del 1527, e andò ad unirsi verso Piacenza coi tedeschi di Giorgio
Frandsperg, seco conducendo cinquecento uomini d'arme, molti cavalli
leggieri, quattro o cinquemila spagnuoli, e circa duemila fanti
italiani; i quali, uniti co' tredici o quattordicimila fanti del
Frandsperg, formarono un potentissimo esercito; e d'accordo si
proposero, come fecero, d'inoltrarsi a Firenze ed a Roma, depredando
e saccheggiando per via tutte le città e luoghi del loro passaggio.
Il Frandsperg si ammalò in cammino, e fu trasportato a Ferrara per
farsi curare. Chi il disse colà morto d'apoplessia nel mese di marzo
1527[132], fu indotto in errore, mentre trovansi lettere di questo
capitano dei tedeschi, in data di Milano, delli 25 luglio dell'anno
seguente[133]. Il Borbone, costante nel suo proponimento, messosi alla
testa di tutta quell'armata, attraversò rapidamente gli Appennini, e
s'incamminò verso Firenze. La qual città trovando egli, fuor d'ogni
suo avviso, ben munita e pronta alla difesa, avendo l'armata della lega
vicina, neppur tentò di accostarvisi[134]. Giunto sotto Roma, il duca
spedì un araldo chiedendo al papa che mandassegli alcuno per concertare
seco le condizioni della pace. Ma nemmeno si permise che l'araldo
entrasse in città: tanto credevansi il papa e i Romani sicuri, perchè
i cesarei, senza artiglieria e mancanti di tutto, non potevano fare
assedio nè persistere, essendo vicino e pronto al soccorso l'esercito
confederato. Questa estremità di miseria de' cesarei fu appunto
motivo della presa di Roma, poichè la tentarono con sommo impeto, da
disperati.
Sembra che Carlo V nulla sapesse della spedizione intrapresa dal suo
esercito d'Italia contro Roma, nè che fosse in suo potere di liberare
il papa. L'esercito era composto di gregari stranieri, che non erano
sudditi dell'imperatore, che non erano pagati da lui, e che non
conoscevano se non i loro generali, e il Borbone sopra tutti. Le armate
allora erano collettizie, e radunate per un tempo e per un oggetto
determinato. Il vicerè Lannoy, a nome dell'imperatore, tentò invano di
distogliere il duca di Borbone dall'impresa, ed altamente riclamava
l'osservanza della tregua da lui falla con Clemente VII in nome
cesareo. A Carlo V nè doveva nè poteva piacere la mossa del Borbone e
dell'esercito suo verso di Roma, se non per altro, perchè nessun utile
egli ritraeva dalla oppressione del papa, e sommo odio acquistavasi
presso tutta la cristianità.
Appena il duca di Borbone fu alle mura di Roma, che fu ai 5 di
maggio, fece apprestar le scale, ed egli alla testa, spinse l'intiero
esercito ad entrar per forza dalle mura più basse nella città; ma
ferito in un fianco da un'archibugiata, rimase estinto nella fresca
età di trentott'anni. Il principe Filiberto di Oranges gli subentrò
nel comando, e diresse il sacco di Roma, che durò più settimane. Il
duca dì Borbone, «prima di dare la scalata a Roma (come racconta il
Grumello)[135], disse a' suoi capitanei che era sicuro che tutti
seriano ricchi et se caveriano la fame, ma li ebbe domandato una
gratia che non volessero saccheggiare dicta città se non per un giorno,
che li faceva promissione di darli tutte le sue paghe avanzavano con
Cesare, che erano circa dece overo dodece, et così fu stabilito per
li capitanei et militi cesarei.... Il povero Borbono, quale haveva
animo di salvar la città de le crudelitate, et forse contro la volontà
del Magno Idio, che voleva che Roma in tutto fosse distructa, per li
horrendi peccati regnavano in essa città.... rimase sul colpo». Giunto
a Carlo V la nuova del sacco di Roma, ordinò pubbliche preghiere in
tutta la Spagna per la liberazione del sommo pontefice, assediato
in castel Sant'Angelo dalla sua armata. Forse queste dimostrazioni
non furono una ipocrisia, come taluno ha creduto; ipocrisia che non
avrebbe fatto altro effetto, se non quello di macchiare la gloria di
Carlo V, degradandolo alla furberia d'un meschino e debole principe.
