lega pensava seriamente a prevenire il pericolo di divenire bersaglio
delle vendette di cesare, e cesare stesso non ne ignorava gli sforzi
ed i pericoli; laonde, per allontanare il turbine che andavasi
formando, rivolse l'animo a trarre il pontefice in una nuova alleanza
per distaccarlo della contraria; il che tuttavia non ebbe effetto per
volersi troppo pretendere da ambi le parti. Uno però degli accordi più
importanti a quest'oggetto fu il trattato conchiuso della liberazione
del re Francesco, mosso l'imperatore a ciò fare dal vedere collegati
contra di sè tutti i principi d'Italia. Ma l'affare, per la esorbitanza
delle condizioni, andò lento. «Perciò, scrive il Muratori[113], esso
re, mal sofferendo questa gran dilazione, e forse più per non averlo
mai l'imperadore degnato di una visita, cadde gravemente infermo,
sino a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'augusto Carlo, non per
generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci
parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi
attribuita la di lui guarigione». È qui da notarsi col Guicciardini
che Carlo V operò col suo prigioniero, come Ponzio Sannita co' Romani
alle Forche Caudine. Non l'oppresse nè lo trattò con generosità.
Conveniva o lasciar libero il re Francesco colla generosità di un gran
monarca, scortandolo con pompa ed onore sino a' suoi confini, senza
condizione alcuna e senza fasto insultante; ovvero conveniva tenerlo
prigioniero, e frattanto invadere la Francia, staccarne porzione pel
duca di Borbone, invitare Enrico VIII a staccarne altrettanto; indi
lasciare sul rimanente del regno un re liberato dalla prigionia e
tributario dell'imperatore. Carlo V prese il partito di mezzo, che
riuscì, come sempre, il peggiore. Vi fu chi gli consigliò il primo
generoso spediente; ed il parere di quell'accorto politico fu ricusato
come un'idea romanzesca dalla pluralità del consiglio di Stato. La
condizione de' monarchi è tale, che debbesi ascrivere a molta lode
dell'imperatore Carlo V che avesse uno nel suo consiglio capace
di pronunziare una tale opinione. In vece si ritenne prigioniero
il re; ebbe questi a soffrirne due malattie, dovette sopportarne
molte umiliazioni, sottoscrisse un trattato vergognoso, e a Carlo
V non lasciò poi che una carta inutile, scritta da un inimico
irreconciliabile. (1526) «Nel giorno adunque 17 di gennaio (epilogherò
questa grand'epoca colle succose parole del Muratori)[114] dell'anno
1526, e non già di febbraio, come ha il Guicciardino e il Belcaire,
suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra que' due monarchi, con
aver ceduto[115] il re a cesare tutti i suoi diritti sopra il regno
di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di
cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati; per tacere tante
altre condizioni, tutte gravosissime al re cristianissimo. Il gran
cancelliere Mercurino da Gattinara, siccome quegli che detestava sì
fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto
il comando e l'indignazione di cesare, non volle mai sottoscriverlo,
allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni
perniciose alla corona. Il tempo comprovò per vero il suo giudizio. Fu
poi nel principio di marzo (altri vogliono il giorno 21 di febbraio)
condotto il re fino ai confini del suo regno, e rimesso in libertà;
consegnati per ostaggio a Carlo V il Delfino e il secondogenito del
cristianissimo, finchè fosse, entro un tempo discreto, data piena
esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente
in prigione quando non si eseguisse».
CAPITOLO XXV.
