compire le sue riforme. Intanto le parti di esse ch'erano già in
corso presso il ministero, andavansi successivamente pubblicando e
mettendo in esecuzione. Erano queste d'ogni specie, scientifiche ed
economiche, di beneficenza e di polizia, civili e religiose, e si
estendevano dai minimi ai massimi argomenti. A rendere più comune
l'arte di frenare e regolar le acque, che in ispecie devastavano
frequentemente il mantovano, fu eretta una cattedra d'idrostatica ed
idraulica[344]. Perchè i piccoli commercianti di seta non fossero più
posti nella necessità di vendite precipitose, s'instituì un Monte o
Depositorio delle sete, da cui, mediante un tenue pro, potevano avere
in prestito quasi l'intiero loro capitale per alimentare le successive
speculazioni[345]. Fu proclamata la tolleranza dell'esercizio
delle diverse religioni separate dalla Chiesa romana[346]. Si
proibì di ricorrere a Roma per le dispense agl'impedimenti canonici
de' matrimoni; indi fu stabilita su quest'oggetto una speciale
legislazione[347]. Si tolse pure alla corte di Roma la collazione de'
benefici, restituendola ai vescovi diocesani per quelli in cura d'anime
o portanti dignità capitolare, e attribuendo quella de' semplici al
governo; e tutti per concorso[348]. E di tolleranza, e di matrimoni,
e di benefizi, e di ricorsi a Roma si trattò di nuovo in successivi
ordini, chiarendo, modificando, confermando[349]. Anche l'università di
Pavia ebbe confermati ed ampliati i suoi regolamenti[350]. E i monti
di Pietà che esistevano per antica istituzione in varie parti dello
Stato, e in particolare quello di Milano, furono riorganizzati, estesi
e muniti di provvide norme[351].
(1786) Il torrente delle innovazioni proruppe nel 1786. Tutti gli
ordini civili furono sconvolti e obbligati a subire una nuova forma.
Il magistrato politico camerale, la commissione ecclesiastica, il
tribunale araldico, quello della Sanità, la Commissaria generale e la
Congregazione dello Stato vennero soppressi, e le loro attribuzioni
concentrate in un consiglio di governo; conservarono soltanto una
separata esistenza la Camera de' conti, l'intendenza generale delle
finanze e una congregazione di Patrimonio per ciascuna città[352].
S'istituirono otto intendenze politiche in altrettante province, nelle
quali fu diviso il paese[353]; e si eresse in Milano un nuovo ufficio
generale di polizia, conforme a quello stabilito nella Germania, donde
fu mandato un buon numero di soldati invalidi per fare le funzioni
di guardie, che con denominazione francese chiamaronsi di _police_, e
procedevano armati di bastone[354]. Nuova forma, nuovo metodo, nuovi
vocaboli ebbero i tribunali giudiziari. Il senato fu soppresso. Questo
corpo rispettabile per la ruggine dell'età, e che aveva introdotto
il dispotismo nel santuario della giustizia, vantandosi di giudicare
_tamquam Deus_, si estinse dopo ducentottantacinque anni di esistenza,
senz'aver lasciato memoria di un solo beneficio recato allo Stato. Si
crearono più giudici o tribunali di prima istanza, uno d'appellazione
ed un supremo di revisione per i casi che le due precedenti sentenze
fossero discordanti; le cause di commercio e di cambio ebbero ne'
tribunali mercantili una prima istanza separata[355]. Un regolamento
giudiziario civile stabilì le norme per la procedura, e queste per
la chiarezza dell'ordine, per l'esclusione d'ogni arbitrio, per la
sobria tutela prestata ai litiganti meritarono gli encomii de' saggi
giureconsulti. Di un conio meno felice fa il codice criminale. Mentre
questo proscrisse quasi la pena di morte, riservandola ai soli delitti
di ribellione[356], surrogò ad essa una lenta morte con durissimi
supplici, esercitata nei segreti degli ergastoli, e perciò senza
pubblico esempio[357]. Dopo di avere stabilito la giusta massima che
la pena non può colpire che l'autore del delitto, così che «il castigo
e il supplizio stesso del malfattore non debbano recar danno alla
moglie, ai figli, ai parenti, agli eredi[358]», ordina pei delitti
di lesa maestà e di ribellione la confisca de' beni, «senza riguardo
