Nel seguente anno ebbero i Milanesi occasione di facile rallegramento
nelle feste fatte per l'arrivo dalle Spagne, di passaggio per Vienna,
dell'infante donna Margherita d'Austria, sposa dell'imperatore
Leopoldo. Il governatore fece perciò ristaurare splendidamente il
palazzo ducale. (1668) Senza rispetto per la miseria pubblica, il lusso
sfoggiato dalla nobiltà spagnuola e milanese, e dagli ambasciatori
de' sovrani d'Italia nel ricevimento di quella principessa, fu
straordinario: e basti per un esempio, che il conte Filippo d'Aglié,
ministro del re di Sardegna, si mostrò con un seguito di trecento
persone, e il pomposo corteggio di cento tiri-a-sei. Due anni dopo morì
il governatore Ponze di Leon, e dopo tre mesi di governo morì pure il
suo successore Francesco de Oronco, marchese de Olias, Mortara e San
Reale. Fu allora mandato il duca del Sesto, don Paolo Spinola, marchese
de los Balbases, il quale appena trascorso un anno cedette la carica a
don Gaspare Tellez Giron, duca d'Ossuna, nome reso celebre dal di lui
avo don Pietro, vicerè di Napoli. La regina vedova lo spedì governatore
a Milano, per consiglio del gesuita Everardo Nitard, confessore,
ch'essa avea condotto dalla Germania, e ciò per allontanarlo da don
Giovanni d'Austria, ch'erasi insinuato nella confidenza del piccolo
re. Governò per quattro anni. Quello che siamo per dire di lui è
preso da un raro libretto, venuto allora in luce, che, quantunque
sia principalmente un epilogo di scandalose storielle tendenti alla
diffamazione di alcune gentildonne e cavalieri milanesi, contiene varii
fatti storici che hanno tutta l'apparenza della verità[291]. Fu assai
pomposa l'entrata ch'ei fece in Milano. Precedevano alcune compagnie
di cavalleria colla pistola alla mano, la corazza sul petto e la celata
in capo. Poi venivano più di cento cavalli, carichi di arredi, coperti
di panno scarlatto trinato d'oro, colle funi di seta intrecciate
d'oro. Ogni cavallo aveva un palafreniere che lo conduceva, vestito
in uniforme scarlatto, trinato d'oro e pennaccio nel cappello. Poi
venivano i cavalli del duca, coperti pure di scarlatto trinato d'oro
con simili palafrenieri. Indi seguivano i carabinieri, con lucidissime
armature e ricchi ornamenti. In séguito, in magnifica gala, cavalcavano
i gentiluomini milanesi, accompagnati da numeroso stuolo de' loro
palafrenieri. Poi venivano tre carrozze del duca superbissime. Il carro
e le ruote erano intagliate con sommo lusso, e tutto il legno dorato e
i ferri smaltati; i cerchi delle ruote erano d'argento, e gli apparenti
e rilevati chiodi nella prima erano d'oro, nelle due altre d'argento
dorato; l'interno delle carrozze era tutto ricamato a profusione
d'oro. Donna Mizia, moglie del duca, era nella prima carrozza con due
sue figlie, e il duca cavalcava, superbamente bardato, alla portiera
destra, costeggiati dalla guardia svizzera. Veniva in séguito la
compagnia delle lance, indi altra soldatesca. La corte era stata
mobigliata da esso duca in modo che un monarca non avrebbe potuto avere
di più.
