un suo concittadino ed arcivescovo, il cardinale Federico Borromeo.
Ricco, di pietà soda e senza ostentazione, saggio, prudente, generoso,
protettore degli studiosi, dotto, giudizioso e laborioso scrittore egli
stesso, promosse, non solo gli studii ecclesiastici, che per istituto
dovea prediligere, ma altresì ogni maniera di lettere, di scienze
e di arti, e rese glorioso il suo lungo pontificato coll'erezione
della biblioteca Ambrosiana, stabilita sopra un piano sì esteso, che
pochi sovrani pareggiarono, e non ha altro esempio in un privato.
Biblioteca doviziosissima di preziosi manoscritti, raccolti con sommo
dispendio, non solo dall'Italia, ma da tutta l'Europa, dalla Grecia
e dall'Asia più rimota, e cui dotò di sufficienti rendite; aggiunse
un collegio di dottori, una scuola di lingue orientali, un museo
di naturali curiosità, una tipografia lautamente assortita, anche
di caratteri esotici; e un'accademia di belle arti, a corredo della
quale cumulò un tesoro di capi d'opera, specialmente di disegno e di
pittura. In sei anni la maestosa fabbrica fu ridotta a compimento,
sicchè nel 1609 la biblioteca fu aperta al pubblico; ed esatto è il
giudizio che dell'architetto di essa, Fabio Mangoni, fu dato da un buon
intendente[264]: «Quest'uomo, che si cangiava in ragione de' differenti
usi delle fabbriche e della varia ubicazione ed estensione de' luoghi,
seppe così entrare nello spirito della cosa, che, sopra la più bislunga
e stretta area che veder si possa, ideò ed eseguì una biblioteca che
può servir di modello a chiunque ama di unire la magnificenza alla
comodità. Dopo tanta generosità, si rende ancor più notabile alla
modestia del cardinale, mentre non denominò quello stabilimento nè
Federiciano, nè Borromeo, come a buona ragione e più che altri il
potea, ma preferì di chiamarlo dal nome del santo titolare e protettore
della chiesa milanese[265].
Al tempo dell'arcivescovo Federico Borromeo, e in parte per la sua
influenza, vide Milano ricostruita la chiesa di Santo Stefano sul
disegno di Aurelio Trezzi, eretta la vasta chiesa di Sant'Alessandro,
disegno di Lorenzo Biffi o Binago, barnabita; non che l'altra di San
Giuseppe presso la Scala, opera dell'architetto Francesco Richini;
fabbricati il convento de' Carmelitani Scalzi, e il monastero di San
Filippo Neri; chiamati i Somaschi a San Pietro in Monforte, ed aperte
nell'anno stesso della biblioteca Ambrosiana le scuole Arcimbolde
presso la chiesa di Sant'Alessandro, avendone fornito i mezzi un legato
di monsignor Giambattista Arcimboldi, chierico di camera di Clemente
VIII. In quelle insegnavano dapprima i Barnabiti umanità e rettorica;
vi aggiunsero, nel 1625, la grammatica, e dieci anni dopo la filosofia,
la morale e la teologia. Per cura del cardinale, nel predetto anno
1625, fu pure nobilmente riedificata la chiesa di Santa Maria Podone,
posta dirimpetto al palazzo della sua famiglia.
