Del resto, si stava molto bene lassù, con una vista impagabile. Dalla

finestra della sua camera da letto vedeva anche meglio la montagna

vicina, col castello della Balma, da cui lo separava una boscaglia tutta

nera e folta, assai pittoresca, ottima per andarci a passeggio

nell'estate, corsa com'era da sentieri solitarii e tagliata per mezzo da

una valletta, con una bella cascata, bianca come il latte, rumorosa come

il mare, quando viene a frangere in una caverna a fior d'acqua. La

chiamavano l'Aiga, e qualche volta anche la cascata del Martinetto. Egli

la sentiva per l'appunto rumoreggiare, come vent'anni addietro, quando

si addormentava alla sua nenia dolcemente monotona.

Albertina approvò tutti i disegni di Maurizio. Approvava ogni cosa,

felice di riavere il fratello, e di ritrovarlo lo stesso di prima, nel

modo di pensare, di sentire, di essere. Egli, del resto, era sempre

giovane. Lei, piuttosto, immutata nell'animo, era tutt'altra oramai

nell'aspetto, invecchiata parecchio, sebbene non avesse che un anno più

di lui. Ma le donne, si sa, invecchiano a star sole, più che non

facciano gli uomini. Ebbene, che importava ciò? Sarebbe stata anche

meglio una madre, per lui, con la precoce autorità delle rughe. Hanno

questo spirito di sacrifizio, le vecchie zittelle buone. Quanti fili

d'argento nei cappelli neri della contessa Albertina! Ma diritta ancora,

diritta sempre, come la spada in palo, nello scudo dei Sospelli; o

meglio, diritta come la propria coscienza, e sorridente, serena,

luminosa come una santa sull'altare.

Quella mattina, essendo giorno di festa, fratello e sorella uscirono

insieme, per andare alla chiesa. Maurizio vide per la strada e sulla

piazza maggiore molti visi maravigliati: ne riconobbe parecchi, e con

tutti andò subito all'abbordaggio. Non era mai stato superbo, e non

faceva consistere la nobiltà nella mutria. Erano compagni di scuola,

rimasti nel borgo, quasi tutti della classe media, tra povera ed agiata:

a vicenda agricoltori, industriali e meccanici, come spesso occorre nei

paesi di montagna; piccoli intelletti, nei quali la istruzione primaria

e la secondaria non avevano fatto miracoli, ma nei quali la educazione

sana e la vita ristretta agli esempi domestici avevano conservato ottimi

i cuori. Restavano naturalmente un po' timidi; ma la timidità rende gli

uomini facilmente più amabili. Tutti quei vecchi compagni di scuola e di

giuochi infantili erano tanto più amabili con Maurizio, in quanto che

niente era intervenuto a turbare la cortesia delle relazioni, niente ad

inasprire gli animi, fosse pure per una settimana, o solamente a

intiepidire le amicizie, come avviene pur troppo nella convivenza di

tutti i giorni, per gli attriti inevitabili dei piccoli interessi

offesi, o delle piccolissime questioni del comune, della fabbriceria,

dell'asilo. Furono tutti felici di stringer la mano al contino (così lo

chiamavano ancora, come lo avevano chiamato da ragazzo, vivente il

signor Vittorio suo padre); felicissimi quando seppero che era stanco

del servizio, che non lo avrebbe ripreso, e che sarebbe rimasto a lungo

tra loro.

La chiesa parrocchiale era bella, assai più bella dentro che fuori:

nuove le dorature, ed egualmente gli affreschi, frutto di risparmi

dell'opera, di limosine accumulate e di aiuti straordinarii di agiate

persone. Aveva un bellissimo altar maggiore, tutto di marmi incrostati a

fiorami di vario colore, imitanti un drappo di broccato antico. Quello

era stato un dono fatto cento cinquant'anni addietro alla chiesa da un

Sospello di Balma. In una cappella laterale, dentro una gran nicchia

protetta dalla sua invetriata, si vedeva una statua di san Giorgio a

cavallo, in atto di piantar l'asta nella gola spalancata del drago. Era

una statua da portare in processione il 24 di aprile, ricorrendo la

festa del santo onde aveva nome il paese; e quel buon saggio di scultura

nel legno, del primo ventennio del secolo decimono, era dono di un

Sospello di Vaussana, il nonno di Maurizio. In quella cappella, di

patronato della famiglia, aveva la sua panca la contessa Albertina, che

c'era infallantemente ogni giorno a pregare, un'ora nei giorni di

lavoro, due ore nei giorni di festa, e più, all'occorrenza, secondo la

durata degli uffizi divini. Quante preghiere! direte. Ma sì, è ben

necessario che qualcuno preghi per tutti coloro che ne han perso l'uso:

se poi non è necessario, pensate che il pregare della contessa Albertina

non ha mai fatto male a nessuno.

