(1599) Nel mese di luglio del seguente anno furonvi nuove feste in

Milano per l'ingresso dell'infanta donna Isabella d'Austria, sposata

coll'arciduca Alberto, che venne con lei[248]. Per questa occasione nel

teatro di corte si fece una bellissima festa con maschere a quadriglie,

oltre una rappresentazione teatrale, intitolata: l'_Armenia_. Parmi di

vedere il primo germe dell'opera in musica ne' due intermezzi, i quali

vennero cantati. Si scelsero due argomenti adattati alla musica. Il

primo fu l'Orfeo, il quale con flebil canto sfoga il suo dolore per la

morte della cara sua Euridice. L'Eco rispondeva, e un dialogo tra Orfeo

ed Eco insegnò al vedovo sposo che colla magia del suo canto poteva

tentar la via d'Averno, placare i mostri e rivedere Euridice. S'accosta

all'antro funesto, e al suono della sua lira si spalancano le porte,

si scopre quella terribile contrada. Plutone, Proserpina in trono, i

giudici, le furie, Caronte, Cerbero, insomma tutto vedevasi quello

che Virgilio e Ovidio hanno cantato. La soavità del canto d'Orfeo,

gradatamente interrotta dalle grida infernali, poco a poco vince,

e, ammutoliti gli spiriti, sembrano resi umani dalla dolcezza della

voce d'Orfeo, il quale supplichevolmente implora Euridice. Un basso

risponde in musica, concedendo la grazia col noto patto ch'egli non la

rimiri sintanto ch'entrambi non siano usciti dall'Averno; e qui, dice

il Negri[249]: «E se ben non pare che il decoro et virisimilitudine

della favola admetta musica in Plutone, fu ciò introdotto per maggior

soddisfazione degli aspettatori et ascoltanti, e per gusto di chi

poteva comandare»; il che sembrami che dimostri non essere stata prima

di quel tempo cantata un'intiera azione drammatica presso di noi. Il

secondo intermezzo rappresentava il viaggio degli Argonauti, e, per

introdurvi un tratto di musica, si posero le Sirene su varii scogli,

col loro canto cercando d'invitare i passaggieri ad accostarvisi. Orfeo

si pose sulla prora della nave, e sciogliendo una voce imperiosa con

canto sublime, rincorò gli Argonauti a proseguire l'impresa immortale,

e a non curare l'insidioso canto. L'abate Arteaga, spagnuolo, nella sua

opera sulle _Rivoluzioni del teatro musicale italiano_, c'insegna come

sotto Leone X in Roma siasi rappresentata in musica la _Disperazione di

Sileno_, poesia di Laura Guidicioni, dama lucchese, posta in musica da

Emilio del Cavalieri. Questo dramma allora riuscì male; si abbandonò il

tentativo, onde poteva in Milano comparire una vera novità. Nell'anno

1646 il cardinal Mazzarino fece rappresentare, nel palazzo reale a

Parigi, delle opere in musica da cantori che fece venire dall'Italia,

e Voltaire dice che «questo nuovo spettacolo era da poco tempo nato in

Firenze[250]».

CAPITOLO XXX.

_Governo del conte de Fuentes e de' suoi successori. Morte del re di

Spagna Filippo III. Fondazioni pubbliche, reggendo l'arcivescovado di

Milano il cardinale Federico Borromeo. Progresso delle controversie

giurisdizionali. Peste del 1630._

(1600) La massima di non lasciar troppo a lungo una stessa persona ne'

grandi governi, si trovò d'accordo colla gelosia del duca di Lerma,

favorito del re Filippo III; onde, destinato ad altre funzioni il

contestabile di Castiglia che reggeva il milanese da otto anni, fece

nominare in sua vece don Pietro Enriquez de Azevedo, conte di Fuentes.

Allontanò così un uomo, sebbene settuagenario, ardito, avveduto e

d'animo elevato, e che, non avendo figli, faceva professione di parlar

franco. Egli godeva inoltre d'un gran credito alla corte per aver avuto

la confidenza di Filippo II, che correva voce si fosse meritata col

prender parte alla morte dell'infante don Carlos. Perciò il senatore

Giambattista Visconti, che seguirò particolarmente nel parlare di

questo personaggio, dicea di esso: «Et di lui è costante fama, che

acquistasse la grazia di Filippo II col macchiarsi la mano nel sangue

di persona, la di cui morte per interesse d'onore egli comandò[251]»:

tant'era, in prossimità del fatto, generale e indubitata l'opinione che

don Carlos fosse perito di morte violenta, che che ne dica un recente

storico sulla fede dei registri dell'inquisizione, quasi che l'arte

delle reticenze non fosse antica quanto il mondo.

