Quattro religiosi umiliati, Clemente Mirisio, prevosto di Caravaggio,

Lorenzo Campagna, prevosto di San Bartolomeo di Verona, Girolamo

Legnano, prevosto di San Cristoforo di Vercelli, e il diacono Gerolamo

Donato, sornomato Farina, che insieme abitavano nella loro casa di

Brera in Milano,[217] concepirono il disegno di vendicarsi contro

il riformatore del loro ordine, uccidendolo, e il Farina incaricossi

dell'esecuzione. Il fatto è così narrato in un vecchio codice[218].

«Ultimamente il Farina (e fu il 26 di ottobre), aiutato dal tempo

tenebroso ed oscuro, si condusse nel palazzo dell'illustrissimo

cardinal Borromeo, et salendo le scale, prive di lume, et per

l'oscurità non visto da alcuno camminò alla porta della cappella nella

quale, circa un hora di notte, slava con la famiglia il cardinale

in oratione, cantandosi in musica alcuni motteti;... et havendo

preso tra il legno et l'apertura della porta la mira nella schiena

dell'illustrissimo cardinale, che avea la faccia verso l'altare, gli

sparò l'archibugietto, carico di una balla et di molti pernigoni,

che, come a Dio piacque, non l'offese niente, et la balla gli ammaccò

uno poco la carne, et li pernigoni senz'offesa si sparsero per il

rocchetto et per le vesti, unde miracolosamente ne scampò: et ciò

fatto, l'illustrissimo cardinale con tutto il rumore restò intrepido,

nè volse che niuno se movesse, ma si dovesse finire la oratione: nel

cui tempo il Farina con l'altro archibugietto in mano, qual s'era

riservato per sua difensione, aiutato pure dall'oscurità et con una

maschera nel volto per non essere conosciuto, scese le scale, nel fondo

delle quali vi si ritrovò uno servitore che teneva uno cavallo, a cui

dando uno urtone, ne sfugì per la porta incontro al Domo». Nella notte

medesima e ne' giorni successivi il governatore fece eseguire le più

diligenti e severe ricerche per la scoperta e manifestazione del reo;

ma riescì il sicario Farina di rifugiarsi in Civasso nel Piemonte, dove

si arruolò nelle truppe del duca di Savoia. Essendosi poi pubblicato

un breve pontificio contro quelli che avessero notizie intorno al

commesso attentato e non le palesassero, il Legnano e il Mirisio,

prevosti di Vercelli di Caravaggio, «temendo di non essere per altra

via scoperti (prosegue il citato manoscritto), consultatisi insieme,

determinarono di dire ogni cosa all'illustrissimo cardinale, il quale

benignamente et con molta carità gli ascoltò nella sua camera, et gli

promisse che, non solo haveria tenuto secreto tutto quello che sopra di

ciò gli raccontassero, ma che s'essi ci havevano parte, come ne davano

inditio le loro parole, senza nominare li suoi nomi, haveria procurato

per loro l'assoluzione di Nostro Signore; ma essi, negando d'havervi

partecipazione niuna, accusavano solamente il Farina per malfattore. Et

venendo dopo un altro breve di sua santità, che scomunicava ciascuno

che per qualsivoglia via sapesse di questi particolari, delegando il

rev. vescovo di Lodi per giudice; il cardinal Borromeo, che sapea di

questi trattati dalli detti prevosti ciò che si è detto di sopra;

