(1633) Nel 1631 era tornato al governo di questi Stati don Gomez

Suares di Figueroa e Cordova, duca di Feria; ma dopo due anni avendo

egli dovuto, d'ordine del re cattolico, recarsi in Germania in

soccorso dell'imperatore Ferdinando II con un esercito di diecimila

fanti e mille e cinquecento cavalli, parte spagnuoli e lombardi, e

parte napoletani, venne in suo luogo il cardinale infante di Spagna,

fratello del re; ma non rimase al governo che circa un anno, essendo

passato a governare le Fiandre. Dal poco che ci rimane delle sue

leggi, appare ch'egli avea di mira l'esatta amministrazione della

giustizia. I successivi governatori fino al 1670 furono il cardinale

Egidio Albornoz, il marchese don Diego di Leganes, il duca d'Alcalà, il

conte don Giovanni di Sirvela, il marchese di Velada, don Bernardino

Fernandez de Velasco, contestabile di Castiglia, il conte di Haro,

don Luigi Benavides, marchese di Caracena, il cardinale Teodoro

principe Trivulzi, il conte di Fuensaldagna, il duca di Sermoneta,

don Luigi de Guzman Ponze di Leon, il marchese d'Olias e Mortara e

don Paolo Spinola, marchese de los Balbases, duca del Sesto. Sono in

trentasei anni quattordici governatori, tra i quali il marchese di

Caracena durò per otto anni, e il conte di Fuensaldagna per quattro.

L'inettitudine, l'inesperienza, il breve governo, la distruzione delle

guerre furono cagione che que' signori fecero poco bene al paese, e

lasciarono intatti i disordini, se pure non li accrebbero. Gioverà

a dare un'idea del loro modo di governare il sapersi che mentre la

provincia, rovinata dai disastri della peste, dalle lunghe guerre

e dalla pessima e tenebrosa amministrazione, esigeva i più seri

provvedimenti, il marchese di Caracena non trovò altro di meglio a fare

per il ben pubblico che vietando alle meretrici di andare in carrozza

ai corsi, e il conte di Fuensaldagna di proibire che nel carnevale si

ballasse dopo la mezza notte, e che alcuna donna si mascherasse da

uomo, o uomo da donna. Quel marchese accrebbe le fortificazioni del

castello di sei mezze-lune. Più importanti furono i provvedimenti del

governatore Ponze di Leon. All'intento di soccorrere alle angustie

del pubblico banco di Sant'Ambrogio, che, disordinato e soccombente

sotto il peso de' suoi debiti, avea ridotto alla metà il pagamento

degl'interessi, ordinò, con decreto del 18 luglio 1662, che i fondi e

i dazi destinati dalla città di Milano per dote di quello, passassero

in libera amministrazione di una congregazione da lui delegata; con

che per allora fu assicurata la pubblica fede. Egli fu autore di un

altro insigne beneficio a suggerimento del conte Bartolommeo Arese,

presidente del senato, personaggio di gran senno ed influenza, ed

amantissimo del suo paese, l'instituzione del così detto _Rimplazzo_.

Esso regolava l'alloggiamento militare sotto la direzione di un

provveditore generale, il quale forniva d'alloggio l'esercito in tempo

di pace ad un determinato prezzo per ciascuna razione da pagarsi in

via d'imposta sopra tutto lo Stato, secondo la fatta ripartizione. Così

furono procurati opportuni e comodi alloggiamenti alle truppe, liberati

i pubblici e i cittadini dalle vessazioni, e assicurata l'uguaglianza

del carico. Ma questo Ponze di Leon era uomo sì arbitrario e violento,

che, senza rispetto alla giurisdizione de' tribunali e del senato,

facea esercitare la giustizia a suo piacere: e ne basti un esempio.

Un cieco, conosciuto col nome di Alessandrino, andava cantando per le

vie della città una canzone popolare in cui deridevansi gli Spagnuoli.

Il governatore se lo fece condurre innanzi, gli fe' dar a bere e

volle udir la canzone; indi ordinò che immediatamente fosse condotto

alla piazza de' Mercanti, ed alla mezza notte, a porte chiuse, fosse

impiccato e súbito seppellito. Egli stesso nel giorno vegnente a

comune terrore, fece dare pubblicità alla sentenza ed all'esecuzione.