_Francesco II Sforza bloccato nel castello di Milano. Sollevazioni e
stato miserabile de' Milanesi. — Campo della lega a Marignano. Morte
del Borbone, e saccheggio di Roma. Disfatta de' Francesi. Pace di
Cambrai._
(1526) Continuava il duca Francesco Sforza a starsene bloccato nel
castello di Milano, d'onde coll'artiglieria, non che colle uscite,
inquietava gli assedianti. Nella città comandavano Antonio de Leyva
e Alfonso d'Avalo marchese del Vasto, succeduti al Pescara, e anche
l'abate di San Nazaro. La plebe amava il superstite, unico rampollo dei
principi sforzeschi. La sua bontà, il valore che aveva dimostrato, la
memoria delle guerre e dei mali sofferti sotto un'estranea dominazione,
la serie delle sue sventure, la oppressione in cui tenevasi, tutto
disponeva l'animo del popolo ad odiare i cesariani. S'aggiunse la
vessazione incessante colla quale il Leyva ed il marchese del Vasto
imponevano taglie, oltre il peso dell'alloggio degli indiscretissimi
soldati. Per lo che, saccheggiate le terre, esausti i sudditi,
emigrati i coloni, tutto portava all'impazienza, onde colla forza
rispingere la forza. Così accadde; e forse correva il pericolo di una
totale distruzione l'armata cesarea, se i nobili avessero secondati
i movimenti popolari, invece di reprimerli. Il giorno 24 aprile del
1526 cominciò a rumoreggiare la plebe verso il _Cordusio_, per avere
i fanti della guardia di corte commesse delle violenze nella casa di
un popolare, il quale discacciò a sassate. I fanti vennero soccorsi
da altri compagni, e vicini si unirono all'armi; si fece un grido nel
contorno: _All'armi, all'armi_, e si dilatò. Il giorno 25 il movimento
divenne maggiore; la plebe sforzò le porte della corte, e poichè erano
chiuse, le bruciò; rimasero molti morti, dal castello si fece una
sortita, gli Spagnuoli erano confusi. Un solo uomo di autorità si pose
a governare il movimento popolare, e fu messer Pietro da Pusterla,
il quale fu forse il solo nobile che prese questo partito: così il
Burigozzo. Accerta poi il Grumello che il popolare derubato al Cordusio
era un artigiano sellaro; che venne dal popolo saccheggiata la corte;
bruciate tutte le carte che vi si trovavano; forzate le carceri, e
data la libertà ai prigionieri. Antonio de Leyva e il marchese del
Vasto si appiattarono ne' loro alloggiamenti in porta Comasina, facendo
barricare con carri le strade all'intorno, presidiandole e ponendovi
artiglieria. Il popolo tutta la notte fu in armi, e alla più larga
imboccatura delle strade barricate con grande animoso impeto si spinse;
ma i cannoni obbligarono a piegare. Dal castello fecero un'uscita gli
sforzeschi verso porta Vercellina, ma la sostennero i tremila tedeschi
che custodivano il passo. Le truppe cesaree ch'erano di fuori, parte
chiamate, parte accorse all'annuncio del tumulto, irruppero nella
città, e la strada chiamata _dell'Armi_ (ossia _degli Armorari_)
perchè vi si trovavano molle officine e fondachi d'armi, in allora
doviziosissimi, posero a sacco[116]. S'interpose Francesco Visconte,
uomo di somma autorità, e venne fatto in nome di cesare un proclama,
per cui dichiarossi che non si sarebbero mai più imposte taglie, che
non si sarebbe castigato alcuno pel tumulto seguito, nè posto quartiere
in città per nessun soldato, fuori che la guardia del castello; che
nessun lanschinetto sarebbesi veduto girare per la città, se non per
necessità, ed unicamente colla spada e nessun altr'arme.
I capitoli per timore accordati dal Leyva e dal marchese del Vasto
non potevano rendere affezionato il popolo ai soldati, nè questi al
popolo; e la memoria delle violenze usate, e della pertinace ostilità
per cui si teneva bloccato il duca, teneva pronti ad avvampare di nuovo
i principii di una guerra civile. Una sera, andando Antonio de Leyva
per la contrada de' Bigli, vide un giovane con un giubbone di velluto
verde, e gli disse: _Che fai qui? vieni con me._ Il Leyva era scortato
da sessanta fucilieri. Il giovane rispose che non voleva altrimenti
venire, e si pose in fuga; i satelliti del Leyva lo uccisero. Un
altro giovane, sentendo il rumore, uscissene di casa colla spada, e
venne pure ucciso dai satelliti; altri concorrendo, si fece un grido:
_Italia, Italia!_ Il dì 16 di giugno il tumulto fu assai grande, e
tutta la notte fu la città sulle armi, e si sparse sangue alla Scala
e in porta Vercellina, e si fecero barricate attraverso le vie della
città con travi, fascine, botti, ec.; e la domenica, 17 giugno, essendo
gli Spagnuoli collocati sul campanile del Duomo, d'onde facevano i
segnali, la plebe si avventò contro la guardia di corte, ed il capitano
di essa, fingendosi favorevole ai Milanesi, diede loro _il Santo_,
col quale contrassegno li assicurò che quei del campanile l'avrebbero
consegnato senza opporsi. La plebe credette, e spedì un certo Macasora,
il quale salì, credendosi sicuro col nome del Santo; ma in riscontro
ebbe un'archibugiata, che lo distese morto: il che veduto dal popolo,
tanto sdegno prese pel tradimento, che, posto gran fuoco sotto di
quella torre, arrostì coloro che la presidiavano, indi s'impadronì
del capitano, e lo ammazzò tra il campanile e la guardia di corte. Vi
rimasero morti cent'otto soldati. Gli Spagnuoli diedero fuoco a diversi
quartieri della città, alla Scala, alle Cinque Vie, al Bocchetto. La
plebe allora si smarrì, tanto più che non aveva alcuno alla testa che
la reggesse; e molti cittadini, entrati nelle stalle del marchese del
Vasto, montarono su quei cavalli e fuggirono lungi da Milano. Pareva
Troia. Ardeva molta parte della città, ciascuno era occupato a salvare
la sua roba, gli spagnuoli ed i lanschinetti rubavano e disarmavano:
tutto era rovina[117]. Il Bugatti così descrive la situazione della
nostra città circa questo tempo: «Stava allora la città di Milano tutto
sotto sopra, essendo ogni giorno i Milanesi alle mani cogli Spagnuoli
et coi Tedeschi, per le insopportabili gravezze et mali portamenti,
in maniera che per tre notti (per intervallo di qualche giorno) si
combattè continuo, aiutando i suoi fin le donne dalle finestre......