dubitando, se non rivelava il fatto, d'incorrere nelle censure di

scomunica posta da sua santità nel detto breve, si risolse di far

chiamare a sè li detti di Vercelli et Marisio, li quali di nuovo exortò

a dire la verità sinceramente, perchè li haveva aiutati presso Nostro

Signore: et essi negavano sempre. Ultimamente poi fece intendere che

si haveva da pubblicare presto il detto breve, per il quale loro erano

tenuti in coscienza di revelare al vescovo di Lodi tutto quello che

havevano detto a sua signoria illustrissima, ec.» Essi presentaronsi

al vescovo[219], e furono carcerati. Un altro breve pontificio mandato

al duca di Savoia procurò la consegna del Farina. Tutti rimasero

nelle prigioni dell'arcivescovato sette mesi, _et horridamente

tormentati_[220]. (1570) Finalmente li tre prevosti e il Farina,

degradati dal delegato pontificio e rimessi alla corte secolare,

furono, il 2 di agosto sulla piazza di San Stefano, il Legnano e

il Campagna, decapitati per esser nobili, il Merisio e il Farina,

appiccati, previo a quest'ultimo il taglio della mano avanti la porta,

dell'arcivescovato. Questo fatto a tal segno operò sulle menti, che da

quel punto venne il Borromeo considerato come visibilmente assistito

dalla Divinità, e se gli spianarono le vie, nonostante che alcuni, che

si davan pregio di fino intelletto, asserissero temerariamente, esser

ciò un artificio del prelato per procacciarsi opinione di santo[221].

Nell'anno seguente il pontefice Pio V, con bolla del 7 febbraio[222],

soppresse intieramente l'ordine degli Umiliati. Il principal frutto

di quella generale abolizione fu conseguito dal Borromeo; che, per

concessione pontificia, ebbe facoltà di disporre de' beni delle

prepositure esistenti nella Lombardia, dell'annuo reddito di oltre

venticinquemila zecchini[223], a favore di molti pii ed ecclesiastici

stabilimenti, e per le nuove magnifiche fondazioni già incominciate

o intraprese ne' seguenti anni, tra cui la fabbrica del Seminario,

principiato nel 1570, e presto ridotto a compimento col disegno

dell'architetto Giuseppe Meda, salva la porta principale tuttora

esistente e ornata secondo il cattivo gusto del tempo, che vi fu

aggiunta circa un secolo dopo dall'arcivescovo Alfonso Litta[224].

(1572) Essendo morto dopo la metà del 1571 il governatore duca

d'Albuquerque, gli successe, nell'aprile dell'anno seguente, don

Luigi di Requesens, commendator maggiore di Castiglia, uomo destro e

stimabile[225], ma zelatore non meno fervido, e perseverante della

giurisdizione regia, di quello che il cardinal Borromeo il fosse

della ecclesiastica[226]. Perciò le controversie giurisdizionali

sì riprodussero ancora più vive: e desse continuarono, benchè meno

clamorose, anche sotto il moderato governo del marchese di Ayamonte,

che succedette al commendatore de Requesens, e resse queste province

per otto anni. (1575) Il senato mandò espressamente a Roma, nel 1575,

il senatore Politone Mezzabarba, uomo di gran merito, per far valere

le sue ragioni[227]. All'opposto le parti del Borromeo erano vivamente

protette a Madrid da monsignore Ormaneto, già suo residente in Roma,

cui era riuscito di far nominare internunzio apostolico a quella

corte. Nel 1581 vi spedì inoltre l'altro suo familiare Carlo Bescapè,

prevosto generale de' Barnabiti, e che fu poi il migliore storico

della sua vita. Narrasi da questi di aver avuto replicati congressi

col domenicano Diego Clavesio, confessore del re, e da lui delegato

ad ascoltarlo; e possono leggersi presso di esso i modi moderati e

conciliatori coi quali fu licenziato[228].