Sull'altar maggiore, di sopra al tabernacolo, sorgeva un gran crocifisso

di legno. Quel crocifisso era la maraviglia del paese. Si diceva, tra

quei terrazzani, che non ce ne fosse uno più bello al mondo, neanche a

Roma; e si soggiungeva che certi inglesi avessero offerto di pagarlo a

peso d'oro; la solita chiacchiera! Certo, era bello; più elegante che

vero, aveva sentenziato uno scultore verista, che era passato di là. Ci

si vedeva il modellato dell'Apollo del Belvedere, col risalto armonico

dei muscoli, con la giusta gentilezza delle membra, con la soave finezza

delle articolazioni; solo si notava negli occhi e nella bocca una

espressione di dolore, ma niente più di quella che occorre negli occhi e

nella bocca della Niobe di Scopa; non c'era insomma l'accasciamento di

un corpo rifinito dallo spasimo della morte, nè lo stiracchiamento delle

braccia, nè la torsione in avanti degli omeri, nè la uscita fuori di

squadra delle due scapole, come sarebbe stato necessario, con tanto

traboccare di una massa pesante.

Alle quali ragioni dottissime aveva risposto un collega della scuola

idealista, che nella rappresentazione dei tipi consacrati dalla

tradizione dell'arte bisogna dare la parte sua all'uso costante,

all'opinione ricevuta, al sentimento universale; che soprattutto non è

da far vedere un Dio morente nella medesima condizione statica di un

giovane facchino appiccato per due ore al giorno come modello nello

studio di uno scultore. Il vero, sì, ma non tutto il vero; altrimenti,

perchè non si crocifiggerebbe un uomo al giorno, per esporne con utilità

di sensazioni estetiche la ineffabile angoscia alle turbe? Quello è

infatti il vero, veramente vero. Ma ancora, in quel caso, si vedrebbe

che non tutti gli organismi umani si diportano ad un modo,

nell'atteggiamento della persona, nell'abbandono delle membra,

nell'espressione dell'agonia. Così nella parrocchiale di San Giorgio le

due scuole si erano bisticciate un tantino, ma persuadendosi ancora a

vicenda che si può esser bravi artisti e farsi onore con ogni scuola; e

avevano poi fatta all'insegna dei tre Re una pace temporanea, come la

faranno un giorno definitiva, alla consumazione dei secoli.

I piedi del crocifisso sparivano quella mattina sotto una gran fioritura

di rose, disposte a mazzo enorme, legato al tronco della croce. Belle

rose di ogni forma e d'ogni grandezza, chiuse ancora od aperte, d'ogni

profumo, d'ogni temperanza del rosso e dell'incarnato, del pavonazzo e

del cremisi, del salmonato e del giallo; davano tutte insieme a

quell'augusto morente l'aspetto di un trionfatore.

--Sei stata tu, non è vero?--bisbigliò Maurizio all'orecchio di sua

sorella, indicandole quel gran mazzo di rose.

--Sì,--rispose ella, arrossendo lievemente.--Sono di quelle che ha

piantate nostra madre. Il Castèu è sempre il primo ad averne; ed è stata

veramente una fortuna che ce ne fossero tante, per festeggiare il tuo

arrivo a casa.--

Maurizio si sentì scorrere una lagrima giù per le guance. Anch'egli,

come la sua buona sorella Albertina, vide nel presente il ricordo del

passato, e v'associò la promessa del futuro. Non voleva più andarsene da

San Giorgio; dalla terra alpina dove dormivano i suoi maggiori; dal

solitario Castèu, dove prima che altrove fiorivano così bene le rose.

Finita la messa, uscirono sulla piazza, per ritornare a casa;

lentamente, per non aver aria di fuggire, ed anche allungando un tantino

la strada, per abbondanza domenicale. Così videro sfilare in parata

tutto quanto il paese; e da ogni parte erano inchini, sberrettate,

scappellate, a cui bisognava rispondere. Maurizio notò sottovoce a sua

sorella di non essersi provveduto abbastanza, alla Spezia, portando

solamente due cappelli con sè.