Questa pompa sorprendente annunziava nel nuovo governatore un
personaggio ricchissimo o un ladro; forse fu l'uno e l'altro. Per ogni
mezzo egli cercava di far danari; il conte Antonio Trotti, per essere
eletto generale, dovette sborsargli ottantamila genovine[292]. Il
consiglio secreto procurò di porvi qualche argine; ne furono portate
forti rimostranze a Madrid, per cui il duca una volta soccombette,
avendo dovuto disfare dodici capitani che aveva creati di suo
capriccio. Dovette pur scomparire un'altra volta, e pare a torto. Un
suo domestico avea percosso un cane della principessa Trivulzi, e i
domestici di essa lo uccisero. Il duca ordinò al capitano di giustizia
la carcerazione degli omicidi; il capitano si portò nella casa della
principessa e li fece imprigionare. La principessa era spagnuola,
spedì un corriere alla corte, venne l'ordine che dovessero i detenuti
ricondursi nella casa Trivulzi, e il capitano di giustizia ne chiedesse
scusa. Così rovesciavasi ogni idea di giustizia e di buon governo
per una raccomandazione. Scemato per tal modo il rispetto verso il
governatore, si videro affisse delle satire contro di lui; e non
potendosi trovare indizio dell'autore, malgrado i premii proposti, il
duca ebbe ricorso a un negromante, il qual ciurmatore fece credere
che un frate fosse il colpevole. Per caso nominò un frate contro
cui, secondo le opinioni religiose di que' tempi, non si poteva altro
castigo imporre che il bando, e l'ebbe il padre Giudici, crocifero,
sulla prova del mago, ben pagato per questo. Il duca non era affabile,
nè cortese; era violento, capriccioso, orgogliosissimo, giuocatore
vizioso, scostumato, rapace: così ce lo dipinge l'autore. Come
vivessero i popoli sotto il di lui governo e quali esempi ricevessero,
è facile il comprenderlo. Se recò maraviglia in Milano il trovarsi
quattordici lire nella tesoreria generale alla partenza del duca del
Sesto, molto più fece sorpresa l'erario totalmente esausto lasciato
dall'Ossuna in tempi meno infelici. I costumi della nobiltà milanese
erano allora assai ritirati e gelosi. Fu cosa che spiacque, e che non
ebbe seguito, una conversazione che il duca d'Ossuna aprì una sola
volta.
(1674-1698) Dalla partenza del duca d'Ossuna nel 1674 fino al termine
del secolo, vide Milano succedersi cinque governatori, che tutti
trapassarono insignificanti, il principe di Ligne, i conti di Melgar
e di Fuensalida, il duca di San Lucar, marchese di Leganes[293],
e don Carlo Enrico di Lorena, principe di Vaudemont, che, venuto
nel 1690, durò nel governo per otto anni. Quest'ultimo abbellì la
corte ducale, introdusse società fra i nobili inselvatichiti, fece
conoscere costumi gentili e colti, e la nazione passò dalla rusticità
al libertinaggio. È celebre la memoria della villa fuori di porta
Orientale, la _Belingera_, ove quel principe passava l'estate; i
giardini erano frequentati da cavalieri e dame. Prima non conversavano
i due sessi se non tra prossimi parenti. Il conte Verri, che ci ha
lasciati questi cenni, ci è pure testimonio di avere egli stesso
ascoltate le declamazioni sul costume allora corrotto. Nello stesso
periodo di tempo si succedettero tre arcivescovi, e furono i cardinali
Federico Visconti nel 1681, Federico Caccia, eletto nel 1693, ma che
trovandosi nunzio a Madrid, si è recato alla sua sede soltanto tre anni
dopo, e Giuseppe Archinto nel 1699, che resse poi per tredici anni la
Chiesa milanese. Intorno alla solenne entrata che fece in Milano il
cardinale arcivescovo Caccia, l'11 dicembre del 1696, abbiamo un libro
pubblicato dal segretario del consiglio generale dei LX decurioni,
Baldassare Paravicini[294]. Può esser grato alla boria municipale il
sapere che in tale occasione fu mandato a Roma ambasciatore della città
di Milano il conte Uberto Stampa, il quale era cavaliere d'Alcantara,
maestro di campo nelle armate spagnuole, e sedeva nel consiglio
secreto. Il duca di Medina-Celi, ambasciatore cattolico in Roma, gli
diede ogni assistenza, così pregato dalla città. Lo Stampa partì per
Roma, accompagnato dal conte Vincenzo Ciceri e da don Guido Brivio.
L'ambasciatore del re cattolico e i prelati nazionali spedirongli
incontro le loro mute, i cardinali gli spedirono i loro gentiluomini,
e l'ambasciatore milanese andò all'udienza del papa Innocenzo XII
coll'ombrella e cuscino di velluto nero trinato d'oro. Egli entrò
con spada e cappello e presentò le credenziali della città. Visitò i
cardinali e venne da essi visitato, come lo fu anche dall'ambasciatore
cesareo e da altri ministri esteri.
