Sforza, marchese di Caravaggio, figlio naturale del duca Lodovico e
fratello del duca defunto, consigliato da molti amici, cavalcò per le
poste alla volta di Roma, affine di impegnare il papa presso cesare ed
ottenerne il ducato di Milano. Il diritto di successione avea in esso
minori ostacoli di quello che allegò in suo favore il primo Sforza, di
essere cioè marito di una figlia naturale di Filippo Maria Visconti.
Ma il marchese di Caravaggio era in tutto sfornito dell'alto presidio
della gloria militare di Francesco Sforza. Ben è vero che gl'interessi
del pontefice, de' Veneziani e de' Toscani consigliavano di dar opera
che il ducato di Milano non cadesse nel dominio di cesare, già sovrano
del regno di Napoli e di tant'altra parte del mondo. La Francia avrebbe
forse appoggiata una tal successione, disperando di avere per sè il
milanese; «ma passando (Giampaolo) gli Appennini, fu assalito da un
velenoso flusso, che gli tolse la vita[169]. Il conte Massimiliano
Stampa, castellano, fu spedito con altri deputati all'imperatore,
affine di riconoscerlo a nome della città e dello Stato per loro
sovrano, sì per le ragioni dell'Impero, come per commissione del
defunto duca. Cesare benignamente li accolse; diede il marchesato di
Soncino al conte Stampa, lo confermò castellano, e dichiarò il principe
d'Ascoli Antonio de Leyva suo luogotenente e governatore generale del
milanese. Questo cesareo rescritto giunse in Milano il 27 novembre
1535.
In quel torno di tempo era approdato a Napoli l'imperatore dopo la
gloriosa impresa di Tunisi, in cui vinse Barbarossa, terrore del
Mediterraneo, e ripose sul trono Muley Assan, che Barbarossa avea
deposto per regnare in sua vece. Presso di Carlo V era ambasciatore
di Francia il signor di Velly, il quale, spenta che fu la linea
de' Sforzeschi, intraprese a negoziare coll'imperatore, acciocchè
investisse del ducato di Milano il figlio secondogenito del re
Francesco I, duca d'Orleans, discendente dalla Valentina dal lato della
regina Claudia, sua madre e figlia di Lodovico XII. Chiedendosi il
ducato per il duca d'Orleans non si destava inquietudine tra' principi
italiani, i quali si sarebbero sgomentati invece se, chiedendosi
pel delfino, si riunisse al regno di Francia. Il duca d'Orleans avea
sposata Caterina de' Medici, unica legittima di quella famiglia. Il
re proponeva che rinunzierebbe alle sue ragioni sopra la Toscana e
il ducato d'Urbino. Carlo V tenne accortamente a bada il progetto:
più volte sembrò giunto il momento per concludere, ma rinascevano
poi nuove difficoltà. Ora voleva far duca di Milano il terzogenito
del re, duca d'Angoulème, e il re non voleva far torto al secondo.
L'imperatore insisteva sul pericolo che, morendo il delfino, il
milanese s'incorporasse alla corona di Francia; cedeva finalmente e
s'accontentava del duca d'Orleans, a condizione che Francesco I facesse
ritornare nella Chiesa cattolica Enrico VII, re d'Inghilterra, poi
che rinunciasse ad ogni pretensione come successore della Valentina, e
puramente riconoscesse il ducato dalla investitura imperiale. Inoltre
Carlo V pose in campo il re di Portogallo Giovanni III, suo cognato,
a chiedere il ducato di Milano per l'infante don Luigi suo fratello.
Insomma quando pareva che mancasse un filo al compimento, destramente
nasceva un motivo impensato di nuova trattativa. Si voleva che
Francesco I rompesse il matrimonio progettato fra una principessa della
casa di Vandome ed il re di Scozia, dandogli in di lei vece la duchessa
vedova di Milano, nipote di Carlo V. Il minuto racconto di questi
raggiri si può leggere nelle Memorie di Langey[170], che ebbe parte, e
soprattutto Gaillard[171].