Probabilmente nè Carlo V comandò quest'impresa, nè se ne compiacque;
poichè l'insulto all'inerme sacerdozio non poteva ascriversi ai fasti
della gloria, e Carlo imperatore troppo la conosceva e l'amava. Che
che ne sia, il papa, per liberarsi, fu costretto a sottoscrivere nel
mese di giugno una capitolazione imperiosa e gravosissima col principe
d'Orange e co' principali offiziali, oltre al pagare fra tre mesi
all'armata quattrocentomila ducati.
Mentre il duca di Borbone aveva condotte a Roma le principali forze
di cesare, e che stavasene il Leyva a Milano con pochi armati, i
Veneziani s'inoltrarono, lo Sforza uscissene dal Cremonese, e si pensò
di cogliere il momento per discacciare l'imperiale potenza dall'Italia.
Anche il re cristianissimo a tempo assai opportuno, cioè verso la
fine di luglio, mandò in Italia Odetto di Fois, signore di Lautrec,
con mille uomini di armi e ventiseimila fanti. Passò questi le Alpi
con apparenza di liberare il papa; ma si trattenne in Lombardia,
prese Alessandria e Vigevano e si impadronì della Lomellina. Genova
pure ritornò ai Francesi, che ne affidarono il comando al maresciallo
Teodoro Trivulzio. Tutte le altre fortezze erano rimesse nelle mani
di Francesco Sforza, perchè i Veneziani e gli altri collegati non
avrebbero tollerato che rimanessero in potere dei Francesi. Lautrec
pose l'assedio a Pavia. Il conte Lodovico Barbiano di Belgioioso la
difendeva con diecisette bandiere d'italiani, ma non complete, e tutte
non formavano più di mille combattenti. Lautrec batteva la parte più
forte, cioè il castello, affine di prendere tutto in un sol colpo.
I cittadini pavesi odiavano i francesi, e combattevano come soldati.
Respinsero tre assalti con gloria, e nove insegne tolsero ai nemici.
Il conte Lodovico ne rese informato il comandante supremo don Antonio
Leyva, che governava Milano, «e quello gli mandò a dire, che avendo
fine a quell'ora riportato tanto onore e gloria contra i nemici, gli
pareva ben fatto, e così lo consigliava, anzi gli comandava, per aver
lui pochissima gente in aiuto della difensione di essa città, che
vedesse col miglior modo che avesse saputo ritrovare, di lasciare la
città in preda ai nemici, uscendone lui con la sua gente a salvamento;
suadendoli ancor questo per il meglio con questa ragione, che,
saccheggiando i nemici la città di Pavia, si sarebbero poi la maggior
parte di loro dispersi con li bottini fatti in essa la città, andando
alle loro patrie ricchi, laonde non si sarebbero poi fatto stima
di ritornar più al soldo dei francesi, di modo che esso Lotrecco,
ritrovandosi poi per detta causa con niuno ovver pochissimo exercito,
sarebbe stato sforzato a lasciar l'impresa di gire a Napoli, come
aveva supposto, la qual era di più importanza e di maggior danno che la
perdita d'essa città. Avendo dunque avuto detto conte Barbiano detto
avviso, anzi comandamento espresso, subito ricercò di avere e così
ottenne dai Francesi salvo condotto[136]». Si impadronirono pertanto
i Francesi di Pavia il giorno 5 di ottobre del 1527; e a pretesto di
espiar essi la precedente disfatta e la presa del loro re, la città
fu crudelmente posta a sacco, e poco mancò che non rimanesse affatto
distrutta. Il Lautrec il 18 ottobre abbandonò Pavia rovinata, lasciando
Milano bloccata e mancante di viveri, s'avviò a Piacenza, dove aggiunti
alla lega i duchi di Ferrara e di Mantova, proseguì la sua marcia
alla vôlta di Napoli. Giovandosi il Leyva della partenza di Lautrec,
uscì da Milano, respinse alcuni corpi nemici e s'impossessò di Novara,
scacciandone il presidio sforzesco coll'aiuto di Filippo Torniello.
