2.º L'esperienza ha già pur troppo provato che non pochi, invece di

cercare nelle sovrane Risoluzioni il sostanziale e di penetrarne

il vero senso, spiegarlo secondo le massime generali d'equità e

sollecitarne l'eseguimento, la prendono in senso opposto, senza

domandarne le opportune spiegazioni, e renderne intese le persone che

vi potrebbero contribuire; anzi per lo contrario a queste si rilascino

istruzioni senza principio, oscure ed inseguibili, non considerando

che il sovrano co' suoi ordini palesa semplicemente le sue massime

e i suoi sentimenti, e che i dicasteri aulici e provinciali sono

espressamente costituiti per meglio spiegare i due voleri, e mettere in

pratica tutti quei mezzi che tendono al loro più sollecito ed accurato

adempimento. Se a questa indolenza non si ponesse riparo, sarebbe non

solamente inutile ma anche assai dannoso all'economia dello Stato il

mantenere tanti dicasteri aulici e provinciali, e tanti subalterni a

sì gravi spese, non per altro che per produrre maggiori confusioni,

ed arrestare piuttosto che promuovere l'amministrazione degli affari.

Se dunque i tribunali si tengono alla sola esecuzione materiale, se

non agiscono e non accudiscono meglio alle loro funzioni, sarebbe

espediente di congedarli, e così risparmiare dei milioni per diminuire

le contribuzioni dei sudditi, nel qual caso senza tanti impiegati

le relazioni potrebbero essere direttamente rimesse alla corte dai

governatori e capitani circolari: quindi, stampati gli ordini sovrani,

decidere degl'interessi de' particolari con maggior vantaggio del

sistema presente; in forza del quale, dopo una lunga circuizione,

ben sovente comparisce un'insipida ed insignificante relazione

di un capitano circolare, e questa tal quale viene, dall'aulico

dipartimento si rassegna alla corte, senza alcun dettaglio e senza

istruzione o spiegazione. Dal medesimo se ne spediscono in provincia

le Risoluzioni, cosicchè tutto questo giro ad altro non serve che

a perder tempo, e a salariare una truppa di persone per minutare,

rivedere, copiare e finalmente soscrivere le carte. Ma se, come spero e

seriamente voglio, in avvenire tutti questi individui salariati dalla

corte si applicheranno con tutte le loro forze allo studio del loro

ufficio, all'eseguimento degli ordini ed allo schiarimento delle loro

commissioni, allora il loro numero e il loro soldo sarà opera della

sovrana paterna cura, dalla quale ogni individuo della monarchia ne

ritrarrà il suo utile e vantaggio.

3.º Da ciò ne segue che ciascun impiegato deve avere un tale

interessamento e premura negli affari del suo ufficio, che non deve

misurare il suo lavoro a ore, giornate o pagine, ma deve impiegare

tutte le sue forze nell'eseguire le sue incombenze come si deve, e

come esige il suo giuramento. E quando non avrà incombenze pressanti,

allora prenderà quel respiro che le circostanze permetteranno, ma che

qualunque sia, gli sarà tanto più dolce qualora sia certo d'aver fatto

il suo dovere. Chi non avrà premura per il servizio della patria e de'

suoi concittadini, chi non ne procurerà il bene con particolar zelo,

questi non è fatto per gl'impieghi pubblici, e non è degno di portare

que' titoli onorifici, nè di percepire assegnamenti.

4.º L'interesse proprio è la rovina degli affari ed il delitto più

imperdonabile in chi serve lo Stato. Oltre all'avidità del denaro, vi

sono anche degli altri riflessi che inducono gl'impiegati a tacere o

palliare la verità, a negligentare i proprii doveri, a procrastinare

gli affari e ritardare il vero bene. Chiunque è reo di tale delitto,

è un soggetto pericoloso nel servizio dello Stato; siccome lo è pure

quegli che lo vede il disordine e non lo palesa, e va col reo di

concerto per motivi d'interesse e di connivenza. Un presidente che

tollera tali mancamenti in un subalterno, è un perfido che non merita

alcun riguardo e misericordia; un subalterno che non denunzia un suo

superiore mancante in ufficio, tradisce il sovrano e la patria.