Il conte di Fuentes fece il solenne ingresso in Milano il 16 ottobre.

Volle che il consiglio, benchè non fosse che un aggregato di ministri

scelti e non avesse rappresentanza, facesse corpo con lui e precedesse

il senato. Già erasi mostrato aspro e impaziente, senza cortesia,

co' deputati che gli erano stati spediti incontro a Genova per

complimentarlo, e nell'entrata pure con cinica sincerità mostrò di

non pregiar nulla delle disposizioni onorevoli fatte per lui. (1601)

Le circostanze dell'Italia gli porsero tosto occasione di dar prove

di quel risoluto vigor d'animo che gli era proprio, stante la guerra

mossa dal re di Francia Enrico IV al duca di Savoia per la successione

nel marchesato di Saluzzo. (1602) Col tenere l'esercito forte, pronto

e sotto buoni ordini, serbò in credito le armi spagnuole; acquistò il

Finale e la piccola, ma allora importante, città di Monaco; e ricuperò

Novara, che trovò ipotecata al duca di Parma. (1603) I Grigioni, che

già stavano sotto la protezione della Francia, essendosi collegati

coi Veneziani, eccitarono la di lui gelosia; egli fece appoggio

di molto apparato militare alle negoziazioni, e quasi all'estrema

sponda del lago di Como, di fronte alla Valtellina, fece erigere

un forte (1604) chiamato dal di lui nome, che, dopo di aver servito

talvolta come prigion di Stato di minor ordine a comodo de' lontani

padroni, fu demolito nel 1797. Con questi modi ridusse i Grigioni

ad accondiscendere ad un accomodamento, che fu segnato in Milano dai

loro deputati, e garantito dagli Svizzeri. Reso più libero dalle cure

esterne, attese a procurare l'ornato della città. Fra le disposizioni

di questo genere eseguite sotto il suo governo si noverano il

riattamento della strada che dal palazzo di giustizia conduce alla real

corte, e che ha ancora il nome di _Strada Nuova_, e la ricostruzione

di quel palazzo. (1605) Egli volle che la memoria di queste opere

fosse tramandata alla posterità con due iscrizioni, nelle quali il

gusto ampolloso del secolo sembra aver preso i suoi colori dallo stile

orientale. Leggesi nella prima che il governatore «aperse quella via

dalla reggia al pretorio, per rendere più facile e certo l'accesso e

il ritorno dalla giustizia alla clemenza[252]»; e nell'altra, che il

governatore stesso, «vincitore dell'esterna guerra e domatore invitto

della guerra domestica, amabile colla destra, formidabile colla

sinistra, regnando Filippo III, potentissimo re delle Spagne, pose di

fronte le porte delle carceri alla regia corte, perchè l'occhio del

principe vigilante è la più fida custodia della giustizia[253]». Rimase

senza titolo onorifico un altro beneficio probabilmente procurato dal

conte di Fuentes, la donazione fatta dal re alla città di Milano della

vasta casa che oggidì chiamasi _il Broletto_, e altre volte fu del

conte di Carmagnola[254]. Essa era allora destinata ad uso di pubblici

granai; ivi nel 1714 venne collocato il banco di Sant'Ambrogio, e

circa l'anno 1772 vi si trasferì il consiglio generale, il tribunale di

Provvisione, e tutti gli uffici civici che prima stavano alla Piazza

de' Mercanti. Egli fece mettere i parapetti ai ponti della città,

tentò di abolire i varii pesi, e di dare al commercio il comodo di

un peso uniforme, siccome di abolire le stadere e di sostituirvi le

bilance; ma non vi riuscì. Col proibire l'esportazione delle armi,

rovinò la famosa e ricchissima manifattura di esse[255], al segno di

non più risorgere. (1607-1608) Con infelice esito fu pure sotto di

lui incominciato il canale che da Milano dovea decorrere a Pavia, «ma

per non voler credere a chi doveva, et governarsi col parere di chi

