(1546) La tanto sospirata pace non fu di alcun sollievo allo Stato di

Milano, mentre non cessavano le eccessive contribuzioni imposte dal

marchese del Vasto, per le quali innoltrarono i Milanesi fino al trono

le loro doglianze. Il marchese corse per giustificarsi in Ispagna, ma

ebbe ordine di tosto restituirsi in Italia per subire il sindacato

della sua condotta. Logorato però da un'interna febbre, appena fu

giunto a Vigevano, vi morì verso gli ultimi giorni di marzo, dopo un

governo di nove anni. Gli succedette don Ferrante Gonzaga, vicerè

di Sicilia e zio del duca di Mantova. Fu questi un signore colto e

buono, attentissimo al suo ufficio, di facili maniere[187]. Egli fece

costruire le nuove mura che tuttora circondano là città, e che furono

terminate nel 1555[188].

Atteso la morte del duca d'Orleans trovandosi ancora libera la

successione nel dominio dello Stato di Milano, l'imperatore Carlo V ne

dispose nuovamente in favore di suo figlio, il principe don Filippo.

L'investitura è in data di Ratisbona il 5 luglio 1546, e con successivo

atto 12 dicembre 1549, detto la Bolla d'oro, venne poi fissato

l'ordine della successione[189]. (1547) Circa questo tempo fu liberato

l'augusto Carlo del suo maggior nemico, il re di Francia Francesco

I, reso a stento placabile dal peso dell'età, fatto maggiore per le

malattie; il quale morì il 31 marzo del 1547. Ma non perciò mancarono

occasioni e attori per nuove guerre, ed una impensata ne sorse a

motivo dell'occupazione di Piacenza fatta dalle truppe cesaree il 12

settembre, appena due giorni dopo la tragica morte del duca Pier Luigi

Farnese. Imperciocchè il papa Paolo III strinse lega con Enrico II,

succeduto al trono di Francia, che fu poi cagione per l'Italia di nuove

combustioni.

(1548) I Milanesi, pressochè oppressi dalle imposizioni straordinarie

occorrenti per il comandato ristauro delle fortezze ed altri apparecchi

di difesa, ebbero occasione di rallegramento a un tempo e di maggiori

dispendi per la notizia avuta che il loro principe don Filippo era

partito dalla Spagna onde recarsi a visitare i suoi Stati d'Italia.

Il governatore Gonzaga si accinse tosto alle disposizioni per il

solenne suo ricevimento. Formò parte di queste l'abbellimento della

città. Allora si vide ampliata la piazza maggiore colla demolizione

dell'antica e cadente chiesa di Santa Tecla; si videro riattate le

strade, atterrate le logge, i veroni, i palchi e tetti che ingombravano

Milano, e impedivano la vista delle contrade. In tale occasione,

dice il Bugati[190], «fu in grandissimo pericolo di esser gettata

a terra quella bellissima anticaglia della colonnata del tempio di

San Lorenzo[191]: il che era un troppo errore, anzi fallo mortale;

conciossiachè se i grandi uomini di elevato spirito, spendono le

migliaia di scudi per una statua antica, e per un capo solo ritratto

di un qualche divo o diva, le centinaia, questa sì ampia di marmo,

non solamente non meritava ruina, ma di esser conservata in piedi fino

ad una scaglia, ancorchè sin qui non vegga animo eroico che cadendo,

la repari, nè del proprio, nè del comune, come nè anco molt'altre

anticaglie degne di memorie e di ristoro nella città, delle quali non

s'ha considerazione per una ignobiltà troppo vergognosa. Tuttavia,

avvertito di questo fatto il Gonzaga, lasciolla, anzi adornolla questa

colonnata in foggia d'arco e d'uno portico molto superbo, pel quale

passò il re Filippo poi». Dopo ventidue giorni di navigazione, don

Filippo d'Austria, duca di Milano, sbarcò in Genova il 22 novembre,

e in principio del successivo mese fece la sua solenne entrata nella

nostra città. Maravigliose e veramente reali furono per l'invenzione,

la varietà e la magnificenza le feste date al real principe. Egli partì

da Milano il giorno 8 gennaio 1849, e, passando per Cremona, Mantova e

Trento, s'incamminò verso Brusselles, dove trovavasi l'imperatore suo

padre.