5.º Chi serve allo Stato non deve occuparsi in oggetti estranei alla

sua carica, in affari personali, in divertimenti che lo distolgano

dal suo ufficio principale: quindi non deve puntigliarsi in contese

d'autorità, in etichette di cerimoniali o preminenza di rango. Chi

opera meglio per ottenere il fine primario, chi è il più zelante, chi

sa conservare il miglior ordine tra i suoi subalterni, quegli è il più

distinto ed il più rispettabile. Deve ad ogni uomo saggio importar poco

se un altro impiegato tratti con lui degli affari piuttosto con l'una

o con l'altra delle diverse formalità che si usano nelle cancellerie,

se si presenti in abito di cerimonia o di confidenza de' subalterni,

essere paziente e indulgente coi deboli e cagionevoli; e siccome non ha

da sorpassare come bagattelle le cose sostanziali, così non deve far

caso di tutte le minuzie, ma aver di mira l'essenziale in tutti gli

affari. Allora insomma sarà degno di presiedere ad un dipartimento,

quando saprà presiedere a tutti i subalterni che ne formano i diversi

rami.

6.º Siccome è dovere d'ognuno di dare sicure relazioni, e giudicare

di tutti i fatti giusta le massime fondamentali, con dire francamente

il suo parere, così è pur dovere di ministro dello Stato ch'egli pensi

ad abolire gli abusi che impediscono il vero adempimento degli ordini,

a scoprire i trasgressori e finalmente a tutto quello ch'è di maggior

vantaggio dei suoi concittadini, al servizio dei quali noi siamo tutti

destinati. Esige il buon ordine che il subalterno possa produrre il

suo parere al suo superiore, il quale deve convenirlo e correggerlo

da padre, se s'inganna; ma se trova che il parere del subalterno sia

bene appoggiato, deve approfittarne. Ogni presidente sarebbe degno di

punizione se si portasse altrimenti, o rigettasse per amor proprio o

per capriccio le utili riflessioni de' suoi subalterni, senza far loro

giustizia.

7.º Il dovere d'ogni presidente è ch'egli noti tutto l'inutile e

superfluo e ne proponga l'abolizione, siccome pure è dovere del

subalterno di proporre al suo capo le cose che imbarazzano gli affari,

gli allontanano dallo scopo primario, e cagionano scritture inutili

con perdita di tempo; affinchè si levino tali impedimenti e non siano

inutilmente impiegate le mani di quelli che hanno bisogno del tempo per

pensare ad oggetti di maggior importanza.

8.º Siccome il bene non può essere che un solo, cioè quello che forma

la felicità generale; siccome tutte le provincie della monarchia

formano un solo tutto e collimano ad un sol fine, così debbono cessare

fra le provincie, le nazioni e i dipartimenti tutte le gelosie e tutti

i pregiudizii, che hanno cagionato tante inutili scritture. Deve essere

una massima fissa, che il corpo civile è come il naturale, in cui ogni

parte deve contribuire alla salute del tutto e il tutto a quella delle

parti: non si deve perciò avere riguardo a nazione o a religione, e

come tutti fratelli, in una monarchia uno deve aiutar l'altro.

9.º Falsamente si conoscono, e spesso vengono confuse tra di loro

le diverse parti dell'amministrazione, e i doveri che ne risultano.

Principiando dal sovrano, si crede che basti per essere più moderato,

ch'egli non riguardi la proprietà dello Stato e de' sudditi come sua

propria, e non s'immagini che la Provvidenza abbia creati per lui tanti

milioni d'uomini: ma deve altresì pensare che appunto egli stesso per

servire questi milioni è stato dalla Provvidenza elevato all'eminente

suo posto. Tra' ministri poi quello vien creduto di coscienza più

delicata, il quale per rendersi grato al suo sovrano non medita che di

aumentare il di lui tesoro. Entrambi credono adempire bastevolmente il

loro dovere, se considerano l'entrate dello Stato come un interesse

che a loro riviene a giusto titolo dallo Stato medesimo, e perciò si

danno tutte le pene possibili affinchè l'interesse del suo capitale

sia portato al maggior grado. Così lo stato civile considera in tempo

di pace il militare, destinato per le conquiste e per allontanare

i nemici, come una vera sanguisuga dello stato contribuente; e

all'incontro il soldato si crede in diritto di conseguire dal paese il

maggior vantaggio. Il doganiere non pensa se non ad aumentare l'entrate

delle confidategli finanze, e quello che per conto regio presiede

alle miniere, cerca solamente di aumentare il liquefatto metallo e di

cavarlo colla minor spesa possibile. Finalmente il giudice si applica

solamente a mantenere l'autorità delle leggi e le formalità della

giustizia.

