narrare i vizi e gli errori de' potenti e la conseguente oppressione e
l'impoverimento de' popoli, di poter talvolta ricreare la mente propria
e quella de' lettori colla rappresentazione di tempi meno infelici, e
col racconto di un genere di pubblica amministrazione più consentaneo
alla dignità e al ben essere degli uomini. Questa lode è meritamente
dovuta al regno di Maria Teresa, la quale, a malgrado delle lunghe
guerre da cui era bersagliata la monarchia, si mostrò costantemente
intenta a dar migliori ordini ai varii rami del suo governo. E fu
in ciò provvidamente secondata dalla sorte, mentre, avendo risoluto
di liberarsi del referendario Bartenstein, che colla sua prepotente
arroganza avea svergognato la diplomazia austriaca sotto Carlo VI,
assunse, nel 1753, al supremo ministero il conte, indi principe Antonio
Venceslao di Kaunitz-Rietberg. Questo grand'uomo, nato nel 1711, che
resse con gloria per lo spazio di quasi quarant'anni i consigli della
casa d'Austria, era dotato di molto ingegno, d'uno zelo instancabile
e dì somma integrità; abile negoziatore, profondo dissimulatore senza
parerlo, impenetrabile ne' suoi secreti, ma ricco d'amor proprio, e
perciò presuntuoso ed altiero: così ci è descritto dal Coxe[316] sulla
fede de' documenti ufficiali del ministero inglese. Ei possedeva a
tal segno la confidenza della sua sovrana, che, essendo ella piissima,
ha potuto tuttavia intraprendere e compire con mano ferma le riforme
più delicate nelle materie ecclesiastiche. Per ciò che concerne la
Lombardia, il compimento del catastro delle proprietà fondiarie, come
base della giusta ripartizione del principale tributo, occupò le prime
cure dell'imperatrice regina. Questa grande opera, tentata quasi due
secoli prima dagli Spagnuoli con informi elementi, instaurata nei
primordii della dominazione austriaca, era rimasta interrotta, dopo la
spesa di più milioni, per le vicende belliche del 1733. Fu riassunta
nel 1749 coll'erezione di una nuova Giunta del censimento, cui fu dato
a presidente un dottissimo giureconsulto, Pompeo Neri, espressamente
chiamato dalla Toscana, ove copriva la carica di secretario del
consiglio di reggenza. Nello stesso tempo fu questi incaricato di
esaminare i mezzi più opportuni per una sistemazione del corso delle
monete, colla quale fosse posto rimedio al gravissimo danno che si
soffriva dal pubblico per il valore arbitrario di esse. A tal fine
molte conferenze e molti esperimenti furono allora eseguiti, di
concerto colla real corte di Torino, dove un altro gran ministro, il
conte Giambattista Bogino, fece ogni sforzo perchè il provvedimento
da adottarsi fosse a comune beneficio esteso a tutta l'Italia. Però
le corte viste e le piccole gelosie fecero riuscire a vuoto la saggia
proposizione; onde questo gravissimo oggetto, rimasto allora deserto,
con principii più sicuri, ma circoscritto alla sola Lombardia, fu
poscia sistemato soltanto nel 1778.
(1758) Erano quasi ridotti al loro termine i lavori del censimento
colle assidue cure di nove anni, quando, essendo il Neri richiamato
a Firenze, la Giunta fu sciolta, e sostituita una governativa
delegazione; a questa fu dato l'onore di proclamare il compimento
dell'opera, e s'incominciò nel 1790 a ripartire il tributo prediale sul
nuovo catastro. Contemporaneamente alla partenza del presidente Neri,
Milano rimase priva di un altro illustre ministro, il plenipotenziario
conte Beltrame Cristiani, morto il 31 luglio, dopo una lunga malattia,
che lasciò alternare speranza e timore. La sua morte fu da uomo
senza la minima imbecillità. Spedì gli affari con mente serena fino
all'ultimo giorno. Egli da un'umile condizione col suo merito e colla
sua prudenza giunse al sommo grado di essere padrone del milanese.
Gli fa onore il ricordare ch'egli cominciò nel 1725 come podestà di
Borgonuovo, feudo del marchese Giandemaria di Parma. Poi fu impiegato
in Piacenza, dove il conte Trotti, governatore, lo conobbe e lo fece
conoscere ai comandanti degli eserciti austriaci che guerreggiavano.