A calmare maggiormente queste scandalose contese, rivolgendo la comune

attenzione ad un oggetto infinitamente più grave e funestissimo,

sopraggiunse la pestilenza. (1576- 1577) Questa fu promossa da una

delle non insolite sue cause, lo straordinario concorso di gente a Roma

per il Giubileo dell'anno avanti. Si manifestò dapprima nei monti di

Trento, e, propagatasi a Verona e Mantova, palesò i primi suoi segni

verso la fine di luglio in Milano, dove da piccola scintilla divampò in

un baleno a vastissimo incendio. Egualmente pronti, benchè non tutti

provvidi del pari, furono gli ordini dati dalla pubblica autorità. Le

unzioni venefiche che illusero la rozzezza de' Romani nel principio del

quinto secolo della loro esistenza, e che centoventiquattro anni dopo

l'epoca della quale trattiamo, furono argomento in Milano stessa della

più orrenda tragedia, eccitarono l'attenzione del marchese d'Ayamonte,

che, con editto del 12 settembre, proposti insigni premii ai delatori,

minacciò gravissime pene ai rei; e per la nissuna scoperta di essi si

lusingò d'averli frenati. Ma fuori di questo tributo pagato dal saggio

governatore all'ignoranza del secolo, tutti gli altri e non pochi

provvedimenti emanati sì da lui che dalla magistratura civica resero

testimonianza non men di zelo che di saviezza. Era allora vicario di

Provvisione Giambattista Capra, che meritò la riconoscenza de' posteri

pel bene che fece[229]. Si ordinò che ciascuno non uscisse dalla sua

casa. Frequenti erano le guardie per tenere in freno il popolo; le

forche, erette in più luoghi della città, indicavano ai disobbedienti

la qualità e la prontezza dei castigo. Furono fissate le persone cui

era permesso di girare liberamente, sì per servire i relegati nelle

case, che per ogni pubblico bisogno. Era cosa miseranda il vedere

una città poc'anzi soprabbondante di popolo, lieta di ogni dovizia,

florida, vivace, sfarzosa, frequentatissima, ridotta in un istante in

un'immensa solitudine. Due terzi de' suoi abitanti per poco che ne

avessero i mezzi, si rifugiarono alla campagna, e quelli che furono

costretti a rimanere, nella noia del loro forzato ricovero, fra la

vicendevole mestizia, nella continua angoscia, cagionata dalla tema di

essere istantaneamente sopraggiunti dal mortifero morbo, non avevano

altre distrazioni che il periodico pulsare alle porte di chi recava

loro un misurato alimento, o il lento trascorrer dei carri per le

vie carichi di morti o di semivivi, lo stridore delle di cui ruote

era stato reso maggiore coll'arte, affinchè all'appressarsi di quelli

ciascuno più prontamente s'allontanasse. Non bastando il vastissimo

lazzaretto a contenere i malati, fuori d'ogni porta della città si

dispose un recinto dove gli altri si trasferivano. Un difficilissimo

oggetto fu pure la cura delle vittovaglie. Per più di sei mesi circa

cinquantamila persone furono a spese pubbliche alimentate; e non

bastando le rendite civiche, le elemosine dei facoltosi, l'entrate

de' luoghi pii, la città vi destinò altresì i capitali che ritrasse

dalla vendita de' suoi dazi. Il dispendio prodotto da questo sommo

disastro fu calcolato di quasi un milione di zecchini[230]. Il morbo

non si estinse del tutto che dopo diciotto mesi. I morti nella

sola città ascesero a circa diecisettemila; e il Bescapè, che ho

particolarmente seguito in questo doloroso racconto, aggiunge che in

quello spazio di tempo v'ebbero quattromila e trecento nati[231]. A

questa sciagura debbono i Milanesi l'esistenza di una bella chiesa,

quella di San Sebastiano, eretta per voto del corpo civico sul disegno

dell'architetto Pellegrino de' Pellegrini, e dotata di ricchissimi

arredi[232]. Verso il principio del 1577, però senta colpa della peste,

morì Girolamo Cardano, di settantacinque anni, illustre per il suo

sapere, per il suo ingegno e per la sua esimia credulità nelle scienze

occulte.

