L'accenno militare condusse naturalmente il generale alla presentazione

del suo ospite. Il capitano Dutolet, sottotenente nella campagna del

1870, era stato ferito gravemente a Reichshoffen, e sarebbe morto sul

campo, se non si fosse dato pensiero di lui, facendolo raccogliere in

tempo e mandare all'ambulanza, il suo capo di squadrone Matignon de la

Bourdigue. Quel magro cavaliere dal volto grigio, dalle gambe di ragno e

dall'aria sempre malinconica, era una salda tempra di acciaio; ancora a

servizio, veniva a spendere le sue licenze ordinarie e straordinarie

presso l'antico superiore, che da cinque anni aveva lasciato l'esercito,

per passar tra gl'invalidi assai prima del tempo. Anche il generale de

la Bourdigue aveva avuto a dolersi di una ingiustizia? La cosa era

possibile; tanto gli uomini si rassomigliano, sotto tutte le longitudini

della zona temperata e sotto tutti i governi civili.

Quel generale, che avrebbe fatto ancora una così bella figura a cavallo,

possedeva un magnifico stato di servizio. Nizzardo di nascita, aveva

raggiunto il grado di capitano nell'esercito, piemontese, combattendo in

Crimea e quindi in Lombardia nella campagna del '59. Dopo la cessione di

Nizza alla Francia, era stato tra quelli che avevano optato per la

nazionalità francese, e nel '70 era giunto al grado di capo squadrone,

dopo aver fatto parte del corpo di spedizione al Messico e aver

combattuto valorosamente sotto le mura di Puebla. Colonnello dopo Sedan,

generale di brigata nell'esercito della Loira, non aveva più fatto altri

passi in avanti. A chi era dispiaciuto? Che demeriti avevano ritrovato

in lui? Il generale Bourdigue non istette a domandarlo: una dolorosa

occasione gli si offerse di lasciare il servizio, ed egli colse quella

occasione pel ciuffo.

Camillo, il suo fratello maggiore, rimasto italiano alla cura

degl'interessi domestici, che erano tutti di qua dalla linea della Roia,

era venuto improvvisamente a morire, lasciando orfana l'unica figliuola

Gisella. Il generale, venuto a surrogare il fratello, aveva prese le

redini della amministrazione domestica; e il tutore, un anno dopo,

diventava marito. Come era avvenuto ciò? Si diceva a Nizza, a

Villafranca, a Mentone, dovunque i Matignon erano conosciuti, e si

ripeteva da Ventimiglia a San Giorgio, dove avevano le loro possessioni,

che la fanciulla medesima avesse voluto quelle nozze.

I valorosi, hanno sempre questa sorte di fascino sulla donna. Pare alla

bellezza di appoggiarsi meglio, quando il braccio che la sostiene è

quello di un eroe. Inoltre, la donna conosce il suo proprio valore, la

sua qualità di gioiello; sente di essere buon premio alla forza, morale

o fisica ch'ella sia, o l'una cosa e l'altra ad un tempo.

La contessa Gisella, a cui Maurizio di Vaussana fu presentato quel

giorno, era una bellissima creatura di ventuno in ventidue anni, bionda

e rosea come abbiamo già avuto occasione di dire. Ma quando si dice

bionda e rosea, non si è detto ancor nulla: bionda e rosea può essere

anche una pupattola; bionda e rosea su per giù era anche la cugina

splendidissima e formosissima di Maurizio. La castellana della Balma non

offriva tuttavia nessuna somiglianza con una pupattola; non aveva

nessun'aria di parentela con la cugina di Maurizio.

In primo luogo era più alta, e più flessuosa nella persona; donde una

formosità d'altro genere. Poi la carnagione era più fine, d'impasto più

gentile, più tenero, con un certo riflesso dorato sul roseo, che non

aveva quell'altra. Il biondo dei suoi capelli era più luminoso, più

morbido, più ondato; e quei capelli formavano un volume così abbondante,

da potersi paragonare a quelli di Genovieffa di Brabante, capaci a far

da accappatoio a tutta la persona, quando la bella principessa della

leggenda ebbe logorati i suoi abiti nella foresta di Trèveri. Non si

poteva poi pensare alla cugina, vedendo gli occhi della contessa

Gisella; grandi occhi profondi, neri d'un nero d'indaco, ma che

mettevano bagliori d'oro ad ogni batter di ciglia.

--Mia moglie è fosforescente;--diceva qualche volta il generale.