La fermezza del carattere, la sagacità de' ripieghi, la fedeltà sua,
gli utili servigi che rese, lo fecero ben presto ammirare. Il duca di
Modena, incautamente unitosi agli Spagnuoli, avendo abbandonato i suoi
Stati, ne fu commesso il governo al Cristiani, che seppe accontentare
l'imperatrice, il duca e il paese. Popolare e disadatto nel suo
aspetto, distratto talvolta e balbuziente, senza fasto, e memore sempre
del suo primo stato, cercò di placare l'invidia, e l'implacabile superò
coll'ingegno. Fu spedito a Vienna colla lusinga che la grossolana
figura, anche sucida per l'uso del tabacco da masticare, dovesse
dispiacere alla imperatrice regina, e che l'ignoranza del tedesco e del
francese lo dovesse far comparire un meschino curiale. Ma egli superò
il sorriso che avea destate fra le colte persone, e l'imperatrice gli
si rese affetta dopo che gli ebbe parlato. Egli non poteva sperare
di essere governatore di Milano per difetto de' natali. Le aderenze
colla casa di Modena gli diedero occasione di formare il progetto di
far venire a governar stabilmente il milanese il duca Francesco III
col titolo di amministratore. Il duca s'annoiava a Modena, amava il
soggiorno di Milano, e questo se gli offriva nel luminoso carattere
di amministratore del governo, con soldo assai cospicuo, con tutti
gli onori, purchè lasciasse ogni cura al Cristiani e concedesse la
principessa Beatrice sposa a un arciduca. Si presentò dall'altra parte
all'imperatrice un matrimonio per un figlio cadetto, e con esso gli
Stati di Modena, Reggio, Mirandola, Massa e Carrara. Richiedevasi
l'animo del conte Cristiani per condurre a termine e fermare tali idee.
Questo sempre più gli acquistò il cuore e la confidenza dell'augusta
sovrana, della quale teneva delle firme in bianco da riempiere,
occorrendo un dispaccio. Sin ch'egli visse, lasciò tutte le apparenze
al duca, che ognuno credeva che comandasse. Questi mezzi, uniti
alla sua mente e operosità, lo fecero trionfare de' nemici. Era uomo
generoso, e fedele alla sua parola. Aveva la politica grande, e non
pareva nè imbarazzato nè circospetto. Era capace di domandare scusa
anche ad un povero, se in un impeto di collera l'avesse ingiustamente
offeso. Chi riceveva un'ingiustizia da lui per precipitazione o
prevenzione, era sicuro, non solamente d'essere risarcito, ma di fare
qualche fortuna. Non era per altro nè colto, nè sensibile in conto
alcuno al merito di un letterato o d'un artista. Sapeva il latino,
l'italiano, la legge e un po' di storia e nulla più; ma sapeva l'arte
di conoscere gli uomini.
(1759) Fu dato in successore al conte Cristiani nella carica di
ministro plenipotenziario nella Lombardia il conte Carlo di Firmian,
che giunse in Milano il 16 giugno del 1759. Figlio cadetto di una
famiglia nobile tirolese, egli avea passato la sua gioventù in
Roma come aspirante nella carriera prelatizia senza far fortuna.
Di carattere pusillanime e di scarsi talenti, amava più la
rappresentazione che gli affari, ed avea l'arte di coprire le qualità
che non possedeva colla compostezza, colle scarse e misurate parole,
e con un officioso sussiego. In altri tempi, quando i governatori
erano i despoti e i legislatori del paese, questa mediocrità poteva
nuocere; ma dacchè il conte di Kaunitz fu assunto al supremo ministero
della monarchia, le disposizioni legislative e di buon governo
procedevano dall'alto, e i ministri nelle provincie divennero semplici
referendarii ed esecutori; onde tutto il male che poteva farsi da essi
limitavasi a qualche sfavorevole relazione alla corte, e a qualche
abuso di minuta polizia, della quale erano lasciati arbitri. Durante
il ministero del conte di Firmian furono eseguite le più importanti
riforme; e in queste si fecero procedere di pari passo le materie
civili e le ecclesiastiche. Si fece sparire ciò che ancora rimaneva
delle immunità personali e reali del clero; si proibirono le carceri
private alle comunità religiose; fu abolito l'asilo sacro: istituzione
incompatibile coi nuovi tempi, e per lo più scandalosa nella pratica.