--Aspetta la prima fiera;--gli rispose Albertina.--Ci saranno cappelli

d'ogni qualità: ed anche verrà la paglia di Nizza, che solevi ricordare

nelle tue lettere.

--Infatti, è strano;--esclamò Maurizio.--Non se ne trova più. E neanche

paglia di Firenze, che la somiglia tanto. La moda, la moda! è una gran

sciocchezza, la moda.--

Ma sua sorella non la intendeva così, quantunque alla moda sacrificasse

ben poco.

--Bada di non far la ruggine, Maurizio; e soprattutto non ti far vecchio

prima del tempo.--

Rideva, la buona zittella; e ridendo, diventava più giovane. Rispondeva

più ilare, più serena, più franca ai saluti che venivano d'ogni parte. A

San Giorgio sicuramente, da dieci anni almeno, non l'avevano più veduta

così.

--Vedrete che torna bella;--dicevano alcuni.

--Lo era tanto a vent'anni!--rispondevano altri.--Ce n'è rimasto qualche

poco, per far festa al signor Maurizio.

--Quello, poi, li ha sempre, vent'anni. E dovrebb'essere sui

trentacinque.

--No, non può averne che trentadue. Ricordate? è nato lo stesso giorno

del figlio di Misa Margoton.--

Misa Margoton, che serviva d'indice cronologico ai terrazzani di San

Giorgio, era una nizzarda, andata giovanissima lassù, a fare la

ciambellaia. Erano famose per tutta la Vaussana la ciambelle di Misa

Margoton, e facevano furori a tutte le fiere, a tutte le sagre dei

dintorni.

Alla svolta di una strada, la coppia fraterna s'incontrò ad angolo con

tre persone, di aspetto assai signorile, una donna e due uomini: uno di

statura giusta, piuttosto atticciato, con due gran baffi biondi

largamente brizzolati di bianco, di bell'aspetto, gli occhi cerulei, e

una faccia di color sanguigno che forse aiutava a levargli otto o dieci

dei sessant'anni che gli davano a prima giunta i suoi baffi; l'altro

d'aspetto grigio, alto e magro, con due gambe di ragno, figura pulita di

cavaliere malinconico; la donna giovane, elegantissima nella semplicità

del vestimento, biondi i capelli e rosea la guancia, come la regina

Isotta dei canti medievali.

Erano facce nuove per Maurizio, che pur dovette salutare, imitando la

sorella, in risposta al primo saluto del signore dai baffi

biancheggianti. Il quale, rinnovando il saluto, o piuttosto

appoggiandolo con un cenno del capo, si voltava ancora un tratto a

guardare, e sicuramente per veder meglio lui, che gli giungeva nuovo

egualmente.

--Villeggianti precoci!--disse Maurizio alla sorella.--Ma già, niente

maraviglia, se ci son già le rose al Castèu.

--Non villeggianti; vivono tutto l'anno a San Giorgio. Non conosci più i

proprietarii della Balma?--rispose Albertina, sospirando.

--Povera Balma!--ripigliò il giovane, che aveva colto a volo il

sospiro.--Ma non è dunque più dei Matignon della Bourdigue?

--Lo è sempre. E quel signore dei baffi bianchi è il generale, il

cadetto della famiglia.

--Come? come? il capitano, quello? così smilzo allora, e così biondo,

che lo chiamavano l'Arcangelo Gabriele?

--Lo hai lasciato capitano, biondo, smilzo, ed ora è complesso, bianco e

generale;--rispose Albertina, ridendo.--Pensa, caro mio, che son passati

venti anni.

--È vero;--conchiuse Maurizio, chinando la testa.--Il capitano della

Bourdigue, nizzardo, che aveva optato nel '61 per la Francia. E come è

passato ora a vivere di qua dal confine?

--Il fratello maggiore è morto cinque anni fa. Rimasto unico dei

Matignon, ha preso il suo ritiro, ed è venuto a vivere alla Balma.

--E quella signora è sua figlia?

--No, sua moglie.

--Come? ma se ha l'aria di una ragazza! O figlia, o nipote, avrei detto.

--Ed è sua nipote, infatti.

--Ah, ora ci sono;--gridò Maurizio.--La figlia del signor Camillo....

il miscredente.--

Il volto della contessa Albertina si rabbruscò, a quella scappata del

fratello Maurizio.

--Perchè miscredente?--diss'ella con accento di mite rimprovero.

--Lo dicevano, allora, ed io ripeto quel che ho sentito.--

Avrebbe voluto soggiungere: lo diceva perfino nostro padre. Ma capì di

aver abbastanza amareggiato l'animo della sua dolce sorella, senza

bisogno di metterlo ancora in angustia colla testimonianza del babbo.