La contessa Gisella sorrideva, e senza ombra di civetteria, volentieri

secondando un complimento maritale, con un nuovo sprigionamento di

faville. Era una bambina, niente vana della propria bellezza,

ignorandola forse, certamente non dandosene pensiero e non sapendo che

farsene. Qualche volta, con versi infantili, storcimenti di bocca,

guardate di sbieco, pareva che lavorasse a farsi brutta; ma senza

venirne a capo. Tutto ciò ch'ella faceva era improntato di sincerità,

d'ingenuità, di franchezza e di grazia. Vi passava davanti come una

bella farfalla che aleggia capricciosa nella pompa de' suoi vivi colori,

e non sa di essere la vita del giardino, la festa degli occhi, la

maraviglia del quadro.

Vedendo lei da vicino, discorrendo con lei, Maurizio non potè

trattenersi dal pensare a sua cugina e al dolorino acuto che gli aveva

lasciato nell'anima quella splendidissima e formosissima bionda.

--Ecco--diceva egli tra sè,--una donna bella vi colpisce, v'infiamma, vi

fa soffrire come un dannato. Poi se ne presenta un'altra più bella,

magari nel suo stesso genere, il che è veramente il colmo dell'audacia;

e lì per lì, senza cancellarvi l'immagine della prima, senza

distruggervi in cuore la memoria degli antichi tormenti, ve ne rende

innocua la sensazione, sterile e vano il pensiero. Come ho potuto

soffrir tanto per quella là? Quella là, certamente; è il modo d'indicar

la figura che è passata, non lasciando più desiderio di sè. Anche le

donne, alla lor volta, sentono e ragionano così; anch'esse hanno «quello

là» da giudicare in forma sommaria, mandandolo a farsi benedire. E il

meglio, dopo tanta esperienza, il meglio sarebbe di esser tutti

filosofi, uomini e donne, di cansare gli innamoramenti fatali, di

prendere un po' più alla leggera le cose del cuore, fragili e fugaci

alla fin fine come tutte le altre.--

Ma queste cose si possono pensare, non fare. Sono le occasioni, quelle

che vengono addosso, quando meno ci si pensa; sono le circostanze,

quelle che imprigionano, quando meno si crede di restarci impigliati. La

donna che si ama di più, che più dovrà farci soffrire, non è sempre la

più bella, contro cui c'era modo di mettersi in guardia a tempo

opportuno. Un amico di Maurizio aveva fuggito i lacci di due

meravigliose creature: poi si era ucciso per una piccola strega dei mari

del settentrione, secca stecchita a quel modo, che quando l'aveva veduta

la prima volta gli era parsa un'aringa affumicata.

Maurizio di Vaussana stette un paio d'ore alla Balma, ragionando di

cento cose. Cadde anche il discorso sulle cause del suo ritiro precoce

dal servizio: ma s'intende che nè il generale lo incalzò troppo con le

domande, nè egli credette necessario di dire la verità tutta quanta. Si

toccano mal volentieri certi tasti più intimi, quando non si è tra

connazionali: e il signore della Balma e il signore del Castèu,

quantunque appartenenti pel sangue alla medesima valle, non erano di una

medesima patria. Maurizio trovò il modo di dire che da un pezzo sentiva

il bisogno di attendere agli interessi di casa sua. Vivendo il babbo,

era una cosa; morto il babbo era un'altra. Da principio, correndo ad

ogni tanto voci di guerre possibili, aveva stimato necessario di restare

al suo posto di combattimento: ma oramai, sfumata ogni probabilità di

vicine «complicazioni europee», le voci della sua terra erano state più

forti, ed egli, di marinaio che era diventato, ritornava a fare il

gentiluomo di campagna.

--Per nostro vantaggio;--disse il generale.--E speriamo che ci restiate

per sempre. Ma il miglior modo d'incatenarvi qui, sarà quello di darvi

moglie. Non fate conto di prenderla?--

Maurizio sorrise. Che idea! c'era egli proprio bisogno di prender

moglie, per vivere e non annoiarsi della vita? Ma questo, che pensò, non

lo disse. Infatti, sarebbe stata una grande scortesia verso una buona

intenzione, e più ancora verso quell'uomo che l'aveva presa bellissima.

Rispose invece con un «perchè no?» a fior di labbra, che lo impegnava

fino ad un certo punto, lasciandogli la porta aperta per una brava

ritirata.