(1550) Il cardinal del Monte era succeduto, col nome di Giulio III, nel

papato a Paolo III, che morì in ottandue anni. (1551) La lega stretta

dal suo successore col re di Francia fu confermata dal duca Ottavio

Farnese; e non sussistendo più i medesimi interessi, il nuovo papa si

collegò invece coll'imperatore contro il Farnese e la Francia, per cui

il governatore don Ferrante Gonzaga non fu tardo ad occupare Brescello

e Colorno, ed investire Parma colle truppe cesaree. Così fu rinnovata

la guerra, alla quale pure diedero principio i Francesi, coll'avere

spedito in Piemonte un grosso corpo d'armata, comandato dal signor di

Brissac, e il riacceso incendio si estese in Toscana, in Germania e in

Ungheria. (1552) La scarsezza delle truppe nel Milanese pose eziandio

in prossimo pericolo gl'Imperiali, sull'entrare dell'agosto nel 1552,

di essere, per sorpresa dei Francesi, cacciati dal castello di Milano.

L'affare seguì in questo modo[192]. Lodovico Biraga, milanese, al

servizio di Francia, uomo assai intraprendente e voglioso di celebrità,

e che per varie segnalate imprese erasi distinto nel Piemonte, seppe

che il castello di Milano era mal custodito dalle guardie. Accertatosi

col mezzo di fidi esploratori della verità del fatto, si pose in animo

di sorprendere quel forte; quindi tratto al suo partito un certo

Giorgio Senese, soldato arditissimo, che dimorava in Milano e che

colle sue accorte maniere erasi procacciata la confidenza di molte

famiglie nobili, e segnatamente di Giovanni de Luna, castellano del

forte, nel quale giorno e notte entrava ed usciva solo senza alcun

ostacolo, commise il Biraga a questi l'esecuzione dell'impresa. Era

il disegno di scalare con sufficiente numero d'armati uno sperone di

esso castello, di uccidere la sentinella e il castellano, e superato

il corpo di guardia, calar il ponte onde introdurvi altri appostati

soccorsi. Premesse in fatti alcune squadre scelte e coraggiose, venne

il Biraga con altri prodi armati clandestinamente dal Piemonte per

la via degli Svizzeri, ed appiattatosi in città, aspettava l'avviso

dell'esito dell'impresa. Entrò frattanto il Senese colle sue genti

nel buio della notte nella fossa del castello, ed appoggiate le scale

alle mura, trovaronsi corte al montarle; laonde insorto non so qual

bisbiglio negli aggressori, questo fece sì che per la confusione e

il sospetto d'essere sorpresi, si diedero subitamente alla fuga. Le

scale ivi abbandonate porsero indizio della trama: Giorgio Senese

venne carcerato, e previo processo fattogli da Niccolò Secco, capitano

di giustizia, fu squartato vivo. Salvaronsi gli altri, uscendo

precipitosamente dai confini dello Stato; e Lodovico _Biraga_, termina

il Bugati, «fu gridato ribelle della patria per commission di cesare e

del senato».

È nella natura de' popoli l'attribuire al ministro presente la colpa

delle soverchie imposizioni, o comandate dal lontano padrone, o rese

necessarie dalle difficoltà de' tempi. (1554) Perciò i Milanesi si

associarono al castellano Giovanni de Luna, ch'era mosso da altri

fini di rivalità e di ambizione, e di concerto con esso innoltrarono

al sovrano forti rimostranze contro il governo del Gonzaga. Fu questi

chiamato in Ispagna a giustificarsi, e durante la di lui assenza

furono severamente sindacati in Milano tutti gli atti della sua

amministrazione. Venne dichiarato innocente, ebbe dall'imperatore

premii e distinzioni; ma non fu repristinato nel suo governo. Egli si

ritirò a menare vita privata in Mantova, e passò poscia a Brusselles,

dove morì il 15 novembre del 1557.