Le controversie giurisdizionali si suscitarono a diversi intervalli
anche sotto il cardinale Federico; ma appena fu egli assunto
all'arcivescovato, si mosse alle pratiche di un sincero accordo: al
qual fine delegò per conferire co' ministri regi i monsignori Carlo
Bescapè e Marsilio Landriani, vescovo il primo di Novara, l'altro
di Vigevano, savii e dotti uomini. In seguito, col consenso del re
cattolico, venne rimesso l'esame a Clemente VIII per uno stabile
trattato di concordia. Il sommo pontefice mostrò molto impegno;
le congregazioni tenevansi avanti di lui, ed erano frequenti;
l'arcivescovo di Milano fu chiamato ad intervenirvi, e stette
quattr'anni in Roma; ma quantunque il papa abbia vissuto ancora
ott'anni dacchè si incominciarono queste pratiche, morì nel 1605
senz'aver nulla conchiuso. Gli fu sostituito Paolo V. Le troppo famose
sue contese coi Veneziani e l'interdetto che fulminò contro quella
Repubblica, mostrarono tosto che poco si aveva a sperare da esso
per la concordia giurisdizionale del milanese, la quale infatti fu
protratta di molti anni ancora; e finalmente sollecitata con infinite
cure e sommi dispendii[266] dal cardinale Federico in Milano, a Roma,
a Madrid, fu segnata nel 1615, sancita due anni dopo dal re e dal
papa, e pubblicata il 10 febbraio del 1618, senza quasi aver effetto
per le nuove contestazioni che immediatamente dopo sopravennero. Esse
ebbero origine dalla pretesa degli ecclesiastici che il privilegio
dell'immunità si estendesse ai loro coloni. Gli amministratori rurali
vi si rifiutarono, perchè il carico sostenuto dai soli laici sarebbe
riuscito insopportabile a cagione del tributo sovrimposto per le
guerre del Piemonte. I membri del clero, insorgendo l'uno dopo l'altro,
intimarono e promulgarono le censure ecclesiastiche contro i deputati,
consoli e sindaci de' comuni; i parochi ricusarono di amministrar loro
i Sacramenti, i vescovi di assolverli dalle censure, se non previo
il ristauro dei danni e data cauzione di astenersi per l'avvenire.
Il senato di Milano s'indirizzò al re esponendo di aver maturamente
esaminato l'affare, ed essere l'opinione più vera e più generalmente
ricevuta che sia in podestà del principe di esigere la _colletta_
dai coloni della Chiesa sul valore dei frutti ad essi spettanti, così
osservarsi in altre province; e così pure essersi osservato in quei
tempi poco rimoti in molte parti di questo dominio, e in tutti molti
anni addietro. Contuttociò, vedendo il senato che i vescovi e lo stesso
sommo pontefice persistevano nelle censure, nè sapeva come rimoverli
dal loro proposito, nè con quali mezzi difendere contro di essi i laici
che perseveravano nell'esigere i carichi, invocava in tali angustie
le prescrizioni di Sua Maestà[267]. Il re Filippo III, con dispaccio
del 2 febbraio 1619, prescrisse che dove lo esiga il servizio militare
per difesa dello Stato, anche nelle case de' coloni ecclesiastici
si pongano a quartiere i soldati, e che pure i detti coloni siano
sottoposti al tributo limitandolo all'ottava parte de' frutti.
Stabilì in quelle altre norme, che poi lascia al governo d'ampliare o
restringere col parere del senato, come si sarebbe trovato conveniente
per acquietare gli ecclesiastici. Il governatore duca di Feria più
volte intervenne in senato a trattare di ciò, e si concluse di spedire
a Roma un senatore. Fu questi il più volte nominato Giambattista
Visconti, che vi si recò col fiscale Schiaffinati, e molto appoggio
ebbe dal duca d'Albuquerque, allora ministro di Spagna alla Santa
Sede. Ma a Roma non si fece altro se non tenerli a bada. S'andavano
riunendo delle congregazioni per guadagnar tempo, e frattanto si faceva
agire a Madrid il nunzio apostolico col debole re. Il governatore duca
di Feria consultava tutto col senato. Gl'invidiosi, che il senatore
Visconti aveva e meritava, perch'era uomo d'ingegno e di lettere, come
si conosce dal suo scritto, mal sofferendo la commissione datagli dal
governatore, e attraversandone l'esito, facevano che il senato desse
pareri atti a rompere le negoziazioni, che si sciolsero in fatti. A
Roma si sapevano le consulte del senato dai cardinali prima che il
Visconti ricevesse le lettere corrispondenti.