--Sarà stato uno scherzo;--diss'ella ripigliando.--Del resto, tu sai che

il mondo s'inganna facilmente a certe apparenze, per discorsi male

intesi e peggio riferiti. Comunque sia, il meglio che si possa fare....

--È di non credere alla miscredenza;--interruppe Maurizio, compiendo a

suo modo la frase impacciata di sua sorella Albertina.--Hai ragione,

sai? nel caso particolare e nel caso generale, hai ragione. È bene di

non ripetere certe cose, neanche a sè stesso. Ed ecco,--soggiunse

egli,--che cosa vuol dire andar via da casa, per ritornarci dopo

vent'anni, con tanto viatico d'esperienza. Io ho lasciata qua la mia

buona filosofia, che mi sarebbe stata tanto utile laggiù. Per fortuna,

la ritrovo ora, messa ad interessi composti, sotto il tetto paterno.

--Eh via, non ti far così brutto, ora;--disse di rimando Albertina.--Ti

ho veduto poc'anzi in chiesa, e non mi sei parso niente diverso da

quello di venti anni fa. Eri serio, composto.... e divoto.

--Ma sì, come bisogna essere in chiesa. O non ci si va, o ci si sta come

si deve. Dopo tutto, non è la casa del nostro superiore? del grande

ammiraglio, di quello, io voglio dire, che non commette ingiustizie?--

CAPITOLO III.

Cortesie di buon vicinato.

Passarono tre giorni, che Maurizio occupò degnamente in cento piccole

cure. Prima di tutto aveva da riconoscer la casa, dopo tanti anni

d'assenza, da vedere tutte le novità che c'erano state fatte in quel

lungo intervallo, il parco, il giardino, l'orto, il frutteto, la

fagianaia, il pollaio, insomma tutto ciò che sua sorella Albertina aveva

ordinato, o condotto a termine, o perfezionato, affinchè il Castèu,

com'ella diceva, bastasse a sè stesso.

--Egregiamente;--notava Maurizio, approvando.--Credo che si potrebbe

sostenere anche un anno d'assedio.

--Capisco che tu ci avresti tempo di annoiarti;--rispondeva Albertina.

--No, sai; tu coi tuoi polli e coi tuoi fagiani; io coi miei libri, le

mie carte, i miei strumenti; si passerà il tempo benissimo, e il

peggiore dei nemici non avrà modo di penetrare qua dentro.--

Maurizio aveva ricevuti da Ventimiglia i suoi bauli e le sue casse.

Tutto era già stato aperto, schiodato, sciorinato; libri, carte

geografiche, idrografiche, bussole, cannocchiali, seste, sestanti,

cronometri, tutto il bagaglio scientifico dell'ufficiale di marina. Il

legnaiuolo della casa era stato chiamato, e sotto la direzione di

Maurizio lavorava ad aggiustare, ed aggiungere scaffali, a piantar

chiodi e bullette, ad appender quadri, stampe, fotografie, armi, stoffe,

amuleti, stoviglie, tutto il museo dell'ufficiale di marina che era

stato anche un viaggiatore intelligente e curioso. Era quello un lavoro

faticoso, ma gaio; e lo rendeva più gaio il pensiero della quiete

futura, in cui Maurizio avrebbe potuto finalmente metter mano alla sua

Storia delle Guerre marittime. Quella, davvero, non gli usciva di mente.

La mattina del quarto giorno, mentre era in maniche di camicia su d'una

scala di legno appoggiata alla parete, gli fu portata da Giaume una

lettera.

--Già la posta a dar noia!--esclamò egli, seccato.

Non era della posta; era una lettera del paese.

--Mettila là, su quella tavola. Chi l'ha portata?

--Il fattore della Balma.

--Ah!--disse Maurizio; e più non disse.

Com'ebbe finita l'operazione per cui si era inerpicato lassù, scese

tranquillamente e andò a prender la lettera, che portava scritto sulla

busta: «Al signor conte Maurizio Sospello di Vaussana; Sue mani», e sul

rovescio un gran suggello di ceralacca, con lo stemma dei Matignon della

Bourdigue. Maurizio prese con molta flemma una spatola d'avorio, ne

introdusse delicatamente la punta sotto la piega della busta, ne tagliò

tutto il lato superiore, trasse il foglio che c'era dentro ripiegato in

due, lo spiegò lentamente e lesse ciò che gli scriveva il castellano

della Balma:

"_Signor Maurizio_,

«Quando un ufficiale va in un paese e sa che c'è un altro ufficiale

a lui superiore di grado, va a fargli una visita, non vi pare?