Questi sono i principali soggetti che regolano l'amministrazione di uno

Stato; ed appunto perchè non pensano che a sè stessi in particolare,

e mai al bene in generale, perciò giudicano con massime falsissime del

maneggio degli affari.

Lo stato militare è composto di più migliaia di persone formate e

mantenute per il bene dello Stato. Il poco di salario che hanno, lo

consumano nel paese; il poco che il paese loro somministra in natura,

cioè nutrimento, vestiario, ad eccezione di pochi capi, si produce,

si manifattura e si fabbrica in paese: anzi il congedo dei soldati

procura alle arti e all'agricoltura un maggior numero di mani e le

facilitazioni dei matrimoni. Le finanze non vengono da me considerate

sotto lo stesso aspetto che vengono prese dal maggior numero; ma

lo considero che, siccome le imposizioni e l'uso delle pubbliche

entrate dipende dall'arbitrio del sovrano e del dipartimento delle

sue finanze, così ogni individuo che ha delle possessioni ed ha mezzi

di procurarsi la sussistenza nel paese, non dee confidare con cieca

fiducia il suo patrimonio lasciatogli dai parenti o acquistato col

suo sudore e industria nelle mani del sovrano; ma al contrario deve

soltanto contribuire ciò che è assolutamente necessario per mantenere

l'autorità, la sicurezza, l'amministrazione della giustizia, l'interno

buon ordine e l'avanzamento di tutti il corpo, del quale ognuno forma

una parte. Io credo adunque che, eccettuati i surriferiti oggetti, il

monarca non debba prodigare nulla, ma che debba levare le contribuzioni

nel modo meno gravoso, e badare al bene dello Stato in tutte le sue

parti; ch'egli sia obbligato di render conto a tutti e a ciascuno

individuo dell'uso delle finanze, e debba rinunziare perfino alla

predilezione verso certe persone, anzi verso gli stessi bisognosi,

sebbene sia questa una delle principali virtù di chi è benestante,

perchè il sovrano non è che un puro amministratore delle rendite dello

Stato; e nel resto, non gli è lecito di soccorrere i bisognosi che col

suo proprio patrimonio, in qualità di particolare.

Che se, dopo d'aver provveduto all'esigenza della monarchia in tutte

le parti, potesse il principe fare delle riguardevoli diminuzioni

nelle imposte, egli è obbligato di farlo, mentre ciascun cittadino

non è obbligato di contribuire che per il puro necessario e non per il

superfluo dello Stato.

Così un presidente delle dogane deve considerare i dazi come un

puro mezzo di regolare il commercio e l'industria nazionale, e deve

riflettere che la diminuzione eventuale della finanza daziale viene

sicuramente e doppiamente ricompensata, allorchè avrà accresciuti i

mezzi dell'interna industria de' sudditi, e promossi i loro vantaggi

con giusta distribuzione.

Quindi la mira del presidente di finanze deve solamente tendere

a proibire i contrabbandi, e diminuire l'introduzione delle merci

forastiere, siccome dannosa al mantenimento dei sudditi. Così il

direttore delle miniere deve considerare la produzione de' metalli come

una fabbrica nella quale ciascun lavoratore o possessore delle miniere

ha il diritto di ritrarne il suo maggiore profitto, senza essere

sforzato di rinunziare alla sua propria convenienza per fornire una

maggior quantità di metallo o di sale.

Così finalmente il giudice non deve aver di mira tanto la forma, quanto

l'esercizio della giustizia; e siccome la parola giustizia comprende

in sè la maggior equità, così deve pensare al più sollecito e meno

dispendioso servizio dello Stato.

10.º Negli affari dei servizii dello Stato non deve avervi alcuna

influenza ne l'inclinazione, nè l'avversione personale: e, in

quella guisa che i diversi caratteri e le diverse maniere di pensare

nell'umana società non impediscono che gli uni contraggano amicizia

con gli altri, così negli affari deve regnarvi l'armonia, e ognuno deve

avere per oggetto la loro esatta e fedele esecuzione.

Questo è il dovere de' superiori verso i loro subalterni. Quelli che

sono poi in egual rango e carattere fra di loro, devono avere la stessa

attività e assiduità negli affari e lavorare insieme d'accordo, senza

puntigli di preminenze o d'etichette. Devono trattare frequentemente e

convenire fra di loro, e uno instruire l'altro, senza lamentarsi l'uno

dell'altro; anzi dimenticarsi di tutto per far avanzare l'affare di cui

si tratta. Essi devono scambievolmente perdonarsi le loro debolezze,

compatirsi a vicenda, trattarsi da amici e da fratelli, e tutti tendere

di conserva al medesimo scopo.