È però da confessarsi che i tempi erano convenienti per simili

violenze; e i nobili in ispecie, resi brutali dall'ignoranza, invasi

dalla boria spagnuola e degradati dalla prepotenza valorosa dei loro

avi, eransi abituati alla prepotenza facinorosa, che col mezzo di

mani mercenarie procacciasi comoda e senza pericolo la vendetta, la

quale infame costumanza si mantenne in vigore fin oltre la metà del

secolo scorso[286]. Per siffatte prepotenze la città di Milano era

in tanto disordine, che i privati cautamente si facevano scortare

per le strade da uomini armati. Persino il residente del gran duca di

Toscana, Gian-Francesco Rucellai, in porta Vercellina, verso mezzodì,

venne assalito da molti armati, per cui, dopo valida resistenza,

costretto a sottrarsi al maggior numero, il governatore e il senato,

mancando di altro mezzo, fecero pubblicare «che chiunque suddito del re

cattolico avesse in quest'occasione prestata assistenza al residente,

sarebbe stato dalla maestà sua assai gradito»; e il marchese Annibale

Porroni lo fece servire da certo capitano Ampio con un centinaio di

bravi, e così scortato, il residente prese congedo dal governatore,

dall'arcivescovo e dal presidente del senato. La stessa scorta lo

accompagnò fino a Piacenza; il fatto avvenne nel 1656[287].

(1634) Per essere più libero e sicuro d'impiegare le sue forze nella

Germania e ne' Paesi Bassi, il re di Spagna si era adoperato per trarre

al suo partito il duca di Savoia, e già il principe Tommaso, uno de'