Il fiero turbine di guerra, da cui era percossa o minacciata nelle

varie sue parti la vasta monarchia spagnuola, influì ad accelerare

l'eseguimento della magnanima risoluzione che l'augusto Carlo andava da

qualche tempo volgendo nell'animo, di alleggerirsi del peso di tanti

regni. Quindi, nel corrente anno 1554, rinunciò a favore del figlio

Filippo II gli Stati d'Olanda e dei Paesi Bassi, il regno di Napoli e

il ducato di Milano, per cui nell'ottobre dello stesso anno fu spedito

a Milano don Luigi di Cardona per ricevere il giuramento di fedeltà al

nuovo sovrano. (1555) La guerra co' Francesi nel Piemonte proseguiva

alternata da reciproci vantaggi e perdite; ma nel 1555 la fortuna si

mostrò più volte contraria agl'imperiali; nè valse l'avere richiamato

dalla Toscana il famoso Gian Giacomo de' Medici, marchese di Marignano,

per porlo alla testa dell'esercito, poichè verso gli 8 novembre cessò

di vivere in Milano pochi giorni dopo il di lui arrivo[193]. Egli

conseguì poscia l'onore di un magnifico sepolcro, che gli fu fatto

erigere nel Duomo di Milano dal papa Pio IV, di lui fratello[194].

I vantaggi riportati dai Francesi non furono senza gravi sagrifizi;

quindi gli animi de' monarchi belligeranti si trovarono disposti ad

accogliere le proposizioni per un accomodamento, che loro vennero fatte

di commissione del papa dal cardinale Reginaldo Polo, arcivescovo di

Cantorberì, che poco prima avea riconciliato l'Inghilterra colla sede

Romana. (1556) Ne fu conseguenza la tregua quinquennale conchiusa a

Cambrai il 5 febbraio del 1555, secondo l'era fiorentina e veneta,

e del 1556 secondo l'era comune[195]. L'imperatore Carlo V colse

quest'istante per compire la rinuncia al figlio Filippo II del restante

de' vasti suoi dominii insieme colla corona di Spagna e della corona

imperiale al fratello Ferdinando I, re dei Romani, d'Ungheria e di

Boemia. Quest'atto solenne fu eseguito in Brusselles, donde Carlo V si

recò per mare a Vagliadolid nel regno di Castiglia. Bastarono quattro

mesi di dimora in quella città per portare al colmo il suo disinganno

delle cose mondane, mentre gli si ritardava la corrisponsione degli

appuntamenti ch'egli s'era riservati; e rara era la concorrenza dei

cortigiani, che nulla più avevano a sperar da lui. (1558) Perciò si

decise di farsi un merito della necessità, e ritirossi nel monastero

de' Girolamini di San Giusto nell'Estremadura, ove fu talmente

macerato dalla noia, che volle farsi celebrare, lui vivo e presente, le

funebri esequie, e dopo diciannove mesi di dimora in quella monastica

solitudine diede fine alla procellosa sua vita il 21 settembre 1558,

avendo di poco oltrepassati gli anni cinquantotto.

I governatori spediti nel Milanese dopo la partenza di don Ferrante

Gonzaga furon don Giovanni di Figueroa, il duca d'Alva, il cardinale

Cristoforo Madrucci, principe e vescovo di Trento, e Gonsalvo Ferrante

di Cordova, duca di Sessa; ma il loro governo non lasciò traccia

che meriti una speciale ricordanza. Sotto di essi, benchè senza

loro partecipazione, fu fondato nel 1889 dal conte Ambrogio Taegi il

collegio di San Simone per dodici poveri e nobili fanciulli[196]; nel

1554 furono istituite due cattedre di logica e di filosofia morale,

dette dal loro fondatore Paolo Canobbio le _Scuole Canobbiane_, per le

quali fu eretta un'ampia e magnifica aula, che esiste tuttora, coperta

dappoi di un'elegante cupola nel 1681[197]; e nell'anno seguente il

genovese Tommaso Marini, che s'era stabilito in Milano fin circa il

1525 per dirigere il negozio de' prestiti fatti sulle rendite dello

Stato, ed in quello arricchitosi, fece fabbricare il magnifico palazzo

che porta tuttavia il suo nome, essendone stato architetto Galeazzo

Alessi Pellegrino[198].

Verso la fine del 1550 finì i suoi giorni in Pavia il celebre

giureconsulto Andrea Alciati, non avendo compito l'età di

cinquantott'anni[199], e fu eretto alla di lui memoria un elegante

monumento di marmo, che ancora esiste nei portici di quell'università.

