[226] Bescapè, pag. 202 e 203. — Lettera del cardinale di Como

all'arcivescovo Borromeo, che leggesi nella _Confutazione de'

Ragionamenti apologetici pubblicati dal dottor Baldassare Oltrocchi_,

pag. 436.

[227] _Cronaca del marchese Lorenzo Isimbardi, di varii successi dal

1569 in avanti_: MS. presso la casa Isimbardi in Pavia.

[228] Bescapè, pag. 224.

[229] Vedi Gaspare Bugati, _Fatti di Milano al contrasto della Peste_.

— Giacomo Filippo Resta, _Vera narrazione del successo della Peste_. —

Cicerei, _Epist._, tom. II, pag. 248.

[230] Bugati, _Aggiunta alla sua Storia Universale_, Milano, 1571, pag.

167.

[231] Pag. 145, 146, 147 e 173.

[232] Bescapè, pag. 145. — Lattuada, tom. III. pag. 122.

[233] Vedi gli storici della sua vita, e specialmente il Bescapè, pag.

193, 194, 195, 290 e 363; e inoltre il Lattuada, tom. IV, pag. 47, 68,

212, 318, e tom. V, pag. 111, 262, 407; e il Bugati, _Aggiunta_, ec.,

pag. 143.

[234] Lettera 4 luglio 1579, tra le _Lettere del glorioso arcivescovo

di Milano S. Carlo Borromeo, cardinale di Santa Prassede_. Lugano, per

l'Agnelli, 1762.

[235] Cronaca citata, all'anno 1580.

[236] Sotto il contestabile di Castiglia fu stampato, nel 1597,

il libro: _Quaderno de varias escrituras en las deferencias de

Jurisdiciones ecclesiastica y real del estado de Milan._

[237] Atti della visita del cardinale Federico Borromeo del 1608.

[238] Bianconi, _Guida di Milano_, pag. 122 e 157.

[239] Lattuada e Bianconi, pag. 79.

[240] Lattuada, tom. V, pag. 284.

[241] _Fr. Cicereji, Opera_, tom. II, pag. 183.

[242] Il seguente avviso fu dal vicario di Provvisione distribuito agli

eletti per l'entrato della regina: «Volendo questa città di Milano

ricevere con tutti questi segni di riverenza e d'onore che si devono

la serenissima principessa, moglie del principe nostro signore, la

cui venuta in breve s'aspetta, ha stabilito, fra le altre cose, che

si eleggano ducento e più cavalieri nobili, di età di quattordici

anni in su, che vadino ad incontrarla, vestiti a spese loro, tutti di

seta bianca ed oro come meglio a ciascuno parerà, purchè habbino calze

abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, berretta di velluto

nero solio con piume bianche, spade, pugnali et azze dorate in spalla,

ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco.

E perchè fra queste si trova eletta la persona di V. S., d'ordine anche

di sua eccellenza, l'avvisiamo di tale elezione, assicurandoci che per

servire al proprio signore e principe naturale e alla patria insieme,

per i quali è tenuto ogni persona a spendere non solo le facoltà, ma

il sangue e la vita ancora, ella accetterà volontieri questo carico e

onore, col provvedersi dei vestimenti et ogni altra cosa necessaria,

nel modo che di sopra si è detto di qua alli 25 di novembre presente,

al più tardi, acciocchè quando giungerà sua altezza, la quale si ha

nuova certa che di già è partita, si trovi V. S. pronta insieme con

gli altri a fare il suddetto compimento. Avvisandola che sua eccellenza

ha dichiarato il signor marchese di Caravaggio capo di questi nobili,

_e avvertendola che contra gli inobbedienti ha ordinato che si proceda

alla pena di cinquecento scudi, e maggior pena ancora all'arbitrio suo,

alla quale saranno tenuti i padri per i figliuoli. Nè si admetterà

alcuna escusazione, perchè S. E. così comanda._ Anzi ha ordinato che

quelli che sono uomini di arme, entrano in questo numero, esentandoli

da quel carico per adesso. E per rispetto delle azze potrà V. S.

far ricapito dal spadaro al segno del Leon d'oro nella contrada dei

Spadari.

Et inoltre sarà S. V. contenta di ritrovarsi in casa del suddetto

signor marchese martedì prossimo, che sarà alli 3 del presente mese,

dopo il desinare, per intendere quanto se le vorrà dire in questo

particolare.