alcuno che vi siano figli[359]». Si aggiunsero come inasprimenti di
pena la marca infame della forca da imprimersi con un bollo a fuoco
sulle guance o ne' fianchi[360], un più rigoroso digiuno, e bastonate
e nervate e vergate, delle quali e della loro ripetizione è lasciato
arbitro il giudice colla sola riserva di non oltrepassare i cento colpi
per volta[361]. Il qual malaugurato esercizio del bastone s'incontra ad
ogni passo in quel codice criminale, e figura non meno distintamente
nel codice de' delitti politici, che a quello succede; onde, dopo di
avere con filosofica idea dichiarato doversi i bestemmiatori trattare
come frenetici, imprigionandoli nello spedale de' pazzi[362], vuole
che alle pene della prigionia più o meno dura e del lavoro pubblico,
decretate contro gli sprezzatori della religione, gli scandalosi, i
rei di delitti venerei, i banditi disubbedienti, sia sempre aggiunta
l'altra delle bastonate[363]. Un inasprimento di pena non accennato nel
codice, e che sarà stato ordinato da posteriori istruzioni, ricordomi
di aver veduto in Milano nella mia prima gioventù, nell'essere condotti
i rei a ricevere in pubblico l'impressione della marca infame, distesi
sopra un graticcio, e strascinato da un cavallo al luogo del supplizio.
(1786-1789). Le cose ecclesiastiche, argomento favorito in allora del
ministero austriaco e prediletto dall'imperatore, furono in quell'anno
soggetto di tanti ordini, editti, regolamenti, che sembrava che, dopo
il molto ch'erasi già operato da venticinque anni in poi, nulla ancora
si fosse fatto. Fino dal 1782 erasi dato mano a sopprimere i conventi
e monasteri, specialmente i più ricchi, come Certosini, Cisterciensi,
Olivetani e simili. Fattesi ora le soppressioni più numerose, s'intimò
un'egual sorte alle monache, quando non si prestassero a rendersi
utili nell'educazione femminile[364]; e talmente prevalse l'abitudine
al tedio dell'ozio claustrale, che il più gran numero preferì
di essere soppresso, rendendosi generalmente oggetti di ludibrio
per l'imperizia de' costumi sociali, e a molti di compassione. Si
espulsero i seminaristi elvetici dal loro collegio, e vi s'installò
il consiglio di governo. Fu stabilito un nuovo compartimento delle
parrocchie; si determinò lo stipendio de' parrochi, e sulle rendite
de' regolari soppressi fu supplito alle mancanti congrue; si vietò
l'ordinazione de' cherici quando non avessero fatto il corso de' loro
studi nel seminario generale eretto in Pavia; tutti i consorsi, che
vari e sotto diversi nomi esistevano presso le chiese, furono aboliti,
salve le confraternite delta carità o della dottrina cristiana,
che si dissero poi del Santissimo[365]. Una legge sontuaria fa
emanata pe' funerali[366]; la tumulazione nelle chiese, già dapprima
abrogata[367], fu di nuovo proibita severamente, sostituendovi i
cimiteri da erigersi fuori dell'abitato[368]. Il numero de' giorni
festivi fu ridotto; limitate le funzioni sacre e le processioni,
vietate le novene, le ottave, i tridui; fissato il tempo di suonare le
campane, e l'orario per tener aperte le chiese[369]. Queste minuzie,
bensì opportune, ma disdicenti alla maestà del sovrano, spiacquero
al volgo più che le grandi riforme, sparsero di ridicolo i di lui
regolamenti, e giustificarono il frizzo di Federico II, re di Prussia,
che usava chiamarlo: _mio fratello il sagrista_. Provvedimenti che
più generalmente ottennero la pubblica soddisfazione, furano la
sistemazione de' dazi e l'erezione delle scuole normali. La prima,
contro il solito, procedette per gradi, e non fu fissata che dopo
lunghi e maturi esami; durò quindi più che ogni altra. Si fece
precedere l'abolizione dei dazi intermedi tra i territorii dell'una
e dell'altra città; si soppressero varie minute gabelle locali, di
sostratico, di pascolo, sui quadrupedi, detta della dogana viva,
su molti prodotti indigeni, sulle manifatture, sui pellami, sulle
telerie, sul sapone, sui nastri e perfino sugli zolfanelli[370]. Fu
quindi pubblicata una nuova tariffa daziaria, con lo stabilimento di un
dazio unico e la libertà dell'interna circolazione delle merci[371].