11.º L'amor proprio non deve accecare nissuna persona addetta al

servizio dello Stato, in guisa che uno abbia vergogna d'imparare

qualche cosa dall'altro, sia suo pari o suo inferiore. La buona

riuscita che farà taluno nelle sue operazioni deve far tanto piacere

agli altri compagni e confratelli, quanto a lui per aver contribuito

alla meta principale, cioè al miglior servizio dello Stato.

12.º La spedizione degli ordini, le domande ed i rapporti che

occorreranno da farsi fra i rispettivi uffici, e le risposte non

devono essere riservate materialmente, come sinora, per i soli giorni

di consiglio, tanto più se si tratta di casi d'importanza; ma quello

stimolo che spinge ognuno a fare il suo dovere, deve animarlo ogni

giorno senza perdita di tempo.

13.º Essendo un punto essenzialissimo che gli ordini vengano bene

intesi e bene eseguiti, e che gl'individui vengano ben conosciuti,

giudicati, e impiegati secondo la loro maggiore o minore capacità,

perciò ogni anno, ed ogni volta che vi sia sospetto non esservi in

qualche provincia il buon ordine, o che vi si operi lentamente o

contra il fine proposto, è indispensabile che il signor presidente

stesso o un commissario, mandato sul luogo provinciale o al generale

comando, esamini le circostanze, provi gli ufficiali impiegati, ascolti

ognuno, tolga i disordini, ammonisca tutti, e mi annunzi le risultanti

difficoltà d'importanza, e si dimettano dall'impiego que' soggetti che

saranno ritrovati incapaci. Nella stessa guisa i governi provinciali

dovranno procedere verso i comitati o capitanati circolari, o andando

i governatori nel luogo in persona, o mandando un fido commissario ad

osservare negli uffici subalterni tutto quello che i dicasteri aulici

osservano verso di loro; prendendo massimamente di mira che siano ben

tenuti protocolli e ben osservati gli ordini prescritti.

In occasione di tali ricerche specialmente debbono rettificarsi le

liste de' buoni diporti degli ufficiali, con rilevare la stima che

godono presso il pubblico i diversi impiegati. Nella stessa conformità

i comiti o vice-comiti e i capitani circolari debbono invigilare sopra

i commissari circolari, e giudici loro sottoposti, e fare la visita

ogni anno sul luogo, formando dappertutto la lista de' buoni e perfetti

uffiziali, massimamente sopra i due seguenti punti, cioè, se hanno

eseguito accuratamente i comandi, e se siano uomini ragionevoli e

giusti; giacchè que' signori che non possono amministrare personalmente

i loro beni, e perciò debbono affidarsi ai loro prefetti e fattori,

facendosi mallevadori delle loro azioni, saranno dalla corte obbligati

di congedarsi, qualora si trovino in essi dei disordini.

14.º Ogni buon ufficiale dello Stato ed onesto uomo, in tutti i suoi

piani di rettificazione e di miglioramenti, che conducono al ben

generale in materia d'imposizione e contribuzioni, deve riflettere ai

mezzi più utili, più semplici e economici di promuovere l'azienda;

non deve pensare al suo personale interesse e beneficio, proponendo

quello che gli è di comodo e rigettando quello che gli è gravoso;

ma deve sempre misurarsi giusta il gran principio ch'egli sia un

semplice individuo del corpo intiero, che il vantaggio del maggior

numero dei sudditi vale più del suo e di ogni particolare, anzi più

di quello dello stesso sovrano considerato come persona particolare;

deve finalmente riflettere che procurando il comun bene procura anche

il suo proprio, e quand'anche non partecipasse dell'utile comune sul

principio, ne sarà poi partecipe in séguito.

Queste sono in breve le mie intenzioni, all'eseguimento delle quali

mi obbliga il dovere e la persuasione. Io sarò il primo a metterle in

pratica sicuramente, ed il proprio mio esempio servirà a comprovare

lo realtà delle mie parole. Chi dunque pensa come penso io e come

deve pensare un vero servo dello Stato, si dedicherà intieramente al

di lui servizio, mettendo da parte ogni particolar riflesso; e allora

comprenderà facilmente la forza de' miei principii, e non troverà, come

io non la trovo, difficoltà nell'eseguirli.