gli piaceva, fu ingannato, et gittò gran somma di danari[256]». Ce ne

rimane l'inscrizione senza l'opera, poichè immaturamente da quella si

volle incominciare. In essa è detto che «con questa insigne opera le

acque dei laghi Maggiore e di Como, fin qui condotte, furono immesse

nel Ticino e nel Po, fiumi irrigatorii e navigabili, all'oggetto

di ampliare, colla facilità delle comunicazioni e del commercio, la

feracità e l'abbondanza de' campi, l'industria degli artefici, e la

ricchezza pubblica e privata[257]». Ciò che nel 1608 fu onorato di

una lode gratuita e precoce, si verificò dopo due secoli; e il canale

di Pavia, incominciato e proseguito oltre due terzi dell'opera sotto

il regno d'Italia, fu dal presente governo felicemente ridotto a

compimento.

La figura del conte era alta, capo piccolo, faccia sanguigna,

occhi piccoli e vivaci, e guardatura fiera, voce acuta, stridula e

femminile. Vestiva semplice; a mezzodì e mezzanotte pranzava e cenava,

e stipendiava cuochi eccellenti. Teneva lontani i medici. Ogni sabato

sentiva la messa a San Celso, le altre volte nella cappella pubblica.

Per via amava assai d'essere corteggiato da' ministri, nè gliene

mancava mai buon numero; e amava d'essere ascoltato a rimproverarli,

mentre, strada facendo, parlava d'affari. Egli era frizzante e

motteggiatore. Aveva una prodigiosa memoria. Era facile ad ammettere

chiunque, ma riusciva difficile il parlargli, perchè d'ordinario

interrompeva e rimandava malcontenti e strappazzati. Sebbene non

inclinasse ai divertimenti, pure dilettavasi delle pubbliche feste

e de' balli, come mezzi di palesare la sua magnificenza, e vi si

tratteneva tutta la notte. Il suo carattere era quello degli uomini

forti e superbi, dispotico. Non seguiva altra legge che il suo volere.

Fece carcerare il tesoriere, perchè pagò il dovuto senza l'ordine

suo; relegò un questore nel castello di Finale, perchè co' suoi amici

avea parlato in di lui biasimo; fece porre nel castello di Milano il

vicario e i XII di Provvisione, perchè non gli consegnarono gli atti

che cercava, e un'altra volta perchè si opposero ad una gravezza da

lui posta senz'assenso della corte[258]. Da sè e indipendentemente dal

senato condannava alla galera; nè valsero a frenarlo le rimostranze di

quella suprema magistratura, nè le ammonizioni di Madrid. Vegliava sul

fisco per incassare, e le paghe non si davano che quasi per grazia;

onde nacquero due vizii, corruzione e adulazione, inevitabili dovunque

i pagamenti sono incerti e debbonsi al favore. Anche sulla zecca

procurò di profittare, e introdusse la moneta di puro ramo, che fu

allora un peggio non conosciuto dapprima. Lasciò che gli ecclesiastici,

che sapevano corteggiarlo e mostrargli ossequiosi, dilatassero le

usurpate esenzioni; e perciò, malgrado lo spirito fiscale, l'erario

fu sempre esausto. Il re gli donò il marchesato di Voghera. Egli non

riceveva regali, ma «fu servito da secretari avarissimi... Oltre di

ciò mise mano clandestinamente et da sè stesso all'erario, come si

vede dal suo testamento, dal quale anco si conosce che generalmente

intaccò di danari tutti quelli che puotè et i suoi più domestici et

favoriti[259]». Era astutissimo, e sapeva accomodare le parole e i

gesti alla opportunità, e quando avea bisogno di alcuno era il più

gentile e grazioso uomo del mondo. Teneva molte spie, e si curava di

sapere le più minute e private curiosità delle famiglie. Aveva uno

sbirro, al quale avea data somma autorità. Alcuni gravissimi delitti

pubblicamente protesse. Ma generalmente mantenne l'ordine nella città,

contenne i _bravi_, e sotto di lui si godè della sicurezza maggiore che

permettesse la condizione di quei tempi facinorosi.