Francesco I frattanto, cui adombrava l'irresoluzione di Carlo
V, ed anche per vendicare l'affronto fattogli nella persona del
Maraviglia, sul cadere del 1535 trovò maniera di aprire la strada
alla spedizione delle sue armate in Lombardia. (1536) Nel mese
di marzo del 1536 l'ammiraglio Filippo Chabot de Brion entrò nel
Piemonte con ottocentodieci lance, mille uomini di cavalleria leggera,
e ventitremila fantaccini francesi. Il duca di Savoia, alleato
dell'imperatore, abbandonò Torino, si ritirò a Vercelli, spedì la
moglie e il figlio a Milano, e i Francesi s'impadronirono di tutto
il paese sino alla Sesia[172]. Intesa da Carlo V in Napoli la nuova
impensata di questa irruzione, lasciò le feste colà principiate
per lo sposalizio da lui finalmente accordato della principessa
Margherita sua figlia con Alessandro de' Medici, duca di Firenze, e
si trasferì a Roma, ove giunse il 6 di aprile. Ivi erano il signor
Velly, ambasciatore francese, che lo seguiva, e il vescovo di Maçon,
ambasciator francese presso del papa. Carlo V entrò nella sala del
concistoro, dove erano radunati i cardinali aspettando il papa. Il
papa fece pregare l'imperatore d'entrare da lui, ma Carlo V rispose
che voleva ivi aspettare il santo padre, il quale tosto comparve col
numeroso suo corteggio. L'imperatore disse che aveva cose premurose
da esporre in presenza del sacro collegio; il papa voleva che tutti
uscissero, trattine i cardinali. «No, disse cesare, ciascuno rimanga:
bramo che il mondo tutto sappia quello ch'io sono per dire». Poi prese
a tessere la storia della condotta di Francesco I, la prigionia di
lui, la moderazione propria, il trattato di Madrid, la mancanza totale
di fede, la sfida e il rifiuto del re. Mostrò la uniforme costanza di
rettitudine e fede dal canto proprio, dipinse la insidiosa e subdola
politica del re; ricordò il vano pretesto dell'invasione nel milanese
per il supposto carattere pubblico del Maraviglia, la invasione attuale
fatta nel Piemonte minacciando il milanese, ad onta del trattato di
Madrid e di quello di Cambrai, la disposizione propria per la pace, al
qual fine, dimenticando ogni ingiuria, era pronto a dar l'investitura
del milanese a un figlio del suo rivale, ma non al secondo, acciocchè
non fosse prossimo il caso di aversi a riunire alla corona di Francia
quello Stato; e la ostinazione del re di volerne investito il duca
d'Orleans secondogenito. L'imperatore propose in fine tre partiti; o
la pace ed il ducato di Milano pel duca d'Angoulème, terzogenito del
re, o un duello fra lui e il re, ovvero la guerra. Il duello colla
spada e pugnale, e la guerra sarà tale ch'ei non deporrà le armi,
finchè o non abbia ridotto il nimico o non sia ridotto ei medesimo allo
stato del più povero gentiluomo dell'Europa; e proruppe, parlando dei
generali francesi, in queste animose parole: «S'io ne avessi di simili,
verrei sin d'ora colle mani giunte e la corda al collo a implorare
la misericordia del mio nemico». Il papa, i cardinali, i ministri
esteri, i prelati, e sopra tutti questi due ambasciatori francesi
rimasero attoniti, ammutoliti e confusi. Osservando l'imperatore questo
silenzio, rivolto a Velly e al vescovo di Maçon, disse che avrebbe
fatto consegnare loro in iscritto il discorso. Il papa prese a parlare,
e lo fece da padre comune e imparziale, insinuando la pace; e così
terminò questo famoso concistoro[173]. Ma per quanto s'interponesse
Paolo III affine d'indurre Francesco I a secondare le buone
disposizioni di cesare, persistendo egli nella dimanda che fosse data
l'investitura dei ducato di Milano al suo secondogenito, le speranze di
accomodamento e di pace si dileguarono.
