(Per la qual cosa, se l'assumere questa carica si è in alcun modo

peccato, tu ben vedi che non è a bella posta nè per mia volontà, se non

forzata, che questo si è fatto, e piuttosto attribuire dovrebbesi ad

una fatale necessità, che ad ambizione o a colpa manifesta. Ma vediamo

di grazia qualcosa v'abbia in questo che approvare non si debba; forse

quello stesso titolo che io servo ai francesi? Come se necessario

non fosse che tutti ad essi servissimo, e come se tutti gli altri

cittadini, anche primari, maggiori cariche ancora da essi non avessero

ambite, e la memoria degli Sforza postergata non avessero anche coloro

dei quali gli Sforza sono sommamente benemeriti, e che sotto i loro

auspici hanno esercitate altissime magistrature e goduti sommi onori!

Forse che la stessa gravità dell'ufficio e la necessità di difendere i

fiscali diritti, odiosa di sua natura, ti commuove? Ma via: tu conosci

i miei costumi inclinati all'ossequio; tu conosci quella forza che

in me stesso suoli ammirare, di respignere le censure che contra di

me si lanciano, di giustificare i miei consigli, le mie azioni. Io mi

studierò di fare che molto giovamento io possa arrecare, non nuocere

ad alcuno; e se pure sarò costretto a nuocere, meno il farò di quello

che qualunque altro fatto avrebbe, ed in questo modo operando, farò

sì che quello, siccome danneggiato con moderazione e per la sola

necessità, credasi di avere da me ricevuto beneficio. Che se tu temi

che troppo repentinamente io mi sia allontanato dall'esercizio forense,

sappi che con quello la nuova mia carica ha grandissima simiglianza,

e che maggiore prontezza ed erudizione si richiede dall'avvocato

del fisco, che non dagli altri, perchè ben sovente trattare egli dee

estemporaneamente di casi subitanei ed impensati, e quanto più eccelso

è il luogo in cui egli splende, quanto più illustri sono gli uditori,

tanto più è d'uopo che egli declami e perori con facondo ed ornato

sermone; per questo, anche a mio malgrado, forzato sono ad attendere

maggiormente agli studii della rettorica, che se nel foro rimasto

io mi fossi coi Bartoli e coi Baldi. Ma tu non sembri promettere una

lunga durata al regime dei Galli, e mi predichi che grave mi riuscirà,

dopo di avere gustato il fasto della magistratura, menare una vita

privata, e quasi tornare alle formule forensi. Per verità a me non è

lecito il pronosticare, nè l'indovinare quando mai possa rivendicarsi

la libertà italica: tuttavia i trattati coi Veneti e cogli Svizzeri,

che ho udito pendere interamente dall'arbitrio del re, mi sembrano

molto contribuire alla diuturnità; nè, se è lecito dire il vero, si

può al presente conoscere per congettura, da quali forze i Francesi,

o in qual tempo dall'Italia possano essere cacciati. Ma sia quanto si

vuole breve il loro dominio, tale io mi dimostrerò nella magistratura,

tanto in generale io gioverò, tanta fedeltà serberò agli stessi padroni

francesi, che il successore, qualunque egli fosse, buona idea di me

concepirà, nè sprezzerà i miei ossequi. Qualora poi, o la qualità dei

tempi, o i costumi del dominante, me dalla gestione della cosa pubblica

allontanassero, grave non mi riuscirà, ad esempio de' chiarissimi

uomini ai quali toccò una sorte uguale, il passare ad un onesto ozio,

il tornare ai primi miei studi; e mi gioverò del familiare tuo esempio

e di quello del padre mio, i quali lasciare non potendo nè cangiare i

riti e le istituzioni degli Sforza, nei quali siete stati educati e già

indurati, tuttavia una vita onorevolissima e giocondissima nell'ozio

conducete, e sì grandi reliquie ritenete della precedente dignità, che

pochi sono i quali non portino invidia alla vostra gloria presente,

ec.)

