pure ne' suoi Stati, donde in settembre si recò a Venezia per alcune
pratiche tendenti a conservare il beneficio della pace; ma ben tosto
ritornò. Rivoltosi alla interiore sistemazione dello Stato, diè nuova
forma al senato, elesse abili magistrati, e soprattutto un abilissimo
capitano di giustizia, Giovanni Battista Speziano, per opera del quale
i malviventi sgombrarono le strade, e divenne sicuro il trasporto delle
derrate; il che anche contribuì a ricondurre l'abbondanza. Ma tale
era la spopolazione delle terre che dice il Burigozzo[149], «fu tanta
quantità di lupi su per lo paese, che era una cosa granda, e fazevano
tanto male in amazare persone, zoè puttini e donne, che quaxi se temeva
a andare in volta, se non erano 3 ò 4 persone insema, tanto era el
terror de questi lupi; et questa non era maraviglia, perchè nelle ville
erano mancade le persone». Ciò si conferma dal Bugati[150], dicendo che
que' «lupi voraci fin dentro de' borghi della città entravano.... Cosa
veramente crudele! imperocchè queste fere per la peste e per la guerra
(nelle quali periva gente assai) tanto familiare s'havevano fatto la
carne umana, che poi non trovandone, fecero cose grandi per divorarne,
come assaltar gli uomini armati, cavar dalle culle e dalle braccia
delle madri i fanciulli, ec.»
(1531) Sul principio del 1531 riuscì al duca Francesco Sforza, mediante
il raddoppiamento delle imposizioni, di pagare a cesare la convenuta
prima annata di quattrocentomila ducati per cui gli vennero consegnati
il castello di Milano e quello di Como. Ma quasi non bastassero
all'oppressione de' sudditi gli sforzi che avea dovuto fare il duca per
approntare quel primo gravosissimo sborso, sopraggiunse la guerra della
Valtellina, della quale fu cagione l'occupazione di Chiavenna fatta
da Gian Giacomo Medici, di già padrone di Musso e di Lecco. Perciò lo
Sforza fu necessitato di ricorrere a nuovi aggravii; onde, come attesta
il Burigozzo[151], il giorno 20 giugno «s'imposero alla macina soldi 50
per moggio, e soldi 32 per ogni brenta di vino; e ciò oltre il solito
tributo; per lo che un moggio di grano per essere macinato pagava lire
cinque». Questa nuova gabella eccitò una tale turbolenza nella plebe
di Cremona, che, impugnatesi le armi, furon uccisi molti di quelli
che presedevano al governo della città. Accorsero a tempo in sussidio
del castellano Paolo Lonato alcune truppe spedite da Milano, le quali
sedarono il tumulto, e col supplizio di cinque dei più sediziosi
l'ammutinamento ebbe fine. (1532) Ma non così presto cedette il Medici
alle sue usurpazioni, mentre potè resistere valorosamente per più mesi;
e finalmente dopo l'uccisione di Gabriele suo fratello, e di Luigi
Borserio, che comandava le sue navi armate, ottenne ancora dal debole
duca il perdono di tutti i trascorsi, trentacinquemila scudi d'oro in
compenso delle fortezze che andava a cedere, e la concessione di un
feudo di non minor reddito di scudi mille: ed ebbe poi Marignano col
titolo di marchese. Dopo quest'accordo, il Medici, nel mese di marzo
1532, si ritirò nel Vercellese. Il castello di Musso, ricovero ed asilo
del prepotente Medici, fu demolito[152].