Durante quel gran disastro rifulse splendidissima la somma carità del

zelante pastore verso l'afflitto suo gregge, cui dedicò ogni sua cura,

soccorse colle sue largizioni e cercò persino di giovare colla erezione

delle croci ne' quadrivi (con poca opportunità rese poi stabili),

perchè i rinchiusi nelle case potessero in qualche modo assistere

alle sacre funzioni che si celebravano innanzi ad esse: mezzo assai

adatto di distrazione e di rincoramento agli animi sbigottiti; e se la

piena del suo zelo non fosse trascorsa a dar causa di più propagarsi

il contagio colle processioni, la sua lode sarebbe molto maggiore e

intemerata. Nè perciò interruppe l'esecuzione de' molti suoi benefici

e magnifici progetti, ed ogni anno era segnato dall'esecuzione di

più d'uno di quelli, con una gloria ben più solida e vera che non

nel farsi campione delle ambiziose pretese del sacerdozio. Oltre

il collegio Borromeo e il Seminario, de' quali s'è già parlato, si

succedettero le fabbriche di San Martino degli Orfani, delle convertite

di Santa Valeria, ampliata di poi della chiesa jemale del Duomo,

però a spese della Fabbrica; de' monasteri di Santa Marcellina, di

Sant'Agostino Bianco e di Santa Sofia, allora Orsoline; del collegio

delle Vedove, del conservatorio delle fanciulle alla Stella, del

palazzo arcivescovile, e del collegio Elvetico, fabbrica delle più

insigni, disegnata per l'interno da Fabio Mangoni, pel di fuori da

Francesco Richini; dotandolo coi beni delle prepositure degli Umiliati

de' santi Jacopo e Filippo di Ripalta in Monza, di Santa Croce in

Novara, di Sant'Antonio in Pavia, e dell'abbazia di Mirasole, per

rinunzia ottenuta da suo cugino il cardinale Altemps. Fondò pure le

cappuccine di Santa Prassede e di Santa Barbara, e con assai maggiore

utilità la Congregazione della dottrina cristiana. Costante nella sua

massima di preferire i nuovi istituti religiosi, introdusse in Milano i

Teatini; distinse, arricchì e favorì i Barnabiti, de' quali approvò le

costituzioni; instituì in San Sepolcro la congregazione de' sacerdoti

obblati, legati con ispecial voto di obbedienza all'arcivescovo e a'

suoi successori, a di cui beneficio nell'anno della sua morte pose la

prima pietra della vasta ed elegante chiesa di Rhò, tuttora esistente,

architettura del Pellegrini. Ma più di tutti ebbero il suo favore i

Gesuiti. Erano appena trascorsi tre anni dacchè avea fatto erigere

per essi il collegio e l'elegante chiesa di San Fedele, e la città li

vide da lui trasferiti nella più bella prepositura degli Umiliati, in

Brera, dotati di molti beni, e tra gli altri di quelli dell'abbazia

gentilizia di Arona, per rinunzia del commendatario cardinal Chiesa,

non che dell'altra abbazia de' Santi Gratiniano e Felino di Arona

stessa, che destinò in casa di Noviziato[233]. Ingrati! che gli

resero in séguito amaro il beneficio; sì che gli scriveva monsignor

Speciano da Roma nel 1579, ch'essi erano in quella città i suoi più

sfrenati detrattori[234]. (1585) Consunto da un ascetismo smoderato

in un gracile temperamento, il cardinale arcivescovo Carlo Borromeo

mancò di vita il 5 novembre dell'anno 1584, dopo una breve malattia,

avendo oltrepassato di pochi giorni gli anni quarantasei. Pastore pio,

generoso e sommamente rispettabile; il volgo ammirò la severità della

sua vita e la pompa estrema della sua pietà; ma l'uomo di Stato loderà

in esso il filantropo e il benefattore de' suoi concittadini. Ventisei

anni dopo la sua morte fu egli da Paolo V canonizzato.