In una lettera che il Morone scrisse il 17 dicembre del 1499 a Girolamo

Varadeo, si vede con quanta chiarezza e verità conoscesse gli affari

pubblici, e prevedesse l'esito infelice, che ebbero poi i tentativi

immaturi di Lodovico il Moro per discacciare Lodovico XII dal milanese:

«Equidem in bonam partem accepi quod ad me scripsisti, ne tanta

rerum Gallicarum fiducia ducar, quod Sfortianos contemnam, de quibus

feliciora eventa sperari ais; neque enim pro tua in me benevolentia

quodpiam mihi suaderes quod e re mea fore non existimares, nec pro tua

prudentia vanis rumoribus aut figmentis fidem adhiberes. Ego etiam

ea Thoma fratre nonnulla acceperam de Ludovici Sfortiae et amborum

cardinalium motibus, quodque propediem novum et magnum exercitum

contracturi sunt, cataphractos scilicet Germanos, Burgundosque

conducturi, et peditum Helvetiorum delectum in civitato Coriae facturi;

jamque machinas et caetera ad usum belli quam maximi paravere: et

quod suspicionem auget, ipse frater, me insalutato et quidem inscio,

Mediolano excessit, et ut audio, ad eos pergit, futurus eis in omni

fortuna comes: quod utique facinus hoc tempore non commisisset, nisi

aliqua intellexisset, quae eum in meliorem spem erexissent. Veruntamen,

quaeso, pro tua sapientia et rerum usu cogita et diligentius mente

revolve quem exitum sit habiturus hic, quem diximus, Sfortianorum

motus, quem sententia mea tumultuarium esse oportet. Peculium

Ludovici et Ascanei perexiguum est, si rem et gentem illam respicis;

quod provincia ardua est, locaque sunt expugnanda situ atque arte

munitissima, quibus adversarius Gallorum rex, potens et ferox, non

facile, nec brevi tempore pelli poterit; exercitusque Germanorum,

cessantibus forsan stipendiis, vix durare poterit. Spes autem quae

de habendis suppetiis a civibus et populis haberi videtur, semper

mihi vana et periculosa visa est, quod ut plurimum privata comoda

publicis anteferre, et ad tributi nomen obdurescere consuevimus. Caesar

non multam opem ferre potest, eamque etiam in praesentia praestare

non licet per inducias quas cum Gallis fecit, et in kal. junii

duraturas. Helvetii nuper foedere Gallis obstricti sunt, quod eos tam

repente violaturos minime crediderim, et quoscumque ex iis Sfortiani

contraxerint collectitios et profugas esse oportet. Praeter hos, nullos

habent Sfortiani fautores, adversarios vero et hostes plurimos; Venetos

in primis, eo formidabiliores quod sunt viciniores, auxiliaque eorum

in promptu sunt; praeterea Alexandrum, Florentinamque rempublicam et

Jannensem, ac Bononiensem, Lucensem, Pisanum, Senensemque regulos,

Gallis amicos et auxiliares fore nemo ignorat. Ipsos etiam Ferrariae

ducem et Mantuae Marchionem, quorum alter Ludovici socer, alter

sororius est, cum rege conspirare intellexi. Quid igitur? Profecto

videntur mihi Sfortiani provinciam viribus suis longe imparem aggredi,

atque immature nimis belli fortunam tentare, etc.»

(Io veramente pigliai in buona parte quello che a me scrivesti,

affinchè guidato io non sia da tanta fidanza delle cose francesi,

che gli Sforzeschi disprezzi, dei quali tu dici sperarsi più felici

eventi: nè certamente per la benevolenza colla quale mi riguardi,

alcuna cosa tu potresti persuadermi che non reputassi alla mia

situazione convenevole, nè per la tua prudenza fede presteresti a

vani rumori o a finzioni. Io ancora dal mio fratello Tommaso alcune

cose udite aveva intorno ai movimenti di Lodovico Sforza, e dell'uno

e dell'altro dei cardinali, e che ben presto erano per riunire un

nuovo e grande esercito, per arruolare cavalli di pesante armatura,

tedeschi e borgognoni, e per formare uno stuolo di fanti svizzeri

nella città di Coira, e già prepararono le macchine e le altre cose

tutte che fanno d'uopo per una grandissima guerra; e quello che mi

accresce il sospetto è che lo stesso fratello mio, senza congedarsi

da me ed anche all'insaputa mia, partì da Milano, e, come mi si dice,

da essi se ne va onde rimanere loro compagno in qualunque fortuna;

la quale stravaganza egli non avrebbe commesso certamente, se udite

non avesse alcuno cose che a migliore speranza sollevato lo avessero.

