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TRA CIELO E TERRA.
[Illustrazione: Anton Giulio Barrili]
TRA CIELO E TERRA
ROMANZO
DI
ANTON GIULIO BARRILI
NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA DALL'AUTORE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1907
Proprietà letteraria.
OPERE di A. G. BARRILI.
_Capitan Dodèro_ (1865). 13.ª ediz. L. 1 --
_Santa Cecilia_ (1866). 11.ª ediz. 1 --
_Il libro nero_ (1868). 4.ª ediz. 2 --
_I Rossi e i Neri_ (1870). 8.ª ediz. (2 vol.) 2 --
_Le confessioni di Fra Gualberto_ (1875). 13.ª ediz. 1 --
_Val d'olivi_ (1873). 18.ª edizione 1 --
_Semiramide_, racconto babilonese (1873). 9.ª ediz. 1 --
_La notte del commendatore_ (1875). 2.ª ediz. 4 --
_Castel Gavone_ (1875). 10.ª ediz. 1 --
_Come un sogno_ (1875). 26.ª ediz. 1 --
_Cuor di ferro e cuor d'oro_ (1877). 18.ª ediz. (2 vol.) 2 --
_Tizio Caio Sempronio_ (1877). 2.ª ediz. 3 50
_L'olmo e l'edera_ (1877). 20.ª ediz. 1 --
_Diana degli Embriaci_ (1877). 2.ª ediz. 3 --
_La conquista d'Alessandro_ (1879). 2.ª ediz. 4 --
_Il tesoro di Golconda_ (1879). 12.ª ediz. 1 --
_Il merlo bianco_ (1879). 2.ª ediz. 3 50
--Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz. 5 --
_La donna di picche_ (1880). 6.ª ediz. 1 --
_L'undecimo comandamento_ (1881). 13.ª ediz. 1 --
_Il ritratto del Diavolo_ (1882). 4.ª ediz. 1 --
_Il biancospino_ (1882). 12.ª ediz. 1 --
_L'anello di Salomone_ (1883). 3.ª ediz. 3 50
_O tutto o nulla_ (1883). 2.ª ediz. 3 50
_Fior di Mughetto_ (1883). 4.ª ediz. 3 50
_Dalla Rupe_ (1884). 3.ª ediz. 3 50
_Il conte Rosso_ (1884). 3.ª ediz. 3 50
_Amori alla macchia_ (1884). 3.ª ediz. 3 50
_Monsù Tomè_ (1885). 3.ª ediz. 3 50
_Il lettore della principessa_ (1885). 3.ª ediz. 4 --
--Edizione illustrata (1891) 5 --
_Victor Hugo_, discorso (1885) 2 50
_Casa Polidori_ (1886). 2.ª ediz. 4 --
_La Montanara_ (1886). 8.ª ediz. 2 --
--Edizione illustrata (1893) 5 --
_Uomini e bestie_ (1886). 3.ª ediz. 1 --
_Arrigo il Savio_ (1886). 3.ª ediz. 1 --
_La spada di fuoco_ (1887). 2.ª ediz. 4 --
_Il giudizio di Dio_ (1887) 4 --
_Il Dantino_ (1888). 3.ª ediz. 1 --
_La signora Àutari_ (1888). 3.ª ediz. 1 --
_La Sirena_ (1889) 5.ª ediz. 1 --
_Scudi e corone_ (1890). 2.ª ediz. 4 --
_Amori antichi_ (1890). 2.ª ediz. 4 --
_Rosa di Gerico_ (1891). 3.ª ediz. 1 --
_La bella Graziana_ (1892). 2.ª ediz. 3 50
--Edizione illustrata (1893) 3 50
_Le due Beatrici_ (1892) 5.ª ediz. 1 --
_Terra Vergine_ (1892). 5.ª ediz. 1 --
_I figli del cielo_ (1893) 5.ª ediz. 1 --
_La Castellana_ (1894). 2.ª ediz. 3 50
_Tra Cielo e Terra_ (1894). Nuova edizione riveduta
dall'autore (1907) 3 50
_Fior d'oro_ (1895). 4.ª ediz. 1 --
_Il Prato Maledetto_ (1895) 3 50
_Galatea_ (1896). 7.ª ediz. 1 --
_Diamante nero_ (1897) 3.ª ediz. 1 --
_Raggio di Dio_ (1899). 4.ª ediz. 1 --
_Il Ponte del Paradiso_ (1904). 2.º migliaio 3 50
* * * * *
_Lutezia_ (1878). 2.ª ediz. 2 --
_Con Garibaldi, alle porte di Roma_, ricordi (1895) 4 --
_Sorrisi di gioventù_ (1898) 2.ª ediz. 3 --
_Zio Cesare_, commedia in cinque atti (1888) 1 20
A FRANCESCO BERLINGIERI
Venendo a Te, per dedicarti il mio libro, penso ad una tua bella
fantasia giovanile, «Un frate che minia la _Divina Commedia_»; povero
frate che tu hai lasciato senza compagni, mutando il suo buon codice
membranaceo nei codici moderni del patrio diritto; povero frate, per cui
l'arte aveva ancora «sorrisi e fascini», ma più assai la giovane natura,
parlante a lui l'onnipossente linguaggio da quelle stesse pagine ch'egli
andava infiorando con le belle immagini fantasiose, ridenti d'italica
primavera al genio di Oderisi da Gubbio e di Franco Bolognese. Deposti i
pennelli, poggiata la faccia sulla palma della mano, pensa il povero
frate, con gli occhi rivolti al poema del profugo Fiorentino «a cui
temprâr l'ingegno--e l'amore e lo sdegno». O frate, tu gli hai detto,
ammonendolo:
O frate, a lui l'esilio
E le pugne dell'alma:
A te l'obblìo degli uomini
E la cristiana calma.
Perchè t'alzi a colloquio
Col Ghibellin? tu piega
La queta fronte, e prega.
Ma sì, tardi consigli, come sono su per giù tutti i consigli
dell'esperienza! Il male è fatto: il tuo monaco ha riletto dianzi quel
diabolico canto V dell'_Inferno_, donde scoppia tanta passione umana, e
dilaga e straripa. Quei due maravigliosi dannati raccontano anche così
bene!
Per più fiate gli occhi ci sospinse
Quella lettura e scolorocci il viso:
Ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Povero frate! Satana gli ha dato l'esca. Che ardori nel suo sangue! che
visioni nella sua cella! I giorni felici si ripresentano alla sua mente,
con immagini e fragranze di baci; la gioventù lo chiama, la terra lo
invita; il rimorso lo turba, e il cielo dimenticato un istante gli
ridipinge agli occhi la scena terribile dei sicuri castighi. No, non più
affetti terreni, non ribellioni, non fughe.