fratelli di esso, impegnatosi a militare nelle Fiandre in favore del

re cattolico, avea mandato a Milano la consorte ed i figli, quasi

ostaggi in garanzia della sua promessa. (1635) Ma al principio del

1635 una nuova ed aspra guerra insorse tra la Spagna e la Francia,

suscitata dall'ambizione o dalla rivalità degli onnipotenti ministri

delle due corti, il cardinale di Richelieu e il conte Olivares. In

conseguenza il re di Francia Luigi XIII si collegò con varii principi

protestanti e coll'Olanda a danno de' Paesi Bassi, e spedì un esercito

nella Valtellina, comandato dal duca di Rohan, per attaccare lo stato

di Milano; riuscì pure a ridurre nella sua lega il duca di Parma

Odoardo Farnese e il principe Carlo Gonzaga, duca di Mantova, che

varie cagioni avevano di dolersi della Spagna. Anche il duca di Savoia,

disapprovata altamente la condotta del principe Tommaso, e privatolo

de' suoi stipendi e possedimenti nella Savoia e in Piemonte, aderì alla

Francia e fu fatto comandante generale delle armi francesi e collegate

in Italia. Il governatore di Milano cardinale Albornoz non fu lento

a guernire i confini dello Stato, e costrinse i Francesi a desistere

precipitosamente dall'intrapreso assedio di Valenza. All'opposto, gli

Spagnuoli nella Valtellina, benchè rinforzati da quattromila fanti e

quattrocento cavalli tedeschi sotto il barone di Fernamont, riportarono

dai Francesi una grave sconfitta. (1636) In principio del nuovo anno

uscì in campo il duca di Parma, ma fu respinto con perdita dagli

Spagnuoli spediti dal milanese, associati al duca di Modena Francesco

I. In questo apprestamento di un vasto incendio, che minacciava tutto

all'intorno lo stato di Milano, l'interposta mediazione del papa Urbano

VIII e di Ferdinando II, gran duca di Toscana, riuscì a conciliare una

tregua, che fu seguita da una pace effimera, mentre, per il pretesto

del compenso dei danni recati dagli Spagnuoli nel Parmigiano e nel

Piacentino, il duca di Savoia e il maresciallo di Crequi invasero nel

mese di giugno il pavese e il novarese, e passato il Ticino, spezzarono

il grand'argine, per cui da quel fiume si conduce a Milano il naviglio

grande; onde la nostra città ne fu costernata. Il governatore marchese

di Leganes si oppose ai nemici a Tornavento, ove, il 23 di quel mese,

seguì un sanguinoso contrasto; e benchè la vittoria fosse rimasta

indecisa, l'effetto ne fu che i Francesi e i Savoiardi di lì a pochi

giorni si ritirarono. In questo grave pericolo fu di nuovo instituita

in Milano la milizia civica, nella quale si videro in breve ascritti

più di seimila cittadini, e dal governatore ebbe, con decreto del 29

settembre, confermati i suoi privilegi. Il duca di Parma, che aveva

invaso il Cremonese e il Lodigiano, sconfitto da don Martino d'Aragona

colla mediazione del papa e del gran duca, fu ammesso a far pace

separata cogli Spagnuoli, ai quali cedette Sabbionetta, piazza in

allora importante, tra Casalmaggiore e Mantova. Anche il duca di Rohan,

assalito dai Grigioni, dovette ritirarsi dalla Valtellina.

(1637) Reso libero da que' due nemici il governatore marchese di

Leganes, e trovandosi al comando di dieciottomila fanti e quasi

cinquemila cavalli per rinforzi avuti dalla Spagna, dalla Germania e

da Napoli, si decise a spingere con vigore la guerra nel Piemonte,

colla lusinga di facili progressi per la morte accaduta del duca

Vittorio Amedeo, lasciando due figli in età infantile sotto la

tutela della madre. Prese quindi il forte di Breme nella Lumellina,

invase il Monferrato e assediò Vercelli. (1638) Poi, collegatosi

col cardinale Maurizio e col principe Tommaso, zii del piccolo duca,

applicò a diverse imprese, vagando per il Piemonte, finchè, accintosi

all'acquisto di Casale di Monferrato con segreta intelligenza della

vedova duchessa di Mantova, venne ivi raggiunto dall'esercito francese

comandato dal maresciallo d'Harcourt, e posto in piena rotta colla

perdita della cancelleria (1640), delle argenterie, della cassa regia,

de' cannoni e d'ogni equipaggiamento, rinvenuti dai vincitori nel

campo di San Giorgio verso Pontestura. (1641) Il marchese di Leganes

fu richiamato. Ma più che da questa sconfitta, venne il re di Spagna

determinato a tal passo dai gravi turbamenti insorti nell'interno

della monarchia, la sollevazione dei Catalani e la ribellione del

duca Giovanni di Bragranza, la quale produsse poi la separazione del

Portogallo dalla Spagna, avendo la sorte delle armi e i fini politici

delle altre potenze persuaso il riconoscimento legittimo di quel

ribelle. (1642-1645) Per questi avvenimenti l'esercito francese, reso

più animoso, unito a' Savoiardi, ridusse in breve tempo gli Spagnuoli

alla difensiva, e, ricuperate di seguito le fortezze del Piemonte,

penetrò nello stato di Milano, prese Tortona e Trino, indi, varcata

la Sesia, Vigevano. La costernazione fu grandissima in Milano. Il

governatore marchese di Velada accorse a Mortara, a Novara e ai passi

della Sesia a far fronte ai nemici, i quali, per la difficoltà delle

vittovaglie, si ritirarono; (1646) nel principio del nuovo anno anche

Vigevano fu ricuperato. Nè i danni de' Milanesi si ristrinsero alla

paura. La devastazione delle campagne ove seguirono gli osteggiamenti,

le vettovaglie somministrate agli eserciti nemici ed amici, gli

approvvigionamenti e le opere di difesa alle fortezze minacciate, e il

soldo delle truppe che per intiero dovevasi fornire dal paese, furono

tali pesi, che più non bastando a supplirvi le ordinarie rendite e

le contribuzioni straordinarie, si ebbe ricorso all'alienazione de'

dazi ed altri diritti regali. In quest'anno e ne' quattro seguenti si

fecero le più grandiose vendite delle regalie, che mai fossero fatte

per l'addietro o in seguito. Dal prospetto che se ne stese nell'anno

1772, quando per ordine dell'imperatrice Maria Teresa furono tutte

ricuperate alla regia camera, si riconobbero centosessantasei regalie

vendute in que' quattro anni: quasi la terza parte delle alienazioni si

fecero allora. Durante tutto il secolo precedente e fino alla metà del

XVII se ne alienarono sole cinquantuna. Nel rimanente di quel secolo si

trovò comodo, e forse fu necessità di proseguire in siffatte vendite; e

dall'anno 1649 al 1700 ne furono distratte altre centosessantanove.