L'imperatore Carlo V, informato che Francesco re di Francia non aveva
deposte le mire di riacquistare lo Stato di Milano, si determinò
di ritornare in Italia per stabilirvi una lega valevole a frenare
qualunque improvviso tentativo. Appena infatti ebbe egli liberata
Vienna da una minacciosa invasione dei Turchi, giunse, per la via del
Friuli, il 7 novembre, in Mantova, dove splendidamente fu trattenuto
per più giorni dal duca Federigo. Vi accorsero sollecitamente ad
ossequiare l'augusto Carlo, oltre Alfonso duca di Ferrara, Francesco
Sforza duca di Milano, il duca di Albania, Alessandro de' Medici
ed altri principi ed ambasciatori, i quali poscia lo compagnarono
alla volta di Bologna, nella quale città trovò giunto poco innanzi
il pontefice. Nel nuovo congresso si trattò infruttuosamente della
convocazione di un generale concilio; infruttuosamente pure instò
cesare che fosse data in moglie al duca di Milano Caterina de' Medici,
figlia legittima di Lorenzo il Giovane, e quindi nipote del papa,
mentre Clemente VII ricusò di aderirvi, persistendo nelle pratiche
già intraprese, e non ignote all'imperatore, d'imparentarsi per di
lui mezzo col re di Francia, dandola in isposa al duca d'Orleans, suo
secondogenito. (1533) Riuscì soltanto a conchiudere, non ostante il
dissenso de' Veneziani, la proposta lega co' principi d'Italia, la qual
fu pubblicata l'anno 1533, nel giorno 24 di febbraio. I principali
interessati In questa lega furono, oltre l'imperatore, il sommo
pontefice Clemente VII, Ferdinando re de' Romani, Francesco II Sforza
duca di Milano, Alfonso d'Este duca di Ferrara, i Genovesi, i Sanesi
ed i Lucchesi; come anco il duca di Savoia, il duca di Mantova, e
tacitamente pure i Fiorentini. Per ciascuna delle parti fu stabilito un
proporzionato contribuito a mantenimento di un esercito sociale, di cui
si elesse general capitano il celebre Antonio de Leyva, fissando la sua
ordinaria residenza in Milano. Pochi giorni dopo la conclusione della
lega, l'augusto Carlo, accompagnato dal duca Francesco Sforza, visitò
Milano con grande comitiva; e dopo la dimora di quattro giorni, il 14
marzo, passò a Genova per ritornarsene nelle Spagne[153]. Quanto poca
sicura fosse la fede nuovamente giurata dai collegati, e provato dal
contegno del pontefice, principale tra essi; mentre appena fu tornato
da Bologna a Roma, si determinò, _senza verun riguardo all'alta sua
dignità_[154], di portarsi a Nizza, indi in Marsiglia, per conferire
col re Francesco I, ed ivi conchiudere, come fece, il matrimonio
di Caterina de' Medici con Enrico duca d'Orleans, secondogenito del
re. «Così Clemente, bilanciandosi accortamente fra le contese di due
grandi emuli che sconvolgevano l'Europa, senza dichiararsi amico o
nemico d'alcun di loro, li faceva servire all'ingrandimento della sua
famiglia, coglieva le occasioni, non si esponeva alle vicende, non
dimenticava il sacco di Roma». Tali sono i sentimenti coi quali termina
questo punto di storia un vivente scrittore nel tomo III di un suo
inedito manoscritto, che abbiamo altrove annunciato[155].
Nel corso di quest'anno 1533 accadde in Milano un'atrocità che non
inopportunamente si vuol qui registrare. Un gentiluomo milanese,
della famiglia dei Maravigli[156], erasi stabilito in Francia sino dal
regno di Luigi XII, e vi si era arricchito servendo quel monarca e il
successore Francesco I. Egli era zio del gran-cancelliere Francesco
Taverna, cui vedemmo sostituito al Moroni. Taverna andò per commissione
in Francia; e trovandosi a Fontainebleau col re, si concertò che
questi facesse risedere in Milano un suo ministro, il che sarebbe
stato di genio del duca e di utilità al re, al quale non poteva essere
indifferente il vegliare sull'Italia. Questa proposizione piacque
a Francesco I, e, inoltrandosi per eseguirla, sì conchiuse che non
convenisse, per non insospettire Carlo V, nè spedire un francese nè
dargli uno scoperto carattere ministeriale. Maraviglia venne proposto,
non potendo essere misterioso il ritorno suo nella patria, e si stabilì
ch'egli verrebbe munito di doppie lettere, che le credenziali le
conserverebbe secrete e soltanto mostrabili all'occasione, e le lettere
da palesarsi sarebbero di semplice raccomandazione del re al duca. Ciò
fermato, e assegnato lo stipendio al Maraviglia, venne questi a Milano.