Avendo cessato di vivere il governatore d'Ayamonte nell'aprile del

1580, tenne il suo luogo, per quasi tre anni, il castellano don Sancio

di Guevara, del quale l'arcivescovo Borromeo era assai contento, come

appare da una di lui lettera a monsignor Speciano; ad un suo cenno

furono banditi ciarlatani, commedianti, e tolto ogni divertimento, il

che non avea potuto ottenere dagli altri governatori. È gaio l'aneddoto

riferito dal marchese Lorenzo Isimbardi nella sua cronaca[235], in

proposito de' figli del marchese d'Ayamonte. Trovavasi egli alla sua

villa del Cairo in Lomellina, quando «occorse avere ad alloggiare in

casa una notte li figlioli del marchese d'Ayamonte, governatore dello

Stato di Milano; il qual, essendo morto pochi giorni prima, questi

figlioli se ne ritornavano in Spagna, de' quali il maggiore era di

circa dieci otto anni. Ed essendo a tavola, cenando, successe caso

assai ridicoloso, ma tanto più misterioso, quanto che procedette da

semplicità contadinesca; perchè, trovandosi a caso in quell'ora sotto

al portico un contadino, qual, veduto venire dalla credenza quattro

paggi senza cappello o berretta in testa, con torce accese in mano, che

accompagnavano nel mezzo di loro un altro, pur scoperto, qual teneva

in mano una tazza d'argento, coperta, sopradorata, e questi passando

per detto portico per entrar in sala a dar da bere al padrone, con la

cerimonia che suol usar alcuni grandi di Spagna, il buon contadino, non

sapendo altro, sùbito all'improvviso si buttò a terra in ginocchione,

col cappello in mano, battendosi il petto; il quale, interrogato

perchè facesse tal atto, ed ammonito di levarsi su, rispose: Non volete

ch'io adori ed onori il mio Signore? Persino le bevande che dovevano

entrare nello stomaco di un grande di Spagna erano onorate, venerate,

adorate quasi! Dopo il Guevara venne al governo del Milanese il duca di

Terranova, che, per esser dottore, prediligendo il senato, ordinò non

doversi esso più intitolare serenissimo re, ma potentissimo re, stabilì

il titolo di magnifici ai senatori, e altre cose simili; gli successe

Juan Fernando de Velasco, contestabile di Castiglia, che governò per

otto anni, sebbene interrottamente. Egli diede il nome ad una delle

contrade della città, aperta al suo tempo, ed emanò varii ordini per

contenere gli ecclesiastici, e, tra gli altri, nelle congregazioni si

posero gli assistenti regii[236].

Nominato, verso la fine del 1584, monsignor Gaspare Visconti al vacante

arcivescovato di Milano, alla metà del seguente anno ne prese il

possesso. (1590) Cinque anni dopo, la nostra città vide promosso alla

Santa Sede il cardinal Nicolò Sfondrati, col nome di Gregorio XIV.

Questo fu il quinto papa milanese, essendo stati i quattro precedenti

Anselmo da Baggio, che, nel 1061, prese il nome di Alessandro II,

Uberto Crivelli, innalzato nel 1185 col nome di Urbano III, Goffredo

Castiglioni, fatto papa l'anno 1241, col nome di Celestino IV, e Pio

IV, ch'era in prima Gian-Angelo Medici, creato l'anno 1559, del quale

si è parlato nel capitolo precedente. Sotto l'arcivescovo Visconti, la

chiesa di San Lorenzo, caduta nel 1573, fu rifabbricata sul disegno di

Martino Bassi[237]; furono pure erette le chiese del Paradiso e della

Maddalena[238], e il convento dei Cappuccini in Porta Orientale[239];

i Somaschi a Santa Maria Secreta, e stabiliti i religiosi

ospitalieri, detti _Fate bene Fratelli_[240]. (1595) Il Visconti resse

l'arcivescovato di Milano fino al 1595, e gli fu dato in successore

il cardinale Federico Borromeo, in età d'anni trentuno, che governò la

chiesa Milanese per il lungo corso di anni trentasei. Nel 1587 morì lo

scultore Annibale Fontana, e fu sepolto nell'insigne tempio di Santa

Maria presso San Celso, ove osservansi varii bei lavori della sua mano;

e il 17 aprile del seguente anno cessò pure di vivere, nel convento di

Sant'Eustorgio, frà Gaspare Bugati dell'ordine de' Predicatori[241],

che nelle sue storie mostrò generalmente un criterio ed un'imparzialità

superiore alla sua condizione.