(1647) Il cardinale Mazzarino, succeduto al defunto cardinale

Richelieu nella suprema direzione del regno di Francia, accrebbe un

nuovo fomite alla guerra in Italia coll'essere riuscito a far entrare

nella lega contro gli Spagnuoli Francesco I d'Este, duca di Modena.

Perciò i gallo-estensi occuparono con grandi forze Casalmaggiore, che

tennero per due anni, e assediata inutilmente Cremona, disertarono il

Cremonese. Ma la vigorosa resistenza opposta dal governatore marchese

di Caracena, l'occupazione da esso fatta di più terre del Modonese,

e gli uffici dei duchi di Mantova e di Parma indussero il duca di

Modena a rappacificarsi colla Spagna. (1649) Liberati dalle angustie

di questa nuova guerra potettero i Milanesi prestarsi più alacremente

a festeggiare l'arrivo della loro sovrana, l'arciduchessa Marianna

d'Austria, che da Vienna recavasi a Madrid, sposa del re Filippo IV.

Essa fece il suo ingresso in Milano il 30 maggio del 1649, il quale

è così descritto dal Brusoni[288]: «Entrò la regina privatamente

in Milano per porta Tosa, a causa delle grandissime pioggie che

diluviarono in quei giorni: e fece poscia la sua solenne entrata per

porta Romana, incontrata dal marchese di Caracena, governatore, con

tutti i tribunali, e dal clero in processione. Il governatore, messo

piede a terra, presentò alla Maestà Sua diciotto cavalieri, coperti

di scarlatto guernito di broccato, e altri sessanta, vestiti di tela

d'argento, destinati a servirla. Dopo che, collocata sovra una chinea

dai duchi di Machedea e di Terranova, venne salutata da una salva di

mille e ducento mortaletti e da tutto il cannone della città. Per

tutte le contrade e le piazze per le quali passò la regina, oltre

agli addobbi che le adornavano, si vedevano spallierate le milizie

della città e dell'esercito sotto i loro maestri di campo e generali,

con vaghissima e superba mostra. Fu servita fino al Duomo, e poscia

al palazzo di sua abitazione, con ordine e pompa veramente regia

e meravigliosa. Fermossi la regina per alcuni giorni in Milano con

Ferdinando IV re d'Ungheria e di Boemia, suo fratello, onorata dai

principi d'Italia o personalmente o per ambasciatori. Durante la sua

dimora mostrò di commiserare la sorte di don Odoardo di Bragranza,

fratello del nuovo re di Portogallo, e benemerito dell'imperatore suo

padre, il quale da sette anni gemeva in stretta carcere nella rocchetta

di quel castello, e forse sarebbesi a di lui favore interposta

presso il re suo sposo, se in quel tempo appunto non fosse morto dopo

brevissima malattia[289]. (1650) Il 16 di agosto dell'anno seguente

morì pure il cardinale arcivescovo Cesare Monti, in di cui vece fu

promosso alla sede arcivescovile monsignore Alfonso Litta. Questo

prelato, nel lungo pontificato di ventott'anni, accrebbe di comodi ed

ornamenti il Seminario maggiore, ristaurò il cadente Seminario della

Canonica, ed aggiunse nuovi redditi al Collegio de' nobili. Negli

affari ch'ebbe a trattare in corte di Roma e ne' varii conclavi ai

quali intervenne, si meritò lode di zelo e d'accorgimento; e nelle

emergenze di dispareri giurisdizionali si condusse generalmente con

moderazione; che se nel fatto che vado a narrare si mostrò dapprima

animato da soverchio calore, non fu tardo a piegarsi al più maturo

consiglio della saviezza.

Era stato ucciso con una pistolettata il cavaliere Uberto dell'Orto su

la porta del procuratore Gadolini, vicino a San Giorgio in Palazzo.