L'unico vantaggio che risultò da questi alternanti successi furono le
trattative di pace intraprese tra l'imperatore Carlo V e Francesco I re
di Francia. Ma sì bella speranza si dileguò quasi appena mostratasi;
tantochè nel giorno 25 di gennaio del 1528 gli ambasciatori della
Francia stimarono in nome della lega nuova guerra all'imperatore, e
si riaprì più terribile che mai questo marziale teatro, specialmente
ad esterminio della misera Lombardia. L'imperatore, vedendo il re di
Francia mancare francamente alle promesse e ai giuramenti, prese il
ministro francese da solo a solo in Granata, e dissegli: «Dica al suo
re, che egli manca alla parola che mi ha data a Madrid, e pubblicamente
e da solo, ch'egli non opera rettamente, nè da un uomo bennato; e se
lo nega, mi esibisco di provare in persona a lui la verità, e terminare
la controversia col duello». Questa commissione diè luogo alla missione
di due famose lettere tra i due sovrani, che ci furono conservate dallo
storico Sepulveda[137].
Sentivano più che mai i Milanesi il flagello della fame, essendo
impedita la comunicazione con Lodi e con altre città e terre dello
Stato, quando Gian Giacomo de' Medici, guadagnato da Antonio de
Leyva, che gli consentì di fare la conquista di Lecco, abbandonò
il partito francese e si collegò cogl'imperiali: solite incostanze
degl'avventurieri di que' tempi. In benemerenza di che, radunata in
quelle parti gran copia di grano, lo spedì in soccorso del milanese.
Questo sussidio pose in grado Antonio de Leyva nel mese di maggio
di occupare Abbiategrasso, e di riacquistare Pavia, presidiata, è
vero, da' Veneziani per Francesco Sforza, ma quasi vuota d'abitatori.
Colà s'inoltrarono gl'imperiali sotto il comando del conte Lodovico
di Belgioioso con alcune bandiere tedesche, ed il giorno 25 se ne
impadronirono senza contrasto. Pavia, quantunque già esausta, non andò
immune da un nuovo saccheggio. Nel seguente mese mosse dalla Germania
in rinforzo degl'imperiali il duca di Brunswich con quattordicimila
tedeschi, destinati pel regno di Napoli, dove era pur giunto da Roma,
dopo una permanenza di dieci mesi, il principe di Orange coll'avanzo
del suo esercito, ridotto, per la pestilenza, a soli dodicimila
combattenti. Il duca di Brunswich, saccheggiati i territori di Brescia
e di Bergamo, ed entrato nel milanese, si pose all'assedio di Lodi,
presidiato da Gian Paolo Sforza, fratello naturale del duca di Milano.
Egli era stato persuaso dal Leyva a trattenersi nel milanese per
sgombrare i collegati da alcune fortezze che loro rimanevano[138];
il che fa conoscere che veramente i generali di Carlo V operavano con
molta indipendenza. In una monarchia vasta non può a meno che ciò non
accada, e nell'impero romano ne sono mille esempi. Brunswich e i suoi
si dileguarono tosto, assaliti da una specie di peste, detta male
mazzucco, che in meno di otto giorni fece di essi una orrenda strage,
cosicchè il residuo di quell'armata continuò sollecitamente la via del
suo destino. Ma intanto la visita del Brunswich aiutò a consumare i
sussidii di vettovaglie che aveva dapprima ricevuti Antonio de Leyva,
il quale non avendo più mezzi onde pascere le sue truppe, nè sapendo
più come smungere le borse degl'infelici milanesi, trovò l'espediente
di proibire, sotto pena della vita e della confisca de' beni, che niuno
potesse tener farina ne far pane in casa; quindi impose una rigorosa
ed esorbitante gabella in tutto lo Stato sul pane venale. Queste
vessazioni sono così narrate dal Guicciardini[139]: «In Milano, per
l'acerbità di Antonio da Leva, era estremità e soggezione miserabile,
perchè per provvedere ai pagamenti dei soldati aveva tirato in sè tutte
le vettovaglie della città, delle quali, fatti fondachi pubblici e
vendendole in nome suo, cavava i danari per i pagamenti loro, essendo
costretti tutti gli uomini, per non morire di fame, di pagare a'
prezzi che paresse a lui; il che non avendo la gente povera modo di
poter fare, molti perivano quasi per le strade, nè bastando anche
questi danari ai soldati tedeschi ch'erano alloggiati per le case,
costringevano i padroni ogni giorno a nuove taglie, tenendo incatenati
quegli che non pagavano; e perchè per fuggire queste acerbità e pesi
intollerabili, molti erano fuggiti e fuggivano continuamente dalla
città, non ostante l'asprezza dei comandamenti e la diligenza delle
guardie, si procedeva gli contro assenti alle confiscazioni de' beni
ch'erano in tanto numero, che, per fuggire il tedio dello scrivere, si
mettevano a stampa, ed era stretta in modo la vettovaglia, che infiniti
poveri morivano di fame, e i nobili male vestiti e poverissimi, e i
luoghi già più frequentati, pieni di ortiche e di pruni».