Antonio de Leyva, che stava al governo dello Stato di Milano, veggendo
i rapidi progressi dell'esercito francese, radunate quante milizie
gli fu possibile, accorse, ai 30 di marzo, ad impedire ai nemici ogni
avanzamento, e pose un buon presidio in Vercelli, al mantenimento del
quale fu imposta nel milanese una taglia sopra la macina e il sale,
limitata poi per convenzione in seimila ducati la mese[174]; cosicchè
i Francesi, per le difficoltà di ulteriori progressi, retrocedettero,
fermo restando il campo cesareo in que' contorni. Il deciso contegno
del Leyva lasciò il comodo alla riunione dei rinforzi imperiali,
che l'imperatore, irritato, volle comandare in persona. Egli giunse
celeremente in Lombardia, e senza entrare in Milano, portossi da Pavia
in Asti per vegliare dappresso i Francesi. In meno di tre mesi si trovò
forte di oltre cinquantamila combattenti sotto il comando di rinomati
generali, Antonio de Leyva, Alfonso d'Avalos marchese del Vasto, Don
Ferrante Gonzaga vicerè di Napoli e il duca d'Alba. Fra i principi che
seguivano l'armata cesarea contavansi i duchi di Savoia, di Baviera e
di Brunswich, ai quali un accidente fece aggiugnere Francesco marchese
di Saluzzo; ed eccone il come. Inteso ch'ebbe il re di Francia il
grosso armamento di Carlo, richiamò a sè l'ammiraglio de Brion, per
l'assenza del quale il comando delle truppe francesi nel Piemonte
rimase al marchese di Saluzzo. Il marchese si lasciò sedurre da alcune
profezie che si sparsero, le quali assicuravano che in quell'anno
il re di Francia o sarebbe preso o sarebbe ucciso. Il marchese,
persuasissimo della profezia, credette di non dover combattere per
un principe abbandonato dal cielo. L'amicizia del re, la gratitudine
per l'ordine di San Michele, di cui l'avea decorato, la confidenza
d'avergli affidato il comando del suo esercito, vennero resi inefficaci
dal fanatismo per la profezia; se pur questa non fu un pretesto. La
religione guida l'uomo alla virtù; l'abuso della religione lo condusse
a soffocar la natura, a calpestare i doveri più sacri, e perfino a
perdere il rossore nel commettere il delitto. Veggansi le memorie del
Langey[175], dalle quali anche scorgonsi i discorsi tenuti dall'autore
inutilmente per disingannare il marchese. L'imperatore si decise
di portar la guerra in Francia; nè valsero a rimuoverlo da questo
proponimento tutte le ragioni che gli furono opposte concordemente da'
suoi generali, tranne il Leyva, per dissuadernelo. Quindi, dopo di aver
lasciato all'assedio di Torino il marchese di Saluzzo e Gian Giacomo
de' Medici, diresse Carlo V le marce in guisa, che l'armata entrò
appunto ne' confini di Francia il 25 luglio, giorno di San Giacomo,
protettore degli Spagnuoli, giorno in cui l'anno antecedente era giunto
nell'Africa e aveva cominciata l'impresa di Tunisi, gloriosamente
finita poi. Ciò gli servì mirabilmente per animare i soldati; ma il
successo non corrispose all'ardire. I Francesi devastarono la Provenza;
onde Carlo V, tuttochè si avanzasse senza contrasto, ritrovossi in
paese sprovveduto di tutto. Senza dare una battaglia, in breve cotanto
esercito si ridusse alla metà. La fame, le malattie, gli attacchi
continui de' montanari avevano cagionata questa diminuzione, senza
nemmeno aver tentato l'attacco del campo francese, trincierato verso
Avignone. Tra le persone distinte morirono in Provenza di malattia
il conte Pietro Francesco Visconte, capitano de' cavalleggieri, in
età d'anni 28, il conte Pietro Francesco Borromeo, in età di anni
30, e per ultimo il fomentatore di cotesta malaugurata intrapresa,
Antonio de Leyva, che cessò di vivere in Aix di Provenza il giorno 25
settembre,[176] _intollerandis miserabilis morbi doloribus, omnibus
artubus contractis et perpetuo occupatis_, siccome leggesi nella di
lui iscrizione sepolcrale. Dovette Carlo V abbandonar l'idea di far
conquiste in Francia, ripassare le Alpi vicine al mare, e ritornarsene
con pochi soldati sani da un'impresa di nessuna gloria e di rovina
per un gran numero d'uomini. Ricondotta che ebbe la sua armata
nell'Italia, e nominato il marchese del Vasto in luogo del Leyva,
l'imperatore per mare ritornò nella Spagna. Riuscì però questa guerra
assai grave anche al re di Francia, cui costò spese immense e danni
incalcolabili, e, quel che è più, l'innaspettata morte del delfino
Francesco, suo primogenito. Egli era disordinatissimo negli amori e
negli stravizi. Era in cammino per recarsi all'armata nel più cocente
della state. Fermatosi a Tournon, dopo di aver giuocato fervorosamente
alla palla, stanco e smaniante di caldo e grondante di sudore, bevve
molta acqua fredda, e in quattro giorni di febbre morì. Un onorato
gentiluomo modonese, il conte Sebastiano Montecuccoli, suo coppiere,
venne accusato d'averlo avvelenato ad instigazione di Antonio de Leyva
e dell'imperatore; e a forza di spasimi e di torture fu costretto a
confessarsi reo, e venne squartato in Lione per sentenza del 7 ottobre.