Egli vi si presentò con uno splendore pomposissimo. Vedevasi usare alla
famigliare col duca; sempre alla corte, sempre in sua compagnia in ogni
festa o divertimento. L'imperatore ne fu avvisato; ne chiese conto al
duca, il quale, sebbene gli facesse comunicare le lettere visibili di
raccomandazione, non potè tuttavia togliergli dalla mente il sospetto
di una nuova fellonia. Un gentiluomo di camera del duca, della famiglia
Castiglioni, vedendo il Maraviglia con sommo fasto e corredo passare in
compagnia del duca, voltosi ad un domestico del Maraviglia, lo investì
con parole insultanti il suo padrone. Nacque un alterco, e passato che
fu il duca, stavasi per venire alle mani fra i domestici d'una parte e
dell'altra. S'interposero alcuni cavalieri. Castiglione negò di aver
detta veruna ingiuria, e Maraviglia ne rimase soddisfatto. Il duca
comandò che non se ne parlasse più. Ma il Castiglione si pose a passare
più volte innanzi al palazzo del Maraviglia accompagnato da un branco
di bravi, coll'opera de' quali una sera attaccò e pose in fuga cinque
domestici del Maraviglia. Questi ebbe ricorso al giudice, che promise
pronta giustizia, e nulla fece. Castiglione comparve nuovamente ad
offendere i domestici del Maraviglia, i quali, prevenuti e armati, si
difesero, sì che il Castiglione rimase morto sulla strada. La mattina
seguente, che fu un venerdì, giorno 4 di luglio, lo stesso giudice
che non aveva voluto prevenire il male, viene, conduce prigione il
Maraviglia co' suoi, e pone i domestici alla tortura senza risparmiar
nemmeno un povero vecchio sordo, di ottant'anni. La domenica notte
va il giudice dal Maraviglia, gli fa troncar la testa nel carcere, e
fa esporre il di lui corpo il lunedì mattina 7 luglio sulla pubblica
piazza. Un parente del Maraviglia corre in Francia, ed avvisa il re
dell'insulto fattogli nel suo ministro. Sembra che il duca, sempre
sotto gli occhi e la sorveglianza di Antonio de Leyva, non potesse
sopportare la meschina figura che faceva, e cercasse pure qualche mezzo
per liberarsi da sì umiliante condizione; e a ciò debba attribuirsi la
brama di avere un ministro del re di Francia, col quale all'occasione
prendere un concerto; ma inopportunamente velatasi la cosa, siasi il
duca ridotto al miserabile partito di tradire atrocemente il dovere
più sacro affine di disarmare lo sdegno dell'imperatore[157]. Infatti
Francesco I ne fece altissime querele presso tutte le corti d'Europa, e
Carlo V, contento della condotta dello Sforza, decise di stringere seco
lui parentado con dargli una sua nipote in isposa.
Le nozze del nostro duca erano desiderate, per opposti interessi, da
tutti i membri della lega: dai principi italiani, perchè il ducato
non ricadesse al fisco imperiale, come avrebbe dovuto per i patti
dell'investitura quando fosse morto il duca senza successione maschile;
da Carlo V per rendersi più dipendente lo Sforza, e per isventare i
disegni del re di Francia, in cui scorgeva non per anco deposto il
pensiero di appropriarsi quello Stato. Parve a cesare opportuno a tal
uopo li matrimonio di Cristina o Cristierna, figlia del re Cristierno
II di Danimarca e di Elisabetta d'Austria, e perciò nipote di Carlo V,
fratello di Elisabetta. Le nozze appena proposte, furono conchiuse;
e il conte Massimiliano Stampa fu spedito da Francesco Sforza a
Brusselles ad isposare in suo nome la principessa Cristina. (1534)
Nella primavera dell'anno seguente la sposa reale si pose in viaggio
alla volta di Milano; e la città, benchè ridotta a grande inopia, fece
ogni sforzo per manifestare con magnificenza di apparati la comandata
allegrezza. La duchessa Cristina fece il suo solenne ingresso in Milano
nella domenica, giorno 3 di maggio, e non nel mese d'aprile, come
scrisse il Muratori[158]. Ne riporterò la descrizione del Burigozzo,
che ne fu testimonio[159]. «A dì 3 may, in dominica, circa a 21 hora,
fexe la entrata la duchessa nostra de Milano, e fu in questo modo:
Rivata che fu ditta duchessa, andò nel monastero de Santo Eustorgio, e
lì stette fino a hora debita, che fu pox el vespero del Domo. Finito
el dito vespero, congregato tutta la gierexia nel Domo, se comenzò a
partirse verso porta Ticinese, e rivati li signori Ordenari alla porta
della città, comenzò el trionfo a passare dentro, e avviarse verso el
Domo, et prima dui gran maggiori a cavallo, vestiti di veluto negro, e
poi seguitando ona compagnia grossa de milanexi, quasi tutti vestiti de
turchino con la banda turchina, poi un'altra compagnia con li armaroli
tutti in punto, e bella gente, e ben armati, con sua banda verde,
et erano queste due compagnie circa 400. Da poi uno numero grande
de signori, tutti a cavallo, a dui, a quattro passando, in punto più
l'uno che l'altro. Poi numero sei squadre di trombetti, qual sonavano a