Mentre le cose nel milanese erano giunte a questo estremo, e i Francesi
facevano progressi nel regno di Napoli, il Lautrec morì colà di
malattia il 7 agosto del 1528. Gli successe monsignor di Vaudemont,
che presto egli pure morì, e rimase a comandare l'armata francese nel
regno il marchese di Saluzzo, dove per i cesarei comandava il principe
d'Orange. Ma dopo tante speranze di conquistare quel regno, le forze
galliche, diradate prima dalla pestilenza, furono annichilate vicino ad
Aversa il 28 agosto; tutta l'armata si rese a discrezione, ed i soldati
vennero lasciati in libertà con un giubbone ed un bastone bianco in
mano[140]. Frattanto un altro corpo di francesi, comandati dal conte di
San Pol, entra in Lombardia, prende Sant'Angelo, Marignano, Vigevano,
ricupera Pavia, e si presenta a Milano. Ma il pericolo di perder Genova
fece sì che i Francesi colà celeremente si trasferissero. Genova,
coll'aiuto dell'immortale Andrea Doria, scosse ogni giogo straniero,
e soppresse lo spirito di fazione in guisa che non vi rimase più dopo
quell'epoca vestigio alcuno de' Guelfi e Ghibellini, nè degli Adorni
e dei Fregosi. Si riconciliarono le famiglie, si formò un sistema
politico, cioè un determinato corpo presso di cui risiedesse la
sovranità, si stabilì il numero delle cariche e l'autorità di ciascuna
e il metodo delle elezioni. Tutto ciò fu per opera di Andrea Doria
che ricusò ogni carica. (1529) Da quel punto Genova diventò libera e
repubblica, e i Francesi la perdettero per sempre. Il conte di San Pol,
di ritorno dalla infausta spedizione di Genova, ridusse il Leyva alle
sole città di Milano e Como; il rimanente non era più dell'imperatore.
Leyva coglie il momento in cui il conte di San Pol coi Francesi era
a Landriano, avendo staccato una parte de' suoi; lo batte, lo prende
prigioniere coll'artiglieria e tutte le bagaglie; i Francesi furono
totalmente disfatti[141]. Il Leyva era tormentato dalla podagra, ed era
portato sopra una sedia da quattro uomini.
Ancora una buona parte del milanese rimaneva a Francesco II, acquistata
da' Francesi e da' collegati, onde facea duopo tuttavia di una serie
guerra per ispossessarnelo. Carlo V còlse il punto che i Francesi erano
stati disfatti nel regno di Napoli e nel Milanese, per far pace e lega
col papa, e si dispose a comparire nell'Italia da pacificatore e da
gran monarca, generoso e moderato. Egli concesse Margherita d'Austria,
sua figlia naturale, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga, in moglie
ad Alessandro Medici, figlio naturale di Lorenzo II, e cugino di
Clemente VII, il qual papa era pure figlio naturale di Giuliano de'
Medici. Per tal modo il papa assicurò la sovranità di Firenze alla sua
famiglia. Fra gli altri patti vi fu quello per cui il papa obbligò il
milanese a comprare il sale di Cervia. Rispetto allo Sforza si stabilì
che l'imperatore avrebbe giudicato della di lui condotta, e se fosse
trovato innocente, si sarebbe restituito a lui il ducato; se fellone,
se ne sarebbe investita persona benevisa al papa. Con tai riguardi
cercò d'indennizzarlo de' mali cagionatigli dal duca Borbone. Il
trattato venne solennemente pubblicato in Barcellona il 29 giugno del
1529. Poi il 5 di agosto dell'anno medesimo fu segnata a Cambrai la
pace fra l'imperatore e il re di Francia, per cui questi riebbe i figli
suoi ch'erano in ostaggio in Ispagna, e cedette ogni ragione sul ducato
di Milano.