Il 4 aprile del 1555 morì in Milano Marc'Antonio Maioraggio, d'anni

quarantuno. Egli fu pubblico professore di belle lettere, rinomato per

l'eleganza del suo scriver latino. Molte opere di lui ci rimangono in

versi e in prosa. Bayle gli ha dato luogo nel suo dizionario. Egli fu

battezzato col nome di Antonio Maria, e il cangiamento che ne fece per

genio di latinità gli fu cagione di una seria molestia, per cui dovette

difendersi avanti il Senato, e mostrare che non per ciò egli ricusava

il culto alla Vergine Maria[200].

CAPITOLO XXIX.

_Pace tra la Spagna e la Francia. Il cardinale Carlo Borromeo

arcivescovo di Milano. Contese di giurisdizione tra esso e i

governatori regii. Soppressione dell'ordine degli Umiliati. Morte di

Filippo II re di Spagna. Venuta in Milano di Margherita d'Austria sposa

del re Filippo III._

(1559) La tregua di Cambrai, procurata dal papa, fu presto rotta

dagl'intrighi dei di lui nipoti, i quali lo indussero a collegarsi

colla Francia; ma le vittorie degli Spagnuoli sgominarono

quest'effimera alleanza; sicchè, quattro anni dopo, nella stessa

città di Cambrai fu, il 3 di aprile del 1559, conchiusa la pace tra la

Francia e la Spagna, essendosi in quella convenuto che ciascuna delle

sovranità d'Italia ricuperasse la propria città e i luoghi perduti

durante la guerra. A questa cagione di rallegramento per la città di

Milano un'altra se ne aggiunse fra pochi mesi, mentre, essendo morto

Paolo IV, gli vide surrogato col nome di Pio IV il cardinal Gian-Angelo

de' Medici, suo concittadino. Questo papa nel breve suo regno di circa

sei anni, la beneficò in più modi. Primieramente colla nomina di tre

cardinali milanesi tosto dopo la sua elezione, tra i quali fu il di

lui nipote Carlo Borromeo; poi di altri cinque nel 1565. Concesse

inoltre al collegio de' giurisperiti, cui era stato ascritto, molti

privilegi e distinte rendite, oltre un fondo sufficiente per erigere la

maestosa fabbrica per la sua residenza, la quale, ridotta a compimento

nel 1564[201] sotto la direzione dell'architetto Vincenzo Seregno,

sussiste tuttora. Elesse l'altro suo nipote conte Federico Borromeo,

capitano generale di Santa Chiesa, ed accumulò talmente nel cardinal

Carlo i benefizi ecclesiastici, le dignità, i feudi, le pensioni, che,

allorquando questi si decise a rinunciarvi per dedicarsi del tutto alle

cure della sua chiesa milanese, che insieme col cardinalato gli era

stata conferita, trovavasi investito del grado di legato _a latere_

per tutta l'Italia, protettore di molti ordini regolari, e titolare di

dodici commende; onde possedeva di redditi ecclesiastici la insigne

somma di novantamila zecchini,[202] _quibus, cum haberet_, conchiude

il Bescapè[203], _insignis fuit, et cum dimisisset, insignior_. E

nell'alto stesso di rinunciarvi ha potuto ancora, col favore dello

zio, convertirli in benefizio stabile del suo paese, siccome avvenne

dall'abbazia di Calvenzano, che applicò alla fabbrica del collegio

Borromeo in Pavia, cui nel 1564 avea dato principio.