Ora però ti prego che colla tua sapienza e colla tua pratica delle

cose vogli più diligentemente rivolgere nella mente, e considerare

quale esito sia per avere quel movimento degli Sforzeschi del quale

abbiamo parlato, e che a mio avviso debb'essere tumultuario. L'erario

di Lodovico e di Ascanio debb'essere poverissimo, qualora tu riguardi

la cosa in sè stessa, e tutta quella gente di cui abbisognano: più

ancora osserva che la provincia è ardua, ed espugnare si debbono

luoghi per la loro situazione e per le opere dell'arte munitissimi,

dai quali l'avversario loro, re de' Francesi, potente e feroce, non

facilmente nè in breve tempo potrà essere cacciato, e l'esercito dei

tedeschi, mancando forse gli stipendi, appena potrà mantenersi. La

speranza poi che sembra aversi di ottenere soccorsi dai cittadini e

dai popoli, mi è paruta sempre vana e pericolosa; perchè più sovente

i privati comodi si antepongono ai pubblici, e al nome di tributo

siamo accostumati a indurire i cuori nostri. Cesare non può recare

loro molto aiuto, nè questo al presente potrebbe nè pure prestare,

per la tregua che conchiuse coi Francesi, e che durare dee fino alla

calende di giugno. Gli Svizzeri di recente si sono legati in alleanza

coi Francesi, la quale alleanza io non crederei che essi fossero per

violare sì repentinamente, e tutti quelli tra essi che arruolati si

fossero dagli Sforza, essere non potrebbono se non soldati collettizi

e disertori. Fuori di questi, altri fautori non hanno gli Sforzeschi,

ma hanno bensì moltissimi avversari e nemici; prima di tutti i Veneti,

tanto più formidabili, quanto più sono vicini, e che pronti sono i loro

aiuti; inoltre Alessandro, la repubblica fiorentina e la genovese, ed

i regoli di Bologna, di Lucca, di Pisa e di Siena, i quali, amici dei

Francesi, non può dubitarsi che saranno ausiliari loro. Anche lo stesso

duca di Ferrara e lo stesso marchese di Mantova, dei quali l'uno è

suocero, l'altro cognato di Lodovico, io ho udito che col re di Francia

cospirino. Che dunque? A me sembra certamente che gli Sforzeschi

un'impresa assumano di gran lunga sproporzionata alle loro forze, e che

troppo immaturamente vogliano tentare la sorte dell'armi, ec.)

[146] _Coronatorum noningenta millia intra decennium._ Sepulveda, pag.

291.

[147] Guicciardini, lib. XIX.

[148] Paolo Giovio, nella _Vita Alphonsi ducis Ferrariae_.

[149] Lib. III, fogl. 70, tergo.

[150] Lib. VI.

[151] Lib. IV, fogli 73 e 74.

[152] Bened. Giovio, _Hist. Patr._, lib. I, in fine. — Galeazzo

Capello, _de bello Mussiano_, lib. II.

[153] Burigozzo, lib. IV, fol. 78 e 79.

[154] Muratori, all'anno 1533, pag. 280.

[155] Tom. I, pag. 69 di quest'edizione. — È ovvio il comprendere che

ivi si parla del cavaliere Alessandro Verri, fratello dell'autore. (_Il

Continuatore_).

[156] In Milano trovasi anche al presente una contrada che porta

il nome di questo casato, come lo sono altre, dette dei _Visconti_,

degli _Stampi_, dei _Moroni_, _Porrotti_, _Resta_, _Piatti_, _Medici_,

_Bigli_, ec.