Dio, mi salva dal dèmone
Che tutto mi possiede!
Di macere vigilie
Rinforzerò la fede.
Nè più profane pagine
Avran su me l'impero!
Io minierò il Saltero.
L'uomo antico era ricomparso tra le mortificazioni dell'asceta; ma
l'asceta ha riconosciuto il tentatore, ha resistito, ha vinto. Così tu,
fantasticando davanti alle rovine di un vecchio convento, che l'anima
tua ripopolava «di larve incappucciate», hai rievocato un momento tipico
della vita passata, o, per dire più veramente, hai intravveduto nella
vita passata un lampo della coscienza eterna, dell'eterno dissidio e del
vincolo eterno tra la terra ed il cielo.
Ho il mio frate ancor io. Non minia, pur troppo: parla il linguaggio
aspro e nondimeno attraente che molti ascoltano tuttavia, che molti
ascolteranno ancora dopo di noi, perchè tra forme mortali e transitorie
reca sempre la nota della immortale verità non mai intieramente
chiarita, della immortale domanda non mai pienamente soddisfatta. Egli è
voce e coscienza d'una religione storica, che in mezzo a tante cure
mondane onde fu troppo infrascata nei secoli scorsi ed è ancora afflitta
nel nostro, è pur bastata a dare un corpo di dottrine morali purissime,
suggellate dal bel principio in uno stupendo esemplare di dolcezza e di
grazia, di virtù, di mansuetudine, di sacrifizio sublime, parlante dalla
montagna al popolo di Tiberiade, disputante coi dottori della legge nel
tempio di Gerusalemme, odiato ugualmente da Scribi e da Farisei (specie
non morta ancora), ugualmente franteso da Giudei e da Romani, dagli uni
e dagli altri condannato nella doppia sentenza del sinedrio e del
pretorio, epicamente grande nel supplizio del Golgota, redivivo e
trionfante nella fede degli umili come promessa infallibile di
ricompense celesti, presente in ispirito e in verità dovunque si
soffre, dovunque si procede, dovunque si spera di giungere ad una meta,
commensale divino degl'infelici, rompente con paterno amore ai
pellegrini di Emaus quel pane quotidiano, che a tanti figli d'Adamo
sèguita sempre a mancare. Triste cosa, non è vero? e si può bene
rimpiangere che i seguaci si siano allontanati di tanto dall'esemplare
maraviglioso; riuscendo agli onori del trionfo per collegarsi tosto a
mutua difesa coi potenti della terra; non dando ai miseri altro aiuto
fuor che di buone parole; sognando per sè l'impero del mondo, ed
ottenendo per via da tutti i monarchi, alternamente combattuti e
favoriti, uno scampolo di territorio per le loro famiglie, nella patria
divisa, assoggettata e tradita. Ma gli errori degli uomini nel corso dei
secoli, ed oggi le ineluttabili ragioni della difesa civile, non ci
faranno dimenticare il buon principio essenziale di quella religione,
che ha pure educato nei cuori il sentimento del divino, prendendolo
ovunque le fu dato rintracciarlo, germe prezioso e fecondo, tra la
scoria delle superstizioni volgari e tra le perle della filosofia
antica, tra i dubbî della scuola e gli stupori della piazza, tra i
foschi terrori e le serene speranze di settantaquattro generazioni. E
chi sa? l'istesso mio frate, un po' incalzato e stretto al muro da chi
avesse avuto più tempo per ciò, si sarebbe licenziato a parlare più
liberamente che non solesse fare dal pergamo ai fedeli cristiani di San
Giorgio. Credete in Dio, avrebbe detto, credete in un Dio giusto e
buono, come causa prima dell'universo; osservate la legge morale,
com'ella per volontà di lui si è rivelata alle genti: praticato il
rispetto, l'amore, la carità nel mondo, e lasciate al tempo la cura del
resto. Molte foglie cadono ogni autunno dall'albero; molti rami secchi
al peso delle nevi invernali, all'azione dei geli, al soffio della
tramontana si spezzano: ciò che è vitale, vivrà.
Il mio frate non minia, ti ho detto; nè io son riuscito a miniar lui con
arte degna del tema. L'ho tirato giù alla grossa, ma vedendolo bene; e
penso che questo si debba sentire da tutti coloro che lo vedranno
apparire a suo tempo, nel corso di queste pagine, viva figura di
combattente, o larva di promessi rimorsi per due povere creature
condotte dal destino all'aspro dissidio tra la passione e il dovere, tra
la natura obbedita e la legge violata. Intorno alle quali cose, io credo
che il mio pensiero, essendo chiarissimo, non si possa frantendere nè
falsare da uomini di parte, credenti o miscredenti che vogliano essere:
ma certo non sarà male renderlo più evidente colla giunta di poche altre
considerazioni.
La società moderna, per giudizio di alcuni, va bene abbastanza, volgendo
apertamente ed infallibilmente al meglio, alla liberazione, alla
certezza, alla luce. Non tanto sfoggio di sostantivi, mi raccomando.
Spero anch'io che volgerà al meglio, se per merito di qualche evento
prodigioso le capiterà di rimettersi in gambe: per ora mi sembra che
zoppichi; e guai se lo zoppo fa a correre; vuol esser tombola, non ti
pare? La grande rottura, avvenuta da un pezzo, e di questi tempi
condotta agli estremi, tra la scienza e la fede, ha tra parecchi buoni
effetti il cattivo di lasciar la morale senza guida, senza sostegno, in
un momento sociale che più avremmo bisogno di lei; mentre le
moltitudini, felicemente sciolte da tanti vincoli molesti, sentono più
vivo il gusto della libertà e lo estendono volentieri a tutti i
godimenti dell'essere; mentre tutti gli accorti, segnatamente i meglio
provveduti, i meglio collocati nel mare magno della vita, dopo aver
tremato un pochino di certe raffiche minacciose, si rassegnano alla
burrasca, vogando alla galeotta e ripetendo tra sè il motto infame di
Luigi XV: «_après moi le déluge_»; mentre lo stesso fondamento della
società, che è la famiglia, non ha più un medesimo pensiero, un medesimo
criterio, un medesimo istinto, per tutte le persone che la compongono.
Nel modo di vivere, di sentire, d'intendere, di curare la conservazione
delle tradizioni, degli averi, delle virtù private e domestiche,
principio delle pubbliche e civili, noi non sembriamo già più i figli
dei nostri padri: gran soluzione di continuità, che dovrebbe farci
pensare! Così la famiglia si disunisce, un po' per debolezza sua, molto
per colpa de' suoi capi, che non l'hanno più per santuario, come gente
civile, ma per rifugio, come selvaggi primitivi. L'uomo va per un verso,
e la donna per l'altro, secondo gli umori, i gusti, le vanità; crescano
i figli come vogliono e possono; e padri e madri e figliuoli con molti
bisogni, perchè con molti appetiti; senza ideali, perchè senz'ombra
d'idee.