Durante il suo governo si collocarono sovente negli impieghi uomini di

nessun merito, stante che nella scelta egli preferiva i più sommessi

ad ogni sua opinione e volere, siccome diceva Tacito di Tiberio[260];

così gli animi più vili ed abbietti ascesero e s'impadronirono

degl'impieghi. «Avvelenato da una certa falsa gloria di autorità e

protezione, dice il senator Visconti, et quasi affettando il titolo

d'onnipossente in questo Stato, come che tutto dipendesse da lui,

per radicare negli uomini questa opinione ha innalzate persone

indegnissime, che s'hanno saputo accomodare all'adulazione e altre arti

et servigi troppo vili... _ma in pari tempo si vide_ tirare ogni cosa

a sè, turbando gli ordini dei negozi e de' tribunali. Il che, sebbene

egli fece con incredibile vigor d'animo, vigilanza, assistenza, memoria

e cura, tuttavia fu necessario che errasse infinite volte, come fece,

oltre il patire le male conseguenze che ne risultano. Perciocchè, così

facendo, un governatore si tira addosso un'occupazione intollerabile,

contrae particolar obbligo di render conto a Dio e al mondo d'infinite

cose che non gli toccano, et s'acquista grandissimo odio non solo

dei particolari offesi, ma ancora dei magistrati. Dei particolari,

perciocchè dei tormenti, privazioni dei beni, esiglj et morti, quando

vengono per corso ordinario di giustizia et quasi dalla mano del

giudice et tribunali frapposti tra il principe, et il delinquente,

niun odio ne tocca al principe che pare non ne habbia parte se non

la obbligazione di fare che si renda giustizia, la quale è cosa

favorevole et non odiosa; dove che, facendo egli quasi immediatamente

et fuori degl'instituti della provincia, ne segue che i delinquenti,

non potendo scaricare l'odio sopra il ministro che dovrebbe esser di

mezzo tra la suprema podestà e le persone private, tutto lo indirizza

contro di lui: e tanto più che, facendo il governatore quello che

per l'ordinazione dei tribunali non gli dà occasione di sospettare

et dire che così faccia non per zelo di giustizia, ma per passione

et capriccio proprio, al quale il vulgo sempre vuol trovare qualche

cagione poco honorevole. Dai ministri parimente odiato, perchè parendo

loro in questa guisa di essere da lui offesi nella riputazione, alcuni

ancora, sentendo il danno dei propri interessi, alienano gli animi

da lui; et se bene scopertamente et dincontro non puonno offenderlo,

tuttavia quest'odio pubblico s'interna in maniera nei petti loro, che

poi quasi naturalmente gli vanno difficoltando tutti i negozi, et gli

praticano contro, tanto in materia di stimazione et gusto, quanto nella

sostanza delle cose. Finalmente questo stesso fatto di che parliamo,

mette i tribunali et ministri in vilipendio et mala opinione appresso

a' sudditi, i quali quasi col testimonio del governatore gli stimano

mali huomini et con l'esempio suo li dispregiano: dal che nascono

pessime conseguenze nella repubblica. Laddove, contentandosi (parlo

per ordinario) il governatore della soprintendenza, del riprenderli e

castigarli quando inciampano, et frattanto honorarli et ben trattarli,

et lasciar correre i negozi a' suoi tribunali, viene a tener bene

accordata quest'armonia civile. Del resto la giustizia oggidì potrebbe

esser meglio amministrata, poichè, non havendo molti officiali le parti

che bisognano a chi maneggia la repubblica, non è meraviglia che i

giudicii hanno tardissima espedizione. I giudici s'allontanano senza

rispetto dalle leggi et statuti, et giudicano quasi per loro opinione.

Non vale alcune volte l'autorità delle leggi e la dottrina, poichè si

vince piuttosto con arti ed ambiti machinati, che per buona guerra

di giustizia, et si può dubitare che appresso ad alcuni più valga

l'avidità della pecunia, che il piacere che nasce dall'azione virtuosa.

Et è sempre stata cosa certa appresso ai savii che chi previene

ai magistrati per male arti, cerca l'oro come pasto dell'avarizia,

quasi rimborsandosi di quello che ha speso per ottenerlo; laddove

l'uomo giusto et retto stima le leggi et la giustizia, et l'esercita

virtuosamente, quasi per rimunerare il principe dell'honore che gli

ha fatto colla collazione della giurisdizione. Dalle cose di sopra

dette è seguito nel governo suo, che molti intimiditi e disgustati

da lui non pensavano nè curavano il servitio di sua maestà, nè del

pubblico, e godevano degli errori che gli vedevano commettere».

Così quell'uomo saggio, il senatore Giambattista Visconti, tanto più

stimabile quant'erano allora più rare ed oscure le cognizioni di Stato.