(1762-1768) Il Santo Ufficio dell'Inquisizione venne soppresso. Si
limitò la giurisdizione ecclesiastica e il diritto di acquistare alle
mani-morte, e si sottoposero le spedizioni di Roma alla cautela del
regio _exequatur_, senza il quale non potevano essere eseguite[317];
fu delegata una Giunta per le materie ecclesiastiche miste[318], cui
fu poscia sostituita una Giunta economale[319], con giurisdizione
privativa ed inappellabile; s'instituì in fine una Giunta subalterna
per la riforma dei luoghi pii e delle parrocchie[320]; e queste diverse
disposizioni, dopo l'esperienza di sei anni, furono dall'autorità
sovrana definitivamente stabilite e confermate[321].
(1769) Forse il caso e forse la precoce antiveggenza dell'imperatore
Giuseppe II a raffermare gli animi de' sudditi, fu cagione del primo
viaggio che fece quel sovrano in Italia. Partito da Vienna sul fine
di febbraio, sotto il nome di conte di Falkenstein, che conservò
sempre ne' viaggi successivi, trascorse senza fermarsi a Mantova e
Firenze, e fu diritto a Roma con piccolissimo séguito, dove dopo Carlo
V nissun altro cesare erasi mostrato. L'improvviso arrivo, la modestia
dell'accompagnamento, l'affabilità de' modi, il rifiuto d'ogni pomposa
onorificenza furono argomenti di generale sorpresa e meraviglia.
Giuseppe II, osservate le cose più insigni di Roma, e di Napoli,
visitate le nuove fortezze costruite sull'Alpi dal re di Sardegna, si
trattenne nel ritorno nella sua Lombardia nel 23 giugno al 15 luglio.
Egli vi si fece ammirare come amico dell'ordine e della giustizia,
desideroso del pubblico bene, nemico degli abusi, di un'attività
straordinaria, e singolarmente ricco di utili cognizioni. E poichè i
fatti parziali sono talvolta più istruttivi di un'intera storia, così
non è da tacersi che quel sovrano, il quale, appena ebbe dalla madre
nella prima gioventù il potere di ordinare tutto ciò chè concerneva
l'esercito, ad imitazione del sistema prussiano, volle introdotta la
coscrizione militare in tutti gli Stati austriaci, ad eccezione de'
Paesi Bassi, dell'Ungheria, del Tirolo e del Milanese[322]. Avendo,
nella visita de' monasteri fatta in Milano, osservato che le monache
non occupavansi se non di poco utili esercizi, mandò ad esse una gran
quantità di tela affinchè ne preparassero camicie per i soldati[323].
Una inclinazione guerriera, associata ad un istinto di beneficenza e di
novità, fu infatti il caratteristico di questo sovrano.
E le riforme proseguivano. Fino dal 1765 era stato creato un supremo
consiglio di economia: in questo dicastero, trasformato poscia in
magistrato politico camerale, sedettero successivamente gli uomini che
maggiormente onorarono il paese, Gian-Rinaldi Carli, Cesare Beccaria e
Pietro Verri. (1770) Si eresse un nuovo monte dei creditori camerali,
che, dal nome della sovrana, si disse di Santa Teresa, e in esso furono
trasportati i creditori del monte civico e del banco di Sant'Ambrogio,
salvo a quelli che non amassero il nuovo investimento di ritirare
fra un mese i loro capitali[324]. Si ordinò che nello stesso monte
fossero versate le somme di riscatto dei debiti di mani-morte, de'
quali era permessa la redenzione[325]; e vi furono pure inscritti a
credito de' possessori, coll'interesse del sei per cento, i capitali
rappresentanti i dazi, i pedaggi e le altre gabelle d'ogni sorta,
che nel corso di due secoli e mezzo erano stati venduti, e che furono
rivocati alla regia camera[326]. L'esame delle entrate e delle spese
delle diverse amministrazioni dello Stato e de' pubblici, che da prima
era generalmente avvolto nel mistero, confuso e arbitrario, fu ridotto
in un solo centro e ad un metodo uniforme coll'istituzione di una
camera de' conti[327]; e fu una prova del merito di essa, frammezzo a
tante mutazioni successive, la continuata sua sussistenza. Per fine
le pubbliche finanze, che nella sola vista di servire al bisogno
presente erano state, nel 1751, date in appalto ad una compagnia di
speculatori, i quali, da una condizione oscura, salirono poi a grandi
onori e ricchezze, furono per esse gradatamente richiamate allo Stato;
prima, nel 1766, coll'averle ridotte ad una Ferma mista, con un terzo
di utili e un rappresentante regio; e quindi, nel 1771, con una piena
emancipazione, che recò inoltre al regio erario centomille zecchini di
maggiore benefizio. (1771) Questo lucro servì all'appannaggio del reale
arciduca Ferdinando, che nell'anno stesso si stabilì in Milano, dove
il 16 ottobre contrasse, secondo le convenzioni, il matrimonio colla
principessa estense Maria Beatrice Riccarda, ed entrò nell'esercizio
della carica di governatore e capitano generale della Lombardia.