Disposte così le cose a diffondere la sospirata pace per tutte le
contrade d'Italia, fu trascelta la città di Bologna, dove Carlo V
avesse a ricevere di mano del pontefice la corona imperiale. Verso
la metà d'agosto navigò egli da Barcellona a Genova con mille cavalli
e novemila fanti, condotti seco per mare su ventotto galee, sessanta
barche e molti altri navigli. Il papa spedì colà tre cardinali legati,
Alessandro Farnese, che poi fu suo successore nel papato, Francesco
Quignone, spagnuolo, e Ippolito Medici. Cesare, pochi giorni dopo,
passò a Piacenza. Antonio de Leyva vi fu ben accolto dal suo sovrano,
nè gli fu difficile di ottenere l'assenso di riprender Pavia; cosa
che gli premeva assaissimo per suo privato interesse. Ritornato in
séguito il Leyva al governo del milanese, guidò le sue genti alla
conquista di Pavia, che presto riebbe e senza sangue, atteso che
Annibale Picenardo, comandante di quella città, disperando di poterla
difendere dall'aggressione de' cesariani, la cedette loro senza grande
resistenza[142].
Prima di conchiudere questo capitolo, giova di riferire il seguente
fatto, narrato dal Grumello[143], e che potrebbe servire di argomento
per una tragedia. Un mercante, nativo di Casale Monferrato, chiamato
Scapardone, da povero diventò padrone di più di centomila scudi.
Allora lo scudo era mezza doppia, e anche da ciò si vede qual messe
si raccoglieva allora nel commercio. Morì questo ricco mercante,
lasciando un'unica sua figlia erede. Questa era una giovine molto
bella e ancora più gentile, graziosa e amabile. Fu maritata in Milano
al signor Ermes Visconti, nobilissimo e ricchissimo, che la lasciò
giovine e vedova senza successione. Sposò poi un savoiardo, monsieur
di Celan, uomo degno e benestante; ed essa, dopo qualche tempo, fuggì
dal marito e portò seco gioie e denari. Si recò a Pavia, e abitò in
casa di Ascanio Lonate, suo parente, ed era in Pavia corteggiata da
ogni ceto di persone. Passò indi a Milano. Il signor di Massino,
che era venuto dalla Spagna col duca di Borbone, amava madama di
Celan; il conte di Gaiazzo era pure nel novero dei suoi adoratori,
e quest'ultimo era preferito; per lo che sdegnato, il Massino la
abbandonò, nè si conteneva di sparlare di lei. Ella, di ciò informata,
determinò di vendicarsi colla di lui morte, e animò il Gaiazzo a
meritarsi sempre più l'amor suo coll'eseguirla. L'amante non si oppose,
temporeggiò, lasciava sperare, ma non volle eseguire il delitto. La
Celan, doppiamente sdegnata, cercò di mettere la bellezza a prezzo
di un omicidio, e don Pedro de Cardono, figlio del conte Collinsan,
giovine valente, accettò il crudel partito, e uccise Massino. Il duca
di Borbone volle che non rimanesse impunito l'atroce fatto. Madama
di Celan fu imprigionata nel castello, regolarmente processata e
conosciuta rea; una sera il capitano di giustizia andò in castello con
un sacerdote e due monache, le annunziò la morte; essa chiese se con
denari si potesse salvarla, e le fu risposto che tutto l'oro del mondo
non lo poteva. Le fu troncata la testa sul rivellino del castello, indi
nella chiesa di San Francesco stette esposta, e pareva che fosse viva.
Svegliò molta compassione.
CAPITOLO XXVI.
_Congresso in Bologna per la pace. Incoronazione di Carlo V. Nuovo
congresso di Bologna. Matrimonio del duca Francesco II, e sua morte,
per cui cessa la linea sforzesca._
Eccoci, dopo tanti disastri, ad un'epoca apportatrice di pace alla
desolata Italia, e ridente foriera di più tranquilli tempi per la
nostra patria. Questo è il congresso apertosi in Bologna tra il
pontefice e Carlo V. Recossi pertanto a Bologna sul finire di ottobre
Clemente VII, col collegio de' cardinali, affine di maggiormente
condecorare la solennità del congresso, e di assistere in séguito
all'incoronazione dell'imperatore; e nel dì 5 novembre vi entrò
l'imperatore Carlo V. Prese egli alloggio nel palazzo del legato,
dove abitava il pontefice. Francesco II Sforza, duca di Milano (cui
quest'anno medesimo era mancato il fratello Massimiliano, morto
in Parigi in età di anni trentanove), da Cremona, ove soggiornava,
giunse egli pure in Bologna il giorno 22 di novembre, sì mal concio
di salute, che destava compassione in chi lo vedeva. Presentossi
il duca all'imperatore, e modestamente restituì a Carlo V il salvo
condotto che gli aveva spedito, nobilmente dichiarando che egli non
cercava miglior sicurezza che l'equità di Cesare e l'innocenza sua.