--Del resto--soggiungeva,--una moglie non si trova lì alla prima voltata

di strada. Non è anche conveniente per la felicità, di trovar prima

l'amore, donde sia facile poi avviarsi al matrimonio?

--Un altro vi risponderebbe: prima il matrimonio; l'amore verrà poi, e

non sarà che più forte, perchè fondato sulla conoscenza, sulla stima

reciproca;--ripigliò il generale.--Ma queste sono le vie battute dal

ragionamento, e voi amate le vie strane. Per una di queste, infatti,

siete salito alla Balma. Innamoratevi dunque, signor Maurizio, e

sposate. Per voi, ultimo dei Sospelli di Vaussana, è anche un debito

d'onore verso i vostri maggiori, che hanno diritto di veder continuato

il lustro di un buon nome.--

Il signor Maurizio non sorrise più, s'inchinò ringraziando. Poco dopo,

essendo la sua prima visita durata oltre i termini della convenienza, si

alzò per prender commiato.

--Badate, amico;--gli disse il generale, prendendogli affettuosamente la

mano e stringendola forte tra le sue;--qui non siamo in città, da

vederci una volta alla settimana: siamo qua tutti i giorni, mattina e

sera. Del resto, ora che conoscete anche il mio ospite, non sarà più il

caso per noi di lasciarlo solo, quando verremo a scovarvi nel vostro

Castèu.--

Le accoglienze erano state molto cordiali da parte del generale, e

gentili da parte della contessa Gisella; Maurizio poteva esser contento

dei suoi vicini della Balma. Bastavano esse per dirgli il carattere dei

signori Matignon? Le prime visite per solito non contano, in

quest'ordine d'indagini e di scoperte; nessuno si fida a questi incontri

preliminari, a questi semplici contatti di superficie, dove le regole

della buona creanza e i luoghi topici della conversazione son tutto.

Pure, tanto è forte nell'uomo l'abito dell'indurre, Maurizio se ne

partiva dalla Balma con una opinione formata, se non ancora dal suo

raziocinio, certamente dalle sue sensazioni. E l'opinione era questa:

che i signori della Balma erano ottima gente; il conte un allegro

compagnone, con qualche scatto d'imperiosità, derivato dalla abitudine

del comando, dall'abuso della caserma e della piazza d'armi, ma del

resto un buon diavolo, e piacevole in società, quantunque, fuori dagli

argomenti militari, un po' tavola rasa; la contessa una bella bambinona,

senza grande istruzione anche lei, ma buona, una vera pasta di zucchero,

felicissima di obbedire a quel gran marito e ai suoi grandi mustacchi,

di cui sembrava infatuata, come se fossero ancor biondi. Pensando a

quella coppia, gli tornavano a mente due colombi che aveva visti un

giorno a Pisa, espressi dallo scalpello di uno scultore, collocati l'uno

di rimpetto all'altro, intenti a tuffare il becco nel latte di una tazza

d'alabastro; donde a lui era venuto il pensiero che da un momento

all'altro, solo che si chinassero un tantino di più, ci sarebbero

cascati a capo fitto.

Affogar nel latte, che morte! E non c'era anche il pericolo di annoiarsi

un pochino, con tanto latte per tutto pasto? Veramente, per rompere la

monotonia c'era l'ospite, il capitano Dutolet. Ma c'era proprio? o non

era piuttosto l'ombra di un ospite? Quel ragno grigio si poteva creder

benissimo, dalle apparenze, un compito cavaliere: doveva anch'essere un

valoroso della buona specie, poichè era molto modesto, non parlava mai

delle sue imprese di guerra, e, quando il suo generale vi accennava,

egli cercava subito di sviare il discorso. Ma era di poco aiuto, Dio

buono, anzi di nessun aiuto in una conversazione. E dovevano esserci

ogni giorno alla Balma molte ore di noia.

Anch'egli, il signor Maurizio, si sarebbe annoiato al Castèu, senza i

suoi libri, senza il suo disegno di scrivere un'opera. Ah, come voleva

mettersi presto al lavoro! Su presto, adunque, in ordine i libri, le

carte, gli strumenti; e fatto ciò, sùbito un buon orario da

imprigionarcisi dentro, come il filugello nel bozzolo. Egli ricordava

benissimo a questo proposito la massima di un suo vecchio professore al

collegio di Marina: «i sistemi fanno e non fanno, il metodo è tutto».