Se il passo surriferito mostra il profondo politico, ne produrrò un

altro a far prova del suo retto pensare in uno de' punti disputati

della pubblica economia, l'annona granaria; ed eccone l'occasione.

Nel decennio di cui governò il conte di Fuentes, fu una costante

fertilità. Tuttavia egli volle imbarazzarsi nel fissare il prezzo de'

grani, inclinando a tenerlo sempre più basso. Questa violenza, fatta

pure senza specie di bisogno alla libertà delle contrattazioni, porse

argomento al senator Visconti di così ragionare: «Circa al prezzo

et valore ho sentito uomini savi e molto versati in questa materia

affermare che non è bene nè utile in comune che si riduca a gran viltà,

et io ne son persuaso, imperciocchè questa viltà di prezzo è dannosa

alla maggior parte dei sudditi. I nobili et possessori dei beni non

ponno mantenere il loro stato se non cavano mediocremente dai loro

frutti. L'infima plebe et tutto quel popolo che vive con le opere

diurne, non trova da lavorare, perchè non havendo il ricco denaro non

può spendere. Dei contadini, quelli che sono fittaiuoli (che sono

per lo più ne' paesi irrigati dalle acque) non ponno soddisfare ai

fitti e s'impoveriscono totalmente; gli altri che lavorano a parte

(et è tutto quel tratto di provincia che non s'irriga) non hanno con

che far denari per comprar bovi, vestiti, pagar carichi camerali et

far altre simili spese, se non col prezzo di poco frumento che avanza

loro; poichè la maggior parte, pagato il fitto, consuma in semente;

et la segale, miglio ed altri grani simili appena bastano per vivere

poveramente. Il vino, quando si raccoglie (che, oltre il ricercare

spesa grande, è sottoposto a tante ingiurie del cielo), pagava i

debiti contratti col padrone negli anni sterili e calamitosi, in modo

che, se col pochissimo frumento che gli avanza, non sovviene alle

altre sue necessità, è spedito. Il resto dei contadini con le braccia

si vede per ferma esperienza che, se il pane è a gran buon mercato,

non voglion fare opera, et abbandonano il fittaiuolo ne' maggiori

bisogni dell'agricoltura, o il tiranneggiano con prezzi eccessivi;

dal che siegue maggior danno, spendendosi molto per raccoglier frutti

che valgon poco; in modo che questa gran viltà de' prezzi non giova

ad altri che a quella specie di huomini che, exercitando mercanzie,

comprano pane e vino, perchè essi, vendendo caro nè più nè meno le

merci loro et spendendo poco nel vivere, arricchiscono. Hora giovare

ad un membro et nocere a tutti gli altri non è medicina, ma uccidere:

laddove con prezzi mediocri tutta questa corrispondenza civile resta

ben proporzionata. Basta dunque curare che le cose abbondino, et

impedire i prezzi troppo eccessivi, che veramente sarebbono perniciosi.

Di quest'uomo che seppe tanto, io non posso credere che ignorasse

questa verità, et pure curò tanto di ridurre i prezzi al nulla, non so

se per amore d'una certa inane fama appresso al vulgo ignorante, o per

odio de' nobili, che stimasse troppo agiati».

Ho voluto trattare a lungo del governo del conte di Fuentes, come del

più celebre e forse del miglior governatore mandato dalla Spagna in

questi Stati, per dare una più estesa e chiara idea di que' tempi e

di que' governi, e perchè tengo ferma opinione che non solo le cose

utilmente operate, ma ancor più gli errori degli uomini grandi, sono

sorgente ai futuri di più sicuro ammaestramento. (1610) Egli morì in

Milano nell'età di oltre ottant'anni, il 21 luglio del 1610, avendo

conservato grandissima fortezza d'animo, e regolato gli affari sino al

fine. Lasciò un esercito effettivo di ventiquattromila uomini, cioè

dodicimila fanti italiani, seimila lanzchinetti, seimila svizzeri e

trecento corazze borgognone. I suoi successori, per tutto il periodo

di tempo compreso in questo capitolo, trapassarono oscuri; ed alcuni,

che più sembravan promettere, non ebbero campo sufficiente di mostrare

quanto valessero. Primo tra essi è il contestabile di Castiglia,

venuto per la seconda volta, il di cui carattere dolce e umano traeva

maggior risalto dalla recente ricordanza del carattere opposto del

suo predecessore; ma, per malattia, gli si scemò la mente. Si hanno

di lui delle gride vincolanti per i grani, e proibì l'industria de'