Restaurare nel civile consorzio il senso morale parrà necessario a chi
pensa; e necessario veder cominciare la restaurazione dai capi, dai capi
della famiglia, dai capi della società, donde l'autorità deriva, donde
gli esempi si spargono. Ma noi non faremo niente senza virtù private,
senza idealità che le informino, scaldandone la buona semente nei cuori.
Tanto io credo, «e creder credo il vero». Per ritornare al libro che ti
offro, esso sarà giudicato come vorrà essere; anzi diciamo pure,
pronosticando, che non sarà giudicato affatto. Viviamo in un paese di
gente savia e prudente, che aspetta di fuori sentenze ed oracoli, mode,
predizioni del tempo ed almanacchi. Mi preme soltanto che il libro sia
sentito da coloro che lo leggeranno. Da ventimila, dice l'amico editore,
sperando: da venti, dico io, già molto ambizioso, se penso ai
venticinque di cui si contentava il Manzoni: nel fatto, levando tutti
gli zeri, me ne bastano due.
Eravamo in due all'Acqua Novella, te ne rammenti? C'è là, in un angolo
felice della nostra Liguria occidentale, il più antico e il più recente
mio ricordo campestre. Vidi da bambino ed amai quella voltata in discesa
dalla balza di Bergeggi a Spotorno, con le rovine dell'èremo di
Sant'Antonino, piantato nel vivo della rupe ferrigna, sotto i ciuffi
degli arbusti che gli fanno ombra dal ciglio sfaldato del gran masso
imminente. Era allora il mio sogno d'essere il padrone dell'èremo, di
restaurarlo, di farmi frate là dentro, frate di un ordine mio, molto
benedettino per la copia dei libri, molto templario per la quantità dei
conversi; gaudenti essi della vita materiale, gaudente io della felicità
intellettuale, in quella grata solitudine, difesa dai venti freddi, con
quel lembo di cielo opalino, con quella lista di mare turchino davanti,
dimenticando tutto l'altro dello spazio e del tempo, ignorando l'ora
degli altri, aspettando la mia senza troppo curarmene. Veramente,
l'orologio non era lontano; orologio solare, sul terrazzo di una casa
verdognola, trecento passi più in là, nel bel mezzo di un orto; con
quella sua leggenda: «_ultima necat_» che fu la prima frase latina
capitata davanti a' miei occhi, e che mi dava sempre tanto da pensare,
tutte le volte che passavo da quelle parti. Quando fui in grado da
intenderla, amai compirne l'idea, premettendole un «_vulnerant omnes_».
Ma per allora non era il caso di filosofarci su; ed io non filosofavo,
sentendo il desiderio di quella pace, sognandola tutta per me.
Era un sogno, e finì come finiscono i sogni. Ma i bei sogni si ricordano
volentieri; ed io più volentieri l'ho ricordato, tornando or non è molto
con te alla tua bella Spotorno, bianca lucente sulla spiaggia lunga, tra
la voltata di Bergeggi e il monte Orsini, aspra guardia di Noli. Ad un
certo punto, e di comune accordo, abbiamo fatta fermar la carrozza; io
per contemplare il mio èremo, tu per farmi bere un sorso della fontana
lì presso, l'Acqua Novella, zampillante da una gran vasca quadrata, sul
margine della strada maestra. O acqua ben nomata, veramente fresca,
ristoratrice e pura, come tutte le cose novelle! Io non sogno più
solamente il mio vecchio èremo e la mia vecchia meridiana; sogno ancora
l'Acqua Novella e quel buon tratto di strada quieta, che abbiamo fatta a
piedi con tanta allegrezza, mentre i cavalli ci seguitavano al passo. E
penso ancora, nel mio sogno, che l'uomo più felice della terra debba
essere un certo guardiano di strada ferrata, che ha il suo casotto in
quelle vicinanze, col suo orticello, i suoi fagiuoli e il suo gran fico
brogiotto, accanto allo sbocco della galleria di Bergeggi. Poveraccio! e
forse egli sogna a sua volta un trasloco, una promozione, che lo sbalzi
guardia eccentrica o guardia di sala in qualche stazione importante,
donde gli sia facile di mandare a scuola le quattro o cinque creaturine
che senza fatica, quasi senza un pensiero al mondo, gli sono rampollate
là dentro.
Son tutti così, i miei bravi cantonieri di strada ferrata. Ricordo
ancora quello di Varigotti, conosciuto tanti anni fa. Aveva anche lui
una bella fontana daccanto, anzi una vera cascata d'acqua, che piombava
dalla balza rossastra, sotto la chiesuola abbandonata di San Lorenzo;
aveva un orticello, con pèschi, fichi e fagiuoli, ch'erano una
maraviglia a vederli; aveva il gran mare turchino davanti, e
tutt'intorno, da ogni piega del terreno, da ogni borro, da ogni
fenditura della rupe, occhieggiavano a lui tra lucide foglie di smeraldo
i bei limoni dal color dell'oro. Per esser felice, non gli mancava
neanche una moglie, giovanissima, bella e savia, amante del lavoro e di
lui. Ma quello ci aveva il mal del paese; voleva lasciare quel sorriso
di cielo e di mare, quel profumo, quel tepore, quella gloria, per
ritornarsene al suo nido natale, o non troppo discosto, tra Bussoleno e
Modane, sotto le Alpi nevose, a sentir cantare gli aquiloni e scrosciar
le valanghe. Barattava male, e non fu difficile contentarlo. Sarà
felice, ora? Ah, penso che Gabriello Chiabrera fu ben ispirato, il
giorno che sul portone della sua casa fece scolpir l'oraziano: «_Nihil
est ab omni parte beatum_».
Ma se una felicità compiuta non si ritrova in nessun luogo, neanche là
dove io l'avevo sognata, bene mi sarà lecito di desiderare che la vita
sia più ricca d'ideale, e che un'acqua novella, se pure non ci si debba
vivere accanto con oraziana serenità, rinfreschi e purifichi le nuove
generazioni; che il sentimento del divino, ingenito nella coscienza
umana, si accordi un giorno colla critica non più arrogante di facili
dispregi, colla scienza non più infatuata di sollecite deduzioni, e
venga in buon punto a rinvigorire di nuovi succhi la povera morale
intristita. Questo è il mio sogno dell'età matura, e credo che questo
sia pure il tuo. Tu hai, a buon conto, una famiglia nata di te; vuoi che
abbia i tuoi stessi ideali, riflettendo alcun che di quelli che tu
stesso derivi dai tuoi vecchi; ai quali con animo reverente mando un
augurio e un saluto filiale ancor io.
