.--

Gisella sorrideva, socchiudendo i grandi occhi d'indaco e sprigionandone

lampi «di faville d'oro» come avrebbe detto il Chiabrera; quindi

arrovesciata la bionda testa sull'omero, porgeva la bianca gola ai baci

del suo sgridatore, per cui era tanto lieta, tanto superba di esser

bella.

Qualche volta vedevano in lontananza il Feraudi, piantato a guardia del

suo armento su qualche rialto della montagna. Il contadino vedeva loro

aggirarsi più spesso all'aperto, per far le scorribande, che non per

andare al Martinetto, dov'era la sua convalescente, tacito pretesto a

tutti quegli incontri quotidiani. Vedeva, dico, ma non dava segno di

ravvisare, e lento nei gesti si voltava a guardare da un'altra parte.

--Si è avveduto;--mormorava Maurizio.

--Non dirà nulla, amico mio;--rispondeva Gisella.

--Perchè?

--Perchè ci è riconoscente e ci ama.

--Pure, bisognerà esser cauti.

--Sì, sì, siamo cauti, mio bel gesuita.--

A Maurizio non piacevano i titoli; non gli piaceva nemmeno che per

dargli del furbo o dell'ipocrita fosse usato quel nome. Sentiva del

resto in quella locuzioni l'effetto naturale, inavvertito, della scuola

a cui aveva imparato Gisella. Quello era di certo il linguaggio del

conte Camillo, soprannominato il miscredente. Gl'insegnamenti sono come

le inondazioni, che si sovrappongono e fanno sedimento; essi lasciano

sempre un deposito di frasi negli orecchi più delicati. Quelle frasi

riappaiono qualche volta, senza che però ci si pensi, o si dia loro

importanza veruna; riapparendo, dimostrano quale sia stata la scuola. E

andasse pur gesuita per ipocrita; perchè ipocrita, poi? forse era

sinonimo di cauto? C'era nell'applicazione del vocabolo un'accusa di

viltà ch'egli non credeva di meritare. Il sentimento che Maurizio

provava era ben altro, se mai; sentimento di pena sorda ma profonda,

ch'egli provava di tanto in tanto, quante volte per brevi intervalli,

quasi lampi nel buio, gli tornava a mente il suo stato.

Al silenzio del suo compagno, Gisella si avvide di averlo ferito.

--Ma se dico per ridere!--esclamò.--Ti amo tanto! Abbracciami, Maurizio,

abbracciami qui, al sereno del cielo. Il pastore ha gli occhi da

quell'altra parte.--

Un bacio scoccato, una risata argentina, e la pace era fatta. Ma se le

paci erano facili, erano anche facili le guerre; e queste, per brevi che

fossero, bisognava abolirle. È il sogno di tutti i filantropi. Per

abolire quelle piccole guerre, Maurizio vedeva la necessità di ravviare,

di educare a modo suo la mirabile selvaggia. Una così bella creatura

doveva esser perfetta; la figlia della natura era degna di ricevere

qualche insegnamento dall'arte.

--Perchè non credi?--le domandava Maurizio.

--Io?--rispondeva ella, stupita.--Non credo io dunque? Ma se credo

all'amor vostro, Maurizio! Ma già,--soggiungeva, ridendo,--il mio buon

amico è un bel discorritore; bisogna lasciarlo discorrere. Eccomi qua,

vi sento, vi ascolto, son tutt'orecchi.

--Oh, questo, poi!

--Dico per modo di dire. So bene che son piccini; fin troppo piccini.

--Un'altra! Ma con voi non si può ragionare, mia bella prepotente. E

siete bella, troppo bella per me, troppo bella per ogni povero mortale.

Perchè di questa bellezza meravigliosa non essere grata a Dio? Vorreste

voi dunque persuadervi di esser nata così per un caso, per un

capriccioso incontro di cellule? Guardatevi in uno specchio, bambina

miracolosa, e poi ditemi voi se è possibile di credere una cosa simile.