In Milano, alli 2 di novembre 1598.

_Sott._ Il vicario e dodici di Provvisione eletti dai

signori Sessanta, ec.

GIO. JACOMO CHIESA».

[243] _Le grazie d'Amore_, di Cesare de' Negri, milanese, detto il

_Trombone_: Milano, presso Ponzo e Piccaglia, 1604 in fol., pag. 12 e

seg.

[244] Libro citato, pag. 35.

[245] Opera citata, pag. 13.

[246] Pag. 25.

[247] _Trattato di Scientia d'arme, con un dialogo di filosofia, di

Camillo Agrippa, milanese:_ Roma, presso Antonio Blado, stampatore

apostolico, in 4.º

[248] Negri, opera citata, pag. 14.

[249] Pag. 287.

[250] _Siècle de Louis XIV_, cap. XXV.

[251] _Stato della repubblica milanese l'anno 1610_, MS. del citato

senatore, esistente nell'archivio dell'illustre casa Belgioioso d'Este;

Cap. dei _Governatori_, fog. 331, _tergo_. — Di quest'opera dà conto

l'Argellati nella _Biblioteca degli scrittori milanesi_.

[252] .... _Ut aditus et reditus a justitia ad clementiam facillimi

certissimique paterent, viam hanc e Regia ad praetorium aperuit._

[253] _Philippo III, Hispaniarum Rege potentissimo, imperante D. Petrus

Enriquez Azevedius, Fontium Comes, externi belli victor domestici

extinctor invictus, dextra amabilis, sinistra formidabilis.... carcerum

fores regiae curiae objecit, ut principis advigilantis oculus fidissima

est jusitae custodia._

[254] Lattuada, tom. V, pag. 26 e seg.

[255] MS. del senator Visconti, fol. 279.

[256] Visconti, MS. citato, fol. 337.

[257] _Philippo III, Hispaniarum et Indiarum Rege, Mediolani Duce,

Regnante, D. D. Petrus de Enriquez Azevedius, Provinciae Mediol.

Gubernator et Fontium Comes, opere hoc praeclare Verbani et Larii

huc deductas aquas irriguo navigabilique Ticino ac Pado immiscuit,

ubertatem et jucunditatem agrorum, artificum studia, publicas ac

privatas opes accessu et commercio facili amplificando._

[258] Visconti, MS. citato, fol. 284, _tergo_.

[259] Detto MS.

[260] _Quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus

extollebatur._

(Quanto più pronto era taluno alla servilità, più era innalzato di

ricchezze e d'onori).

[261] Visconti, nel citato MS. fol. 349.

[262] MS. suddetto, fol. 350.

[263] Caterina Medici, che viene chiamata «impurissima femmina,

strega e fattucchiera funestissima, avvelenatrice inumanissima; che

da quattordici anni, abbiurata la religione cristiana, e obbligatasi

al principe delle Tenebre, ha frequentato i luoghi infernali e i

conciliaboli dei demonii, li ha nefandamente adorati, e danzato,

mangiato e giaciuta con essi, e con arti diaboliche e veneficii ha

tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati

ed uccisi molti bambini col sottrarre dai lori corpicelli il vital

sangue; e finalmente tali e tanti delitti ha commesso, che il senato,

nell'udirne il racconto, inorridì. Perciò statuitole un termine alla

difesa, e fatta difendere d'ufficio (poichè nessuno si presentò per

farlo), questa sacrilega detestabil donna fu condannata, previo la

tortura ad arbitrio della curia per la manifestazione d'altri delitti

e dei complici, ad essere, con mitra in capo, avente l'iscrizione del

reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico

patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della città,

tormentata, durante il cammino, con tenaglie roventi, e per ultimo

bruciata. E avendo la detta strega confessato molte cose pertinenti

all'ufficio della Santa Inquisizione, il senato ordinò che fusse prima

consegnata al rev. padre inquisitore, il quale, compite le cose da

compirsi, l'abbia a riconsegnare all'egregio capitano di giustizia».