(1560) L'anno 1560 fu contrassegnato dalla morte del gran cancelliere

Francesco Taverna, conte di Landriano. Egli nasceva da una nobile

famiglia, e per la via della toga fu dottor collegiato, poi fiscale,

indi senatore, poscia presidente del magistrato straordinario, creato

per ultimo gran cancelliere del duca Francesco II, e confermato da

Carlo V. La probità, i talenti, l'attività, il cuore e la prudenza

di questo degno ministro si conobbero in varie legazioni ch'egli

felicemente eseguì presso la Repubblica Veneta, a Roma presso Clemente

VII, presso il re di Francia e presso dell'imperatore, conciliando

trattati di pace e alleanze. Egli ebbe del suo principe la nobilissima

commissione di firmare il trattato di nozze colla principessa di

Danimarca. Nissun soggetto meritevole di speciale menzione porsero

per più anni di séguito i governatori, marchese di Pescara, e

duchi di Sessa e di Albuquerque, l'ultimo dei quali morì nel 1571,

dopo un governo di sette anni; e fortunatamente sono estranee alla

nostra storia le orrende scene della regia famiglia di Madrid e le

carneficine dell'Olanda. (1563) Noi abbiamo solo a narrare che sono

riusciti inutili i tentativi del duca di Sessa per dare una più ampia

consistenza al tribunale dell'Inquisizione, che fino dal 1559 era stato

fondato nel convento delle Grazie dal cardinale alessandrino Michele

Ghislieri, poi Pio V[204].

(1565) Benchè il cardinale Borromeo fosse stato investito fin dal mese

di febbraio del 1560 dell'arcivescovato di Milano per rinunzia del

cardinale Ippolito II d'Este, nella di cui casa era rimasto in commenda

per più di sessant'anni, egli dovette rimanere in Roma presso lo zio

come suo segretario di Stato; e soltanto il 23 settembre del 1565,

essendo in età d'anni ventisei[205], potè recarsi alla sua diocesi per

assistere al concilio provinciale, la di cui convocazione avea, stando

in Roma, ordinata. Il suo ingresso fu sontuosissimo. Le vie della

basilica di Sant'Eustorgio fino alla chiesa metropolitana erano ornate

magnificamente e affollatissime di popolo. Oltre la lunga comitiva del

clero secolare e regolare che il precedeva, ebbe l'accompagnamento del

governatore, del senato e delle altre magistrature e di quasi tutta la

nobiltà, tra la quale furono scelti quelli che splendidamente vestiti

e a piedi facevano corteggio intorno della sua persona, e reggevano

il baldacchino che lo copriva[206]. Egli stesso ebbe cura di far

avvertito il vescovo di Como che il «governatore, cavalcando alla di

lui sinistra, si teneva costantemente ad un minor passo, per modo che

la parte posteriore del suo cavallo restava allo scoperto»; e i sensi

della maggiore soddisfazione ne scrisse del pari al cardinale Altemps,

«commendando in ispecie la religione e la pietà del governatore, e

che di averlo trovato devotissimo a sè ed al pontefice sommamente

si compiaceva[207].» I vescovi che si considerarono suffraganei di

Milano al primo sinodo tenuto dall'arcivescovo Borromeo furono delle

seguenti città: Acqui, Alba, Alessandria, Asti, Bergamo, Brescia,

Casale, Cremona, Lodi, Novara, Piacenza, Savona, Tortona, Ventimiglia,

Vercelli e Vigevano. Appena, finito il concilio provinciale, avea il

cardinal Borromeo dato principio alle riforme in quello stabilite, fu

sollecitamente richiamato a Roma dalla notizia della grave infermità

del papa, e giunse in tempo di assistere alla di lui morte, avvenuta

il 9 dicembre, e per prendere una parte attivissima all'elezione

del successore. Uno scrittore contemporaneo, e apparentemente bene

informato, ci è testimonio che il cardinale Borromeo avea somma

autorità, e si era proposto di far papa il cardinale Giovanni Morone,

milanese[208]; il quale per le vicende della fortuna, dopo di essere

stato perseguitato e fatto carcerare da Paolo IV, come eretico,

richiamato in favore sotto Pio IV, avea, come legato apostolico,

presieduto e posto termine al concilio di Trento. (1566) I due che più

potevano erano il cardinal Farnese e il Borromeo. Aderivano al primo

gli elettori fiorentini, inclinando a far nominare il cardinale di

Montepulciano; erano per il secondo, Altemps, suo cugino, e le creature

di Pio IV. Tra queste gare prevalse un terzo partito, che innalzò alla

sede pontificia il cardinale Ghislieri, col nome di Pio V.