Fece cadere ogni colpa sul morto marchese di Pescara. Carlo V amava di
rendere fausta questa solennità, e farne l'epoca della pace d'Italia.
Il papa, i Veneziani lo persuadevano a ciò. Il solo Antonio de Leyva
incessantemente ne sconsigliava l'imperatore. Il Leyva poteva tutto
nel milanese finchè duravano le ostilità; cedendolo al duca Francesco,
era terminato il potere. Inoltre, dopo molti anni di condotta ostile,
era il Leyva male animato contro lo Sforza, e fors'anco gli era
insopportabile il duca, non pel male che ne avesse ricevuto, ma pel
gran male che sapeva di avergli fatto; il che rende assai più difficile
una sincera riconciliazione. Il Sepulveda espone tutti gli argomenti
del Leyva per distogliere l'imperatore dalla pace[144].
Mentre questi alti affari si trattavano in Bologna, il celebre Girolamo
Morone, essendo passato in Toscana onde unirsi coll'esercito pontificio
alla spedizione di Firenze in favore dei Medici, cessò di vivere in
San Casciano, il giorno 15 dicembre, in età di anni cinquantanove.
Egli fu onorato dal duca Massimiliano del titolo di conte di Lecco. Fu
commissario generale dell'esercito cesareo in Italia, creato da Carlo
V. Fu ambasciatore a Leone X e a Clemente VII, il quale promosse il di
lui figlio Giovanni al vescovado di Modena. Era uomo di molto ingegno,
ed elegante scrittore latino[145]. Non ostante la pertinace oppositione
del Leyva, dopo lunghe discussioni, fu la pace conchiusa il 25 dicembre
del 1529 tra l'imperatore Carlo V, il papa Clemente VII, la repubblica
di Venezia, Francesco II Sforza duca di Milano, il duca di Savoia, i
marchesi di Monferrato e di Mantova, lasciando pur luogo di entrarvi
ad Alfonso duca di Ferrara. Nello stesso giorno, essendosi Francesco II
Sforza abbandonato alla clemenza dell'Imperatore, ottenne da questi la
conferma dell'investitura del ducato di Milano, a patto che gli pagasse
entro un anno ducati quattrocentomila, e nei dieci anni consecutivi
cinquantamila ogni anno[146], «restando in mano di cesare Como ed il
castel di Milano, i quali si obbligò a consegnare a Francesco come
fussero fatti i pagamenti del primo anno[147].
Valse finalmente a calmare le ire e l'animosità del Leyva contro lo
Sforza la munificenza di cesare, che gli assegnò in feudo la città di
Pavia e la contea di Monza, colla dipendenza dal duca Francesco II;
donazione confermata in appresso dallo Sforza con diploma segnato in
Vigevano il 6 febbraio 1531.
Sollecitato l'imperatore Carlo V di restituirsi in Germania, volle che
seguisse la solenne incoronazione, uno dei principali oggetti della
sua venuta. Quindi il 24 febbraio fu incoronato colla massima pompa in
Bologna da papa Clemente VII, che era stato poco prima suo prigioniero.
In séguito definì le contestazioni tra il papa e l'Estense, confermando
a questo principe il ducato di Modena e Reggio, e ordinando che per
Ferrara il papa gli confermasse la investitura, mediante lo sborso di
centomila ducati[148]. Sentenziò che il duca d'Urbino fosse restituito
al possesso dei suoi Stati, e per metter fine alle turbolenze toscane,
sottopose quella repubblica alla sovranità di Alessandro de' Medici.
Partì da Bologna verso la fine di marzo. Nel passar da Mantova decorò
il marchese Federico Gonzaga del titolo di duca.