Nè perciò si restituì a' suoi dominii il vecchio duca di Modena che
lo avea fino allora rappresentato; ma alternando la sua dimora tra
Milano e la sua villeggiatura di Varese, morì in quest'ultima, di
ottantadue anni, il 22 febbraio del 1780. A questo tempo ebbe pure
effetto un'istituzione di grande e permanente utilità, il pio albergo
Trivulzio, aperto ai poveri de' due sessi che hanno oltrepassata l'età
di sessant'anni. Benchè questo stabilimento sia in origine dovuto
alla privata munificenza, fu esso dalla provvidenza sovrana assai
favoreggiato, sia coll'assenso prestato per i beni soggetti a vincolo
feudale e assegnatigli in dote, sia coll'unire a quello l'antico
ospitale de' vecchi e con altre proficue assistenze[328]. Si vide
allora una celebre donna dedicarsi spontaneamente in quell'albergo
alla soprintendenza del quartiere femminile, e poscia ella stessa
ricoverarvisi per essere più pronta a que' servigi. Fu dessa Maria
Gaetana Agnesi. Nata in Milano, di nobile famiglia, nel 1718, educata
alle lettere e nello studio delle matematiche dal dottissimo e modesto
Ramiro Rampinelli, avea di trent'anni pubblicate le sue _Istituzioni
analitiche_, che, neppure avvertite in patria, riscossero altissime
lodi dalle primarie società scientifiche dell'Europa. Visse poi il
restante della lunga sua vita nell'albergo Trivulzi, indifferente alla
dimenticanza de' suoi concittadini, dividendo ogni sua cura tra le
assunte opere di pietà e gli studi sacri, ai quali erasi intieramente
dedicata, finchè tardi venne la morte a raggiungerla nell'ottantesimo
primo anno della sua età.
(1773-1779) La presenza e l'attività del reale arciduca diedero moto
a provvedimenti più immediatamente utili al paese. Ne' sette anni
dal 1773 al 1779 si prepararono colla maggiore maturità i lavori,
che diedero poi all'Italia nella moneta milanese i più bei tipi e il
più ben calcolato sistema monetario che allora si conoscesse[329]. Si
instituì un magistrato generale degli studi, e l'università di Pavia fu
riorganizzata, ampliata, arricchita[330]; e salì poi ad altissima fama
pei sommi uomini che onorarono le sue cattedre, Tissot, Gian-Pietro
Frank, Mascheroni, Spallanzani, Volta. Milano, che fino dal 1766 area
avuta una specola astronomica, fondata sotto la direzione di Ruggiero
Boscovich, vide quella ampliata dopo la soppressione dei Gesuiti
nel 1773, data una nuova e più ampia consistenza alle loro scuole
col titolo di real Ginnasio, raccolta e aperta al pubblico con gran
dispendio nel loro collegio di Brera una copiosissima biblioteca, e
applicati i beni di essi alla pubblica istruzione. Le scuole Palatine,
nelle quali era stata eretta qualche anno addietro una cattedra[331] di
economia pubblica col titolo di Scienze Camerali (seconda in Italia,
dopo quella di Napoli, instituita da un privato filantropo), n'ebbero
un'altra per ammaestrare nell'esercizio dell'arte notarile[332];
all'instituzione della quale succedette il provvidissimo stabilimento
di un generale archivio per la custodia degli atti de' notari civili
di lutto il ducato[333]. Nel 1773 venne fondato presso le scuole di
Sant'Alessandro un museo di storia naturale e di mineralogia, e di là
a tre anni si vide eretta una _Società patriottica_ per i progressi
dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, con una dotazione
per i premii da distribuirsi annualmente, e l'assegno di un terreno
per gli esperimenti[334]: fondazione di gloriosa ricordanza per i
beneficii da essa recati al paese, e di cui è comune vergogna il
trascurato repristinamento, dacchè e Firenze e Torino e Verona hanno
restituito in fiore le loro società e accademie agrarie. Nello stesso
anno, 1776, dopo quasi tre secoli trascorsi in isterili progetti e in
infelici tentativi, fu resa perfetta la navigazione dall'Adda a Milano
coll'apertura del canale detto di _Paderno_, tagliato nel margine
del monte, per cui le navi dal bacino di Lecco scendono liberamente
nell'antico naviglio della Martesana. Le arti e le manifatture