loco e tempo. Poi una compagnia di gentil homeni de grandi de Milano,
tutti vestiti de bianco, con el suo penaggio biancho e la sua pieba
in mano; questi non havevano banda nessuna, se non li soy tamburi,
tutti vestiti de bianco, quali feveno un vedere troppo maraviglioso, ed
erano a numero circha 200. Poi la guardia del signor Antonio de Leiva,
sì lui, come anchora 8 gran maggiori. De poi el baldachino, portato
da dottori, qual erano in gran numero apparati per portare tal cosa,
sotto el qual baldachino ghera l'illustrissima duchessa, tutta vestita
de brocato d'oro e alla franzetta; e apresso da lei ghera el cardinal
de Mantova[160]. Per staffieri de sua excellentia gherano 12 conti de'
primi della città nostra, vestiti de veluto fodrato de brocato d'oro
recamato, con le sue barette con le penne dentro, che ciascheduno
de loro parevano un imperatore, e questi tali stavano appresso alla
persona de sua excellentia, talchè parea che sua excellentia fosse in
un boscho in mezzo de quelli baroni, per quelli penaggi bianchi tanto
grandi qual'havevano. Della bellezza de sua excellentia veramente e
più gera divina che umana, ma de pocha ettade. Poi seguitava el signor
presidente con altri episcopi e senatori, e molti altri gentil homeni,
e così rivando alla piazza del castello fu tirata l'artellaria de
allegrezza, ma innanzi che andasse in castello andò prima in Domo,
e già era retorenata la gierezia al Domo, e li la receptorno nella
ecclesia del Domo, dandogli la pase, con le orazioni solite. E così
se partì e andò al castello, e li restò, et el castello tirò gran
artellaria». Giunta la principessa al castello, le venne stentatamente
incontro il duca sposo, che appena reggevasi col bastone in piedi,
aspetto poco gradevole per una giovane di quindici anni. Il successivo
silenzio de' nostri cronisti, soliti a tener registro de' più minuti
fatti, ci lascia congetturare abbastanza l'infelicità di queste nozze.
Al volgere di quest'anno avvenne la morte del papa Clemente VII, del
quale abbiamo più volte parlato. Il di lui carattere fu descritto
con imparzialità storica dal Guicciardini e dal Muratori[161]. Gli
succedette il cardinale Alessandro Farnese, eletto il 12 ottobre,
col nomo di Paolo III. (1535) Da questo tempo fin quasi al termine
dell'anno 1535 nulla ci somministra la nostra storia che meriti di
essere riferito, fuorchè la perdita immatura e deplorabile per questi
Stati del duca Francesco II, il quale morì di consunzione nella notte
del 1.º novembre, essendo in età di anni quarantatre[162]. Principe
di cui gli scrittori ci lasciarono onorevole memoria per l'ingegno,
la perspicacità e la bontà del suo carattere. L'avversa sua sorte
non gli diè tempo nè mezzi di tramandare ai posteri alcun illustre
monumento. Ben è vero che tutti i principi nelle sciagure si mostrano
buoni, singolarmente allorchè sperano di veder cangiato l'aspetto delle
cose col mezzo della pubblica opinione. Quest'infelice principe, nella
tenera età di otto anni, vide rovinata la corte paterna, prigioniero
suo padre, sè stesso esule dalla patria e costretto a procacciarsi un
asilo in Alemagna. Ritornato in patria dopo dodici anni di esilio, vi
passò tre anni sotto il dispotismo del fratello sospettosissimo, col
soffrire la umiliante militar protezione degli Svizzeri. Scacciato
nuovamente dalla patria, ricominciò un secondo esilio per sette anni,
che terminò poi all'età di trent'anni, allorchè assunse il titolo
di duca, titolo che dovea rendere amarissime le sciagure proprie
e de' sudditi alle quali, mancando egli di forze e di denaro, non
potè rimediare. Terminò con questo sventurato principe, morto senza
successione, la grandezza della casa Sforza, che nel periodo di
ottantacinque anni ebbe principio e fine. Una imperatrice e due regine
nacquero da questa famiglia. L'imperatrice fu Bianca Maria Sforza,
figlia del duca Galeazzo Maria, e moglie dell'imperatore Massimiliano;
regina di Napoli fu Ippolita Maria Sforza, figlia del duca Francesco
I e moglie del re Alfonso II; e regina di Polonia, Bona Sforza, figlia
del duca Giovanni Galeazzo e moglie del re Sigismondo. Sei duchi Sforza
ebbero la signoria di Milano e del suo Stato; due dei quali, il primo
cioè e l'ultimo, morirono pacificamente, e gli altri terminarono la
loro vita trucidati o avvelenati o prigionieri in Francia. Osservai
nel tomo I[163] come otto de' dodici Visconti miseramente perirono;
osserviam ora che quattro de' sei Sforzeschi finirono con non minore
infelicità. Appena di tre principi uno potè terminare i suoi giorni
in pace tanto nella discendenza Visconti, quanto in quella degli
Sforzeschi. Ora mi si dica se è poi tanto invidiabile la sorte de'
grandi, e se abbiano torto i saggi di ogni età di dare il nome di aurea
alla mediocrità della fortuna, lontana ugualmente dalla inopia che
dall'ambiziosa grandezza!