(1598) In tutta quest'epoca, sterile di notizie civili, null'altro ci

si offre da riferire se non che l'ingresso in Milano di Margherita

d'Austria, sposa dell'infante don Filippo, che fu poscia Filippo

III; e la morte quasi contemporaneamente accaduta in Madrid del

re Filippo II, dopo lunga malattia, essendo d'anni settantadue.

L'arciduchessa era stata sposata in Ferrara dal pontefice Clemente

VIII, che, in quell'anno medesimo, aveva tolto quella città alla casa

d'Este, fece l'entrata in Milano il 30 novembre, e vi si trattenne

per circa due mesi. Per questa occasione il corpo civico fece erigere

dall'architetto Martino Bassi, a foggia di magnifico arco, la Porta

Romana, quale ancora si vede, ornata con emblemi ed iscrizioni in cui

la moda per simili solennità andò d'accordo coll'ampolloso gusto del

secolo. L'arciduchessa e regina entrò alle ore ventidue, accompagnata

dall'arciduchessa Maria di Baviera, sua madre, dall'arciduca

Alberto, dal cardinale Aldobrandino, nipote del papa e legato, dal

governatore di Milano, contestabile di Castiglia, e da un gran numero

di principesse e principi: i tribunali andarono in séguito. V'erano

centocinquanta giovani principali milanesi, vestiti superbamente

di bianco con ricami d'oro, di perle e di gemme. Ciascuno portava

un'accetta dorata, coll'asta coperta di velluto bianco e ornata

a frange d'oro[242]. Poi venti cavalieri milanesi, in uniforme di

scarlato riccamente trinato d'oro. La regina sedeva sopra di una chinea

bianca, era vestita a lutto per la morte di Filippo II, e marciava

sotto un baldacchino di seta d'argento ricamato d'oro a gran frange.

I dottori di collegio portavano il baldacchino, ed erano vestiti

con vesti lunghe di damasco, foderato di velluto, e col cappuccio

d'oro, foderato di vaio[243]. Per onorare la sposa, venne pure il

duca di Savoia, Carlo Emanuele, col principe Amedeo, suo figlio, il

marchese d'Este, e molti principi e vassalli, al numero di trecento.

L'arciduca Alberto andò alla porta della città ad incontrarla, col

governatore, col principe d'Orange, e con tutta la nobiltà, forestiera

e milanese[244]. Le feste furono varie e magnifiche; e, per renderle

più splendide, il contestabile fece fabbricare un teatro in corte, che

durò fino al 1708, nel quale anno rimase distrutto da un incendio.