Comunque esso sia riuscito per l'arte, il mio libro è morale. Non già
come un trattato; credo anzi che ci corra molt'acqua, e tutt'altro che
novella, di mezzo. Ma esso è morale, nondimeno, come può essere tale un
romanzo; cioè a dire una rappresentazione della vita reale, aspersa
d'una certa idealità, che è poi la nota personale fatalmente recata
dall'artista nella cosa veduta, nella cosa sentita ed espressa.
Ritorneremo col bel tempo all'Acqua Novella e al vecchio èremo
diroccato. Tu ama intanto il tuo
ANTON GIULIO BARRILI.
TRA CIELO E TERRA
CAPITOLO PRIMO.
Addio, bel mare!
Gli avevano fatta un'ingiustizia, saltandolo nelle promozioni; perciò, a
mala pena sbarcato, aveva mandata la sua dimissione al ministro. Per la
via gerarchica, s'intende; e il capo del suo dipartimento marittimo,
alla Spezia, si era degnato di esortarlo a pensarci su, almeno un paio
di giorni. Per non fargli dispiacere col mostrarsi sconoscente alla
cortesia del superiore, aveva accettato il consiglio; ma, quarantott'ore
dopo, si era ripresentato al suo illustre capo, pregandolo di dar corso
alla lettera.
Tra gli uguali, qualche amico sincero aveva tentato dissuaderlo,
arrischiandosi a dirgli che commetteva un errore; ma egli non aveva
voluto convenirne. Altri gli dicevano: «Fai bene; è stata
un'ingiustizia; le ingiustizie non si sopportano». Ed egli rispondeva
con un vivo cenno di assenso, quasi di ringraziamento, come uno che si
senta compreso, congedandosi con una poderosa stretta di mano da tutti
quei vecchi compagni, ai quali lasciava un gradino vuoto su quella scala
di Giacobbe che conduce al paradiso del viceammiragliato.
Era sicuro del fatto suo; la risoluzione gli pareva buona, per il caso
presente e per i casi futuri. Infatti, che cosa sperare da quel
ministro, che era stato suo comandante in una memorabile crociera e che
aveva mostrato in parecchie occasioni di non poterlo soffrire? Effetto
di una ruggine antica, per una manovra fatta da lui, di suo capo, che il
comandante non aveva ordinata, che anzi aveva biasimata. Un po' troppo
presto, per altro: lo scandaglio, la mattina dopo, aveva dimostrato a
tutti che seguendo ciecamente gli ordini del comandante si sarebbe
rimasti incagliati. Quattro palmi di sàgola avevano dato ragione
all'inferiore; e il superiore se l'era legata al dito, quantunque
l'inferiore si fosse studiato con ogni maggior cura di non lasciar
trasparire il sentimento della propria superiorità. Una promozione, dopo
quel giorno malaugurato, era venuta per tutt'e due, l'uno giungendo al
grado di tenente di vascello, l'altro al grado di contrammiraglio. Due
anni ancora, e il contrammiraglio diventava ministro. Il ministro si era
slegato finalmente il dito, saltando nelle prime promozioni il tenente
di vascello.
Lagnarsi? È presto detto. In che modo? Aspettare che cascasse il
ministro; sì, fra due o tre anni, e intanto divorarsi l'affronto. No,
niente aspettare; perciò aveva mandata la sua dimissione. Cosa
amaramente spiacevole per lui, quanto edificante per tutti, la sua
dimissione era stata accettata a volo. Brutto momento, vedersi così di
punto in bianco fuori dell'uscio! Ma c'è «la buona compagnia che l'uom
francheggia»; e questa, nei brutti momenti, consola.
Ahimè, non del tutto. A lui una pena sorda restava nel profondo
dell'essere. Amava il mare; il bel mare, così pieno di misteri, così
magnifico nella collera, così augusto nella calma, che pare abbia
un'anima, e grande, meravigliosamente grande, grande almeno sei volte
quella dell'umanità tutta quanta; il buon mare che mette in comunione
tutte le creature viventi, assai più ed assai meglio che non facciano
tante strade ferrate e tanti telegrafi. In questi dotti congegni c'è
sempre l'arte di un mondo piccino, piccino come tutte le trovate degli
uomini; c'è sempre l'idea di sentirsi passare in una cruna d'ago,
assottigliati, stiacciati, tanagliati dagli attriti continui del passo.
E poi, che cosa sono le invenzioni dell'uomo, ristrette ad un solo
ufficio, ordinate ad una sola utilità, in confronto di quella superficie
azzurra, pianura liquida e senza solco, che palpita e porta, mobile,
gloriosa e superba, che dà moto e gioia a tanti organismi animati,
colore agli occhi, calore agli spiriti, essendo ad un tempo la via e la
vita?
Tutto è nuovo su quella via, l'abbiate pure cento volte percorsa; ve la
fanno parer sempre nuova i mille diversi aspetti delle cose, nella
vastità sconfinata degli orizzonti, nella infinita varietà delle tinte,
mezze tinte e sfumature, dell'aria e dell'acqua. Il punto a cui volgete
la prora è di giorno una striscia di azzurro, di grigio, di roseo,
sull'ultimo lembo del mare, una striscia tenue che non vi offre il
colore stridente nè i contorni aspri del vero; nella notte, poi, è un
punto di fuoco, che getta sulle acque un raggio luminoso; più spesso, e
di giorno e di notte, è l'invisibile, il nulla, ma con la sublime
certezza di vedere, di trovar qualche cosa, al momento prefisso, sulla
via che vi dimostrano le stelle, che vi traccia infallibilmente un
computo aritmetico. E intanto il lontano fa pensare; l'occhio intravvede
l'infinito; l'anima sente Dio; nè ci sono professori di calcolo per
rimpicciolirvi quello con la figura di un otto coricato, nè filosofi del
malanno per dirvi che questo è un sogno, una idiosincrasia naturale, una
concrezione storica del vostro pensiero.
Con che ansia, adolescente allievo del collegio di marina, aveva
aspettato il giorno del suo primo imbarco! Con che passione aveva fatto
il suo primo viaggio, quindici anni addietro! Lo aveva sentito cantare e
sospirare, fremere, urlare e ruggire, quel mostro immane dai grandi
occhi verdi e dal dorso di spume! E lo aveva ammirato nella molteplicità
degli aspetti, soavi e terribili, graziosi e feroci, sempre nuovi e
stupendi; lo aveva amato nella salubre vivezza delle fragranze, nella
dolce giocondità dei ritmici cullamenti. E dopo tante ammirazioni, dopo
tanti amori, lo aveva lasciato! Ma sì, che volete? gli avevano fatta
un'ingiustizia. Le ingiustizie non si sopportano, o si mostra di averle
meritate; nel qual caso non sono più ingiustizie, ne convenite? Triste
cosa, per altro! Aveva sempre sognato una guerra, da far le sue prove
anche lui, da onorare l'Italia, questa lunga penisola che pare una gran
nave imbozzata attraverso il Mediterraneo, e che non dovrebbe starci,
perdio, come un pontone, come una fregata in disarmo. Quella guerra non
l'aveva certamente invocata; il valoroso non invoca i pericoli, che non
sono solamente per sè, ma per tutti; li aspetta, e si prepara ad
affrontarli.