Fervevano ancora quelle moleste contese, allorchè venne di nuovo
ad affliggere i Milanesi la pestilenza, e più sterminatrice di
quella che avevano sofferto cinquantaquattro anni avanti. (1629) Per
soprabbondanza di mali fu dessa preceduta dalla carestia e accompagnata
dai disastri della guerra che combattevasi nel vicino Piemonte. La
plebe di Milano, ridotta a pascersi d'erba e nel pericolo di morir
di fame, siccome alcuni se ne trovarono morti per le strade[268],
diede il sacco ai prestini, ed assalita la casa del signor Lodovico
Melzi, vicario di Provvisione, e atterratene le porte, fu in procinto
di assassinarlo[269]. Il consiglio generale della città si affrettò
di approvvigionare di grano il Lazzaretto fuori di porta Orientale,
e colà raccolse la più mendica plebe; nè bastando quel vastissimo
recinto al numero eccessivo degli affamati, destinò allo stesso fine
lo spedale della Stella. Si distinse in questa pubblica calamità
l'arcivescovo Borromeo coi soccorsi di cui fu prodigo, sì che
meritossi d'esser chiamato il padre dei poveri[270]. Ma le incessanti
querele di que' mendichi a pretesto della cattiva qualità del pane,
la loro insubordinazione, i loro feroci clamori, facendo temere più
gravi eccessi, indussero il governo della città a scioglierli dai
loro pietosi ergastoli, restituendoli tutti alla beata libertà del
mendicare. Fra una turba sì grande di popolo, estenuata dalla fame
ed oppressa da ogni genere d'indigenza, la peste che sopraggiunse
non potea trovare più pronti veicoli per diffondere rapidissimamente
il mortal suo veleno. Questa volta fu essa recata in Italia dalle
truppe imperiali per la guerra di Mantova, e un soldato milanese
di quell'esercito, venuto a visitare i suoi, la recò in Milano nel
novembre del 1629. Sì egli che gli abitanti della casa dove alloggiò,
tutti morirono; e queste furono le prime vittime[271]. (1630) La casa
fu isolata da ogni comunicazione; ma poco più vi si badò; e le feste,
che anche in tanta miseria si celebrarono nel principio del seguente
anno per la nascita dell'infante primogenito di Spagna[272], fecero
che facilmente quel funesto avviso fosse posto in dimenticanza. Il
fatal vulcano rimase sopito, o almeno diede segni non osservati fino
al mese di marzo, quando l'esplosione si fece in un tratto violenta
ed invase tutte le parti della città. Il popolo, compreso dallo
stupore, s'attenne per lungo tempo al partito che più s'accomodava
alla sua ignoranza e pigrizia, il non credere; e allorchè fu tratto
d'inganno per lo spaventevole moltiplicar de' malati e de' morti, e
col produrre agli occhi di tutti i marciosi cadaveri, esponendoli
lungo le vie, o facendoli condurre intorno ammucchiati e scoperti
sui carri, si abbandonò ad ogni sorta di deliri e di eccessi.
Quell'ostinata e prolungata incredulità lasciò libero al contagio
di estendersi immensamente, e fu in ciò secondata dall'indolenza
dapprima, poi dagli scarsi, inefficaci o improvvidi ordini de'
magistrati. La lunga successione de' cattivi governi avea fatto
dilatare l'avvilimento, l'inerzia, la stolidezza dalla plebe alle
classi superiori, per modo che in quelle difficilissime circostanze
il consiglio generale, il tribunale di Provvisione, quello di Sanità,
il senato, il governo, tutti non si mostrarono che plebe, ed ebbero
con essa comuni le stravaganze e i vaneggiamenti. Tranne il ricoverare
gli appestati nel Lazzaretto, nessun altro opportuno provvedimento
fu adottato in quest'occasione di quelli che pure il furono nella
peste del 1576. A reggere quella repubblica di appestati fu delegato
un frate con illimitata autorità, il padre Felice Casati, guardiano
de' Cappuccini di porta Orientale[273]. «Si è comandata con una
mal intesa pietà una processione solenne, nella quale si radunarono
tutti i ceti de' cittadini, e trasportando il corpo di san Carlo per
tutte le strade frequentate, ed esponendolo sull'altare maggiore
del Duomo alle preghiere dell'affollato popolo, prodigiosamente
si comunicò la pestilenza alla città tutta, ove da quel momento si
cominciarono a contare sino novecento morti ogni giorno[274]». Il
cardinale arcivescovo avea ricusato di aderirvi, ma tali furono le
sollecitudini e le istanze, che, quasi forzato, vi acconsentì[275].
Il Ripamonti ci fa fede che da quel giorno la pestilenza ha acquistato
tal forza e predominio, che veramente corrispondeva al suo nome[276].