Furono presenti a tale scempio il re Francesco I, i principi del sangue
e tutti i prelati, ambasciatori e signori[177]: prova della rozzezza
de' tempi.
(1537) Inasprito piucchè mai Francesco I contro i cesarei, non solo
ordinò che fosse vigorosamente continuata la guerra nel Piemonte, ma
determinossi di recarvisi in persona. Il gran contestabile Montmorencì
scacciò gli Imperiali dal posto vantaggioso di Susa, e aperse il
passo all'entrata del re. Perciò il marchese del Vasto si ritirò sotto
Asti, abbandonando il paese fra il Po e il Tánaro. Indi il marchese
del Vasto e il marchese di Saluzzo, iti all'assedio di Carmagnola,
finirono quell'impresa assai infelicemente, lasciandovi il secondo
la vita, colpito da un'archibugiata. Interpostosi allora Paolo III,
riuscì dapprima a conchiudere tra i due sovrani belligeranti, il 16
novembre, una tregua di tre mesi[178]; indi propose loro un congresso
col suo intervento, nella città di Nizza in Provenza, che fu accettato.
(1538) Fissato il tempo, approdò il pontefice per il primo a Nizza il
giorno 17 maggio. Quindi giunse da Barcellona Carlo V, e dalla Francia
il re Francesco I. Per quanto insistesse il pontefice, non potè mai
indurre i monarchi ad abboccarsi insieme; onde gli convenne di trattare
gli affari con amendue separatamente in più conferenze. La pace fu
impossibile, perchè il re di Francia non ha voluto desistere dal volere
il Milanese per il suo secondogenito duca d'Orleans. Fu però conchiusa
una tregua di dieci anni, con che restasse ognuno in possesso di
quanto aveva preso coll'armi. La tregua, segnata il 18 giugno, piacque
universalmente, fuorchè al duca di Savoia Carlo III, il quale rimaneva
per sì lungo tratto di tempo spogliato degli Stati suoi, occupati parte
dai Francesi e parte dagl'Imperiali, non gli restando altra sovranità
che la contea di Nizza. Da quella tregua derivarono pure gravi danni
al Milanese[179]; imperocchè la maggior parte della fanteria spagnuola
del Piemonte, per mancanza delle paghe, postasi in libertà, in sul
finire di luglio passò il Ticino con animo di venire a Milano, onde
vivere a discrezione; ma trovando la nostra città su l'armi, piegò
verso il borgo di Gallarate, dove, fermatasi tutto quel mese, vessò
con frequenti scorrerie le terre di quel circondario, costringendole a
grosse contribuzioni. Per far cessare quest'anarchia e sedare un altro
forte tumulto dei soldati malcontenti nel seno stesso della città, fu
mandato ambasciatore a cesare Battista Archinto, dottor di leggi[180],
il quale ne riportò ordine al marchese del Vasto, che, imposta ai
Milanesi una taglia di centomila scudi, fossero questi ripartiti alle
truppe, parte delle quali dovesse poi essere spedita per la via di
Trento ai presidii del re Ferdinando in Ungheria contro i Turchi, e
parte a Genova, per unirle alla squadra navale di Andrea Doria.
Sempre rimaneva sospesa l'investitura del Milanese non ricusata mai,
nè mai decisamente concessa al figlio secondogenito del re Francesco.
(1540) Quando, giunta a Madrid l'infausta notizia della sollevazione
di Gand, Carlo V, per trasferirsi più sollecitamente nelle Fiandre,
pensò di attraversare la Francia, e Francesco I nel compiacque.
Nella breve dimora che fece l'imperatore in Parigi diede al re nuova
lusinga, pacificato il Brabante, di conferire al duca d'Orleans il
ducato di Milano; ma appena ebbe repressa e punita la ribellione
de' Gantesi, ne investì il proprio figlio don Filippo, sebbene ancor
pupillo, con solenne atto segnato in Brusselles gli 11 di ottobre[181].