Il sospetto cadeva sopra un Landriani che si pose nell'asilo di San

Nazaro. Il governatore Ponze di Leon ordinò che il Landriani venisse

ad ogni modo imprigionato, e gli sbirri lo presero sull'altare mentre

s'era attaccato al tabernacolo. L'arcivescovo ne fece fare acerbe

doglianze, accolte dal governatore trascuratamente. Minacciò scomuniche

e interdetti, ma il governatore non gli badò. Fece intimare il primo

monitorio al capitano di giustizia Clerici, e fu sprezzato. Intimò il

secondo monitorio, che venne accolto come il primo. Venne un prete

per intimare il terzo monitorio, e gli alabardieri del capitano di

giustizia lo ferirono. L'arcivescovo era smanioso. Il governatore

gli fece dire che se scomunicava avrebbe fatto impiccare alle porte

dell'arcivescovato il Landriani. Stando così le cose, entrò di mezzo il

presidente del senato, Bartolommeo Aresi; e persuase all'arcivescovo

pensieri più miti, poichè alle chiese si deve rispetto, ma non per

ciò che servano di ricovero agli scellerati; che in Venezia non

si conosceva immunità, ed eravi anche per le scomuniche l'esempio

di Venezia stessa nell'interdetto di Paolo V; e infine che questi

privilegi, non avendo altro appoggio che la tolleranza del re di

Spagna, non conveniva di compromettere la dignità sua con maggiore

insistenza. Il qual unico partito fu seguitato dalla saviezza

dell'arcivescovo. Il papa Alessandro VII, nella promozione di cardinali

che fece nel principio del 1664, vi comprese anche il coraggioso

monsignor Litta, _quantunque la prudenza gli suggerisse di tenerselo

in petto fino a men sospetta occasione_[290]; onde la di lui promozione

non fu pubblicata che dopo due anni.

Il milanese trovavasi ridotto alla condizione più compassionevole

per i danni e gli eccessivi dispendi cagionati dalla guerra. (1651)