Restituitosi il cardinale arcivescovo alla sua diocesi di Milano,

riassunse tosto il pieno esercizio delle sue funzioni con quello zelo

vivace ed insistente ch'era proprio del di lui carattere. E siccome

l'antica milizia ecclesiastica, i Francescani ed i Domenicani, non

avevano la di lui confidenza, così prese a suoi coadiutori i Gesuiti,

la di cui istituzione era stata approvata da Paolo III. Fin dal 1563

egli erasi fatto precedere in Milano da un drappello di essi, sotto

la direzione del padre Palmio. Ad essi conferì la soprintendenza

del seminario; tre anni dopo la loro introduzione li traslocò dalla

modesta casa di San Vito ed altre presso San Fedele, dove apersero

pubbliche scuole; e dopo altri tre anni fece dar principio, sul disegno

dell'architetto Pellegrino, alla bella chiesa che tuttora vi esiste, e

di cui egli stesso pose solennemente la prima pietra[209]. Intervenne

poco dopo opportuna a fornire i mezzi di presto ridurla a compimento la

catastrofe degli Umiliati, de' quali la serie delle accadute vicende mi

trae a far parola.

L'ordine degli Umiliati, che dalla Lombardia erasi esteso in

diverse parti d'Italia, fu in origine un consorzio di persone pie,

viventi in comune sotto l'osservanza di alcune regole religiose,

il di cui principale istituto era l'occuparsi delle manifatture di

lana. Applicarono in séguito al negozio delle loro merci; con che

arricchirono, e l'ordine degenerò. All'epoca della quale trattasi,

allorchè per lunga consuetudine i capitoli, i monasteri e i vescovadi

più ricchi erano dati in commenda ai cardinali e ad altri favoriti

della corte di Roma, anche le prepositure degli Umiliati erano passate

quasi in patrimonio di varie potenti famiglie, che, con assenso

del papa, le trasmettevano in appanaggio ai figli cadetti[210]. Il

cardinale, che per propria natura era inclinato alla magnificenza, vide

nella riforma di quest'ordine la possibilità di ritrarre i mezzi che

gli mancavano per eseguire le grandiose opere da lui divisate; e fin

da quando era in Roma presso Pio IV fu sollecito d'informarsi della

situazione di esso, e ne ritrasse che gli Umiliati non oltrepassavano

fra tutti il numero di cento individui, compresi i prevosti, e che

dai conti fatti sui loro redditi, di sessantamila scudi d'oro, una sì

scarsa famiglia veniva assai parcamente pasciuta, siccome ne scrisse

al prelato Ormaneto, suo confidente[211]. Il Borromeo era protettore

dell'ordine. (1567) Si fece fare delegato apostolico per riformarlo,

e predisposti i mezzi a render nulla ogni resistenza[212], radunò

il capitolo generale a Cremona, ove promulgò la riforma, per la

quale i prevosti perdevano ogni proprietà e venivano soggettati alla

vita monastica. Era naturale che, come di cosa insolita e per essi

sommamente nociva e umiliante, ne concepissero gravissimo sdegno non

meno i prevosti che le nobili famiglie cui appartenevano[213]; quindi

ne emersero grandi susurri e querele e maldicenze infinite; il papa

fu sollecitato a rimettere in parte la severità dei nuovi statuti;

i principi, instigati a non lasciar ledere la loro giurisdizione;

e quando per nessun'altra via ha potuto aver sfogo il soverchio

degli umori, questi proruppero poi e finirono in un attentato vile e

vituperevole, colla rovina dei suoi autori.

Con non minore severità diede opera alle altre parti delle meditate

riforme: e senza partecipazione o assenso de' magistrati facea citare

i laici per titoli appartenenti al suo foro; altri ne facea tradurre

alle proprie carceri; accrebbe di molto il numero del satellizio

arcivescovile, e pretese che a queste fosse lecito di portare, oltre

le altre armi, anche le astate e l'archibugio, che da regii ordini

erano generalmente proibite[214]. All'inflessibilità del governo, alla

severità dei tribunali oppose l'arcivescovo la scomunica. Da entrambe

le parti ne fu scritto al re ed al papa, e varie e gravi mormorazioni

corsero nel pubblico[215]. (1569) Nuovi e maggiori scandali insorsero

per aver voluto l'arcivescovo visitare solennemente il capitolo della

Scala, che, come di regio padronato e per privilegio pontificio,

tenevasi esente dalla giurisdizione arcivescovile[216]. Frattanto un

accidente estraneo, il tentato assassinio del cardinale Borromeo, rese

preponderante la sua causa sì nell'opinione del pubblico, che presso le

corti che doveano giudicarne.

Storia di Milano, vol. 3 · 第 10 / 27 段