--Ma io non credo niente di ciò che voi dite. Maurizio. Voi mi accusate,

io dubito, di aver letto certi libracci di scienza moderna. Nè moderna

nè antica, mio bel cavaliere. Vivo, amo, son contenta di vivere e di

amare; ecco tutto.

--No, non può esser tutto;--s'impuntava a sostenere Maurizio.--Dovete

essere riconoscente.

--Ebbene, sia, sono riconoscente.

--A chi?

--A te.... che mi trovi bella;--rispondeva la pazza canzonatrice, dando

in uno scoppio di risa.--

Non era ciò che voleva Maurizio.

--Vediamo di ragionare;--diss'egli.--Siete un fiore, un bel fiore, un

fiore stupendo. E potete non darvi pensiero del come un tal fiore sia

nato? Potete immaginare che sia nato così, per un caso, per un capriccio

di natura?

--Leva il capriccio e metti il destino; metti la necessità, l'utilità,

quel che vorrai;--rispose ella, alzando le spalle.

--Utilità!--disse Maurizio.--Passi per il frutto; lo capirei ancora. Il

frutto è utile, infatti; possiamo credere che sia una necessaria

produzione dell'albero, come l'albero una necessaria produzione del

suolo....

--Come il suolo una necessaria....

--Sì, canzonatemi ancora. Mi mettevo a ragionar come voi, signorina. Ma

il fiore non è necessario, è superfluo; sopra tutto è inutile che sia

bello. E come potrebbe essere un prodotto della necessità, la bellezza?

Come si potrebbe ammettere che si fosse formata la bellezza per cieca e

sorda opera di selezione, di adattamento, di evoluzione? E l'ideale, che

è il fior dello spirito, si sarebbe egli fatto per necessità di

battaglia? Badate, mia dolce amica; per negare un intelletto creatore,

noi siamo costretti a distribuire troppa intelligenza in ispiccioli a

troppe miriadi d'organismi, a troppi miliardi di miriadi di cellule.

--E dàlli con le cellule! Ma io non ne so nulla, di tutte queste

malinconie. So una cosa sola, Maurizio;--conchiudeva la bella

birichina;--che noi spendiamo troppo tempo a discutere di filosofia.

Questa è filosofia, non è vero?

--Quasi;--disse Maurizio, smettendo.

Un triste pensiero gli era passato allora per la mente.

--Povere nostre giornate serene!--riprese egli, sospirando.--Son per

finire, o non le avremo più così lunghe.

--Le avremo ancora;--rispose Gisella, con la breviloquenza che bisognava

usare per certi argomenti.--C'è una proroga al ritorno.

--Ah!

--Sì, una lettera di questa mattina; avevo dimenticato di

dirvelo. Le esperienze di laggiù durano ancora, e sono molto

interessanti;--soggiunse ella, respirando.

Al respiro di Gisella rispose il cuore di Maurizio con un sobbalzo

d'allegrezza. Ma quel sobbalzo fu tosto represso dal ritorno di un

brutto pensiero; dal brutto pensiero che opprimeva da più giorni la

mente del signor di Vaussana. Perchè infine, lontano o vicino

quell'uomo, ciò che Maurizio faceva, egli gentiluomo di stampo antico,

egli cavaliere senza macchia.... Ma no, no, no, non voleva pensarci.

CAPITOLO IX.

Sull'orlo dell'abisso.

E andava innanzi così, alla ventura, come si va pur troppo in tante

circostanze della vita, quando non siamo noi che scegliamo il sentiero o

regoliamo i nostri passi, ma è la nostra passione, il caso, il destino.