Per dar sesto alle cose sue ci sarebbero volute ancora cinque o sei

giornate di lavoro. Disgraziatamente, non erano più giornate intiere, ma

mezze: alle dodici, ora del desinare, il legnaiuolo era congedato. Come

fare altrimenti? Il generale era venuto con la sua signora a visitare la

contessa Albertina; gran miracolo che non si ripeteva più da sei mesi. E

in quella visita, il conte Matignon de la Bourdigue aveva rinnovato a

Maurizio il suo avvertimento: «Siamo in casa tutti i giorni, mattina e

sera, sera e mattina». Poveri colombi, sugli orli d'una tazza di latte!

La vita della campagna è sana; ma chi non ci ha niente da fare, Dio

misericordioso!... Si cerca di essere in tre; quando in tre non si sente

sollievo, bisogna trovar modo di essere in quattro.

Maurizio andava dunque ogni giorno a fare il quarto a quei buoni vicini.

Si giuocava molto a biliardo; si faceva anche un po' di scherma, e

qualche volta si usciva a far quattro colpi di pistola. Il generale, da

vecchio ufficiale di cavalleria, era un gran sciabolatore al cospetto di

Dio; con la spada reggeva appena al confronto del capitano Dutolet, ed

era molto inferiore a Maurizio, gran tiratore, che si era fatto in

Genova alla scuola elegante e vigorosa di Licurgo Cavalli, e che a

Napoli era stato perfezionato dalla grazia corretta di Masaniello

Parise. Alla pistola batteva tutti il capitano Dutolet, con quel suo

modo curioso, strano, inconcepibile, di tirar diritto senza puntare. Per

colpire il bersaglio a venticinque passi, Maurizio aveva bisogno di star

sulla mira almeno cinque secondi. Il capitano niente; si presentava di

fianco, innanzi al bersaglio, con la bocca della pistola a terra; alzava

il braccio, portandolo naturalmente, automaticamente in linea,

all'altezza necessaria, non un millimetro di più, non un millimetro di

meno; e paf, era un centro senza fallo.

I due testimoni di quelle prodezze lodavano senza risparmio. Ma il bravo

capitano Dutolet non accettava le lodi. Non c'era niente da far

maraviglia; un po' di pratica; questione di esercitare le articolazioni

a quel punto di arrivo in linea, i muscoli a quel grado di tensione,

ecco tutto.

--Ecco niente;--gridava il generale, con la sua voce di tuono.--Se non

si trattasse che di esercizio, in tutti i giuochi tu riusciresti

eccellente, mio caro. E allora come va che sei sempre una sbercia a

carambolo?--

CAPITOLO IV.

La disputa filosofica.

Un giorno che Maurizio faceva la solita strada del bosco per salire alla

Balma, gli venne veduta la gran novità di un abito talare che appariva e

spariva a intervalli lungo i tigli del gran viale. L'abito talare

scendeva; e Maurizio, fermandosi alquanto ad una svolta del sentiero,

riconobbe il suo uomo. Don Martino che veniva di lassù! Era un caso

strano, inaudito. Il signor di Vaussana non aveva saputo mai che

l'arciprete di San Giorgio bazzicasse alla Balma; e vedendo per la prima

volta don Martino ritornare da quella eminenza, pensò involontariamente

al signor Camillo, il miscredente.

Infatti, quell'anima buona di sua sorella Albertina poteva dir tutto

quel che voleva, per coprire la verità, ma il primogenito dei Matignon

era vissuto tutt'altro che in concetto di buon cristiano. In chiesa non

lo aveva mai visto andare nessuno, nello spazio di trent'anni. Si diceva

dal vicinato che fosse un libero pensatore, che leggesse il Voltaire, il

Rousseau e gli altri Enciclopedisti; desolazione della abominazione.

Quella, s'intende, era la chiacchiera d'altri tempi, dei tempi in cui si

voleva dar colpa di tutta la miscredenza moderna al Voltaire, al

Rousseau; nè poteva indurre in errore Maurizio, che conosceva benissimo

le opinioni spiritualistiche del Ginevrino, e quanto all'altro

rammentava benissimo la storia del tempietto di Ferney con la famosa

epigrafe: «_Deo erexit Voltaire_»; un po' orgogliosa, per dire la

verità, ma non atea. Comunque fosse, avessero torto o ragione le

coscienze timorate del luogo a veder così neri gli Enciclopedisti,

restava sempre il fatto che il primogenito dei Matignon non era vissuto

praticando la religione dei padri; e l'essere andato don Martino,

arciprete di San Giorgio, al suo letto di morte, non provava punto che

si fosse riconciliato all'ultim'ora. Se ciò fosse avvenuto, l'arciprete

non avrebbe tralasciato di dirlo: in quella vece, quando gli si toccava

quel tasto, don Martino cambiava discorso. Dunque.... la conseguenza era

facile a trarsi; don Martino era andato per moto spontaneo dell'anima,

fors'anche giungendo tardi, e ad ogni modo non salvando che le

apparenze, per chi voleva contentarsene.