Sarebbe prescritta l'uniforme; ma io non la esigo; anzi ve ne

dispenso. Non vi dispenso però dalla visita. Andrei contro la legge,

venendo io stesso da voi, se nella mia condizione di ospite non

avessi qui cura d'anime. Vi ho conosciuto bambino, e credo anche di

avervi in quei tempi consegnato qualche amorevole scappellotto. Non

vi dispiacerà il ricordo, poichè desidero di mutarlo in una buona

stretta di mano.

«Conoscete la via della Balma. Dieci minuti di salita, per gambe

come le vostre, e al piè delle scale un vecchio amico a braccia

aperte.

"BOURDIGUE."

Maurizio lesse e sorrise; ripiegò il foglio, dopo avergli data ancora

una rapida scorsa, lo rimise nella sua busta, e depose questa sulla

tavola; dopo di che ritornò al suo lavoro. Alle dodici il legnaiuolo si

congedò, per andarsene a desinare.

--Ripasserò alle due, signor conte;--diss'egli.

--No, per oggi basterà;--rispose Maurizio.--Ho da far altro; ritornerete

domattina, all'ora solita.--

E anch'egli discese, dopo essersi messo in ordine, per andare ad

asciolvere. Dopo il pasto mattutino, andò nelle sue stanze a mutar

abiti.

--Vai fuori?--gli chiese Albertina, vedendolo così vestito di tutto

punto.

--Sì, alla Balma. Vedi che cosa mi scrive il tuo generale.--

Così dicendo, porgeva ad Albertina la lettera che aveva ricevuta nella

mattinata.

--È cortese;--osservò ella, dopo aver letto.--E gli sei proprio debitore

di una visita. Io, anzi, te lo volevo dire fin da ier l'altro.

--Andiamo dunque, e perdiamo questa mezza giornata;--conchiuse egli

sospirando.

E uscito dal Castèu, si avviò alla Balma; non dalla parte del paese, ma

dalla parte della montagna, per la scorciatoia del bosco e della

cascata, che ben ricordava, per averla fatta da ragazzo, almeno un

centinaio di volte.

Rivedere i luoghi dove si è passata la prima adolescenza, dove non è per

noi un ricordo che non sia lieto, è certamente bellissima tra tutte le

cose belle della vita. Maurizio s'immerse in quella gioia così profonda,

e nondimeno un pochettino chiassosa, che invade tutto il nostro essere,

e trova ancor modo di espandersi in esclamazioni, in grida, in rotte

parole, che vorrebbero diventar inni, ondate di poesia, e non riescono

ad essere che sussulti, gorgogli, balbettamenti dell'anima. Si fermava

un po' da per tutto, vedendo e ricordando; ma più si trattenne davanti

all'Aiga, alla bella cascata, con tutte quelle felci e quei muschi onde

erano tappezzate le pareti dello scoglio, con quella rupe che

sopraggiudicava l'abisso, con quel lastrone orizzontale, vero labro di

granito, donde si precipitava il cristallino volume delle acque nella

conca sottoposta, sprizzando in polvere liquida, estuando in candide

spume, rompendosi in rivoli che tornavano a ricongiungersi più sotto in

un solo zampillo. Maurizio non si sarebbe più spiccato di là, se non

avesse pensato in buon punto che aveva da fare una visita d'obbligo, che

per quella visita aveva congedato il legnaiuolo, interrompendo il suo

piacevole lavoro, che per quella visita si era vestito di tutto punto e

mosso di casa.

--Ci tornerò;--diss'egli ad alta voce, come per fare le scuse della sua

fretta alla divinità del luogo.

Gli antichi avevano ben ragione a mettere delle dee per protettrici

delle fonti. Non c'è cosa più poetica di una bell'acqua corrente nella

solitudine di un bosco, nè altra che più meriti il sorriso di una

divinità tutelare.

Maurizio si avviò finalmente; e non in dieci minuti, per verità, ma in

trenta o quaranta giunse sotto al muro di cinta del castello della

Balma. C'era un muro, e ci stava benissimo; tutti i castelli che si

rispettano ne hanno uno, spesso più d'uno. Ma l'uscio per entrare? o la

breccia? Maurizio rammentava benissimo che la breccia non mancava; non

fatta da nemici, ma da contadini poco disposti a passare per la strada

maestra. Quella breccia, ridotta a passo campestre, si ritrovava più su,

dietro una svolta del muro.