Al conte Massimiliano Stampa, castellano del castello di Milano, fu
dato l'incarico delle disposizioni per le solenni esequie del defunto
duca Francesco; e a cagione degli apparati da farsi nella metropolitana
fu mestieri il differirle sino al 19 di novembre stesso. Intanto il
cadavero dello Sforza, chiuso in una cassa coperta di velluto nero,
fu di notte trasportato dal castello al Duomo, coll'accompagnamento
di tutto il clero metropolitano, e riposto in luogo appartato finchè
fossero celebrati i solenni suffragi; dopo de' quali il di lui
sarcofago, ornato alla ducale, venne collocato nella metropolitana
suddetta nel sito dov'era quello di Gastone di Foix, vale a dire fra
i pensili avelli de' duchi suoi predecessori. Per dare un'idea dei
costumi di quei tempi anche nelle pompe funebri, penso che non sarà
discaro il leggere qui l'esatta descrizione del funebre trasporto
del duca Francesco Sforza, stesa dal nostro Burigozzo[164]. «1535, a
dì 19 novembre, furon fatte le exequie di sua excellentia, e furono
fatte a questo modo. Prima la strata fu dal castello al Domo per la
strata dritta, zoè dalla contrà del Majno a Santo Nazaro Pietra Santa,
e verso Santa Maria Segreta, e al Cordusco insino alla Doana, e poi
dalla Dovana al Domo. Questo è quanto alla strata: seguita l'hordene.
Prima numero grande de croci de legno, poi mille poveri, tutti con
el capuzino negro e la torgia in mane, con uno ducal pento in carte,
attacado alla torgia, e andavano a dui a dui, poi li frati prima de
Santo Ieronimo, poi li altri ordeni de frati secondo el suo ordene, et
al fin de questi venne la fameia de tutta la corte, quali erano vestiti
de negro, el numero de quali fu grando, e questi tali avevano mantello
negro. Poi seguitò le abazie con le canoniche de Milano. Finido questi,
venne li offiziali de sua excellentia, zoè li grandi con el capuzo
in testa, e tutti havevano le veste longhe a terra, cosa grande da
vedere, el numero de quali fu grandissimo, et tutti andavano a dui a
dui. Poi venne la ecclesia del Domo, zoè li vegioni e le vegione, poi
li capellani, poi li mazachonisi, di poi li sacristani, poi li signori
Ordenarii, e poi li lectori, e qui finisce la gierexia. Poi seguitò
un giovinetto gentilhomo, tutto vestito de voluto negro, et haveva
una spada bellissima aposata alla sua spalla. Dredo a questo un altro
giovinetto, vestito simile al primo e lui e il cavallo, et haveva
un bastono in mano tutto indorato. Poi seguitò li cortesani de sua
excellentia, quali tutti, con le veste negra a terra, con la gran coda
e el capuzo in testa, tutti a dui a dui, el numero de quali fu assai.