Questa dissimulazione accrebbe il torto dell'imperatore nell'animo
di Francesco I, il quale grandemente s'irritò di nuovo per il fatto
seguente. (1541) Durante la tregua, essendo tuttora al governo dello
Stato di Milano il marchese del Vasto, e comandando a' Francesi nel
Piemonte il Langei, il re di Francia spedì due ambasciatori, uno a
Venezia, e fu Cesare Fregoso, cavaliere dell'ordine di San Michele e
cognato del celebre Rangoni; l'altro a Costantinopoli a Solimano II,
e fu Antonio Rincon, gentiluomo ordinario di camera del re. Questi,
attraversando sul Po il Milanese vicino allo sbocco del Ticino nel Po,
furono assaliti da due barche cariche di armati e massacrati. Tutti i
barcaiuoli vennero posti nelle secrete carceri di Pavia. Langei, che
avea resi avvertiti gli ambasciatori delle insidie, e invano cercato
di far loro prendere più sicura strada, aveva avuto la precauzione di
farsi consegnare le loro carte per non avventurare il segreto dello
Stato, le quali carte avrebbe spedite loro poichè fossero giunti a
Venezia. Malgrado la politica del marchese del Vasto, Langei trovò
mezzo di formalmente e per processo fare constare la perfida azione
eseguita per ordine del marchese, il quale cercava di avere le carte.
Ciò attestarono alcuni domestici degli ambasciatori che poterono
salvarsi, e particolarmente i navicellai che, per opera del Langei,
fuggirono e vennero da lui. Questo fatto diede l'ultimo impulso al
re Francesco I per ricominciare le ostilità sospese dalla tregua di
dieci anni, la quale avrebbe dovuto durare fino al 1548. Verso questo
tempo, determinatosi l'imperatore di portar la guerra in Algeri,
divenuto, dopo la conquista di Tunisi, il ricovero de' corsari, calò
di nuovo in Italia, e, corteggiato dal marchese del Vasto, da Ercole
II duca di Ferrara, da Ottavio Farnese duca di Camerino, dal duca
Francesco di Mantova e dal cardinale Ercole, di lui zio, entrò in
Milano il 22 agosto 1541, frammezzo ad un grande sfoggio di apparati.
Fu attribuito a modestia di lui il costume della sua nazione, essendo
stato veduto entrare sotto baldacchino _a cavallo, vestito de panno
nero, con un cappelletto de feltro in testa_[182]. In questo tempo
trovandosi compite e approvate dal senato le _Nuove Costituzioni_
per il dominio milanese, opera incominciata sotto il duca Francesco
II, furono presentate all'imperatore, che le sancì con diploma del 27
agosto, e vennero poi pubblicate dal governatore del Vasto il 5 del
seguente ottobre. Partito due giorni dopo, ebbe un abboccamento a Lucca
col pontefice Paolo III, che fu sterile d'effetto; indi si affrettò,
guidato dalla sua mala fortuna, ai lidi africani; imperocchè, sconfitto
sotto Algeri dai Barbareschi, e battuto in mare dalla tempesta, approdò
assai malconcio il 3 dicembre a Cartagena.
Il re di Francia Francesco I, giovandosi dei recenti disastri sofferti
da cesare, pubblicata una dichiarazione di guerra il 10 luglio del
1542, strinse lega con Solimano, gran signore de' Turchi, e fece
ricominciare le ostilità nel Piemonte, dove il marchese del Vasto
era alla testa degl'imperiali, e il Langei de' Francesi, in potere
dei quali era Torino. Continui furono gli attacchi; e, come suole
nelle ordinarie fazioni di guerra, alterni i successi. Ma divenuto
paralitico il Langei, sottentrò al comando de' Francesi D'Annebaut,
che poco dopo fu supplito da Boutières, e questi dal conte d'Enghien.
(1543) Nell'estate del 1543 Carlo V visitò ancora l'Italia di passaggio
per la Germania, e il 22 giugno ebbe una nuova conferenza col papa
in Busseto sul Po. In quel breve congresso l'ambizioso pontefice
cercò di far concorrere i bisogni di cesare ai vantaggi della propria
casa, interessando perfino le lagrime della figlia di Carlo V, la
duchessa Margherita, perchè concedesse lo Stato di Milano a Pier
Luigi Farnese o ad Ottavio suo nipote, offrendosi ad un gravosissimo
censo e all'immediato sborso di un'enorme somma; ma ogni progetto fu
vano. (1544) La guerra nel Piemonte nulla presentò d'interessante fino
all'anno 1544, avendo Francesco Borbone conte d'Enghien, il 14 aprile,
battuto a Cerisola gl'Imperiali, comandati dal marchese del Vasto. Il
marchese, rimasto ferito nella battaglia, dovette ricoverarsi fino
a Milano. Alcuni fanno ascendere i morti Imperiali a dodicimila. Il
primo vantaggio di tal vittoria fu che i Francesi si resero padroni
di Carignano e di quasi tutto il Monferrato. Però il re Francesco
I, sull'avviso che Carlo V, unito ad Enrico VIII re d'Inghilterra,
faceva grandi preparativi sul Reno per un'incursione nella Francia,
stimò opportuno di richiamare una gran parte delle truppe ch'erano
nel Piemonte, e così si rese inutile pei Francesi la carnificina di
Cerisola.