ebbero più sorta d'incoraggiamenti con premii, con privilegi, con
sovvenzioni in danaro. E tra le belle arti l'architettura in ispecie
godette del più deciso favore. Era di già stato chiamato da Napoli
il migliore architetto che allora avesse l'Italia, Luigi Vanvitelli,
a dirigere gl'importanti ristauri che si fecero nel palazzo di
corte per l'arrivo del reale arciduca[335]. Si chiamò poscia il più
distinto de' suoi discepoli, Giuseppe Piermarini di Foligno, il quale
cogli esempi de' molti nobili lavori che eseguì nel corso di più di
vent'anni[336], potentemente in ciò sussidiato dagli abili professori
ed allievi della nuova accademia delle belle arti, restituì in onore
l'architettura tra noi, purgandola di quanto ancora le rimaneva degli
stupri Borromineschi, benchè nè l'uno nè gli altri fossero riusciti
ad elevarla alla maestà dei grandi modelli. Sono opere di Piermarini
la regia ducale corte, la real villa di Monza, il compimento del
palazzo di Brera, il monte di Santa Teresa, il nuovo gran teatro
costruito dove esisteva la collegiata della Scala, di cui ritenne il
nome, compito nel 1778, e l'altro della Canobbiana, aperto al pubblico
nell'anno seguente. I privati signori si volsero, com'è il solito,
a corteggiare il gusto di chi presiedeva al governo dello Stato,
imitandolo; onde si viddero più antichi palazzi ristaurati o rinnovati,
e tra questi meritano speciale menzione i due palazzi del principe e
del conte generale di Belgioioso, l'uno eretto circa i tempi di cui
parliamo, sotto la direzione di Piermarini, l'altro nel 1790 (salito
poi all'onore di real villa) dall'architetto Leopoldo Polack, di cui
bell'opera fu pure la facciata dell'insigne tempio di Rho, ch'era stata
lasciata imperfetta dal celebre Pellegrini.
Gli effetti di un tal regime illuminato e benefico erano rapidi e
progressivi. La popolazione accrescevasi; le moderate imposizioni,
e l'impiego della parte di esse eccedente le spese dello Stato,
in opere pubbliche di strade, canali, fabbriche di ogni sorta,
nell'arricchire le biblioteche, i musei, i gabinetti scientifici,
in sovvenzioni e premii a promovere l'agricoltura e le manifatture,
diffondevano l'istruzione, l'agiatezza e la prosperità in tutte le
classi: beati tempi, allora non conosciuti, nè apprezzati abbastanza,
non tanto per la naturale abitudine degli uomini di adattarsi al
bene con indifferenza, quanto per l'apatia propria dei Lombardi, e
che, per la forza di più secoli di pessimo governo, era divenuta in
essi una seconda natura. (1780) Tuttavia fu questa vinta dalla forza
de' benefizi; e i Milanesi, che avevano già dato prova di affettuosa
sensibilità verso la loro sovrana quando nel 1767 era stata posta dal
vaiuolo in grave pericolo della vita, accorrendo in folla ai tridui,
che allora celebraronsi in tutte le chiese, mostrarono un sincero
dolore all'inaspettato annunzio ch'essa avea cessato di vivere per
idropisia di petto il 29 novembre del 1780. Essa avea settantatre
anni, quaranta de' quali ne trascorse tra le cure del governo de' vasti
suoi dominii. Si mostrò costante e prudente, non meno nella contraria
che nella prospera fortuna. Economa per abito, sapeva all'opportunità
essere liberale. Fu zelante osservatrice della religione, e amante
della giustizia; ma diede un'importanza eccessiva alle minute pratiche
di quella, e si mostrò talora intollerante; dava pure facile orecchio
alle segrete delazioni, e con predilezione occupavasi de' piccoli
affari. Ebbe perciò alcuna volta a lagnarsi di essersi ingannata nelle
sue scelte, e che le sue intenzioni fossero state male intese o mal
eseguite. Con tutto ciò il regno di Maria Teresa è il secolo d'oro dei
popoli della casa d'Austria[337]. In essa si estinse l'illustre casa
d'Absburg, dopo però di essersi quasi propaginata e già riprodotta in
quella di Lorena, ora regnante. Il conte Gherardo d'Arco, Paolo Frisi
e monsignor Turchi ne scrissero l'elogio, e ognuno di questi dotti
uomini vi si mostrò quale doveva essere, colto e giudizioso patrizio,
scrittore filosofo, frate panegirista.