Quanto al generale, egli doveva essere la seconda edizione del suo

fratello maggiore; salvo, s'intende, lo studio sugli enciclopedisti.

S'impacciano poco con la filosofia, i militari. Così pensava Maurizio; e

così pensando, la presenza inaspettata dell'arciprete di San Giorgio al

castello della Balma doveva parergli una cosa strana, inaudita. Ma non

era affar suo: da uomo educato, non poteva domandare; da uomo senza

curiosità, non ne sentiva il bisogno; si era già dimenticato dell'abito

talare, giungendo alla presenza del castellano della Balma.

Il generale era col suo inseparabile Dutolet, ambedue seduti al fresco,

su certi sedili di ferro, disposti a semicerchio fuori dell'ingresso,

accanto alla gradinata di marmo.

--Venite qua voi a consolarci;--disse il generale, com'ebbe veduto

Maurizio.--Venite a riconfortarci lo stomaco. Non lo sentite, l'odore di

scarafaggio?--

Maurizio ebbe l'aria di non intendere a che cosa volesse alludere il suo

interlocutore.

--Già,--ripigliò il generale,--voi venite sempre dalle scorciatoie; se

foste venuto dal gran viale, avreste incontrato l'uomo nero che ci ha

regalato un'ora del suo tempo; e ne avremmo fatto volentieri di meno.

Con che scopo, domando io, con che scopo il signor arciprete di San

Giorgio viene una volta al mese quassù? Per vedere quando si fa conto di

lasciargli queste quattr'ossa?.... Ma non ne abbiamo nessuna voglia; non

è vero, Dutolet?

--Per quello che mi riguarda,--disse il capitano, senza neanche

sorridere,--ci sarebbe troppo poco da rosicare.

--Non dimentichiamo i diritti dell'ospite;--notò il generale,

osservando che Maurizio era rimasto silenzioso.--Nè di politica nè di

religione si deve ragionare tra uomini. A questo ci ha ridotti la

civiltà; e le sue leggi van rispettate.--

Maurizio vide allora la necessità di parlare.

--Se è per me, generale, non vi date pensiero;--rispose.--Non mi fanno

paura i discorsi di politica, nè quelli di religione. Credo ancor io che

la civiltà abbia delle leggi false, come ne ha delle puerili. A mio

avviso si può discutere di tutto; basta che nella discussione si porti

della misura, della buona volontà, del rispetto.

--Ah, mi levate un peso dal cuore!--gridò il generale.--In fede mia, non

ne potevo più. Immaginate che non posso soffrire i preti.

--Scusate, generale, ma allora....

--Volete domandarmi perchè li ricevo? In verità, non sono io che li

invito a venir quassù. Già, non so se debbo ridere o andare in collera,

quando me li vedo davanti. Non sanno che esser umili coi potenti e coi

ricchi. È dunque una umiliazione che vogliono.

--Ed io, perdonate, non la infliggerei loro; mi darei piuttosto ammalato

d'emicrania.

--È quello che dice mia moglie. V'intendereste benissimo con lei, almeno

nel fatto di dispensarli da una visita inutile. Neanch'essa li può

soffrire. Mio fratello l'ha educata bene, ed io non ho avuto da

consigliare mutamenti nella sua educazione. Niente preti, miei giovani

amici, specie con le donne. Infatti, è ancora per mezzo delle donne che

essi comandano nel mondo; sono essi che le hanno educate alla

superstizione, e con la confessione, col perdono periodico, le hanno

educate alla colpa.

--Ma il perdono è di Cristo.

--Cristo fu un uomo. Come uomo, lo venero, ho un gran rispetto per lui;

non senza riconoscere, per altro, che avrebbe fatto meglio ad essere più

severo, insegnando per esempio a non fallire con tanta facilità. Ma che

si fa la burletta? Col dirci che il giusto cade sette volte al giorno,

non si dà la licenza a tutti di cascar quattordici, o ventotto? Per me,

dicano quel che vogliono con la teorica del perdono; non conosco che il

dovere, io, e so che il dovere è buono.