Da queste alternative vicende dei due monarchi belligeranti eccitato,
Paolo III rivolse piucchè mai le sue premure a tentar nuovi progetti di
una stabile pace, unico rimedio alle universali sciagure. A tal fine lo
zelante pontefice inviò due legati, cioè il cardinale Giovanni Morone
all'imperatore, e il cardinale Marino Grimani al re cristianissimo.
L'opera loro, secondata da personaggi distintissimi, sì ecclesiastici
che secolari, ottenne questa volta il bramato intento; di modo che
nel giorno 18 settembre del 1544, a Crespy, città dell'isola di
Francia, furono sottoscritti gli articoli della pace, pubblicati
poscia nel seguente ottobre per tutte le città della Lombardia con
sincere dimostrazioni di giubilo. Le convenzioni di questo trattato
relative alla nostra storia, erano che l'imperatore Carlo V avrebbe
dato in moglie a Carlo, duca d'Orleans, o la propria figliuola donna
Maria, principessa di Spagna, colla dote della Fiandra e de' Paesi
Bassi, ovvero Anna, figliuola di Ferdinando suo fratello, re dei
Romani, coll'assegnamento dotale dello Stato di Milano. La decisione
tra i due partiti doveva esser fatta da cesare entro un anno; e dove
fosse prescelto l'ultimo, riserbava Carlo V a sè i castelli di Milano
e di Cremona, finchè alla figlia del re Ferdinando fosse nata prole
maschile. (1545) Questa decisione fu più sollecita che non si credeva,
mentre verso il principio del 1545 l'imperatore dichiarò che avrebbe
data in moglie a Carlo duca d'Orleans la propria figlia donna Maria,
colla dote cotanto desiderata dello Stato di Milano. Per questa nuova
fu generale la gioia nel Milanese, ma fu passaggiera, essendo stata
poco dopo seguita dall'infaustissimo annunzio della morte del duca
d'Orleans, in età di ventitre anni, accaduta per febbre maligna gli 8
settembre, pochi giorni prima del tempo fissato alle sue nozze[183].
Temevasi per questo caso si promovessero dai Francesi novelle pretese
ed eccezioni alla pace di Crespy. Ma Francesco I, afflitto oltremodo
per tanta perdita, pressato dall'armi inglesi e in cattiva salute,
cominciò a pensare alla sua quiete; tantochè, composte le cose con
l'Inghilterra, pose ogni cura di mantenere la pace con Carlo V e vivere
seco lui in buona concordia.
Fin dal 1543 avea il sovrano approvate due instituzioni non meno
utili al regio erario, che al buon ordine dell'amministrazione; e in
conseguenza profittevoli ai contribuenti. Fu la prima l'erezione della
congregazione dello Stato, composta del vicario di Provvisione della
città di Milano e dei rappresentanti, ossia oratori e sindaci delle
altre città del ducato[184]. Questa magistratura avea l'incarico di
presiedere allo stabilimento delle imposizioni, e di curare l'interesse
de' pubblici, e non fu abolita che dopo duecentoquarantatre anni, nel
1786. L'altro non meno vantaggioso provvedimento fu l'ordine dato
dall'imperatore Carlo V, con dispaccio 13 marzo 1543[185], per la
riforma dell'estimo, base dei carichi generali e straordinari, la quale
però ebbe duopo di successivi eccitamenti; e tanti furono gli ostacoli
suscitati da chi avvantaggiavasi dell'ineguaglianza de' carichi, che il
nuovo estimo ha potuto appena essere pubblicato nell'anno 1599[186].
Il 13 dicembre 1545 si aperse il concilio di Trento, che durò diciotto
anni, essendo terminato nel 1563.
CAPITOLO XXVIII.
_Il principe don Filippo investito del ducato di Milano. Morte di
Francesco I. Entrata in Milano del nuovo duca. Nuova guerra in Italia.
Tregua di Cambrai. Abdicazione e morte di Carlo V._