L'indole del successore, l'augusto Giuseppe II, inclinato fervidamente
a beneficare i suoi sudditi, temperò il danno della fatal perdita; se
non che l'impeto e la precipitazione con cui soleva operare, resero
spesso spiacevole, e talvolta agli occhi del volgo travisarono il
beneficio. Con non lunghi intervalli si susseguirono tre altre morti,
che per la Lombardia furono memorabili. (1782) La prima è quella del
ministro plenipotenziario conte di Firmian, avvenuta il 20 giugno
del 1782. Alcuna cosa già si disse del di lui carattere, al che poco
rimane ad aggiungere. La sua autorità, che ne' primi dieci anni fu
sufficientemente estesa in molti oggetti di minuto dettaglio, si
attenuò dopo la venuta del reale arciduca. La di lui bontà permise che
alcuni suoi scrivani favoriti abusassero della sua confidenza. Coloro
che confondono la bibliomania coll'amore delle lettere, il tennero e
il dissero un mecenate. I Milanesi lo compiansero. Fu sostituito al
conte di Firmian il conte di Vilzek, personaggio mediocre al pari di
quello, e che lasciò fama di non aver fatto nè bene nè male. (1783) Nel
seguente anno morì pure il cardinale arcivescovo Giuseppe Pozzobonetti,
dopo di avere presieduto alla chiesa milanese per il lungo corso di
anni quaranta: prelato saggio, attento e unicamente occupato del sacro
suo ministero. Il 1.º settembre dell'anno medesimo gli fu dato in
successore monsignore Filippo Visconti, in di cui lode basterà il dire
che ne' tempi burrascosi successivi al 1796 egli si meritò di essere
pubblicamente difeso da un vecchio filosofo, il conte Pietro Verri,
contro le forsennate invettive de' demagoghi rivoluzionarii. (1784) Non
molto dopo morì l'insigne letterato e matematico Paolo Frisi, che non
potendo soffrire gl'incomodi di una fistola dolorosa, si sottopose ad
un'operazione che in brevissimi giorni, in ancor fresca età, il trasse
al sepolcro. Il poc'anzi citato conte Verri, di lui amico, supplì alla
solita noncuranza della città onorata dalla nascita e dagli studii di
quell'uomo illustre, tessendo di lui un nobile elogio, ed ergendogli un
modesto monumento in Sant'Alessandro, chiesa de' Barnabiti, alla di cui
congregazione aveva il defunto appartenuto per qualche tempo.
Fece Giuseppe II due nuovi viaggi in Italia, l'uno in quest'anno,
l'altro nel successivo. Nel primo corse fino a Roma, dove ricusò il
ricambio di onorificenze che il papa voleva prestargli per quelle
a lui usate in Vienna due anni addietro. Conchiuse però con esso un
concordato, col quale fu conceduta ai duchi di Milano la nomina ai
vescovati e ai beneficii della Lombardia austriaca, che prima spettava
alla Santa Sede[338]. Stipulò pure colla Toscana, il 4 dicembre,
a favore della Lombardia stessa, un trattato per le reciproche
successioni de' sudditi nei due Stati[339], del pari che erasi
precedentemente stabilito colla Francia e la Prussia[340], col governo
Sardo[341] e colla repubblica di Venezia[342]. (1785) Egli si trattenne
in Milano dal 19 febbraio al 9 marzo. L'ultimo viaggio fu limitato alla
Lombardia, con una permanenza di soli sette giorni: la più lunga fu
quella del primo viaggio nel 1769, che ne durò ventuno. In quest'anno
vendette l'imperatore al papa i possedimenti della Mesola nel Ferrarese
per novecentomila scudi[343]; e il re e la regina di Napoli, visitando
per piacere l'Italia, si trattennero in Milano dal 1.º settembre al
23 luglio, festeggiati con sontuosa magnificenza. Prima di partire
da Vienna per il suo secondo viaggio, lasciò Giuseppe II ai capi dei
dicasteri aulici la legge de' suoi voleri, che, tradotti dal tedesco,
circolarono allora per l'Italia. Appare in essi ad ogni passo il suo
amore per l'ordine, per il buon servigio e per il pubblico bene; e,
nella certezza di farne un gradito dono ai lettori, si riportano in
fine di quest'ultimo capitolo (pag. 285).