E soprabbondando il numero degli appestati che presentavansi ogni
giorno al Lazzaretto, «arrivarono ad essere un tempo nel detto luogo
quattordicimila e cinquecento annoverati, restandone più volte le
centinaia di fuori attorno a quella fossa, aspettando che la morte
facesse loro qualche luogo[277]». Per la qual cosa fu duopo erigere de'
Lazzaretti sussidiari a San Barnaba al Fonte, a San Vincenzo in Prato
e alla Trinità. Un altro ne fu fatto disporre dal cardinale arcivescovo
nel seminario della canonica per gli ecclesiastici.
Ma il delirio più scandaloso, e ch'ebbe più tragici effetti, fu
quello delle unzioni venefiche. La storia ci attesta che si è prestata
credenza a questa sciocca cagione in altri contagi, ed abbiamo veduto
che l'opinione ne corse anche nella peste del 1576. Ora a darle maggior
voga venne un dispaccio del re Filippo IV, che avvisava il governatore
di far invigilare che non s'introducessero nel milanese alcuni uomini
portatori di unguenti pestiferi, ch'erano stati veduti in Madrid e di
là fuggiti[278]. Queste precedenze erano più che sufficenti perchè
si asseverasse che siffatte unzioni già facevansi in Milano, e così
avvenne. Un editto del tribunale di Sanità, del 19 maggio, asserendo
il fatto per indubitato, promise il premio di ducento scudi a chi
avrebbe data certa notizia de' rei, e di più l'impunità al denunciante
qualora fosse uno de' complici, ma non il principale[279]. Poche
settimane dopo, per racconto di donne, si divulgò che il commissario
della Sanità, Guglielmo Piazza, era stato veduto a far tali unzioni;
egli confessò ne' tormenti che l'unto gli era somministrato dal
barbiere Gian-Giacomo Mora; e questi e molti altri sono pur carcerati
e tormentati. La compassionevole narrazione di questo nefando processo
è già nota[280] e qui basterà il dire che il Piazza e il Mora, e altri
non pochi, dichiarati rei di un delitto impossibile, furono condannati
ad essere condotti al patibolo su di un alto carro; ad aver nel cammino
arse le carni da tenaglie roventi, tagliata la mano destra; indi
fracassati dalla ruota, e intessuti ancor vivi fra le gaviglie della
ruota stessa, scannati dopo sei ore, finalmente abbruciati, e sparse le
ceneri al vento. Tutto ciò fu eseguito; e stando i miseri fra le mani
del carnefice si protestarono innocenti innanzi al popolo, e di morir
volontieri per gli altri peccati loro, ma di non avere mai esercitata
l'arte di ungere, nè aver pratica di veleni o sortilegi[281]. Quanto
possedevano quelle due vittime fu confiscato; la casa del Mora,
distrutta dai fondamenti, e sull'area di essa eretta una colonna per
pubblico decreto dichiarata infame, accompagnata da un'iscrizione
in marmo per tramandare la memoria del fatto alla posterità. E la
posterità l'ha giudicato: nel 1778 la colonna si trovò clandestinamente
atterrata; l'iscrizione fu levata di poi, la casa rifabbricata; onde
non rimane più traccia visibile dello scellerato giudizio[282]. Nè
il Piazza e il Mora, e i molti soci ch'ebbero nel processo furono
soli sacrificati al fanatismo del volgo e all'ignoranza togata. Si
volle scoprire un disturbatore d'unzioni anche tra gli appestati del
Lazzaretto, Gian Paolo Rigotto, il quale «andò al patibolo li sette
di settembre, e l'accompagnò il padre Felice, cappucino, con un altro
padre teatino, che là dentro amministrava li Sacramenti; et affermarono
questi che, al solito degli altri aveva costui rivocata la confessione
e sin all'ultimo fiato protestato di morire innocente[283]».
Quali tempi, quai giudici, e quanto infelice nazione! A compiere
l'orrenda scena basterà che si sappia aver quella pestilenza mietuto
centoquarantamila vite di cittadini milanesi, secondo il più moderato
calcolo che desunse il Ripamonti dalle tabelle del tribunale della
Sanità[284], mentre il Somaglia l'accresce di altre quarantamila. La
città non fu del tutto sana che circa due anni dopo, nel 1632.