Così nella sentenza, di cui ecco il tenore: _Retulit in Excellentissimo

Mediolani senatu egregius capitaneus justitiae longam atque integram

seriem et processum causae instructae adversus impurissimam foeminam,

Catharinam Mediceam, Papiensem, strigem lamiamque leterrimam, et

veneficam immanissimam, quae ex pluribus et perspicuis inditiis ac

testimoniis atque ex propria confessione cognita es, jam supra annos

quatuordecim cristianam fidem ejurasse, seque principi Tenebrarum

devinxisse, tartarea loca, daemonum conciliabula una cum alijs strigis

et lamiis frequentasse, eos nefarie adorasse, et cum eis saltasse et

comessatam fuisse ac concubuisse; multosque homines diabolicis artibus

st veneficiis in sui amorem traxisse, vel certe trahere studuisse;

multos item infantes, subtracto e corpusculis vitali sanguine,

fascinasse atque necavisse... Demum tot ac tanta scelera patrasse, ut

senatus ipsa audiendo cohorruerit. Retulit pariter idem capitaneus

statum fuisse praedictae mulieri aliquod spacium ad se defendendum,

quo in tempore cum nihil egerit, curiam de ea in suffragium ivisse,

sententiamque suam protulisse, quam ibidem recitavit, judicioque

eiusdem excellentissimi ordinis submisit. Qui misertus ac pertaesus

harum calamitatum artiumque infernarum, quae passim jam per Urbem

hanc et Provinciam universam grassantur, statuit ad exemplum et ad

terrorem huiusmodi monstrorum maxime pertinere ut huic sacrilegae et

detestandae mulieri digna malefactis suis suplicia erogentur. Omnibus

igitur et singulis rebus suprascriptis diligenter ac mature perpensis,

censuit praedictam Catarinam Mediceam, denunciata morte, super aliis

criminibus et criminum sociis torquendam arbitrio Curiae, habitaque

pro repetita et composita seu confrontata.... plaustro imponendam,

mitratamque ad infamiam, cum inscriptione criminis, ac figuris

diabolicis redimitam, ad locum pubblici patibuli trahendam esse per

regiones Urbis insigniores, atque interim pluries forcipe candenti....

vellicandam donec eo pervenerit, ibique demum flammis concremetur....

Verum quia praedicta Lamia multa fassa est quae ad cognitionem Sanctae

Inquisitionis Officii pertinent, censet idem Senatus eam prius tradi

debere rev. P. inquisitori, ut prefectis perficiendis ipsam egregio

capitaneo justitiae restituat._ — Signat. _Io. Baptista Saccus_. Questa

sentenza fu eseguita il 4 marzo 1617, e, avendo essa la data del 4 di

febbraio, è da credere che il mese che trascorse prima dell'esecuzione

siasi consumato presso il Santo Officio. Il fatto è il seguente.

Nell'autunno del 1616 il senatore Melzi si ammalò con dolore allo

stomaco: non aveva febbre, ma inappetenza, poi dimagrò e perdette il

sonno. Il medico che lo assistiva, era il fisico collegiato Giacomo

Angelo Clerici, ma vennero consultati anche i due fisici di collegio

Lodovico Settala e Giambattista Selvatico. Erano passati due mesi da

che languiva per quest'incomodo il senatore, quando venne, verso la

metà di dicembre, a visitarlo il capitano Vacallo, il quale, vedendo

che il senatore aveva per cameriera Caterina Medici, da lui altre

volte conosciuta, avvertì il senatore essere quella una famosissima

strega, e la peggiore che si potesse trovare, poichè aveva maleficiato

lui mentre stava in sua casa. Due figlie del senatore, monache in San

Bernardino, informate di questo, si fecero mandare i cuscini del di lui

letto, e vi trovarono dei nodi di piume e filo con carboni e pezzetti

di legno, i quali, portati al curato di San Giovanni Laterano, ch'era

esorcista, furono tosto giudicati opera diabolica di stregheria. Si

venne in formalità ad abbruciarli nella stanza del senatore cogli

esorcismi, e mentre si bruciavano crebbero i dolori allo stomaco

dell'ammalato. Allora il dottor collegiale Lodovico Melzi, figlio

del senatore, imprigionò in una stanza di casa Caterina Medici, e le

disse che si sapeva già ch'ella aveva maleficiato il senatore, e che

_o lo disfaccia; se no, per giustizia si sarebbe fatta abbruciare.