L'istruzione elementare erasi in addietro abbandonata alla tirannia
de' pedanti, si volle rendere ragionevole, più generale ed uniforme;
il che si ottenne colle scuole normali, benchè abbiasi voluto fare una
distinzione tra il povero e il facoltoso, prescrivendo per quest'ultimo
l'obbligo di un meschino annuo pagamento[372], abrogato poscia nel
1791. Non furono trascurati l'ornato e la decenza della città, e ciò
che spetta alla polizia amministrativa. Le case furono numerizzate,
le lampade dell'illuminazione poste per le strade, formato un
giardino pubblico dove prima era il ritiro delle Celestine. La libera
circolazione ed esportazione de' grani fu proclamata e regolata[373].
Non meno le farmacie, che l'esercizio della medicina e della chirurgia
ebbero una nuova sistemazione[374]. Con saggio intendimento fu
deciso di togliere la mendicità questuante, ma non si provvide a
sufficienza per renderla operosa. Perciò i cittadini con compassione
ed isbigottimento videro gli agenti della _police_ dare la caccia ai
pitocchi per le strade e strascinarli in carcere; ma per risparmiare
il pane che consumavano, rilasciavansi in breve con giuramento di non
più mendicare; quindi, con quasi ridicola vicenda, imprigionavansi di
nuovo per aver contravvenuto al giuramento, costretti dalla necessità.
Prima di dar mano a tante mutazioni, e frattanto che si eseguivano le
più clamorose, si trovò conveniente che il reale arciduca governatore
partisse per un viaggio. Egli lasciò la sua residenza il 29 dicembre
1785; andò da Genova a Nizza, dove passò l'inverno, poi dopo un viaggio
in Francia, Inghilterra e Germania, ritornò in Milano la sera del
16 dicembre dell'anno successivo. La popolazione, riguardando la sua
assenza come una disapprovazione delle fatte novità, gli andò incontro
con immenso concorso.
Questo generale sconvolgimento, e ricostituzione degli ordini di uno
Stato, non operatasi nella sola austriaca Lombardia; anzi non fu che
l'applicazione ad essa di quanto erasi già posto in pratica nella
Germania. I motu-propri, gli editti, le istruzioni, i regolamenti, i
decreti furono colà del pari così varii e moltiplicati, che colla loro
unione si formò una raccolta assai voluminosa[375]. Nè queste altresì
erano le sole cure che occupavano l'ardente, inquieto e risoluto
animo del sovrano. Nel breve e tumultuario suo regno di dieci anni,
egli impegnò gravi discussioni coll'Olanda per la libera navigazione
della Schelda; assistette nell'acquisto importantissimo della Crimea
l'imperatrice delle Russie, che male il rimeritò; drizzò le più
diligenti macchine politiche ad impossessarsi della Baviera in cambio
de' suoi Paesi Bassi, e ne rimase deluso per l'astuzia e l'opposizione
del vecchio re di Prussia; e mentre già trovavasi in gravi imbarazzi
per la ribellione dei Fiamminghi, la brama di partecipare colla Russia
allo smembramento della Turchia l'impegnò improvvidamente in una guerra
disastrosa e disgraziata che divorò uomini e tesori, per i cui danni
inestimabili non ebbe specie di compenso, e nel corso della quale
l'onore dell'armi fu appena salvato dalla vittoria sociale di Rimnick,
e dalla presa di Belgrado, seguita il 9 ottobre 1789. Fu questa una
scarsa consolazione all'animo afflitto e abbattuto dell'imperatore per
l'offeso amor proprio, per la delusa ambizione, per le perturbazioni
e disobbedienze interne, essendo esausti e malcontenti i popoli, più
provincie rovinate dalla guerra, e voto l'erario. (1790) I disagi del
corpo nei campeggiamenti militari, ai quali infaustamente ha voluto
prender parte nella guerra turchesca, la soverchia applicazione
agli affari, e le angustie e le afflizioni morali aveano logorato la
robustezza del suo fisico temperamento, e lo ridussero a morire di