Avendo esaurito ogni mezzo di dar danari, e sopraccaricato di debiti,

al di cui soddisfacimento non bastavano le continuate vendite delle

regalie, l'avere impegnato le sue rendite ne' partiti Balbi e Ceva,

e le sovvenzioni procuratesi coll'erezione del monte di San Carlo, fu

d'uopo staccare dallo Stato Pontremoli col suo distretto, vendendolo

al gran duca di Toscana. Venne in seguito da Madrid una regia carta di

pien potere, per obbligare ed anche vendere qualunque fondo camerale,

estendendosi questa facoltà anche alla concessione de' feudi. Farà

sorpresa ai lettori che in sì estreme angustie non siasi mai pensato

al più semplice e natural rimedio, il metter fine a una guerra che

durava da tanti anni più o men viva, regolata dal solo capriccio, senza

piano o stabile condotta, in cui erano sì rari i tratti di valore e di

perizia militare nei capi, e nella quale null'altro v'era di certo se

non che la distruzione degli averi e delle vite dei sudditi. Ma questo

pensiero troppo ripugnava ai fini personali de' governatori di questo

Stato, ai quali premeva di perpetuarsi (come dice opportunamente il

Muratori) «nel lucroso mestiere di comandare un'armata». (1652) Perciò

il marchese di Caracena non ebbe ritegno di destare il quasi sopito

incendio con muoversi a discacciare i Francesi da Casale di Monferrato,

giovandosi del favore che incautamente gli prestava in questo progetto

il duca Carlo II di Mantova, padrone di quella città, e che, per il

matrimonio di sua sorella Leonora coll'imperatore Ferdinando III, erasi

necessariamente affidato al partito spagnuolo. La mossa improvvisa

fu coronata da un felice esito, e nel principio d'autunno sì la

città che i forti caddero in potere degli Spagnuoli. (1653) Ma ciò

ch'erasi temuto, avvenne, mentre appena due mesi dopo, i Francesi,

sollecitamente rinforzati, calarono ad infestare il territorio

alessandrino e trascorsero fino alle porte di Novara. I due eserciti

altro non fecero per la maggiore parte dell'anno seguente che starsi

vicendevolmente in osservazione per esser pronti ad ostare dall'una

parte e dall'altra a qualunque avanzamento. Il torbido e impaziente

Caracena profittò di questa calma per muovere briga al duca di Modena

col pretesto di chiedere spiegazioni per le milizie che assoldava e

il fortificare di Brescello. (1655) Invaso il territorio del duca,

minacciò di assediare quella piazza e di bloccar Reggio; ma le copiose

pioggie della primavera e il crescere del Po lo costrinsero a levare

il campo e a ripassare il fiume precipitosamente dopo una spedizione

di soli venti giorni, e di aver ridotto un amico sospetto a divenire

nemico dichiarato. E di là appena a due mesi trovò ben molto più a

fare in casa propria, mentre il principe Tommaso di Savoia alla testa

di un esercito francese, che si disse forte di dieciottomila fanti e

settemila cavalli, passato il Ticino dalla parte di Vigevano, cominciò

a scorrere il territorio milanese, portando dovunque il terrore e la

desolazione. Ma la città di Milano, in cui la confusione era cresciuta

per le monache sub-urbane che, in folla e tumultuariamente vi si

ricoverarono, fu presidiata, e possibilmente munita per la difesa,

e i sacerdoti nelle chiese esortavano i cittadini a prender l'armi.

Fortunatamente la furia francese declinò da questa direzione, e si

rivolse all'assedio di Pavia. Varii accidenti concorsero a liberare

il marchese di Caracena dal cattivo passo, ove dalla sua imprudente

temerità era stato condotto. I Francesi, distratti nello scortare fino

in Piemonte un grosso convoglio di bestiami predati nella Lomellina,

furono tardi nell'investire la città mentre era meno provveduta

de' mezzi di difesa. Un rinforzo di trecento cavalli sotto il conte

Galeazzo Trotti, generale della cavalleria di Napoli, che, passando

per caso da Mortara, si unì al presidio di Pavia, l'inaspettato

avvicinamento dal Finale di alcune truppe spedite dalla Spagna,

l'essere rimasto ferito da una palla di falconetto il duca di Modena,

che fu trasportato in Asti, la malattia sopraggiunta al principe

Tommaso nella sua grave età di oltre sessant'anni, tutte queste

cause, alle quali si aggiunse la difficoltà delle vittovaglie per gli

appostamenti fatti dal Caracena a Cassine sulla strada di Pavia, e

ne' castelli di Binasco e Chiarella, determinarono i Francesi a levare

improvvisamente l'assedio, ch'era durato dal 22 luglio al 15 settembre,

abbandonando nel campo una immensa quantità di attrezzi militari, di

viveri e di bagagli. L'esercito gallo-estense si ritirò parte nel

Modonese e parte a Torino col principe infermo, il quale il 22 del

seguente gennaio se ne morì. (1656) Le rimostranze che i Milanesi

fecero giungere al trono del sovrano, produssero il richiamo del

marchese di Caracena, che passò al governo all'armi in Fiandra, sotto

il supremo comando di don Giovanni d'Austria, figlio naturale del re

cattolico.