All'ultimo di questi venne la sua guardia de Lanzinechi, vestiti de
negro, tutti in zupon, con le sue alebarde in spalla. Poi qui li era la
mula di sua excellentia, tutta coperta de veluto negro a terra con li
stafferi, come se propriamente li fosse stato sua excellentia, ma non
li era se non la mula vòta. Poi seguitò la guardia de cavalli legeri
a piedi, però con le sue zanette in spalla, e questi tali havevano
uno manto negro in dosso. Da poi seguita el corpo de sua excellentia,
ma non però che fosse el suo corpo, perchè non fu possibile poterlo
conservare insina a tanto, e per questo fu fatta una imagine a sua
similitudine; e quello fu fatto a tale effetto, era vestito de brocato
d'oro rizzo, soprarizzo, lungo a terra, fodrato di pelle di gran
valore, haveva uno saio de veluto cremero, un saion de raso cremexi,
un paro de calze de scarlato, con le scarpe de veluto cremexi, con
una bacchetta in mane, et haveva la baretta duchale in testa, qual
baretta era bizara, e fu portata la sua persona quatada de brocato
sotto el balduchino de tela d'oro, e questo balduchino, sì ancora sua
excellentia, fu portata dalli dottori dell'una e l'altra legge. Da poi
questo venno li condizionati signori. Prima el signor Joan Paolo Sforza
suo fratello, el signor Antonio de Leiva, li signori ambasciatori sì
de Veneziani, sì delle altre signorie, poi uno numero grande de altri
signori, che numerare non se potevano, pur tutti questi tali con le
veste a terra negre, et a questo modo fu finito le esequie de sua
excellentia». Il capitano generale Antonio de Leyva prese il possesso
dello Stato di Milano, in nome dell'imperatore.
Circa questo tempo ebbero origine o incremento varie religiose
instituzioni nella nostra città. Certo frate Bono di Cremona, dopo
di avere introdotte le orazioni dalle Quarant'Ore, diede principio
allo stabilimento del ricovero delle donne convertite, detto di Santa
Valeria, col mezzo di questue da lui fatte. Dipoi l'autorità pubblica
se ne ingerì improvvidamente, e si ha memoria di un decreto del senato
dell'anno 1561, prescrivente che, se una convertita di Santa Valeria
fuggisse, ovvero tentasse di fuggire, dovesse quella essere bollata
in fronte con un ferro infuocato[165]. Cominciarono pure a farsi
maggiormente conoscere i nuovi Cherici regolari, instituiti verso
il 1526, e che dal ricovero di San Barnaba, stato loro concesso nel
1538, si dissero poi Barnabiti[166]; ed inoltre una nuova associazione
di zitelle, che si chiamavano Dimesse, e furon dette in séguito le
Angeliche. Il Burigozzo così ne scrive[167]: «Si vedono certi preti con
abito abietto, con una berretta tonda in testa, e tutti senza capelli
e tutti vestiti a un modo, vanno con la testa bassa et habitano tutti
in sema verso Sant'Ambrosio (loro primo ricetto), e lì dicono che
fanno li suoi offizi, e lì viveno de compagnia, e sono tutti gioveni.
Poi un'altra compagnia de giovinette, qual ghe dicono Dimesse, vanno
alla cerca certi dì della septimana a certi suoi lochi, et vanno mal
vestite, con un patelazzo di lino in testa, la testa bassa, serrate
dinanzi sino sotto la gola, senza ornamento nessuno; attorno vanno per
Milano 4 e 6 alla volta, però con una compagnia di una o do vegette
dredo, et vanno con el volto descoperto: e queste tal compagnie sì de
preti sì de queste putte, pare che sia capo una contessa, qual ghe
dicono la contessa de Guastalla». Infatti la contessa di Guastalla
Lodovica Torella beneficò largamente i Barnabiti, fece fabbricare colla
spesa di ottantamila scudi d'oro l'insigne monastero di San Paolo per
le sue Dimesse, che cominciarono ad abitarvi nel 1535[168], e diciotto
anni dopo si ridussero a clausura con disgusto della fondatrice; e
successivamente fondò, nel 1542, il monastero del Crocifisso per le
Convertite, e nel 1557 il collegio per l'educazione di nobili povere
fanciulle, detto della Guastalla, dallo stato di questo nome ch'essa
avea ereditato dal suo padre Achille Torello, e che vendette al
principe don Ferrante Gonzaga per convertirne il prezzo in siffatte pie
beneficenze.
CAPITOLO XXVII.
_Tentativi e progetti per la successione nel ducato di Milano.
Congresso di Nizza, pace di Crespy, morte del duca d'Orleans,
dichiarato da cesare duca di Milano._