consunzione il 20 febbraio del 1790, essendo appena giunto all'età
d'anni quarantanove. Sembra che Giuseppe II avrebbe dovuto essere fra
i sovrani il più facile ad essere giudicato, perchè fece più fatti;
pure fu quello su cui i giudizi rimasero più divisi, perchè le sue
opere erano talvolta fra sè contraddicenti, e perchè le passioni, una
religione male intesa, e gli offesi interessi presero parte a que'
giudizi. Tutti si accordano nell'attribuirgli un carattere dispotico,
inflessibile, irrequieto, novatore. Era economo e temperante, avea
modi disinvolti e famigliari, e discorsi insinuanti. In generale le
sue intenzioni furono migliori che i fatti, e questi migliori dei
modi usati nell'eseguirli. Chi disse ch'egli avea voluto procurare
la felicità dei sudditi a colpi di bastone, disse il vero con acerbe
parole. Uno de' primi suoi atti fu, nel 1780, l'abolizione della
servitù feudale ne' suoi Stati della Germania. Fece costruire a grandi
spese strade e canali, incoraggì il commercio e le manifatture, e rese
aperte e libere le comunicazioni tra le provincie. Protesse, senza
ostentarlo, le lettere e le scienze in tutti i suoi Stati, instituì
cattedre, scuole, biblioteche, o accrebbe le esistenti; promosse
la libertà della stampa e la pubblica istruzione; e, per una delle
sue abituali contraddizioni, proibì ad ognuno dei suoi sudditi il
visitare paesi esteri prima di aver compito i ventisette anni[376]. Non
ostante la sua filantropia, le sue massime diplomatiche si trovarono
al livello di quelle de' gabinetti di Berlino e di Pietroburgo.
Ebbe pure rimprovero di simulazione e di doppiezza, non meno nelle
relazioni cogli esteri che coi propri sudditi[377]. Il molto bene che
fece e le sue utili riforme, benchè duramente eseguite, male accolte,
contrastate, e in parte rivocate, furono un seme che fruttificò
largamente, e un frutto certissimo e indistruggibile sarà quello per
cui la magia e la tirannia delle opinioni vennero dissipate per sempre.
Più amara fu la ricompensa raccolta dall'autore di tanti cangiamenti,
mentre n'ebbe dispiaceri infiniti, e prima di morire vidde ne' varii
suoi dominii disdegnate le sue riforme, generale il malcontento per i
danni di una guerra sconsigliatamente intrapresa e peggio condotta,
e, sordo, ma sensibile, fra i sudditi un fermento, che esprimeva il
bisogno di cangiar sorte.
Restituire la calma fra i popoli, metter fine alla guerra e ad ogni
spesa straordinaria, ristaurare le fonti della rendita, furono le
prime cure di Leopoldo II, giunto a Vienna il 12 marzo. Dopo di aver
formato nel lungo governo di venticinque anni la felicità della
Toscana, egli recava sul trono austriaco la più bella riputazione
di un sovrano filosofo e filantropo, ed ebbe in questa il miglior
mediatore per riuscire nel suo intento. Eletto il 30 settembre
all'Impero, ricevette il 15 novembre la corona d'Ungheria, e partì da
Buda pienamente riconciliato con quella generosa nazione. Ristabilì
come potè e gli parve la sua autorità nelle province belgiche; e
nell'estate seguente fermò la pace co' Turchi, con restituir loro
Belgrado e le altre conquiste. In questa sistematica riconciliazione
del sovrano co' suoi sudditi la Lombardia non fu trascurata. I corpi
civici furono invitati ad esporre in iscritto le loro rimostranze, e
queste furono recate a Vienna dai deputati loro, colà espressamente
chiamati[378]. (1791) Nè tardarono ad essere conosciute le sovrane
risoluzioni[379]. La congregazione dello Stato di Milano, abolita nel
1786, venne repristinata. Si confermarono le prerogative ai corpi
civici. L'amministrazione de' luoghi pii fu restituita ai capitoli
e alle congregazioni, conservato in Milano il corpo elemosiniere.