Nel restante di questo secolo rimase il milanese quasi libero dalle
guerre, se non che la cessione di Casale nel Monferrato fatta alla
Francia dal duca di Mantova Ferdinando Carlo, e l'occupazione di
quella città per parte de' Francesi sotto gli ordini del marchese di
Bouftiers e del signore di Catinat, obbligarono la Spagna a far più
grosso l'esercito in Italia; col quale poi prese parte alla guerra
suscitatasi nel 1690 tra la Francia e Vittorio Amedeo di Savoia in
causa delle aderenze da lui strette coll'imperatore, da cui era stato
innalzato al rango di re, e successivamente per essersi questo sovrano,
con un'improvvisa mutazione di partito, nel 1696, confederato di nuovo
colla Francia, avanzandosi minaccioso alla testa di un forte esercito
di francesi alle frontiere della Lombardia; e avendo cinta d'assedio
Valenza, dal quale pericolo fu questa provincia inaspettatamente
salvata dalla neutralità stipulatasi nel trattato di Vigevano del 7
ottobre, mediante il pagamento di trecentomila doppie, ripartite a
carico de' principi italiani, de' Genovesi e Lucchesi, e degli altri
minori vassalli dell'Impero. Ma pur troppo avremo ad occuparci nel
seguente capitolo de' fieri turbini di guerra addensatisi e scoppiati
sulla misera Italia, attesa la morte del re Carlo II, con cui si
estinse la linea austriaca de' sovrani di Spagna. Questo principe,
che all'età di sedici anni, sdegnando di stare sottomesso alla tutela
della regina Marianna sua madre, l'avea rilegata indecorosamente in
un monastero, che due anni dopo, nel 1679, condusse in isposa Maria
d'Orleans, nipote del re di Francia Luigi XIV, per cui si fecero grandi
feste in Milano, colla quale convisse dieci anni, essendo morta senza
successione; (1700) trasse poscia una vita neghittosa ed infermiccia
fino al primo giorno di novembre del 1700, in cui, nell'età di soli
trentanove anni, fu rapito dalla morte.
Oltre le sacre e pie fondazioni dovute alla munificenza de' cardinali
arcivescovi Monti e Litta, di cui abbiamo fatto cenno, si ha a
commendare l'istituzione fatta, nel 1637, dal patrizio Giovanni
Ambrogio Melzo di un luogo pio, che portava il di lui nome, per
distribuire ai poveri, specialmente vergognosi, larghi sussidii
di viveri, panni per decentemente coprirsi, e varie doti per il
collocamento di oneste zitelle[295]. La chiesa di Santa Maria alla
Porta fu ricostruita nel 1652 sul nobile disegno di Francesco Richini,
essendo concorso alla spesa con ragguardevol somma il conte Bartolomeo
Aresi, che n'era parrocchiano. Lo stesso conte, dopo di aver giovato
colle sue ricchezze all'abbellimento o al ristauro di varie altre
chiese, sì dentro che fuori della città, eresse, nel 1665, nella
basilica Porziana di San Vittore, col disegno di Gerolamo Quadrio, la
ricca cappella gentilizia dedicata alla Vergine Assunta[296]. Quattro
anni dopo fu ridotta a compimento la chiesa della Vittoria a spese
del cardinale Omodeo, che vi aveva una sorella, essendone architetto
Giambattista Paggi[297]. Nel 1674 si eresse il monastero delle
Carmelitane Scalze; nel 1688, essendo caduta la basilica Naboriana,
detta poi di San Francesco, fu rialzata con maggiore eleganza e maestà;
e nel 1698 si fabbricarono i nuovi sepolcri dell'ospedale Maggiore,
essendo il maestoso portico di essi stato perfezionato ventisette
anni dopo da Giambattista Annone, ricco mercante di seta, che non
avea prole. Infine, in occasione del solenne ingresso del cardinale
arcivescovo Federico Visconti, fu demolita l'antica facciata del Duomo,
che rimaneva tre arcate più interna della facciata presente.
Primo tra le persone distinte mancate di vita in questo tratto di
tempo ci si presenta quel Lodovico Settala, protomedico, che sì male
ha figurato nel processo della strega da cui si disse ammaliato il
senator Melzo; ma la sua credulità alle arti magiche, quasi generale
in allora, non gli toglie il merito di uomo dottissimo in più scienze
e anche nella politica, e di essersi col massimo zelo adoperato in
favore de' suoi concittadini nelle pestilenze del 1576 e del 1630. Egli
morì il 12 settembre del 1633, nell'anno ottantesimo della sua età,
essendo nato il 27 febbraio 1882[298]. Circa la fine dei 1641 cessò di
vivere il canonico Giuseppe Ripamonti, autore di molte opere, descritte
dall'Argellati[299]: cattivo ragionatore, buon latinista, cronista
inesatto, ma sincero espositore delle cose de' suoi tempi[300].