L'allontanamento di quell'ambizioso governatore, se sparse di qualche

balsamo le esulcerate piaghe della misera Lombardia, non valse a

impedire il nuovo incendio di guerra che si suscitò tosto dopo il

ritorno del duca di Modena da Parigi, ov'erasi recato appena fu

sano della sua ferita. Prima impresa de' collegati fu l'investire

Valenza sul Po, che, ostinatamente difesa, dovette arrendersi il 7 di

settembre. (1658) Nei due anni successivi, stando le armi spagnuole

unicamente sullo schermirsi, molti danni sofferse lo stato di Milano

dalle scorrerie nemiche; quando, nel 1658, l'accorto ed audace duca

Francesco venne in risoluzione di condurre la sua parte d'esercito,

che consisteva in settemila fanti e cinquemila e ottocento cavalli,

a' quartieri d'inverno sul Mantovano. Il duca di Mantova, sorpreso

all'improvviso, invocò e ottenne dal governatore di Milano qualche

soccorso di truppe, ma insufficiente; laonde fu costretto a stipulare

la propria neutralità, ciò che l'espose alla collera dell'imperatore

e lo privò del titolo di vicario dell'Impero. Resi sicuri per questa

convenzione dal lato del duca di Mantova, i gallo-estensi minacciarono

di penetrare nel cuore della Lombardia col passaggio dell'Adda, fiume

distante solo dieciotto miglia da Milano. Il governatore munì in fretta

le fortezze di Pavia, Lodi, Pizzighettone e Cremona, e fortificò varii

posti sul fiume tra Lodi e Rivolta, e da Castelleone a Cassano. Le

acque della Muzza, spezzato l'argine, furono travolte in Adda per

ingrossare il fiume. Ma il duca di Modena, superato per sorpresa il

passo a Rivolta, si stabilì con tutto l'esercito sulla riva opposta, e

si fece appoggio del forte e ben munito castello di Cassano, che gli si

arrese. Valicata l'Adda, si accinsero tosto i vincitori a deviare le

acque del naviglio della Martesana, facendo con una mina rovinare il

suo sostegno; e una parte dell'esercito, sotto gli ordini del duca di

Noailles, spinse le sue ricognizioni fino ai sobborghi di Milano, e si

ripiegò con sì buon ordine, che neppure fu inseguita. Si riunì quindi

col restante dell'esercito per Marignano a Sant'Angelo, e tutt'insieme

avviaronsi ad aprire le comunicazioni del Ticino più dirette e più

brevi col Piemonte. Tragittato il fiume il 1.º di agosto, cinsero

d'assedio Mortara, che dopo quindici giorni si arrese; indi presero

Vigevano, di cui distrussero le fortificazioni perchè non servissero

agli Spagnuoli nel prossimo inverno. Il conte di Fuensaldagna,

governatore di Milano, che, come un'opportuna diversione avea tentato

di prendere per sorpresa la città di Valenza, ne era stato respinto

con grave perdita. La morte inaspettata del duca di Modena, avvenuta

in Santià il 14 ottobre, essendo in età di soli quarantott'anni, pose

fine alle vittorie dei Francesi. Successe negli Stati paterni e nel

generalato dell'armi collegate il giovane duca Alfonso IV. Principe di

animo più mite, acconsentì a pacificarsi colla Spagna a vantaggiose

condizioni, limitandosi ad una perfetta neutralità, nel qual partito

fu indotto dallo stesso ministro francese il cardinale Mazzarino, che

stava negoziando lo stabilimento di una pace generale fra la Francia

e la Spagna, la quale, conchiusa il 7 novembre dello stesso anno, è

celebre sotto il nome di pace de' Pirenei.

(1661) Dopo la pubblicazione della sospirata pace cominciò a respirare

l'oppresso popolo milanese, il quale ottenne pure di veder limitata

l'obbligazione dell'alloggiamento militare a quattromila fanti e

duemila cavalli, con reale dispaccio 30 novembre del 1661. A questo

beneficio tenne dietro il _Rimplazzo_, ossia la sistemazione del

riparto dell'alloggiamento, di cui si è di sopra parlato, ove si

discorsero in compendio le successioni de' governatori. (1665)

Null'altro ci si offre di notabile fino al 1665, in cui giunse

in Milano la nuova che il re di Spagna Filippo IV avea pagato

l'inevitabile tributo alla natura, essendo morto il 17 settembre in

età di sessant'anni. Principe pio, ma dominato quasi per tutta la sua

vita da un pessimo ministro, il conte d'Olivares, che soltanto poco

tempo prima di morire privò della sua grazia. Principe detto grande

dall'adulazione, e in fatti grandissimo nelle disavventure, per aver

regnato continuamente frammezzo alla miseria pubblica, cui non volle o

non seppe mai sovvenire, e circondato dal pubblico malcontento; onde

si vide successivamente spogliato del Portogallo e del Rossiglione,

ribellata la Catalogna, in continua agitazione l'Aragona, conculcata

la sua autorità dalla più infima plebaglia di Napoli, avvolta nella

desolazione e in continue mormorazioni la Lombardia; e finalmente,

dopo tanto sangue sparso e tanti tesori profusi dal padre e dall'avo,

costretto a dar la pace agli Olandesi ed a riconoscerne l'indipendenza.

Gli succedette l'unico figlio Carlo II, in età di quattr'anni, sotto la

tutela della madre, che fu l'ultimo, egualmente inetto e per esso mal

fortunato rampollo di quella famiglia.

Storia di Milano, vol. 3 · 第 14 / 27 段