[157] Trattano di questo fatto Montaigne, _Essais_, lib. I, cap. 9

_des Menteurs_. — Il du Bellay, _Mémoires_, lib. IV. — Arnold. Ferron.,

lib. VIII. — Valois e Beaucaire, lib. XX, num. 50, e Gaillard, _Vie de

François I_, tom. IV, pag. 246, da cui viene citata la lettera scritta

su tal proposito da Francesco I al suo ambasciatore d'Inghilterra, del

16 luglio 1533.

[158] Annali, al 1534, pag. 285. — Vedi Tatti, _Annali di Como_, decade

III. — Giulini, _Annali d'Alessandria_. — Cicereio, _Epistolae_, tom.

II, pag. 123, e un MS. presso il signor don Carlo Trivulzi, intitolato:

_Memorie Fossane_.

[159] Lib. IV, fogl. 82-85.

[160] Ercole Gonzaga.

[161] Guicciardini, lib. XX. — Muratori, _Annali_, 1534, pag. 287.

[162] La morte del duca Francesco II Sforza viene fissata dai Maurini

(_Art de vérifier les Dates_, pag. 840) al giorno 24 di ottobre del

1535; dal Bugati, pag. 827, nel fine di ottobre; dal Morigia (Storia

di Milano, pag. 105) all'ultimo di ottobre, e finalmente da altri,

il 2 novembre. Sebbene io non creda di tanta importanza per il

progresso delle umane cognizioni il dilucidare simili oggetti, quanto

per avventura lo crede il signor canonico Lupi di Bergamo, che in un

volume in foglio stragrande ha fatto conoscere d'aver consunta la sua

vita, e adoperata la sua inesausta pazienza per indovinare simili

punti, realmente indifferentissimi per conoscere bene la storia,

nondimeno, per trovare la verità con minor tempo e pena possibile,

ho fatto ricerca nell'archivio arcivescovile, ed ivi nel diario A

del 1534 al 1580, al fogl. 36, tergo, ho trovata l'annotazione che

il duca Francesco II morì il giorno 1.º di novembre 1535. Se il

signor canonico avesse ben intesa la pag. 57 ch'ei cita del mio primo

volume (_pag. 93-94 di questa edizione_), e se egli distinguesse la

cronologia della storia, non si sarebbe fatte le meraviglie ch'egli,

innocentissimamente, si è fatte alla colonna 1040 del suo immenso

tomo. Il Muratori, padre e maestro della erudizione d'Italia, pubblicò

nella sua opera _Rerum Italicarum Scriptores_ i materiali per la storia

italiana, e non sono della specie di quelli che vorrebbe il chiarissimo

signor canonico ch'io trovassi buoni a tal uso. Se mai alcuno leggerà

l'opera del signor Lupi, sappia che altra storia di Milano, ch'ei mi

pone in confronto, è stata da me donata alla biblioteca Ambrosiana,

dove ciascuno che il voglia potrò profittarne.

[163] Tom. II, pag. 142 e 143 di quest'edizione.

[164] Lib. IV, fogl. 89 e 90.

[165] Lattuada, _Descrizione di Milano_, tom. IV, pag. 7.

[166] Lattuada, tom. III, pag. 98.

[167] All'anno 1535, lib. IV, fogl. 86.

[168] Morigia, nella di lei Vita.

[169] Morigia, _Storia di Milano_, pag. 103.

[170] Lib. V.

[171] Tom. IV, pag. 273 e seg.

[172] Burigozzo, lib. IV, fogl. 92 e 93.

[173] Su di ciò veggansi Beaucaire, lib. XXI, num. 22 e seg. — Sleidan,

_Commentar._, lib. X. — _Mémoires_ de Langey, lib. V. — Gaillard, tom.

IV, pag. 305 e seg.

[174] Burigozzo, lib. IV, fogl. 92.

[175] Lib. V.

[176] In mezzo a intollerabili dolori di un morbo miserando, con tutte

le membra contratte e totalmente assiderate.

[177] Veggansi le _Mémoires_ de Bellay, lib. VIII. — Sleidan,

_Comment._, lib. X. — _Mémoires_ de Langey, lib. VII. — Beaucaire, lib.