Ed a principio negò essa Caterina_..... Il processo non dice con quai

terrori venne poi costretta quell'infelice ad accusare sè medesima, ma

si vede che si accusò prima che fosse posta in prigione. Si pretendeva

che fosse marcata diabolicamente sulla schiena, ed ella asserì che

potevano essere state le coppette tagliate. Il curato di San Giovanni

Laterano venne a due ore di notte, e, dopo di averla esorcizzata, la

obbligò a stendersi per terra, ed ei, calpestandola, le pose un piede

sul collo, e, in quella positura, l'obbligò a rinunciare alle supposte

promesse fatte al diavolo.

Il motivo per cui il capitano Vacallo si credeva maleficiato fu perchè,

avendo in sua casa questa Caterina Medici, n'era innamoratissimo, onde

si consigliò col P. Scipione Carrera, col P. Albertino e col signor

Girolamo Omati, _e mi levarono di casa la Caterinetta, et la menarono

nel refugio: et le notti seguenti vuolsi morire di spavento, de tremori

et de passione di cuore, et gridava che pareva mi fosse strepato il

core, et così penai tutta la notte. Et la mattina seguente andai dal

curato di San Giovanni Laterano et li confessai guanto passava, et

lui, dopo havermi letto ed esorcizato, mi disse che ero malamente

maleficiato; et venne a casa mia, et nel letto et piumazzo trovò molte

porcarie, et fra le altre cose un filo lungo al circolo del mio capo

con sopra tre nodi distinti, uno stretto, l'altro meno e il terzo

più vano, et mi disse detto curato che se il terzo nodo si stringeva

più, sarei stato sforzato a sposarmi con detta Caterina o morire. Et

veramente a me pareva che se avessi havuto tutto il mondo da una parte,

et dall'altra la detta Caterina, havrei pigliato lei et lasciato tutto

il mondo. Egli se ne partì da Milano per andare in Ispagna, e mentre

andavo a Genova per andare a Spagna, pareva che io fossi menato alla

forca, et colà mi venne tentazione di gettarmi nel mare, et mi venivano

certe passioni di cuore come fossi stato per morire._

Mentre la Medici stava rinchiusa in una stanza nella casa del Melzi, e

assediata da una moltitudine di domestici e famigliari, venne forzata

a insegnare il modo per guarire il senatore, ed ella disse: _che

bisognava tor una fascia nuova et con essa misurare il signor senatore

per larghezza et per lunghezza et farli porre tre volte le braccia in

croce prostrato prima in letto con la pancia in giù; et che lei lo

avrebbe levato dal letto facendoli dire in quell'istante tre Pater

et tre Ave Maria da duoi figliuoli vergini a onore della Santissima

Trinità, et che lei nell'atto che havesse levato il senator dal letto

con la fascia sotto la pancia avrebbe detto:_ — Chi leva Senic et chi

la sanità: — _et che in tal modo il maleficio restava disfatto, et il

signor senatore sarebbe guarito._

Il medico Lodovico Settala, esaminato il giorno 28 dicembre 1616,

avendo egli circa sessantaquattr'anni, espone così: «Io più d'una

volta ho sentito dal signor senatore che pativa dolori di stomaco

stravaganti; che all'improvviso sopragiungevano et all'improvviso si

partivano, restando libero come se non avesse avuto male, e che pure

non vi dava alcuna occasione; per la qual cosa domandò aiuto e a me

e a al signor medico Clerici, perchè s'andava ogni giorno smagrendo e

consumandosi. Facessimo colleggio dieci o dodici giorni fa, nel quale,

sebbene attentissimo alla cura come a male naturale, restassimo però

con qualche maraviglia della maniera dei dolori; poichè, sendo così

stravaganti, ci pareva esservi dentro cosa che ben bene non si poteva

ridurre a soli principii naturali; sendo ancora che lui non haveva mai

avuto febbre. Ma da pochissimi giorni in qua mi fu detto che si era

scoperto quella malattia havere origine da causa sopranaturale, sendosi

scoperta in casa sua una donna sospetta di strega. Per il che subito

me ne andai dal detto signor senatore per intendere i particolari

e certificarmi della verità di questo, confermandomi nel mio dubbio

primiero delle stravaganze de' passati accidenti, potendoli ridurre

a questa causa sopranaturale delle malìe, tanto più avendone visto

molti altri esempi in questa città, ne' quali essendoci noi affaticati

invano con rimedii naturali, scoperti poi esser causati da malìe,

si rendevano curabili con esorcismi soli, e intesi come questa donna

aveva confessato la verità di aver fatto i maleficii a questo signore.