Soppresse le intendenze politiche provinciali, ne furono delegate
le incombenze ai pretori; così la polizia di Milano passò nelle
attribuzioni del capitano di giustizia. Fu modificato il regolamento
per le scuole normali, e queste rese gratuite indistintamente[380]. A
tali provvidenze seguì dappresso una nuova sistemazione del governo,
coll'erezione di una conferenza governativa e la repristinazione del
magistrato politico camerale, cui furono aggregate le attribuzioni
del soppresso consiglio[381]. Anche i Mantovani furono rimandati
contenti, coll'essersi separata l'amministrazione della loro provincia
da quella del Milanese, alla quale era stata aggregata sei anni avanti,
colla sola dipendenza dal governo generale della Lombardia[382]. Ho
creduto di dover esporre con un preciso dettaglio la storia sommaria
della legislazione austriaca in questo paese, incominciando dal
regno di Maria Teresa, per più ragioni. Primieramente perchè finora
questo lavoro non era stato fatto; inoltre perchè corre di quella una
confusa celebrità, mentre i contemporanei in generale, per la rapida
successione, e l'affastellamento delle cose, se ne formarono un'idea
poco diversa da quella del caos; e finalmente perchè, oltre qualche
nascita o morte di persone illustri, e qualche caso o istituzione
patria, le fasi e i fatti dell'amministrazione interna sono i soli
elementi per la storia di uno Stato di provincia. Chè se quelli tra i
miei lettori, non avvezzi a siffatte discussioni, a questa parte della
mia narrazione si saranno annoiati, io confesso con verità che ben più
di essi mi sono annoiato scrivendola.
In quest'anno, per la morte della principessa Maria Teresa Cibo
Malaspina, vedova del duca di Modena Francesco III e signora del ducato
di Massa e Carrara, la di lei figlia Maria Beatrice, consorte del
reale arciduca Ferdinando, le succedette in que' dominii. Nel mese di
aprile venne l'imperatore in Italia, accompagnando a Firenze il suo
secondogenito Ferdinando, nuovo gran duca di Toscana. Passò da Venezia,
dove ritrovossi col re e colla regina di Napoli; nel ritorno dalla
Toscana visitò Mantova, indi Cremona, Lodi, Pavia, e il 28 maggio entrò
in Milano. Ammise primo all'udienza l'arcivescovo, quindi il ministro
plenipotenziario, poi il comandante delle armi; in séguito tutti ad
un tratto i consiglieri, e finalmente in corpo i ciambellani. La vita
che menò in Milano era uniforme. Alla mattina visitava i pubblici
stabilimenti, poscia ammetteva chiunque all'udienza. Nell'anticamera
vi era tutta la cortesia, e il primo venuto era il primo introdotto,
col solo riguardo che le donne precedevano. La sera poche volte fu in
teatro, e fu veduto a piedi girare per le strade della città colla sola
compagnia di due arciduchi suoi figli, che seco avea condotti. Questo
principe non amava di accostarsi nè i magnati, nè i militari, nè i
prelati, nè alcuna persona che si desse per importante; e preferiva
di ammettere alla famigliarità persone che non avessero pretensione
alcuna. Era co' suoi figli affettuoso senza sovranità, ed essi lo
trattavano come un amico. Visitò minutamente le carceri, ma non fece
liberare alcuno. Parve che le opinioni teologiche e le teorie criminali
fossero le due cose che sopra le altre lo interessassero. Si trattenne
in Milano fino alla sera del 28 giugno. Partendo lasciò il popolo a sè
affezionato, ed ha potuto conoscerlo dalla folla accorsa alla partenza,
e dalle voci che mostravano desiderio della sua felicità e brama del
suo ritorno.
Nè egli, nè il popolo sapevano che salutavansi per l'ultima volta. Non
era per anco tornato a Vienna che s'avvide della mala riuscita delle
pratiche da lui mosse per frenare il torrente della rivoluzione di
Francia a difesa di sua sorella e di un cognato che sedevano su quel
trono[383], e d'essersi tirato addosso la guerra che voleva evitare.
(1792) Essendo in quest'angosciosa agitazione d'animo, egli esalò in
Vienna il 1.º di marzo l'ultimo fiato, in tre soli giorni di malattia,
dopo due anni del nuovo regno, e circa quarantacinque di età. Chi
il disse morto di malattia di petto, chi di dissenteria; e come è
costume del volgo nel giudicare delle morti precipitose dei grandi,
non mancò chi pretese di attribuirla ad una causa straordinaria[384].