XXI. num. 52. Gaillard, _Vie de Franc. I_, tom. IV, pag. 449 e seg.

[178] Du Mont, _Corps Diplomat._

[179] Burigozzo, lib. IV, fogl. 102.

[180] Bugati, lib. VII, pag. 866.

[181] Du Mont, tom. IV, part. II, pag. 200. — Appartiene a quest'anno

la seguente memoria che leggasi scolpita in marmo in Vermezzo, terra

del Milanese: _MDXL. Annus hic bisextilis fuit, et luminare majus fere

totum eclipsavit. A septimo idus novembris ab septimum usque aprilis

idus nec nix nec aqua visa de coelo cadere: attamen praeter mortalium

opinionem, Dei clementia, et messis et vindemia multa._ (MDXL.

Quest'anno fu bisestile e il luminare maggiore quasi tutto si eclissò;

dal settimo giorno delle idi di novembre fino al settimo delle idi di

aprile, nè neve, nè acqua si è veduta cadere dal cielo. Tuttavia contra

l'opinione de' mortali, per clemenza di Dio, e la messe e la vendemmia

furono abbondanti.) L'ecclissi seguì il 7 aprile e fu centrale;

come può vedersi a suo luogo nella grand'opera intitolata: _L'art de

vérifier les Dates_; ma il totale ecclisse fu visibile soltanto verso

il polo artico. Una simile siccità avvenne dall'ottobre del 1733 fino

al maggio del 1734, a segno che le sorgenti ed i fiumi si disseccarono,

e si penava a macinare il grano: e tuttavia fu abbondante il raccolto.

Poi, dal 30 novembre 1778 fino al 3 maggio 1779, non cadde mai neve

nè acqua, e, malgrado questi cinque mesi di aridità, il raccolto fu

egualmente copioso. Pare adunque che la siccità del verno giovi alla

feconda vegetazione delle nostre terre.

[182] Burigozzo.

[183] Robertson, _Storia di Carlo V_, tom. II, pag. 293.

[184] Bellati, _Serie de' governatori di Milano_, pag. 2, nota 3.

[185] Somaglia, _Alleggiamento dello Stato di Milano_, articolo

_Mensuale_, pag. 160.

[186] Somaglia, _Alleggiamento_, ec; _Relazione del Censimento del

1750_, cap. II. e IV.

[187] Veggasi la di lui vita, scritta dal suo segretario Goselini.

[188] Ripamonti, pag. 118. — Casati, _Annotationes ad Epistolas

Francisci Cicerei_, tom. II, pag. 25.

[189] Lunig. _Codex Italiae diplomat._, tom. I, sect. II, class. I,

cap. 1, num. 51 e 52. — Gaillard, _Vie de François I_, tom. V, pag.

399.

[190] Stor. Univ., lib. VII, pag. 960.

[191] Vedi il tom. I, cap. I, pag. 52.

[192] Bugati, _Storia Universale_, lib. VII, pag. 970 e 971. —

Lattuada, tom. IV, pag. 452.

[193] Bugati, _Stor. Univ._, lib. VII, pag. 994.

[194] Quest'insigne deposito è disegno dell'immortale Michelangelo

Buonarroti, eseguito da Leone Aretino, milanese, e da esso terminato

nel 1564 al prezzo di settemila ed ottocento scudi d'oro, oltre le sei

colonne donate da Pio IV. Ciò rilevasi dall'istrumento di convenzione

per questa grand'opera, seguita il 12 settembre 1560, tra il cardinale

Moroni e Gabrio Serbellone a nome di Pio IV, e Leone Aretino, figlio

di Giovanni Battista, milanese, della parrocchia di San Martino in

Nosigia. Così nell'archivio di casa Medici, cartella segn. C. I., num.

8. — (_Nota dell'abate Frisi_).

[195] Dumont, _Corps diplomatique_.

[196] Camillo Sitoni in _Chronic. Coll. Judic._, citato dal Lattuada,

tom. IV, pag. 10.

[197] Saxius, _De studiis mediolanensibus_, cap. XI, col. 48.

[198] Lattuada, tom. V, pag. 441.