In que' tempi le arti cavalleresche, e singolarmente il ballo, avevano

la loro sede in Milano. A convincersene, basta leggere il libro già

rammentato di Cesare de' Negri, che contiene i precetti del ballo,

varii balletti, relazioni di mascherate e feste de' suoi tempi, e i

nomi delle più distinte dame e cavalieri che ballavano sotto della

di lui scuola. Qui si vede che i Francesi, i Romani, gli Spagnuoli

imparavano allora il ballo dalla scuola milanese. Pietro Martire,

milanese, era il ballerino stipendiato dal duca Ottavio Farnese in

Roma sotto il pontificato di Paolo III. Francesco Legnano, milanese,

fu stipendiato da Carlo V e da Filippo II, e venne largamente

premiato. Lodovico Pavello fu caro al re di Francia Enrico II e al

re di Polonia. Pompeo Diobono, pure milanese, era d'una nobilissima

e graziosissima figura dalla testa ai piedi, di somma agilità e

leggerezza nei movimenti. Il re Enrico II di Francia lo fece maestro

del suo secondogenito, il duca d'Orleans, che, fatto poi re col

nome di Carlo IX, lo amò sempre. Enrico III pure gli confermò le

pensioni. Virgilio Bracesco, milanese, insegnò il ballo al re Enrico

II di Francia e al primogenito, il delfino. Francesco Giovan Ambrogio

Valchiara fu preso al soldo del duca di Savoia Emanuele Filiberto, e

fatto maestro del principe Carlo Emanuele, suo figlio. Gian Francesco

Giera, milanese, fu maestro di Enrico III, prima re di Polonia, poi di

Francia, e sempre da lui stipendiato. Beccaria, milanese, fu maestro

della corte di Rodolfo II, imperatore; Claudio Cozzo, milanese, maestro

stipendiato alla corte di Lorena. Anche in ciò la cultura e l'eleganza

cominciarono nell'Italia, d'onde le altre nazioni le presero. Allora

il ballo comprendeva molti altri esercizi ginnastici, come volteggiare

il cavalletto, la scherma e simili. Il Negri descrive[245] come il

giorno 8 dicembre, mentre la regina donna Margherita d'Austria era nel

palazzo ducale di Milano, vi si portò con otto valorosi giovani, suoi

scolari, ed ivi, alla presenza della regina e dell'arciduca Alberto,

«fecero mille belle bizzarrie, e fra l'altre un combattimento colle

spade lunghe et pugnali, et un altro con le baste, aggiungendovi poi

certe altre inventioni nuove di balli». I balli avevano i loro nomi.

Alcuni, presi dall'imitazione delle nazioni, come la _Spagnoletta_,

l'_Alemanna_, la _Nizzarda_, ec. Altri, da argomento d'amore: il

_Torneo amoroso_, la _Cortesia amorosa, Amor felice_, la _Fedeltà

d'amore_, ec. Altri, a capriccio, come la _Barriera_, il _Brando

gentile_, la _Pavaniglia_, il _Bianco fiore, Bassà delle ninfe, So ben

io chi ha buon tempo_, ec: argomenti e nomi tutti di balli descritti

dal Negri. Gli abiti dei ballerini d'allora erano assai gentili.

Il Negri stampa la lista delle dame e dei cavalieri, ballerini e

ballerine ne' suoi tempi in Milano. Sotto il governo del contestabile

di Castiglia, cioè dopo il 1592 sino al termine di quel secolo, i

cavalieri che ballavano sono centoquindici nominati dall'autore[246],

e le dame sono sessantasei, oltre trentasei zitelle; in tutto centodue

donne. Osservo che i nomi delle dame allora erano meno divoti che non

sono oggidì, ma più eroici:_ Cornelia, Livia, Lelia, Giulia, Aurelia,

Camilla, Virginia, Lavinia, Ottavia, Flaminia, Emilia, Claudia,

Drusilla, Lucilla, Deidamia, Elena, Ippolita, Diana, Artemisia,

Dejanira, Zenobia, Andronica, Olimpia, Beatrice, Costanza, Ersilia,

Bianca, Laura, Vittoria, Violante, Silvia, Delia._ In Roma fino dal

1553 era uscito un _Trattato di Scienza d'armi_ di Camillo Agrippa,

milanese[247]. Quest'opera, corredata di molte figure assai ben

disegnate, comprende i precetti della scherma, presso a poco quali si

osservano anche presentemente; tratta delle diverse maniere di battersi

con spada e pugnale, spada e mantello, con due spade, colla spada e

lo scudo, colle alabarde, ec. Si vede che l'arte allora era anche più

coltivata e variata di quello che non lo sia presentemente.

Storia di Milano, vol. 3 · 第 11 / 27 段