Bonaventura Cavalieri, allievo del Galileo e di Benedetto Castelli,
autore della _Geometria degl'Indivisibili_, maestro di Stefano degli
Angeli e del Torricelli, lasciato oscuro nella sua patria, dove
soltanto gli fu offerto dalla filantropia del cardinale Federico
Borromeo un posto di dottore nel nuovo collegio dell'Ambrosiana,
del tutto estraneo a' di lui studi, morì professore in Bologna il 3
dicembre del 1647, di soli quarantanove anni[301]. Il conte Bartolomeo
Arese, più volte nominato, uomo di grand'ingegno e destrezza, che
fu per molti anni reggente nel supremo consiglio d'Italia, e quindi
presidente del senato, dopo di essere stato assai volte adoperato
in commissioni difficilissime ed importantissime, giunto all'anno
sessantesimoquarto di età, finì di vivere il 23 settembre del 1674.
Essendo prossimo agli ottant'anni terminò pure il mortal corso, il 16
febbraio 1680, il canonico Manfredo Settala. Era figlio dell'illustre
protomedico Lodovico. Fu allevato a Siena. Viaggiò l'Italia, la
Sicilia, l'Egitto, Cipro, Candia, Negroponte, Costantinopoli, Smirne,
la Siria, e ritornò in patria ricco di cognizioni, scrivendo bene
più lingue e conoscendo le orientali. Possedeva la musica, aveva
molta abilità delle sue mani, e moltissimo ingegno e amore delle
curiosità naturali o esotiche. Fu egli che formò il museo tuttora
celebre sotto il suo nome, descritto da Paolo Maria Terzago e da
Pietro Francesco Scarabelli, e del quale fece dono alla biblioteca
Ambrosiana[302]. Il di lui funerale fu decorato con orazione recitata
dal padre Giambattista Pastorino, gesuita, e il marchese Giovanni
Battista Visconti descrisse e stampò la relazione di queste solenni
esequie. «Pare che allora (dice il conte Verri) vi fosse qualche
senso di stima e di gratitudine verso di un cittadino che onorava la
patria». Il 22 aprile del 1699 morì infine, di sessantanove anni, il
segretario del senato Carlo Maria Maggi. Avea fatto i suoi studi in
Bologna, e vissuto lungamente nella sua gioventù in Roma e Napoli.
Era dotto nella letteratura greca, latina e italiana; dee però la sua
maggiore celebrità alle commedie e poesie che scrisse nel dialetto
milanese, in cui con tanto corredo di sapere non è meraviglia se sia
così ben riuscito. Non dee escludersi da questa lista necrologica un
milanese d'altissimo ingegno e meritevole di compassione più pe' suoi
deliri che per le sue tristi vicende, il cavaliere Giuseppe Francesco
Borri. Egli fu il Cagliostro del secolo XVII. Eretico, visioniario,
alchimista, medico, ebbe la sorte di guarire in Roma il duca d'Estrés,
dato per ispedito dagli altri medici, e per di lui interposizione gli
fu cambiato il perpetuo carcere nella prigionia in castel Sant'Angelo,
dove morì di settant'anni, il 20 agosto 1695[303].
CAPITOLO XXXII.
_Cause della guerra detta di Successione. Guerra in Italia. Morte
dell'imperatore Leopoldo I, cui succede il figlio Giuseppe I.
Liberazione di Torino. Il principe Eugenio di Savoia governatore dello
Stato di Milano, conquistato dagl'Imperiali. Carlo VI imperatore. Nuova
guerra d'Italia. Pace di Vienna._
Mentre, essendo tolta ogni speranza di successione, declinavano
rapidamente la salute e la vita del re di Spagna Carlo II, l'ambizione
delle principali potenze di Europa non fu lenta a predisporre macchine
e leghe onde ripartirsi i possedimenti della vasta monarchia spagnuola;
e già fino dal mese di marzo del 1700, dopo una negoziazione di due
anni, il re di Francia avea conchiuso un trattato col re d'Inghilterra
e gli Olandesi, in cui, tra l'altre disposizioni, aveasi convenuto che
il milanese fosse dato al duca di Lorena invece della Lorena, che dovea
incorporarsi alla Francia. Ma diversi erano i titoli che si allegavano
dai sovrani esteri, e specialmente dal re di Francia e dall'imperatore,
in appoggio delle loro pretese[304], e giova di riferirli brevemente.