[199] Bugati, _Storia Universale_, lib. VII, pag. 965.

[200] _De mutatione nominis, oratio etc. coram senatu habita;

Mediolani_, 1541 e 1547, in 4.º — Argellati, _Bibl. Script. Mediol._,

tom. II, col. 839 e seg.

[201] Lattuada, _Descrizione di Milano_, tom. V, pag. 170.

[202] Pei quali, mentre li possedeva, insigne, e dopo averli rinunziati

più ancora insigne egli fu.

[203] _De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. cardinalis tit. S.

Praexdis, archiep. Mediol., libri VII. Carolo a Basilica Petri,

praeposito gen. Congr. Cler, Reg. S. Pauli, auctore. Ingolstadii, ex

officina Davidis Sartorii_, 1592, lib. I, pag. 25 e 26.

[204] Lattuada, tom. III, pag. 197.

[205] Bescapè, Vita citata, p. 27.

[206] _Idem_, luogo citato.

[207] Oltrocchi, nelle note alla versione latina della _Vita del

cardinale Borromeo, scritta da Gio. Pietro Giussani_; Milano, 1751,

lib. I, col. 51, nota b, e col. 52, nota d. Ecco letteralmente il

testo: _Eadem qua Carolus tegebatur umbella Gubernator ad Antistitis

laevam impari gressu equitans, ut medius ex umbella postrema equus

extaret. Ita scribit Carolus ad Cardinalem Novocomensem... Et fusius

ad Altempsium Cardinalem triduo post in hanc sententiam scripsit:

«... Me praecipue Gubernatoris religio et pietas sibi devinxit;

quem mei et Pontificis observantissimum nactus summopere recreor»_

(Sotto il baldacchino medesimo dal quale Carlo era coperto, il

governatore, a sinistra del prelato, cavalcava con minor passo acciò

la metà del cavallo rimanesse fuori per di dietro dal baldacchino.

Così scrive Carlo al cardinale di Como.... E più copiosamente

scrisse tre giorni dopo al cardinale Altemps in questi termini: «...

Sopratutto la religione e la pietà del governatore a lui mi strinse,

il quale sommamente rallegromi aver trovato di me e del pontefice

devotissimo».). Indi conchiude l'annotatore: _Tanta itaque fuit omnium

Ordinum in eo excipiendo pompa, ut Hieronimus Vida, invidiosa ferme

sententia, testatum fecerit biduo post in epistolas «tanta Borromeum

celebritate exceptum, ut vix a reguli pompa differret»_ (Tanta fu

dunque la pompa di tutti gli ordini nell'accoglierlo, che Gerolamo

Vida, certo con invidiosi termini, attestò in una lettera data due

giorni dopo, con tanta celebrità essere stato accolto il Borromeo, che

appena si distingueva da una regia pompa.).

[208] _Storia di varii conclavi_, cominciando da quello del 1522, in

cui Adriano VI fu dato successore a Leon X, fino al conclave del 1592,

in cui fu eletto Clemente VIII: Manoscritto esistente presso il signor

principe di Belgiojoso d'Este.

[209] Lattuada, tom. IV, pag. 7, e tom. V. pag. 261 e 433. — Giussani,

_Vita di S. Carlo_, lib. III, cap. I.

[210] Bescapè, opera citata, pag. 56, e gli altri storici contemporanei.

[211] Oltrocchi, nelle Note alla _Vita latina di S. Carlo_, lib. II,

cap. XIV, col. 144, nota _d_.

[212] _Praesidiis ante paratis, si quis forte promulgationi vellet

resistere_ (Predisposti i mezzi pel caso che alcuno volesse per

avventura resistere al bando.): Bescapè, pag. 55.

[213] _Res longe gravissima iis (Praepositis) videbatur ex eo

statu quem sibi proposuerant cum ei se Ordini addixerunt, ademptis

beneficiis quae consueta coeterorum via obtinuerant, tantis detractis

commodis et facoltatibus, ad eam vitam compelli, in qua et tenue

esset quo quis uteretur, et idipsum non esset proprium, quaeque

severis altis contineretur institutis. Nihil enim minus sive ipsi,

sive parentes iis dignitatibus quaerendis fortasse spectaverant,

quamvis spectare debuissent, quam monasticam coenobiticam disciplinam.