Quegli però che non aspira se non all'utilità e onorifico annesso al

suo impiego, e che considera il servizio dello Stato come una cosa

accessoria, farà meglio disimpiegarsi a tempo e rinunciare ad una

carica per la quale egli non è fatto e della quale non è degno, essendo

necessario per il bene dello Stato di avere un'anima fervorosa, e

rinunciare totalmente a sè stesso e ai suoi comodi.

Questo è tutto ciò che trovo opportuno di far sapere a tutti, acciò

il tanto essenziale governo dello Stato venga, da ognuno che sarà

destinato a promuoverlo, portato alla sua perfezione.

_Sign._ GIUSEPPE.

TAVOLA GENERALE

DELLE COSE PIÙ OSSERVABILI CONTENUTE IN QUEST'OPERA

(I numeri romani indicano i volumi, gli arabici i capitoli.)

A

Abbiategrasso, suo castello, abitato dal duca Filippo Maria Sforza, II,

15; — costretto alla resa dal conte Sforza, II, 45; — colà si ritirano

i Francesi, III, 23.

_Abdictus_, tributo su la navigazione, I, 8.

Abiti de' dottori collegiati e delle matrone alle nozze di Lodovico il

Moro, II, 18.

Abruzzo, vi guerreggia Sforza, padre di Francesco, II, 16.

ADALBERTO, marchese d'Ivrea; — proclamato re d'Italia I, 3.

ADALBERTO, figlio di Berengario secondo, I, 4.

Adda, fiume, combattimento tra i Veneziani e Lodovico decimosecondo,

II, 23; — la città di Milano chiede di renderlo navigabile, II, 22.

ADORNI Raffaele e Barnaba, genovesi, lettera ad essi scritta nel tempo

della carestia in Milano, II, 16, nota (1) _alla pag. 202_.

ADRIANO primo, papa, invita Carlomagno a combattere i Longobardi, I, 2.

ADRIANO quarto, papa, incorona l'imperatore Federico, I, 7.

ADRIANO sesto, papa, suo breve pontificato; piuttosto sacerdote anzichè

sovrano, III, 24.

Affori ed altre terre del milanese, invase dagli Svizzeri, II, 21.

Agnadello e Mirabello, terre ove i Veneziani sono sgominati da Lodovico

decimosecondo, II, 20.

AGNESI Gaetana Maria, matematica, lodata, III, 33.

Agricoltura del territorio milanese nel secolo decimosecondo,

I, 8; — come e da chi migliorata nel decimoterzo, 9; — promossa

dall'arcivescovo Giovanni Visconti, II, 9.

AICARDI, francescano, arcivescovo di Milano, scomunica Matteo primo,

II, 11; — muore esule dalla sua chiesa, 12.

ALARCON, capitano destinato alla custodia del re Francesco primo, III,

24.

ALBANIA (d') duca, spedito ad occupare Napoli, III, 24; — ossequia

Carlo quinto in Mantova, 26.

ALBERTO, conte del Tirolo, collegato con Federico primo, imperatore, I,

7.

ALBERTO, re dei Romani, conferma a Matteo primo il diploma di vicario

imperiale, I, 1O.

ALBRET (d') Enrico, re di Navarra, tratto nel castello di Pavia, III,

24; — fugge nella Francia, _ivi_.

ALBOINO, re de' Longobardi, invade l'Italia, I, 2.

ALDORNOZ Egidio, cardinale, governatore di Milano, III, 28.

ALBUQUERQUE (d') duca, governatore di Milano, III, 29; — sua morte,

_ivi_.

ALCIATO Andrea, II, 19; — sua morte, suo mausoleo, III, 28.

ALDOBRANDINO Giovanni, monaco, detto da poi _Igneo_, I, 6.

ALEANDRO Girolamo, vescovo di Brindisi, nunzio del papa, ferito e

prigioniero nella battaglia di Pavia, III, 24.

ALLEGRE (d') duca dei Francesi, recasi alla conquista d'Imola, II, 20;

— muore col figlio sotto Ravenna, 21.

ALESSANDRINO, podestà di Milano, come trattato da Barnabò Visconti, II,

13.

ALESSANDRO terzo, papa, riconosciuto nel consiglio di Anagni, scomunica

Federico primo, I, 7.

ALESSANDRO quarto, papa, sua influenza su la chiesa milanese, I, 9.