Anzi di più, sendosi trovato presente alla mia visita un religioso

esorcista di molto valore, mi disse havere scoperto questa donna essere

strega famosa e professa, anzi essere delle segnate e marcate dal

demonio, e però non mi maraviglio che il male del dotto signor senatore

non cedesse». Lo stesso medico Settala, in altro esame, così disse:

«Considerando io la qualità de' dolori che ha il detto signor senatore,

la continuità loro, la parte offesa che è tutto il ventricolo, parte

principalissima che comunica col cuore, ch'è destinata dalla natura ad

uso necessariissimo, cioè alla preparazione e digestione de' cibi, dico

tale infermità esser tale, che senza dubbio alcuno era per apportar la

morte per la veemenza de' dolori, per l'impedimento delle azioni e per

l'impedimento del dormire; che già si vedeva per il principio della

magrezza e della consumazione della carne. Anzi credo io certo questi

maleficii non esser fatti _ad amorem_, come spesse volte si fanno, ma

_ad mortem_, come sogliono le maghe promettere al diavolo tanto l'anno;

perchè, per la lunga esperienza che ho avuto in varii casi occorsimi,

i maleficii _ad amorem_ portano accensione di spiriti, commozione di

sangue, passione di cuore, alienazione qualche volta di mente, con

desiderii carnali, et in particolare con rabbiosi affetti verso alcuno;

non dolori di stomaco, non simili accidenti, in tutto contrari, se non

qualche volta per errore fatto da qualche maga non esperta, come non

è verisimile esser costei; havendo inteso dall'esorcista che con lei a

lungo ha trattato, costei essere strega pratica et professa et marcata,

che vuol dire esser dottorata in simil arte. E perciò concludo tali

maleficii più tosto esser stati _ad mortem_, come sogliono, come ho

detto, fare e promettere in grazia del demonio. E questo è quanto posso

dire, colto dall'esperienza e pratica che ho avuto in simili casi,

e per quello che ho letto ne' gravi scrittori che di questa materia

trattano».

Questa infelice doveva avere circa quarantaquattro anni quando fu

giuridicamente assassinata. Ella era nata in Brono da Giovanni de'

Medici, maestro di scuola. Da principio negli esami si dichiarava

innocente, poi venne tormentata, e il decreto del senato fu: _1617

die decima januarii. Senatus mandavit ad relationem Egregii Capitanei

Justitiae dictam Catharinam Torturae subjici debere, adhibita ligatura

canubis ac etiam taxillo, arbitrio curiae, pro habenda ulteriori

veritate, ac etiam super aliis;_ (1617, il dì 10 gennaio. Il Senato,

per relazione dell'egregio capitano di giustizia, comandò doversi

sottoporre alla tortura la detta Caterina, adoperando la legatura

di canape ed anche il randello, ad arbitrio della Curia, per avere

l'ulterior verità, ed altresì sopra altre cose.) e nel giorno stesso

10 gennaio esaminata, _negat scire quid sit ludum vulgo Barilotto,

negat etiam scire formam liberandi D. Senatorem a praedicto maleficio.

Negat_ che il demonio fosse assistente, _ec. Redarguta, perseverat

in negativa.... Tunc fuit ei comminata tortura ad formam, ec. ubi non

dicat veritatem.... Respondit_ non ho fatto altro.... _et cum propterea

fuerit ei funis brachio dextero applicata, et jam stringeretur, dicit:

Dirò la verità, fatemi desligare; et sic soluta, ec......_ (Nega

sapere che cosa sia il gioco volgarmente detto _Burilotto_; nega

pure di sapere il modo di liberare il signor senatore dal predetto

malefizio. Nega che _il demonio fosse assistente_, ec. Redarguita,

persiste nella negativa.... Allora le fu minacciata la tortura nella

forma, ec., quando non dica la verità.... Rispose, _non ho fatto

altro...._ ed essendole perciò applicata la fune al braccio destro, e

già strignendosele, disse: _Dirò la verità, fatemi desligare;_ e così

sciolta, ec.) e allora recitò una lunghissima fila di _Barilotti_ e

maleficii i più pazzi e strani.

[264] Bianconi, _Nuova Guida di Milano_, pag. 258.

[265] Bosca, _De origine et statu Bibl. Ambr._, lib. II, pag. 566. —

Saxius, _De studiis literariis Mediol._, cap. XII, col. 54. — Lattuada,

_Descrizione di Milano_, tom. IV, pag. 94.