Di due prime figlie avute dal re Filippo IV, le infanti Maria Teresa
e Margherita, la prima era stata data in isposa al re cristianissimo
Luigi XIV, la seconda all'imperatore Leopoldo I. Per volere del padre
l'infante Maria Teresa aveva rinunciato alle ragioni che le competevano
al trono di Spagna, ciò che all'altra figlia non era stato richiesto.
In conseguenza da entrambi que' sovrani aspiravasi alla successione;
dal re di Francia, a favore dell'unico suo figlio il Delfino, riputando
inattendibile la rinuncia; e dall'imperatore, per l'arciduca Carlo che
gli era nato nel 1685. Conoscendosi che il re Carlo II si avvicinava al
termine della sua vita, crebbero gl'intrighi e le pratiche dalle due
parti. Per trovarsi libero all'imminente nuova lotta, non ostante la
memorabile vittoria di Zenta, conchiuse l'imperatore col gran Turco la
tregua di Carlowitz. Il re di Francia, all'opposto, strinse con fina
astuzia un nuovo trattato con l'Inghilterra e l'Olanda, di cui base
era lo smembramento della Spagna, non perchè questo avesse effetto, ma
al solo fine che la nazione spagnuola, per ciò sbigottita, si volgesse
a favorire la successione del Delfino, siccome avvenne. Aggiunse a
questo maneggio due altre arti, la promessa che, premorendo il re di
Spagna, il Delfino ne avrebbe sposato la vedova, e una dichiarazione
procuratasi dal papa, che giudicava prevalente la pretesa della
Francia e convenevole al bene comune. Questa dichiarazione finì di
vincere l'animo irresoluto dell'infermo re di Spagna, per cui, il 2
ottobre del 1700, istituì, con secreto testamento, erede di tutta la
monarchia spagnuola Filippo di Borbone, duca d'Aniou, secondogenito
del Delfino, intanto che non cessava di assicurare l'imperatore della
sua predilezione. (1701) Manifestatasi la testamentaria disposizione
dopo la morte del re Carlo II, avvenuta, come si disse, il primo giorno
del successivo novembre, non era ancora la corte imperiale rinvenuta
dalla sorpresa per questo inaspettato avvenimento, che il duca Filippo,
proclamato in Parigi re delle Spagne col nome di Filippo V, era di
già partito per Madrid, dove fece il suo solenne ingresso il 14 del
seguente aprile. L'imperatore oppose a questo fatto la pubblicazione
di un manifesto, in cui dimostrava la prevalenza delle sue ragioni,
intanto che dalle due parti preludevasi all'imminente guerra coi più
formidabili apparecchiamenti.
I Gallo-Ispani, avendo per generalissimo il duca di Savoia, sotto il
comando del maresciallo di Catinat, marciarono alle rive dell'Adige
per opporsi all'esercito imperiale, che, sotto gli ordini del principe
Eugenio di Savoia, giovane in allora di circa trent'anni, si avanzava
rapidamente. L'opposizione riuscì inutile, poichè il principe Eugenio,
lasciato il nemico in disparte, per strade credute impraticabili,
discese senz'ostacolo, il 9 luglio, nella pianura veronese, e dieciotto
giorni dopo, valicato il Mincio, si stese nelle ubertose campagne
del bresciano, e mise a contribuzione lo Stato di Mantova. (1702)
Il maresciallo di Villeroi, mandato in successore al Catinat con un
rinforzo di nuove truppe, trovò gl'Imperiali trincerati a Chiari, e
volendo forzarli, fu battuto colla perdita di circa diecimila uomini,
tra morti, feriti e prigionieri; indi, appena uscito da' quartieri
d'inverno, si lasciò sorprendere e far prigione in Cremona, benchè
gl'Imperiali non abbiano potuto riuscire ad impossessarsi della città.