cambiavalute, dove regnava l'arbitrio della zecca. (1612) Venne dopo

due anni, e governò per un triennio, don Giovanni di Mendozza, marchese

de la Hynojosa, personaggio cortese e senza fasto. Era dotato di

vivacità, di molto ingegno e memoria, facile ad ascoltar chiunque,

e indefesso nel suo ministero. Amava i milanesi, e nel tempo stesso

(associazione di doti non comune) era fedele e zelante per il servizio

del re. Teneva i suoi domestici modesti, lasciava il corso regolare

agli affari, promoveva agl'impieghi uomini degni di occuparli. Ebbe

fama d'uomo debole, e forse mancava, nel dimenticarsi della propria

dignità e nel manifestare quello che sapeva e pensava. (1614) La

guerra del Monferrato gl'impedì di lasciar vestigio notabile del

suo governo, tranne la milizia civica da lui istituita in Milano,

allorchè, per l'occasione di quella guerra, dovette sguernire di truppe

i presidii del milanese: istituzione mantenuta di poi, e decorata

di privilegi e di distinzioni. (1616) Dopo la pace d'Asti, divenuto

sospetto alla corte di parzialità per il duca di Savoia, fu richiamato,

e si mandò in sua vece don Pietro di Toledo Osorio, marchese di

Villafranca. La potenza di questo governatore era tale, che, senza

previa notizia nemmeno del re, levò l'ufficio di gran cancelliere a

don Diego Salazar, che n'era investito fino dal 1592, e lo conferì a

don Giovanni di Salamanca, presidente del magistrato straordinario.

Il senato rappresentò gli ordini reali contrarii; il re, informatone,

comandò che si restituisse al suo posto il Salazar; ma il Toledo

fu irremovibile[261]. Egli da sè condannava alla galera; «anzi, un

certo bravo marchese del Maino, inimico d'un cerio Parpaione, ch'era

divenuto genero del suo secretario Montio, sotto pretesto che fosse

disertore di milizia, da sè stesso lo fece impiccare senza corso di

giustizia nè partecipazione del senato[262]». Sotto di lui i soldati

mancavano di stipendio, e illimitatamente saccheggiavano il paese.

Frattanto il senato, quasi d'accordo col dispotismo del governatore

a far inselvatichire più presto la nazione, occupavasi del processo

d'una strega, e, «mosso a compassione per la frequenza de' sortilegi ed

altre arti infernali che infestavano la città e l'intiera provincia»,

sentenziava che fosse bruciata[263]. (1618) Governò il Toledo due

anni e mezzo, e fu supplito da don Gomez Suarez de Figueroa, duca

di Feria; il quale, benchè durasse per otto anni in questa carica,

distratto nell'esterne guerre, poco e interrottamente potè occuparsi

dell'amministrazione. (1620) La prima fu la guerra della Valtellina,

che, piccola e ravvivata a riprese, durò dal 1620 al 1625; con quella

si complicò quindi l'altra del genovesato, condotte entrambe senza

piano e senza vigore, sicchè inutilmente ingoiarono uomini e danari,

e recarono danni incalcolabili allo Stato di Milano col pretesto di

conservarlo. (1621) Erano quelle guerre nel loro principio, quando

giunse la nuova dell'immatura morte del re Filippo III, cui succedette

il suo primogenito col nome di Filippo IV, in età di soli sedici anni;

ma per questa rimota provincia, un tale avvenimento non recò altro

effetto, che di veder mutato il nome del sovrano nell'intitolazione

degli atti pubblici, e di sapere che vero re delle Spagne, com'era

stato il duca di Lerma sotto il padre, era divenuto sotto il figlio il

conte d'Olivares. (1626-1629) Dopo il duca di Feria, si succedettero

e trascorsero oscuramente don Gonzalo de Cordova, per tre anni, don

Ambrogio Spinola Doria marchese de los Balbases, per un anno, e (1630)

don Alvaro Bazan, marchese di Santa Croce, per tre mesi. Soltanto

si rammentano gli editti vincolanti del Cordova intorno ai granai;

egli permise quasi il saccheggio de' granai, tassando il prezzo: così

credette quel signore di rimediare alla carestia.

Storia di Milano, vol. 3 · 第 12 / 27 段