--Debbo io dirvi tutto quello che penso, generale?

--Ma sì, per bacco. Non lo dico io liberamente, approfittando della

vostra licenza?

--Ebbene,--rispose Maurizio,--vi dirò che il dovere è buono, perchè

scende diritto diritto dalla legge morale; e la legge morale è Dio.

--Ah, il gran cavallo di battaglia! Ma siete voi persuaso, caro amico,

che Dio non sia una creazione dell'uomo?

--Anche la morale, allora.

--La morale,--sentenziò il castellano della Balma,--è l'utilità bene

intesa, per cui solamente si conserva questa povera specie umana. Non

fare ad altri quel che non vorresti che fosse fatto a te; fare ad altri

quello che vorresti che fosse fatto a te.

--Già, per dare il buon esempio,--replicò Maurizio, sorridendo;--ma gli

altri lo seguiranno? ecco il busilli.

--Seguano o non seguano, c'è tutta la morale umana in queste due

massime. Conosco degli atei che vi conformano i loro atti assai meglio

di tanti credenti.

--Pur troppo, generale, pur troppo. Ma permettete, non scendiamo alle

applicazioni; stiamo nel campo dei principii. Fare o non fare, secondo

quelle due massime, è facile, ed anche può essere piacevole all'uomo

incivilito. Ma come potete voi credere che l'uomo primitivo, l'uomo

della selva, facesse ad altri quello che avrebbe voluto che si facesse a

sè?--

La domanda piaceva poco al generale; e dalla breve pausa che egli fece

prima di rispondere, Maurizio potè credere che l'avversario si trovasse

impacciato. Ma non era così; proprio allora il generale metteva in

posizione le artiglierie.

--Io non vi parlo dell'uomo primitivo;--disse egli, non potendo

trattenere un'alzata di spalle.--Che c'entra qui l'uomo della selva?

Buon padrone di aver fatto come gli sarà piaciuto, o tornato più comodo.

L'uomo primitivo, per vostra norma e regola, era un antropopitèco. Vi

maravigliate di sentirmi parlare con tanta asseveranza di quel grazioso

animale? Nel fatto, io non ne so nulla; vi parlo con la scienza alla

mano. Ho letto Darwin, mio caro; ho letto Huxley, Buchner, Mortillet,

Spencer, tutta la scuola dei liberatori. L'antropopitèco non si è ancora

trovato negli strati del terreno terziario; ma si troverà, non dubitate.

E una necessità in terra, come certi corpi in cielo, per l'equilibrio

del sistema planetario. Nella scala progressiva degli esseri,

l'antropopitèco ha il suo posto: animale d'istinti maravigliosi, già

dotato di qualche intelligenza, come sono del resto tanti animali meno

progrediti di lui, egli ha fatta la sua strada, e nessun calendario gli

ha misurato il tempo necessario alla sua legittima evoluzione. Il

bisogno lo ha fatto industrioso; l'industria lo ha fatto civile; la

civiltà lo ha fatto morale. Vi capacita?

--Eh!--disse Maurizio, stringendosi nelle spalle, mentre in cuor suo si

maravigliava forte di trovare sotto la spoglia di quell'uomo d'armi un

lettore dei moderni evoluzionisti;--vuol esser dunque morale

indipendente, la nostra?

--Non mi spaventano i nomi;--replicò il generale.

--Ebbene,--ripetè Maurizio,--non vi spaventino dunque le mie povere

argomentazioni.

--No davvero, sentiamole.--

Qui fu una piccola interruzione nel dialogo. Dall'alto della gradinata,

appariva la contessa Gisella, col suo cappellino di paglia in capo,

l'ombrello da sole in mano e una borsa ad armacollo, che le dava

un'aria graziosissima di pellegrina. La bella signora dagli occhi

fosforescenti vide Maurizio, e scese lesta i gradini per venirlo a

salutare.

--Vado per affari,--diss'ella, porgendogli la mano.--Spero di ritrovarvi

ancora al ritorno.

--Oh, lo troverai;--gridò il generale.--Siamo affondati in una disputa

che non finirà tanto presto.

--Di che si tratta?--chiese ella, nell'atto di aprire il suo ombrellino.

Tra cielo e terra: Romanzo · 第 3 / 18 段