Nuovi rinforzi vennero spediti di Francia col principe di Vendome, al
quale tenne dietro lo stesso re Filippo V per dar maggior vigore alle
offese colla sua presenza. Corteggiato dal governatore principe di
Vaudemont, egli fece il suo solenne ingresso in Milano il 23 giugno,
e dopo pochi giorni, si trasferì al campo. L'esito della battaglie di
Luzzara, per cui ricuperarono Guastalla, riconfortò i Gallispani; e il
re Filippo V, tornato a Milano e trattenutovisi per alquante settimane,
sul principiare dell'inverno si restituì in Ispagna. Anche il principe
Eugenio partì per Vienna, lasciando al comando dell'esercito imperiale
il maresciallo conte Guido di Staremberg. (1703) Egli vi giunse
opportuno per essere impiegato a rendere più vigorosa e più corta la
guerra in Ungheria contro il ribelle Ragotkì, intanto che la corte di
Vienna dava uno sviluppo più vasto al piano della guerra contro la
Francia, collegandosi da una parte colla regina Anna d'Inghilterra
e col re Pietro II di Portogallo, e dall'altra facendo inclinare
a suo favore la versalità della casa di Savoia, per cui il duca
Vittorio Amedeo, scosso tra le altre cause, dalle laute promesse
degl'imperiali, ed irritato dall'insultante iattanza de' generali
francesi, e dallo sprezzo con cui erano trattati gli affari suoi dai
ministri di Versailles[305], accedette alla nuova lega. In ricompensa
della sua adesione, nelle solenni stipulazioni degli 8 novembre, gli
fu promessa dall'Austria tutta la porzione del Monferrato spettante
al duca di Mantova, le città di Alessandria e Valenza, la Lomellina e
la Valsesia, e oltre ciò un sussidio mensile di ottantamila ducati di
banco. E già fino dal 12 settembre l'imperatore Leopoldo e il di lui
figlio Giuseppe, re de' Romani, aveano ceduto all'arciduca Carlo ogni
loro diritto sopra la monarchia spagnuola, ond'egli assunse il titolo
di re col nome di Carlo III; nel mentre che un forte esercito inglese
e imperiale radunavasi verso le frontiere francesi nel Belgio, sotto
gli ordini di due sommi capitani, il duca di Marlborough e il principe
Eugenio, dai quali fu poi nell'anno seguente vinta la celebre battaglia
d'Hochstedt, in cui settantamila francesi, comandati dal maresciallo di
Tallard, ebbero una piena sconfitta.
(1704) Mosso il re di Francia dal doppio intento di deviare il turbine
che assembravasi verso le sue frontiere del Reno, e di vendicarsi
del duca di Savoia, spedì contro di questi il duca di Vendome, di cui
prima istruzione e mossa fu di intercettargli le comunicazioni collo
Stato di Milano. Il maresciallo conte di Staremberg, coi soccorsi che
fu pronto a condurre in Piemonte per l'interdetta e malagevole strada
del lago Maggiore, fece più commendevole la sollecitudine che notabile
il vantaggio; tanto era il contrasto delle forze nemiche. Queste si
estesero e stabilironsi successivamente in una gran parte del Piemonte.
Trino, Vercelli, Susa, la Brunetta, le città d'Ivrea e d'Aosta, e il
forte di Bard caddero in loro potere. (1708) Verrua e Guerbignano,
piazze assai forti, strette di lungo assedio e difese con vigore,
dovettero pur cedere. Il duca di Savoia fu obbligato di ritirarsi a
Civasso, e lasciar Crescentino in mano ai nemici. Non mancava che di
assediar Civasso perchè fosse libero ai Gallispani di penetrare fin
sotto Torino. La politica che reggeva allora il gabinetto austriaco,
era evidente di lasciare che il nuovo amico e il naturale nemico
egualmente si consumassero, sicchè il primo restasse in fede, o, quando
mai se ne dipartisse, non fosse temibile, e l'altro, assalito poi con
forze intiere, potesse facilmente esser vinto. Ma quando il duca di
Savoia trovavasi ormai ridotto a non poter dir proprio che lo spazio
occupato dallo stanco e infiacchito suo esercito, vide la corte di
Vienna che un più lungo temporeggiamento poteva mettere in pericolo la
somma delle cose, per cui si decise a rispedire in Italia il principe
Eugenio con nuove forze, senza che l'imperatore Leopoldo potesse
vederne l'esito, avendo cessato di vivere il 5 maggio nell'età di quasi
sessantacinque anni, succedendogli nell'impero il figlio Giuseppe I.