Pure, come gli era concesso dallo stato suo, andava abbastanza

guardingo, e in certi casi perfino sospettoso. Egli sentiva

istintivamente che all'effetto di quelle forze cieche non bisognasse

aggiungere quello dei nostri piccoli errori, delle nostre facili

dimenticanze, delle nostre naturali spensieratezze; perciò

s'impensieriva di tutto, e almeno nelle cose minute, non potendo più

nelle maggiori, nelle essenziali, voleva andar cauto. Di uno temeva, ad

esempio, di uno dubitava, e quest'uno era il Feraudi, il contadino del

Martinetto, il povero pastore che troppe volte gli accadeva di trovare

sulla sua strada, o di veder da lontano, ma anche là in atto di guardare

alla sfuggita, e certamente in condizione di notare quella assiduità di

passeggiate al deserto. La gratitudine, a cui aveva accennato Gisella,

era sicuramente una bella cosa, ma anche rara, molto rara nel mondo,

come tutte le cose belle, e tale da non doverci fare un grande

assegnamento.

Maurizio trovò il modo di combinare quell'uomo ad altre ore, da solo, e

d'intrattenersi a ragionare con lui. Gli faceva larghe dimostrazioni di

benevolenza, lo trattava con molta dimestichezza, quasi con amicizia,

aiutando benissimo a colorire la cosa il ricordo di qualche servizio

reso, e destramente conduceva il discorso sulla signora della Balma,

affinchè quell'altro dovesse dirgliene tutto quello che ne pensava, ed

egli, dal canto suo, potesse giustificare con qualche buona ragione

quella frequenza d'incontri e di gite.

--Che bell'anima, la signora della Balma!--diceva Maurizio.--Come vuol

bene a voialtri! Senza orgoglio, senza pregiudizi di sangue, non è vero?

E semplice, poi! Par quasi una bambina. Come si diverte a correre per

questi bei monti!

--Già,--rispondeva il Feraudi,--in questo è tutta la buon'anima di sua

madre, la contessa Ippolita. Ma era più timida, la vecchia; non si

fidava mica tanto; più in qua del Martinetto non si arrischiava mai,

nelle sue passeggiate.

--Aveva ragione, perbacco;--ripigliava Maurizio, felice di aver condotta

la conversazione a quel punto.--La montagna è sicura; non si ricorda

che ci abbiano mai torto un capello ad anima nata; ma dopo tutto siamo

vicini al confine; gente di fuori, d'una parte e dell'altra, disertori,

pezzenti, non ne mancheranno di certo; un brutto incontro non sarebbe

neanche impossibile. Ed è per questo che mi faccio un dovere di

accompagnarla nelle sue escursioni, così lunghe e frequenti.

--Lei è savio, signor conte;--replicava il contadino;--e nessuno troverà

da ridire intorno a queste precauzioni. Del resto, male non fare, paura

non avere; ha ragione il proverbio.--

Questi discorsi calmavano e turbavano Maurizio: lo calmavano per un

verso, lo turbavano per l'altro. Ed egli andava più guardingo che mai;

voleva studiare, governare i suoi atti più che non avesse fatto fin

allora. Per fortuna, dacchè era tornato a San Giorgio, non aveva avuto

l'uso di farsi vedere in paese a diporto, salvo nei giorni di festa, e

la sua mancanza non doveva esser notata come un fatto singolare, come un

cambiamento improvviso di consuetudini. Uscendo sempre di casa dalla

parte dei campi, non poteva neanche esser veduto dalle case più vicine

al Castèu. Davanti al mulino non passava mai, e risaliva sempre e

discendeva dall'Aiga facendo un giro assai largo. In casa, poi,

inventava ogni giorno qualche pretesto di gite lontane sui monti,

portando il fucile, come un gran cacciatore nel cospetto di Dio. Quel

povero fucile riposava spesso appoggiato a qualche tronco d'albero, o

contro i merli del torrione, dove non metteva paura di certo ai garruli

abitatori della macchia. Ma egli così faceva per eccesso di precauzioni,

volendo essere giustificato più che potesse delle sue lunghe escursioni

agli occhi delle persone di casa.