[266] Sopra un volumetto che contiene gli atti dell'indicata

controversia, prezioso MS. esistente nella biblioteca Ambrosiana,

trovasi scritto di mano propria del cardinale Federico: _Questo libro

costa centomila scudi_; con che è venuto egli a dichiarare le spese

fatte per venire a capo della concordia. — _(Nota del canonico Antonio

Francesco Frisi)._

[267] La consulta è del 9 agosto 1618, ed ha questo principio:

_Cum ecclesiastici paulatim, unus post alium adversus impositionem

onerum pro parte colonica bonorum Ecclesiae insurgerent, comminando

e promulgando censuras contra deputatos, consules et syndicos

Communitatum... et cum parochi ecclesiarum recusarent Sanctissima

Sacramenta Deputatis ministrare, Episcopi verò absolutionem a Censuris

denegarent nisi refectis damnis... et nisi praestita cautione quod

in futurum ab ea abstinuissent; senatus, omnibus denuo attente

consideratis, pro eo quod pertinet ad Justitiam, licet non desint qui

Ecclesiae partes tueantur, cognovit tamen veriorem et magis receptam

sententiam hanc esse, ut possit princeps Collectam exigere a colonis

Ecclesiae pro valore fructuum ad eos spectantium, et ita servari in

aliis provinciis: immo vero ita jamdiu servatum fuisse in multis huius

Dominii partibus, et in omnibus a multis annis citra. Sed vidit etiam

episcopos et ipsum summum pontificem ita persistere in censuris, ut

neque per nos ab eis removeri possint ullis rationibus, neque nobis

remedia ulla supersint, quibus defendere ab illis valeamus laicos

in exactione onerum perseverantes, neque nostram quasi possessionem

in qua sumus, satis tueri, ec..._ (Essendochè gli ecclesiastici a

poco a poco, un dopo l'altro, contro l'imposizione degli aggravii

per la parte colonica dei beni della chiesa insorgevano, minacciando

e promulgando censure contra i deputati, consoli e sindaci della

comunità... ed essendochè i parochi delle chiese ricusavano di

amministrare i Santissimi Sacramenti ai deputati, e i vescovi poi

negavano l'assoluzione delle censure, se pria non erano risarciti i

danni, e se non si prestava sicurtà che in futuro di quella sarebbono

astenuti; il Senato, ogni cosa di nuovo attentamente considerata per

quello che appartiene alla giustizia, benchè non manchino di quelli

che difendono le parti della Chiesa, riconobbe tuttavia essere più

vera e più assentata questa sentenza che possa il principe esigere la

colletta dai coloni della Chiesa pel valore dei frutti loro spettanti;

e così essere l'osservanza in altre provincie, che anzi così essere

stata già da lunga pezza la pratica in molte partì di questo dominio,

ed in tutte molti anni addietro. Ma vide altresì che i vescovi ed il

sommo pontefice stesso così persistono nelle censure che nè si possono

per noi rimuovere da esse con veruna ragione, nè a noi rimedio alcuno

sopravanza col quale possiam difender da quelle i laici perseveranti

nell'esazione degli aggravii, nè difendere abbastanza il nostro quasi

possesso in cui siamo, ec.) e termina quindi concludendo: _Reliquam est

ut Majestas Vestra, re tota intellecta, quit nobis inter has angustias

agendum sit praescribere dignetur._ (Rimane che la Maestà Vostra,

ogni cosa considerata, si degni prescrivere che cosa dobbiamo fare fra

queste angustie.)

[268] Ripamonti, _De Peste_, ec., pag. 20.

[269] _Ibid._, pag. 41, e annotazioni MS. a un vecchio Diutile presso

la casa Verri.

[270] Rivolta, _Vita di Federico Borromeo_, lib. V, cap. XXI, p. 168.

[271] Ripamonti, pag. 50 e seguenti. Nel citato Diutile, scritto

da un medico chirurgo, essendovi notate le visite di Santa Corona,

leggesi MS. quest'annotazione: «1629, 7 novembre. Nel bettolino di

San Francesco sul corso di porta Comasina, passato il Carmine, morì

improvvisamente uno venuto da luogo infetto. Non si conobbe ch'ei

fosse morto di peste. Fra alcuni giorni l'oste e garzoni s'ammalarono e

morirono».

Storia di Milano, vol. 3 · 第 26 / 27 段