Sed quemadmodum vulgo de aliis fieri solet sacerdotiis quae legibus

eiusmodi coenobiticis libera sunt, id sibi suisque comparare plerumque

studuerant, quod vitae commoditati nobilitatique sustentandae

deserviret. Cognati quoque ipsi, qui Praepositorum opes ad familiae

suae splendorem pertinere videbant, casque ad juniores eiusdem familiae

deinceps transferendas sperabant, sancitas leges, quantum poterant,

dissolvere conabantur_ (Sembrava loro (a' Proposti) cosa eccessivamente

gravosa che da quella condizione la quale si era proposta quando

abbracciarono quell'ordine, tolti loro i benefizi, che avevano per

la consueta via di tutti gli altri ottenuti, e levati loro tanti

commodi e facoltà, fossero ridotti a quella vita in cui e tenue era

ciò che da ciascuno doveva usarsi, e quest'esso non proprio, e la

quale veniva raffrenata da altre severe istituzioni. Imperocchè a

nulla avevano, sia essi che i loro parenti, mirato meno nel ricercare

queste dignità (benchè avessero dovuto mirarvi) che alla monastica

cenobitica disciplina. Bensì come suole comunemente avvenire rispetto

agli altri sacerdozi, che da siffatte cenobitiche leggi sono liberi,

avevano per lo più posto la mira a procacciarsi tal cosa che giovasse

a sostentamento dei comodi della vita e della nobiltà. I congiunti

altresì, che le ricchezze dei proposti vedevano rivolte allo splendore

delle loro famiglie, e speravano quelle trasferire in appresso ad altri

più giovani delle stesse famiglie, sforzavansi di mandare a vuoto, per

quanto potevano, le stabilite leggi). Bescapè, pag. 56. — Vedansi anche

il Bossi, _Vita latina di San Carlo_, lib. II, cap. XIV, col. 145-146,

e Bugati, _Storia Universale_, lib. VIII, pag. 1079.

[214] Bescapè, pag. 40.

[215] _Idem_, pag. 42 e 49.

[216] _Idem_, pag. 65, 66 e 68.

[217] Tiraboschi, _Vetera Humiliatorum Monumenta_, tom. I, dissert.

VIII. _De Humiliatorum extinctione_, pag. 416.

[218] MS. esistente nella cospicua collezione del signor principe

Belgioioso d'Este, che ha per titolo: _Processo per la coniura fatta

dai frati Umiliati_, ec.

[219] Il vescovo di Lodi, delegato pontificio per il processo della

archibugiata, fu Antonio Scarampi, e parte dell'esame fatto dal

cardinale Borromeo venne pubblicata dal P. Branda nella _Confutazione

de' Ragionamenti apologetici del dottore Baldassare Oltrocchi_. Pavia,

1755, alla pag. 245.

[220] Manoscritto citato.

[221] _At fuere etiam, qui dum cauti atque intelligentes videri

perverse vellent, in maximum inciderent temeritatem Caroli id fuisse

artificium ut sibi opinionem quaereret sanctitatis._ (Ma furonvi

anche di quelli i quali, nel voler apparire perversamente acuti ed

intelligenti, caddero nella massima temerità di pensare, questo essere

stato un artificio di Carlo per acquistare riputazione di santo.)

Bescapè, pag. 77.

[222] La bolla d'abolizione è nel _Bollar. Roman._, tom. II, foglio

328. Vedansi Bescapè, pag. 87. Lattuada, tom. V, pag. 260 — Tiraboschi,

tom. I, dissert. VIII, pag. 427.

[223] Bescapè, luogo citato.

[224] Oltrocchi, nota _b_ alla _Vita latina di S. Carlo_, lib. II. pag.

210 — Lattuada, tom. I, pag. 190 e seguenti.

[225] _Art de vérifier les Dates_, art. _Philippe II_.

Storia di Milano, vol. 3 · 第 25 / 27 段