Le persone notabili morte ne' decorsi trent'anni furono frà Paolo
Moriggia, gesuato, autore di molte opere mediocri o cattive sulle
Antichità milanesi, morto nel 1605, d'anni settantanove; Carlo
Bescapè, vescovo di Novara, che morì il 6 ottobre 1618, contando
sessantacinque anni di età e ventidue di episcopato, uomo assai dotto
e pio, e il più sincero scrittore della vita di san Carlo, benchè ne
fosse famigliarissimo e ammiratore; e Giovanni Pietro Carcano, morto
il 5 agosto 1624, che destinò le sue molte ricchezze a beneficare
splendidamente lo spedale Maggiore e la chiesa metropolitana di Milano,
e ad erigere un monastero di vergini, dette dal nome del fondatore
le _Carcanine_. Chiude questa lista necrologica il più grande e il
più utile cittadino del suo tempo, il cardinale arcivescovo Federico
Borromeo, che cessò di vivere il 21 settembre del 1631, nell'età di
circa anni sessantasette.
CAPITOLO XXXI.
_Successione di governatori. Guerre nel Piemonte, nella Valtellina e in
Lombardia. Morte del re Filippo IV. Governo del duca di Ossuna. Morte
del re Carlo II. Sacre e pie fondazioni, e morti di persone distinte._
Nel progredire in questa storia, la materia che debbo trattare quasi
mi scoraggisce. Sterile ed ingrata necessariamente per la condizione
del paese dopo l'estinzione de' principi sforzeschi, lo diviene ancora
maggiormente, giacchè alla mancanza de' fatti storici va succedendo
quella dei grandi caratteri, rimarchevoli per sublimi virtù o per vizii
illustri; onde il vasto, fertile e già ricco stato di Milano in questa
epoca non può essere rappresentato da una più vera imagine di quella di
un gran podere, quasi in ira al cielo e agli uomini, abbandonato dalla
non curanza di uno sconosciuto padrone, all'imperizia e al capriccio
dei succedentisi amministratori. Nel corso di quasi settant'anni,
su cui versa questo capitolo, i buoni governatori furon rari, e
per maggiore sventura del paese sono quelli che vi fecero più breve
dimora. I danni del milanese crebbero per le guerre che ripetutamente
si suscitarono in questo intervallo nella Valtellina e nel Piemonte,
tanto per i campeggiamenti e le rapine degli eserciti, quanto per
doverli provvedere di viveri e di soldo, giacchè se anche ne' migliori
tempi di Carlo V e di Filippo II ben poco danaro era qui spedito dalla
Spagna, a quest'epoca non poteva aspettarsene sussidio veruno, non
bastando neppure le scarse rendite di quell'indolente e degenerata
nazione a saziare l'avarizia de' favoriti e dei cortigiani. Tali poi
furono gli effetti di più di un secolo di cattivo governo straniero,
dell'agricoltura in più luoghi abbandonata, della scoraggiata
industria, della sofferta fame e di due pestilenze sterminatrici,
che rese esauste tutte le sorgenti della pubblica prosperità: la
popolazione per la penuria del vivere non potè riprodursi; e Milano,
che da lungo tempo e per tutto il secolo decimoquinto fu ricca,
florida e popolosa di oltre trecento mila abitanti, nel decimosettimo
non giungeva a centomila, e in questo limite se ne stette quasi
stazionaria, mentre l'indistruggibile fertilità del suolo impedì
all'ignoranza e al mal volere degli uomini di farla maggiormente
retrocedere.
(1632) Il vacante arcivescovato di Milano fu, il 28 novembre del
1632, conferito dal papa Urbano VIII al patrizio milanese Cesare
Monti, già insignito della dignità di patriarca d'Antiochia e nunzio
apostolico nella Spagna, e nell'anno seguente fatto cardinale. E
poichè la storia civile non ci offre altra occasione di parlar di lui,
soggiungeremo ch'egli resse la chiesa milanese con pace e dignità per
quasi diciotto anni, fece ridurre a compimento le chiese del Lentasio
e di Sant'Agnese, stabilì il conservatorio di Santa Febronia per le
figlie povere, eresse la chiesa e il convento di Concesa e il monastero
di Santa Maria di Loreto, istituì il seminario di Monza, e, morendo,
legò per testamento agli arcivescovi suoi successori una scelta
raccolta di ducentoventun quadri, il di cui catalogo leggesi presso il
Lattuada[285], e che, riordinata e ristaurata pochi anni sono da mano
maestra, forma tuttora un magnifico ornamento al palazzo arcivescovile.