Gisella era più forte, più serena, più franca. Di che cosa doveva ella

temere? Usciva per i suoi malati, per suo diporto, per suo capriccio, e

nelle sue gite non si era mai trovato niente a ridire. Non aveva fatto

sempre così, anche da fanciulla, vivendo suo padre? Niente era mutato

per lei, nè il casato, nè le consuetudini di vita. Si sentiva sempre la

contessina dei tempi andati; tutti i servi della Balma l'avevano sempre

veduta andare e tornare liberamente, scorrazzare a quel modo.

--Di che temete, Maurizio?--chiedeva ella, con la sua bell'aria di

sicurezza, donde traspariva anche un lampo di celia amorevole.--Voi

v'immaginate che tutti vogliano occuparsi dei fatti miei, e mi date più

importanza che io non ho. Vi dispiace che parli così? Ebbene, diciamo

che ne ho molta.... per te. Ma non per altri, sai, non per altri.--

Maurizio non voleva dir tutto. Le sue inquietudini si tenevano sempre a

mezz'aria, vagavano di qua e di là, senza posarsi mai sopra un certo

argomento. Ma se le sue parole non lo accennavano, il suo pensiero non

sapeva allontanarsene, e negli occhi spaventati di Maurizio stava fissa

una immagine molesta, l'immagine che lo rendeva cupo, che lo faceva

fremere e tremar d'improvviso, anche negli impeti più caldi della

passione. Non fremeva già, non tremava per sè; fremeva e tremava per la

divina creatura, per l'amor suo così grande, così intenso, così vivo, e

così minacciato di morte imminente, sospeso com'era ad un filo. Gli

innamorati conoscono questi falsi equilibrii, e troppo spesso ne vivono.

Del resto, c'è la sua voluttà anche in questo vivere di spasimi.

--Sapete,--disse un giorno Gisella, cogliendo a volo negli occhi di

Maurizio uno di quei lampi che parevano illuminare di tetra luce il

fondo del cuore,--sapete che alle volte, stando qui accanto a me, mi

avete l'aria d'un condannato?

--E non lo sono io forse?--rispondeva egli sospirando.--So bene quel che

mi aspetta. Non dovrò perdervi io, e tra poco, forse domani? Perdervi,

sì; non sarà forse un perdervi, il vedervi appena qualche momento, e di

rado, quando egli sarà ritornato?--

L'immagine prendeva un nome; dagli occhi passava alle labbra. Dal giorno

che Maurizio aveva incontrata Gisella al Martinetto, ne erano passati

almeno diciotto, e ancora un accenno a lui non gli era uscito di bocca.

Ma il tempo stringeva; il ritorno temuto non incominciava a sentirsi

nell'aria?

--Vero,--rispose Gisella,--non sarò più così libera. Triste cosa, amico

mio, triste cosa!--soggiunse, traendo un profondo sospiro e reclinando

la bionda testa sul petto di Maurizio.--Tu lo vedi, dunque? Bisognerà

pensare al rimedio; ed io non ne vedo che uno.... ritornare alla

Balma.--

A quella proposta improvvisa, Maurizio ebbe un sussulto per tutte le

fibre.

--No, no;--diss'egli, tremante;--come sarebbe possibile?

--Nel modo più naturale;--rispose candidamente Gisella.--Egli vi

scriverà, pregandovi di ritornare.

--No, alla Balma, no, mai.

--Perchè?--chiese Gisella, non intendendo quella ripugnanza.

--Perchè!... mi domandate il perchè? Ma egli.... egli ha dei diritti,

dei diritti che il mondo riconosce per sacri. Dio mio!--esclamò il

giovane, abbassando confuso la fronte.--Come oserei ritornare lassù,

ora?... L'ospitalità.... la fiducia ch'egli mostrerebbe di avere in

me.... C'è una legge, infine, una legge che io sento di avere violata.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 7 / 18 段