Aspettando la guerra, preparandosi a quella, il soldato serve la patria.
E perchè non l'aspettava egli ancora, passando sopra ad una cattiveria
di ministro? Infine, gli uomini passano, la patria resta. Verissimo,
questo; ma è verissimo ugualmente che son tutte parole. La patria che
resta è sorda, cieca e muta; non vi sente, non vi vede, non vi conforta
per nulla, non vi consola affatto, non vi vendica di quell'altra che
passa, agitandosi intorno a voi, standovi sotto, accanto e sopra, che vi
giudica senza criterio, ammirandovi di fuga quando il caso dà a voi di
far bene e a lei di non poter fare altrimenti, disprezzandovi quando ne
può avere un pretesto, deridendovi spesso e volentieri, ne abbia o non
ne abbia ragione, solo che si presenti un appiglio. La patria grande, la
vera, dopo tutto, si serve con dignità. Levate la dignità al soldato, e
non gli resta più nulla; c'è la morte nell'anima, e il servire è
vergogna.
Per altro, non credeva di dover tanto soffrire, obbedendo alla voce
della propria coscienza. Fu una triste giornata quella in cui gli
annunziarono che la dimissione del tenente Sospello era stata accettata.
Ah, non voleva stare neanche un giorno alla berlina delle condoglianze.
Le sue valigie erano fatte, in attesa dell'evento. Se ne andava subito
subito; e lontano, molto lontano dal mare, che non voleva vedere mai
più. Alla terra de' suoi padri, alle Alpi, avrebbe chiesto il rifugio;
possedeva ancora una bicocca, lassù. Di vecchi non c'era più nessuno, ad
aspettarlo: restava una sorella maggiore, nobile e santa creatura, che
tant'anni prima avrebbe desiderato di chiudersi in un monastero, ma non
aveva osato farlo, per non lasciar solo del tutto il suo vecchio babbo.
Morto quello, non aveva potuto lasciar solo e vuoto il vecchio palazzo,
dove cinque generazioni di Sospelli di Vaussana erano passate, e dove
era naturale che ella restasse per custodire il posto alla settima, se
mai il fratello Maurizio si risolvesse di continuare la stirpe.
Buona e cara Albertina! Egli andava a farle compagnia nella triste
casa; e qual compagnia! Lei, fastidita del mondo anche prima di
conoscerlo, certamente per qualche intima ragione si era appartata a
quel modo, rinunziando alle gioie della vita; se pure la vita ne ha.
Anch'egli, vecchio scapolo, che aveva sognato d'impalmare la gloria,
offeso un giorno nella sua dignità, rinunziava a tutti i sogni di una
legittima ambizione, per andarsi a rinchiudere nella casa dei suoi
maggiori, come un povero alcione ferito va a posar l'ala sanguinolenta
sul nido abbandonato.
Maurizio aveva già scritto alla sorella, annunziandole la sua dimissione
come un proposito irrevocabile: ma egli non intendeva già d'impoltronire
nella sua bicocca montanina; non voleva finir cacciatore, nè giuocatore
beone, come tanti gentiluomini campagnuoli. Possedeva una ricca
libreria; l'avrebbe al bisogno accresciuta, per dedicarsi ad un'opera di
polso. Aveva sempre vagheggiato il pensiero di scrivere un libro delle
guerre marittime d'Italia, ma condotto con una certa larghezza di
disegno, da appagar tutti i gusti, da rispondere a tutti i bisogni
intellettuali, ordinato e preciso come una storia, vivo e animato come
un romanzo, il libro del marinaio italiano, il libro che mancava ancora,
per dare una idea chiara e compiuta delle antiche navigazioni e degli
antichi commerci, argomenti di emulazione e cause di guerra tra i
popoli; per descrivere i costumi marinareschi, le imprese audaci, le
trasformazioni successive della strategìa e della tattica navale nel
gran bacino mediterraneo. Certo, per condurre a termine un'opera come
quella, non gli sarebbero bastati i libri che possedeva. Ma il primo
anno lo avrebbe speso a tracciare il quadro; poi avrebbe veduto, si
sarebbe destreggiato via via secondo il bisogno, cercando altri libri,
viaggiando per città e biblioteche; ottima occasione per isgranchirsi,
per non fare la ruggine. Ed era ancora una bella vita per un uomo di
trentadue anni; e aveva tempo davanti a sè per colorire degnamente il
quadro ideato.
Il suo attendente, congedandosi da lui alla stazione di Spezia, gli
aveva dato il buon viaggio con le lagrime agli occhi.
--Grazie, Susini, e addio; siamo uomini;--gli rispose
Maurizio.--Scrivimi, se ti occorrerà qualche cosa; ed anche quando non
ti occorrerà nulla; riceverò sempre le tue lettere con molto piacere.
--E lei, signor tenente, non avrà mai bisogno di nulla, da un povero
marinaio?
--Sì, spesso sentirò che mi mancherai, bravo Susini. Intanto, ti prego,
appena sarà di ritorno, mi saluterai il _Duilio_.--
Aveva il cuor gonfio, il signor Maurizio, e incominciava a tremargli la
voce.
--Ah, signor tenente!--mormorò il marinaio, singhiozzando.--È stata una
grande ingiustizia.
--No, sai? t'inganni. Non si fanno ingiustizie, in servizio. Ci possono
essere degli equivoci, dei malintesi; ma ingiustizie no, mai;--replicò
il signor Maurizio, che aveva ancora la disciplina negli occhi e non
voleva finir la carriera dando lo scandalo di dir male o di lasciar dir
male dei superiori.--Se ti sembro commosso, pensa che ne ho qualche
ragione. Non si abbandona il mare senza uno schianto dell'anima. Un
giorno la sentirai anche tu, Susini mio, la nostalgia del mare.
--Io no, signor tenente, con sua licenza non avrò da sentirla. Non si
ricorda che sono della Maddalena?
--È vero, sì, e invecchierai vedendolo ogni giorno; e quando sarai morto
lo sentirai ancora da tutte le parti brontolare alla spiaggia; che bella
cosa!--concluse sospirando il tenente.--Ma senti, fischia la macchina, e
non vuol più saperne dei nostri discorsi. Qua la mano, mio vecchio, e
addio!--
Il treno si metteva in moto, e il marinaio ebbe appena il tempo di
baciare la mano che il suo tenente gli offriva per l'ultima volta.