Egli lasciò i popoli più tranquilli, ma angustiati dalle esigenze dei
preparativi guerreschi, e agitati per la prospettiva di un procelloso
e sinistro avvenire. E non s'ingannarono; mentre l'eredità che da lui
conseguirono il successore e i sudditi furono ventidue anni di guerre
distruggitrici e di calamità senza fine e senza esempio. Fu principe
di carattere pacifico, affabile, amante dell'ordine e dell'economia.
Col suo fratello e antecessore ebbe comune il rimprovero di essere
stato troppo amico delle novazioni e troppo minuzioso ne' regolamenti,
come la lode di avere fondato tra i popoli un migliore governo. Più
del fratello rispettò la pubblica opinione, e non meno fermo di lui,
si mostrò più avveduto e più prudente. La stima che lasciò di sè come
imperatore, fu inferiore a quella che aveasi acquistato come gran
duca. A giustificare questa differenza possono allegarsi più cause:
la brevità del nuovo regno, la confusione e gli imbarazzi in cui l'ha
trovato, la somma difficoltà de' tempi, che preludevano al più grande
sconvolgimento politico, e alla successiva più grande catastrofe che
abbia mai veduto il mondo; ma quando si osservi che ne' fatti pubblici
di que' due anni (che pure molti ne operò) non fece mostra Leopoldo di
alcun lampo di quel genio che sfavillò di sì bella luce nella Toscana,
sembra potersi accostare di più alla verità, dicendo che il nuovo
teatro delle sue azioni fu per esso troppo vasto; e avvenne di lui
ciò che sarebbe accaduto nel regno delle belle arti a Giulio Clovio,
miniatore eccellentissimo, se la sorte lo avesse costretto ad eseguire
le gigantesche imprese di Michelangelo.
FINE DELLA STORIA.
_Disposizione di S. M. I. A. l'imperatore Giuseppe II ai capi de'
dipartimenti, sul modo di trattare gli affari pubblici, data in
dicembre 1783, prima della sua partenza per l'Italia._
Sono già tre anni dacchè ho assunto il governo della monarchia, e in
questi con non poca fatica, sollecitudine e pazienza ho esposto i miei
principii e le mie intenzioni; nè mi sono accontentato di ordinare agli
altri, ma ho lavorato io stesso per scoprire e bandire i pregiudizi
derivati da inveterate consuetudini. Quindi ho cercato d'insinuare a
tutti l'amore che nutro per il bene generale dello Stato.
Ho dato a tutti i capi dei dipartimenti la mia confidenza, e tutta
l'autorità sopra i loro subalterni, come pure la scelta dei medesimi.
Ho però sempre ricevute le rappresentanze e sentita la verità, che
mi è sempre cara, non solo dai presidenti, ma anche dagli altri; e
a quest'oggetto sono sempre stato pronto a sentire i loro rapporti e
dilucidare i loro dubbi.
Ma oltre di ciò, trovo di mio dovere, per quel vero zelo che in
tutte le operazioni ho consacrato al bene dello Stato, di seriamente
promuovere l'adempimento di quelle massime e di quegli ordini che
non senza mio dolore veggo ancora tanto negletti; dal che ne derivò
la necessità di emanare tanti replicati comandi: perchè i capi de'
dipartimenti eseguiscono così meccanicamente e servilmente le loro
incombenze, che, ben lontani di aver di mira il bene dello Stato
e di farlo intendere a chi conviene, altro non fanno che quel puro
necessario, che appena basta per non essere processati e deposti dai
loro impieghi.
Perciò, chiunque brama continuare nel mio servigio nei dicasteri
aulici ed in provincia, come presidente, vice-presidente, cancelliere,
consigliere, capitano circolare, intendente, ec., tanto nell'economico,
come nel civile o militare, dovrà esattamente uniformarsi ai seguenti
miei ordini:
1.º Ciascuno d'ora innanzi, giusta il confidatogli dipartimento,
dovrà rilevare nei registri tutte le sovrane Normali e Risoluzioni,
raccoglierle e leggerle con quello studio e con quella attenzione che
basti per impossessarsi del vero e legittimo loro senso e degli oggetti
a cui tendono.