ALESSANDRO sesto, papa, tenta frastornare la discesa di Carlo ottavo

in Italia, II, 18; — si collega con Lodovico decimosecondo e coi

Veneziani; sue pretese, 19.

ALFONSO, re di Napoli, collegato contra il duca Filippo Maria Visconti,

II, 15; — fatto prigioniero, acquista la libertà, _ivi_.

ALMODORO, astrologo prediletto da Lodovico il Moro, sua falsa

predizione, II, 20.

ALVA o Alba (d') duca, governatore di Milano, III, 28.

ALVIANO (d'), duce dei Veneti, II, 20; — chiamato in soccorso da

Francesco primo alla battaglia di Marignano, 22.

AMBOISE (d') Carlo, gran maestro, comandante le armi francesi in

Italia, quarto governatore di Milano, muore in Correggio: suo funerale

in Milano, II, 21.

AMBOISE, conte, ucciso nella battaglia di Marignano, II, 22.

AMBRICURT, ferito e prigioniero nella battaglia di Pavia, III, 24.

AMBROGIO (sant') stabilisce la liturgia della chiesa milanese: sua

condotta con Teodosio, I, 7.

AMBROGIO (sant'), monastero de' Cistercensi eretto ai tempi di Lodovico

il Moro, II, 19, nota 2 _alla pag._ 253.

ANAGNI, concilio ivi tenuto, I, 7.

ANDREA, arcivescovo di Milano, suo testamento come scritto latinamente,

I, 3.

Angeliche, pia associazione di zitelle, loro origine, III, 26.

ANGERA (d') conti, origine della cronaca loro, II, 14.

ANGIÒ (d') Carlo, re di Sicilia, eletto per cinque anni signore di

Milano, I, 10.

ANGIÒ Renato, scacciato dal regno da Alfonso di Aragona, è accolto in

Milano come amico e alleato dal duca Sforza, II, 17.

ANGUISSOLA conte Carlo, lodato, II, 20.

ANGOULEME (d') duchessa di Savoia, madre di Francesco primo, re di

Francia, scrive a Carlo quinto per la prigionia del figlio, e coopera

alla lega detta _Santa_, III, 24.

ANGOULEME (d') duca, terzogenito di Francesco primo, proposto a duca di

Milano, III, 27.

ANNONE Giambattista, ricco mercante di seta in Milano, riduce a

compimento il portico dello Spedal Maggiore, III, 31.

ANTELMINELLI Castruccio, signore di Lucca ed amico dei Visconti, II, 11.

ANTIQUARIO Jacopo, segretario di Lodovico il Moro, II, 19.

APPIANO (da) Giovanni, suo pessimo governo, II, 16.

ARAGONA (d') Isabella è promessa sposa a Giovanni Galeazzo Maria Sforza

in età d'anni quattro; celebra le nozze in età d'anni venti; feste

pompose in quella occasione; convive con Beatrice, moglie di Lodovico

il Moro; dissapori tra di esse; di lei sventure; relegata nel castello

di Pavia, perde il marito estinto da consunzione, II, 18; colà ode

la proclamazione del Moro a duca di Milano a pregiudizio del proprio

primogenito; si ritira a Bari colle due figlie, II, 19.

ARCELLI Bartolomeo, perchè appiccato sotto Piacenza, II, 15.

ARCELLI Filippo, signore di Piacenza, II, 15.

ARCELLI Giovanni, sua funesta morte, II, _ivi_.

ARCHINTO Battista, ambasciatore a Carlo quinto, III, 27.

ARCHINTO Giuseppe, arcivescovo di Milano, III, 31.

ARCIMBOLDI Guido Antonio, arcivescovo di Milano, erige il palazzo

arcivescovile, II, 19, nota 2 _alla pag._ 253.

Arco Romano, sua origine, I, 6; — preso dagli Imperiali sotto

Barbarossa, 7.

ARDERICO, arcivescovo di Milano, motivo delle insidie ad esso lui tese

in Pavia, I, 3.

ARDUINO, marchese d'Ivrea, elettore d'Italia, sue vicende, I, 4.

ARESI Bartolomeo, conte; lodato, sua morte, III, 31.

ARETINO Leone, architetto, opera sua insigne, III, 28, nota 2 _alla

pag._ 153.

ARIALDO, diacono, contrario al matrimonio dei preti, I, 5.

Storia di Milano, vol. 3 · 第 20 / 27 段