--Non lo vuole ammettere;--borbottò egli, allontanandosi dal marciapiede
d'asfalto, come il treno fu scomparso nel buio della notte;--ma tutti lo
dicono a una voce: è stata un'ingiustizia. Per colpa di quei signori
laggiù, la marina italiana ha perso ancor uno dei suoi manovrieri. E
buono, poi, buono come il pane di Voltri; gentile come una ragazza di
quindici anni, che non gli si è sentito mai uscir di bocca una mala
parola, neanche nelle ore che scapperebbe la pazienza ai santi.--
La notte, senza lume di luna, era buia, e l'entrare del treno nelle
centomila gallerie delle Cinque Terre e l'uscirne non facevano divario
alla vista. Maurizio, nondimeno, sentiva il mare vicino, lo sentiva alle
acute fragranze e al romper dei marosi contro le rupi. Lo rivide
sull'alba, il vecchio amico brontolone; lo rivide di là dal monte di
Portofino, farsi a mano a mano più luminoso e più bello, a Recco, a
Nervi, a Genova, e giù giù per tutta la quieta Riviera di Ponente, dove
si aprono cinquanta seni azzurreggianti tra il verde, e su lembi sottili
di candide spiagge cinquanta paesi si distendono al sole. Quanti porti e
rade, e golfi e calanche, di cui Maurizio conosceva gli approdi! A
Genova era vissuto parecchi anni collegiale, e tante volte c'era tornato
ufficiale. Nella rada di Vado, ancoraggio sicuro, era andato una volta a
rifugio colla sua cannoniera, cacciato per due giorni da un fortunale di
libeccio. Quella costiera della Cornice tutta frastagliata da balze
ferrigne, coi suoi fondi di turchino carico listato di smeraldo e
sormontato di bianche creste spumose, come l'aveva in pratica! Ed era
sempre là, il suo mare, ad ogni uscita di galleria, il suo mare azzurro,
scintillante, superbo, il buon mare, il bel mare, a cui aveva tutto
sacrificato per tanti anni, perfino l'amore, il grande, il forte, il
supremo bisogno dei cuori.
Non aveva egli dunque amato mai? Sì, aveva amato, ed anche incominciando
per tempo; ma anche per tempo si era fermato. A quattordici anni aveva
preso una cotta famosa per una sua cuginetta, splendidissima e
formosissima bionda. Per moglie non sarebbe andata, avendo perfino un
anno o due più di lui: ma chi bada a queste differenze, quando cantano
gli anni adolescenti nel cuore? Quella stupenda creatura egli l'aveva
veduta da bambino, e avevano giuocato insieme a marito e moglie: il «te
ne rammenti?» era stato proferito con gusto al nuovo incontro, quando la
cuginetta era venuta coi parenti a Genova, per salutar lui collegiale
promosso agli esami finali e già presso all'imbarco desiderato. Ah, il
bel giuoco di cui si ricordavano ridendo, ed anche arrossendo un
pochino! Ma egli arrossiva anche d'un altro pensiero, che tanta bellezza
fiorente gli aveva fatto nascere subitamente nell'anima. Perchè non si
sarebbe ripigliata da senno quella condizione di marito e moglie che
nove anni prima si era stabilita per giuoco? Ed egli già stava
mulinando, in quei giorni di baldoria per le strade di Genova; studiava
il modo di girare la frase, per dire alla cuginetta: aspettami due o tre
anni, quanti i nostri parenti stimeranno che bastino, per.... Ma la
frase non gli veniva mai bene, come avrebbe voluto. E frattanto, una
domenica all'Acquasola, dov'erano andati a sentir la musica, quella
splendidissima e formosissima bionda che tutti ammiravano, gli aveva
detto di schianto:
--Sapete che non siete punto belli voi altri, con la vostra feluca?--
Il «voi altri» andava agli ufficiali di marina. Maurizio non era ancora
che un allievo, e non portava la feluca; ma l'avrebbe portata ben
presto, nelle circostanze solenni. Perciò s'impermalì un pochettino,
sentendo quella eresia, e guardò la cuginetta con aria di persona
offesa.
--Non siete belli, vi dico;--ribattè quell'altra, ridendogli ancora sul
muso;--e tu starai male, cugino Maurizio. Neanche si capisce, quel
vostro uniforme; non significa nulla. Perchè quella feluca nera, che non
si può tenere ben salda sulla testa, che vi scivola sempre indietro, con
uno di quei becchi d'anitra, in su, verso la luna, e l'altro in giù, che
vi piove sulle spalle? perchè quello spadino al fianco, che par uno
spiedo da infilzare i ranocchi? perchè quella coda di rondine, smilza
smilza, che va a cercarvi i polpacci? Non si capisce, ti ripeto, quel
vostro uniforme; non significa nulla.
--È quello a un dipresso di tutte le marinerie europee. Lo ha portato
Nelson, signorina.
--E lasciatelo a Nelson, e vestitevi da cristiani. Guarda laggiù,
quell'ussero di Piacenza. Che eleganza di vestiario! che armonia di
tinte! e che aria marziale!
--Ah sì, quello starebbe bene a bordo!--notò Maurizio, allungando le
labbra, con aria di sublime disprezzo.
--A bordo, non so;--ribattè la cugina, senza scomporsi.--Noi siamo in
terra; per la terra giudichiamo gli uomini.
--Dagli uniformi;--conchiuse Maurizio.
Erano rimasti grossi per tutto il tempo della passeggiata. Quel giorno
si separarono freddi. La notte, quando fu solo nel suo letticciuolo di
collegiale, Maurizio pianse a calde lagrime il suo bel sogno svanito; ma
con quelle lagrime gli si prosciugò la vena delle tenerezze. La cugina
era una civettuola e una sciocca, vana della sua bellezza, felice
d'esser guardata, e più fatta per godere gli omaggi della cavalleria che
quelli della marineria. Gli ultimi giorni che ella passò a Genova non
furono niente migliori. Maurizio era imbronciato, ed ella stette molto
sulla sua. Ella partì per Nizza con la famiglia, ed egli s'imbarcò per
il suo primo viaggio. Così finiva il romanzetto, a mala pena imbastito,
così l'amor suo a mala pena sbozzato. Del resto, quella splendidissima e
formosissima bionda, egli non aveva più avuto occasione di vederla.
Quattro anni dopo, essendo egli di stazione a Montevideo, gli giungeva
notizia che la cugina era andata a marito, passando anche a vivere in
Francia. Buona fortuna, e figli maschi.