--Per di qua;--gli disse dall'alto una voce.--Se andate alla Balma, c'è

qui il sentiero.

--Lo so, grazie;--rispose Maurizio.--Conosco i luoghi da un pezzo.--

E salutava, così dicendo, il brav'uomo che gli dava l'avviso. Era un

pastore, che se ne stava seduto su d'un masso, pascolando due mucche e

una dozzina di pecore.

Trovato facilmente il passo, ed entrato nel recinto della Balma, il

visitatore fu ben presto ad una piccola spianata, davanti a cui sorgeva

la gradinata che metteva al portone d'ingresso. Non c'era nessuno alla

vista, ma si sentivano voci di dentro; anzi, per dire più esattamente,

si sentiva una voce sola, che faceva per quattro, rumorosa, allegra,

voce di comando frammezzata di risa.

Nessuno era nel vestibolo. Maurizio entrò, col suo cappello in mano; da

un uscio aperto, sulla sua destra, vide una sala da biliardo, e due

uomini che stavano giuocando, l'uno occupato in una serie di caramboli,

l'altro in atto di guardare il giuoco dell'avversario, e in pari tempo

di ingessare il cuoio della propria stecca. La serie fu breve, per

effetto di troppa sicurezza, o di fretta soverchia nel dare il colpo, e

il giuocatore sfortunato era già per attaccare un moccolo, quando un

gesto del compagno, che stava dirimpetto all'uscio, lo costrinse a

voltar gli occhi verso il nuovo personaggio che appariva allora nel

vano.

--Ah, bene!--esclamò egli, deponendo la stecca sul panno verde e

muovendo incontro al visitatore.--Siate il benvenuto, signor Maurizio.

Qua la mano; anzi, no, un abbraccio, tanto per cominciare. Ma come

va?--soggiunse, volgendosi al compagno.--Il vostro servizio d'avamposti

procede assai male, mio caro Dutolet.

--Non so veramente come sia andata;--rispose quell'altro, con accento

dimesso.

Maurizio era rimasto un pochino interdetto, non sapendo che cosa

significasse quell'accenno di avamposti, che interrompeva in mal punto

la cortesia delle accoglienze.

--Figuratevi;--ripigliò il generale, rivolgendosi a lui, come se avesse

letto in quel punto nell'animo del visitatore.--Avevamo messo un uomo in

sentinella a metà della salita, per essere avvertiti del vostro arrivo.

Vi avevo annunziato che mi avreste ritrovato in fondo alla scala, e voi

siete arrivato fin qua, signor conte, senza trovarmi al posto assegnato.

E sono disonorato, Dutolet;--disse il generale, volgendosi ancora al

compagno.--Manderemo agli arresti la sentinella infedele; daremo un

esempio, non vi pare?

--Intercedo per la sentinella, generale;--disse a sua volta Maurizio,

mettendosi volentieri sul tono di celia che aveva assunto il signore

della Bourdigue.--Voi l'avete fatta mettere al posto buono per

invigilare la strada maestra; e certamente sarà ancora laggiù ad

aspettare che io mi presenti al cancello. Ma io non son venuto di

laggiù; son capitato dalla scorciatoia del bosco.

--Ottimamente, da astuto nemico che conosce il terreno,--replicò il

generale, ridendo.--Ma questo mi fa pensare che la Balma non è così

forte come sembra. La posizione è stata girata, Dutolet; come laggiù....

ti rammenti, mio bravo? E quanti valorosi ci sono caduti, incominciando

da te!...--

Un'ombra era passata sugli occhi del generale, contrastando

maledettamente con l'aperto sorriso di prima. In un attimo, per altro, e

la figura marziale del vecchio riprese il suo aspetto di franca

cordialità.

Il generale Matignon della Bourdigue doveva essere stato un gran bel

giovane a' suoi tempi: era ancora un bell'uomo, e decorativo in sommo

grado. A cavallo, certamente, con quelle spalle quadre, quell'ampio

torace, quei baffi bianchi biondeggianti e quegli occhi azzurreggianti

sul vermiglio della carnagione, doveva parere uno di quei paladini di

Carlomagno, che potevano essere oppressi dal numero a Roncisvalle, ma

dopo aver fatto prodigi di valore e di forza, accoppando mille Saracini,

prima di ricevere essi medesimi una graffiatura al braccio, o una

ammaccatura al ginocchio.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 2 / 18 段