Strano ragazzo, quel Maurizio! aveva giurato di non lasciarsi più
cogliere a certe lustre, ed era stato di parola: il primo amore era
anche l'ultimo. Parliamo del grande amore, s'intende, di quello che si
crede veramente l'amore, il forte, il solenne, il poema della vita.
Episodii, sì, ad ogni crociera, ad ogni viaggio sui mari lontani, ad
ogni fermata nei porti patrii: ma presto gliene era venuta la nausea.
Tutti giuochi, superficialità, scioccherie, quando non erano indegnità;
e queste e quelle erano poi sempre offese alla gran legge dell'universo.
«L'amore è un atto religioso» diceva egli volentieri, quando ne cadeva
il discorso cogli amici; «come atto religioso, non va preso a scherzo».
Ed egli era religioso, come è sempre nel fondo dell'anima il gentiluomo
di mare. Chi vive meno nel consorzio degli uomini vive più intimamente
con sè, e più spesso con Dio; con Dio, il cui spirito corre non visto
sull'acque, cavalca le nubi della tempesta, si libra sull'arco
dell'iride, si affaccia nella gloria del sole sorgente sull'oceano,
siede nella porpora accesa dal grande astro al tramonto.
Grandi cose, sul mare! Ed ora, abbandonato il vasto suo campo, sarebbe
tornato alle cose piccine. Ma sì, così portava la necessità. Lo avevano
voluto umiliare; aveva preferito spezzarsi. Non esagerava egli un poco?
Forse; ma era fatto così. Obbedire gli piaceva, ma all'intelligenza, o
alla probità che ne tien luogo, quando tra chi comanda e chi obbedisce
aleggia l'idea del dovere morale. Altrimenti no; e per non dar scandalo
brontolando, se ne andava via, spezzando la spada. Uno spiedo, dopo
tutto; non glielo aveva detto quella formosissima bionda? Ed anche
buttava la feluca a mare: galleggiasse a sua posta, e naufragasse al
primo scoglio. Lassù, nella quiete della sua bicocca solitaria, avrebbe
evocate le figure dei grandi ammiragli; buon metodo per dimenticare i
piccini.
CAPITOLO II.
Alla terra dei padri.
Maurizio di Vaussana cessò finalmente di vedersi il mare da fianco. Era
giunto alla stazione di Ventimiglia. Sceso dal treno, prese la via dei
monti, dopo aver fatte caricare le sue valigie in una vettura da nolo.
Quanto ai suoi bauli, aveva dato lo scontrino del bagaglio ai signori
Rolandi, buona gente, amici vecchi di casa sua, che s'incaricarono
volentieri di farglieli recapitare il giorno seguente a San Giorgio. E
la vettura si mosse, partì con alto fragore di ruote, tintinnìo di
sonagliere e scoppiettìo di frusta nell'aria polverosa, ma soprattutto
con la gloriosa velocità di tutte le vetture da nolo, quando
incominciano la corsa.
--Sentirai la nostalgia del mare anche tu--aveva detto il tenente
Maurizio al marinaio Susini. Per intanto, non doveva sentirla lui così
presto. L'aria fine dei monti natali carezzava le guance del
viaggiatore, ancora dorate dai soli africani. Quante balze conosciute
gli occhieggiavano dall'alto, lungo la via serpeggiante! Le eriche, i
pini, i ginepri, i roveri, i lecci, tutti conosceva Maurizio, a tutti
sorrideva, come ad una brigata di vecchi amici, ritrovati dopo tanti
anni di assenza. Ad una certa voltata ci doveva essere una macchia di
fràssini, nascosta dietro il ciglio d'un poggio. I suoi ricordi non lo
avevano tradito: vide, riconobbe i suoi fràssini, non molto cresciuti da
quelli di prima, sempre eleganti, svelti, pieghevoli, che stendevano
verso la strada i rami sottili, vestiti di foglie tenere, luccicanti al
sole pomeridiano. E le ginestre del pian del Termine? Il piano, per
fallire al suo nome, era una eminenza, e finiva in un dirupo; ma le
ginestre erano sempre là, facendo siepe al ciglione, contente del
galestro in cui avevano messo radice, portando fieramente levati i loro
pennacchi verdi cupi, in attesa di vestirne le vette con tanti bei
grappoli di quei fiori gialli che ogni anno solevano dare (o lasciarsi
prendere, che è tutt'uno) per l'infiorata del _Corpus domini_, nel
paesello di San Giorgio.
Alla vista di quelle ginestre, uno strano sentimento lo prese; un vivo e
pungente ricordo, un aspro, impaziente desiderio di quelle feste
lontane, di quelle solenni riconciliazioni con Dio che la Chiesa ha
seminate accortamente lungo il corso dell'anno; tutti giorni a cui
corrispondono fragranze e suoni ed immagini particolari, vapori
d'incenso, frescura di cose tenere e dolci, sorrisi di cielo, suoni di
zufoli allegri, tagliati nelle cortecce dei rami di castagno, uccellini
gorgheggianti la canzone del natale divino dalle gravi canne di un
organo. Come tutti i sensi rivivevano in lui di gioconda vita infantile!
e quanta adolescenza gli veniva incontro da quelle gole ospitali!
Sei tu, non è vero? sei qua finalmente? Buon figliuolo di salda memoria,
vieni alla dimora dei padri. La vedi lassù, quella montagna, che appare
per la sua sommità, dietro a due ordini di colline? Ci vorrà ancora un
paio d'ore, prima di giungerci; frattanto si affaccia a noi, pare che
stia spiando il nostro arrivo, come una scolta di fortezza. Era lassù,
la ròcca dei tuoi antenati; quelli del ramo primogenito, estinto oramai,
il ramo dei Sospelli di Balma. Buon seme di forti castellani, rigidi al
dovere e così fermi alla consegna! Finirono, come tutto finisce; ora
dormono col Signore, in fila, l'un dopo l'altro, come guerrieri caduti
sul campo, al posto loro assegnato. Anche i Sospelli di Vaussana
rischiano di finire con te. Vieni, giovanotto; prendi il tuo posto
accanto alla tua squadra; mettiti in fila anche tu. Il mare è bello,
attraente, e perfido; la montagna è severa, ma sana e fedele. Questa è
la patria, salda, immobile, di granito; qui, dove le eriche e i rovi non
muoiono mai, aggavignati al terreno. Si succedono i virgulti, e son
sempre gli stessi. Senti il profumo agreste della macchia? È la stessa
virtù che si trasmette di generazione in generazione. Anche di lassù si
vede qualche volta, il tuo mare: son belle le cose vedute dall'alto, e
da una giusta distanza. La varietà dei particolari si perde, e la patria
grande, tanto più grande quanta più se ne abbraccia col pensiero,
trascurando la minutezza delle parti, si ama anche meglio. Quando c'è
bisogno di difenderla, quando ci chiama alle bandiere la voce del re, i
gentiluomini calano come falchi dalla rupe, seguiti dai loro
vassalli.... No, non più vassalli, ora: tutti fratelli in Dio e nella
patria; è più bello così, ci ravvicina meglio al Vangelo. E i forti, i
buoni, gli intelligenti, salgono sempre, dovunque sian nati, facendo
stipite di nuova grandezza. Chi era il bisnonno di Carlomagno? Pipino
d'Héristal. Ma chi il bisnonno di Pipino? un ignoto guerriero, un servo
di palazzo dei re Merovingi. Così tutti i degni, i valenti, i buoni,
posson salire; i fannulloni, i fiacchi, i cattivi, discendere. La
montagna resta, produce i suoi virgulti, i suoi fiori, i suoi frutti.
Tu, povera pianta, ritorni alla tua terra natale. Più presto che non ci
fosse dato sperare, in verità! È stata un'ingiustizia, tu dici; meglio
così. Partivi fidente, ritorni disingannato, ma anche educato dalla
sventura, agguerrito alle pugne dell'esistenza. Farai il tuo dovere,
qui, come altrove; servirai alla gran legge di Dio, che è progresso
infinito, dovunque si vada, di dovunque si muova.
Il paesello di San Giorgio incominciava ad apparire. Peccato che fosse
già tardi! Le ombre della sera cadono troppo rapidamente, nelle gole
delle Alpi. Ma nella scarsa luce del crepuscolo, i ceppi delle case
biancheggiavano ancora abbastanza: poi, quando la vettura fu all'entrata
del borgo, incominciavano ad accendersi i lampioni. Un po' radi, secondo
l'uso dei piccoli paesi e la poca «elasticità» dei bilanci comunali; ma
supplivano qua e là i lanternini appesi a qualche tabernacolo di santo,
negli angoli delle vie. A quella scarsa luce Maurizio vide i ciottoli
enormi onde era lastricata la strada maggiore; sempre quelli, con le
loro gibbosità, coi loro alti e bassi continui, sempre quelli,
eternamente rugosi e rossastri nella corteccia inattaccabile della
quarzite, che s'è arrotondata così, colorata così, nella mota millenaria
del periodo glaciale. Poveri cavalli, costretti a lavorare di zampe
ferrate in quel letto di torrente!
Ma ecco, finalmente, un po' di strada da cristiani; ecco il battuto
della piazza maggiore; ecco la chiesa, la parrocchiale di San Giorgio; e
più su, in capo ad una piazza, che scende larga in pendìo, la mèta del
suo viaggio, il suo palazzo, il «Castèu». Meritava il nome con cui era
stata battezzata, e sotto cui era comunemente riconosciuta, la vecchia
casa dei Sospelli di Vaussana; castello del Trecento, o giù di lì, con
la sua torre da un lato, con le sue logge alte al secondo piano,
fors'anche coi merli e le caditoie; restaurato quindi a palazzo
signorile, nel corso del Secento, gran colpevole un po' da per tutto di
simili trasformazioni architettoniche. E veramente allora erano state
chiuse le grandi finestre a sesto acuto, per ricavarne di più piccole, a
stipiti quadrati, nel mezzo; ma ancora da certe screpolature
s'indovinava l'alzata dell'arco primitivo, e da qualche sfaldatura
dell'intonaco ne trasparivano le elegantissime linee di cotto. Un nuovo
restauro, dei principii del secolo presente, aveva aggiunte le persiane;
ed erano queste, per l'appunto, che avevano persuaso il padre di
Maurizio di non appagare un desiderio della moglie, a cui sarebbe
piaciuto di veder ritornate alla luce e alla gloria antica le ogive del
Trecento.
--Cara mia,--le aveva detto il buon conte di Vaussana,--per contentare
il tuo gusto medievale bisognerebbe rinunziare a questa benedetta
invenzione delle persiane. Levate queste, ed anche ingrandite le
finestre, immagina tu come si starebbe freschi. Che idea, quella dei
nostri antenati, di voler morire dal freddo! È vero,--soggiungeva il
degno gentiluomo, temperando l'asprezza del suo troppo moderno
giudizio,--che gli antichi lo sentivano meno, il freddo; ed è forse per
questo che durarono tanto.--
Giaume, il vecchio castaldo dei Vaussana, aspettava Maurizio ai piedi
dell'erta, e fu il primo a dargli il bentornato. La sorella Albertina lo
accolse a braccia aperte, sulla soglia del portone; benedetto portone,
sormontato dallo scudo dei Sospelli, di rosso, al libro aperto
d'argento, caricato d'una spada in palo, del medesimo, col motto «_tout
droict Sospel_», continuo tema di pazze congetture agli eruditi
mandamentali.
La contessa Albertina aveva fatto preparare per suo fratello
l'appartamento dei vecchi al primo piano. Non era egli oramai il signore
del castello? Ma il nuovo arrivato, in omaggio ai ricordi, amò meglio di
ritornare nel quartierino della torre, in quelle due camerette che aveva
ancora occupate la notte prima di andare a Genova, per entrare nel
collegio di Marina. Si sentì giovane, anzi ragazzo, là dentro; e la
mattina seguente, aprendo gli occhi e rivedendo il suo nido alla luce
dell'aurora, gli parve di non essersi mosso mai da quel luogo. Tutte le
cose intorno a lui sorridevano, con quell'aria domestica che è data ai
mobili di casa dalla loro istessa vecchiaia. Maurizio stette un'ora
buona a guardar tutto attentamente, incominciando dal suo letto di legno
dipinto di celeste a fiorami; passando poi allo specchio dalla cornice
barocca indorata, con una luce di Venezia tutta sfiorita dagli anni, al
canapeino di legno, dipinto nello stile del letto, all'armadio, al
tavolino, alla piccola libreria, dov'erano ancora i suoi libri di
scuola.
Poco lontano di là, al secondo piano del palazzo, era una libreria ben
più ricca, quella del babbo, che era stata anche di due generazioni
anteriori: libri vecchi, ma in gran numero, quasi tutti di storia, e di
erudizione. Il fatto suo, non vi pare? Ed egli per l'appunto aveva
contato su ciò. Il suo primo pensiero fu di riordinare in quindici o
venti giorni quella libreria, da tanti anni dimenticata; avrebbe veduto
frattanto che cosa ci fosse di utile per sè, nella compilazione
dell'opera che aveva disegnato di scrivere. Voleva seguitare a dormire
nella sua cameretta di adolescente; l'attigua gli sarebbe servita come
spogliatoio; tutte le altre del secondo piano, che venivano in fila, le
voleva ridurre a stanze da lavoro, coi libri, le carte murali, gli
atlanti, e tutto l'altro che gli bisognasse.