Raffreddati i petti de' Milanesi, et deposte le armi per aver promessi
il Leyva e il Vasto di non imporre al popolo più gravezza, pian piano
detti capitani astutamente fecero venire alla città il restante delle
copie loro, sparse per varii luoghi dello Stato, et rompendo ogni
fede, accrebbero le taglie maggiori ai mercanti et a tutti quelli
che parve loro, eseguendo i soldati proprii le commissioni: il che fu
cagione che rinnovarono i tumulti, e si venne all'arme. Ma assaltata
la città davanti et da dietro, cioè da quelli dell'assedio et della
nuova milizia entrata, che prese le porte, stettero sotto i Milanesi,
parte banditi, altri proscritti, altri imprigionati, altri tormentati
et altri assassinati; di sorte che non fu ingiuria, oltraggio, danno
et crudeltà che i Milanesi non soffrissero dagli Spagnuoli et da
Tedeschi[118]».
Fino dal giorno 17 maggio 1526 erasi fatta la lega in Cognac fra
il papa, il re di Francia ed i Veneziani, per liberare l'Italia da
tante ostilità, ricuperare il ducato di Milano Francesco Sforza, e
ridurre in libertà i figli del re, ostaggi di Carlo V. Abbiamo da
Sepulveda[119] che Francesco I, appena liberato dalla prigionia e
giunto nel suo regno, trovò un breve del papa, in cui, dopo essersi
rallegrato della sua liberazione, lo esorta che, siccome ha ricuperato
coll'integrità del regno la libertà del corpo, così doveva riprendere
la libertà dell'animo, al fine di provvedere alla dignità e al comodo
proprio, e al bene pubblico del regno; che se nel tempo della sua
prigionia avesse fatta qualche promessa per forza o per timore,
quella non era da attendersi:[120] _Qua in re, ne forte, impeditus
religione, timidius ageret, se illum jurejurando; si quod forte
Carolo ad suam fidem adstringendam dedisset, auctoritate apostolica
liberare; proinde quasi re integra, nullo jurejurando, nulla fide
data, fortiter de suis rebus statueret. Multa praeterea in hanc, ut
gentium, sic divino juri adversam sententiam, mandatis, per epistolam,
addit, omnia persecutus quibus ille ad negligendum jus gentium,
fallemdamque fidem produci posse videretur._ Il re, contentissimo
per questo breve, aderì alla lega, approvò quanto aveva fatto il
suo ambasciatore in Roma Alberto Pio; e, caldo per la voglia che si
scacciassero onninamente dall'ltalia tutti gli spagnuoli e cesarei,
accondiscese a questo ancora:[121] _Ne Gallo quidem regi illum esset in
Italos imperium, sed annuis tributis esset contentus aureorum millium
quinquaginta, quae ipsi a duce Mediolanensi, septuaginia vero quae a
rege neapolitano, Italorum suffragio deligendo, penderentur_[122]. Il
giorno 24 di giugno, dedicato a San Giovanni Battista, giorno solenne
per Firenze, patria e sovranità del papa, era destinato dalla santa
lega a portar la guerra nel milanese, per soccorrere il duca Francesco,
rinchiuso nel castello di Milano già da sette mesi. Il duca d'Urbino,
Francesco Maria, comandava le truppe de' Veneziani, e Giovanni Medici
le pontificie. Clemente VII però non volle comparire aggressore, e
scrisse a Carlo V un breve, rammemorandogli le attenzioni che gli
aveva usate, le ingiurie che da esso aveva sofferte, il mancare ai
trattati, l'ambizione di conquistare l'Italia, e turbare la pace de'
cristiani, torti ch'egli attribuisce all'Imperatore, dicendo che,
dopo d'avere senza alcun profitto tentata ogni via per calmarlo,
costretto, suo malgrado, a prendere le armi, attestava Dio che lo
esortava a pensare a dar pace, ed ascoltare sentimenti più umani, e
provvedere alla propria fama. Questo breve venne spedito al nunzio
presso di cesare, ch'era l'elegante prosatore e poeta Baldassare
Castiglione. Tre giorni dopo il papa si pentì d'aver fatte delle
accuse insussistenti:[123] _Et alteram epistolam mittit aequiorem
et moderatiorem perpaucis verbis in eamdem sententiam sed calumniis
ex parte sublatis_, acciocchè, se era in tempo, sopprimesse il primo
breve e presentasse quest'ultimo; ma il Castiglione aveva già eseguito
il primo comando. L'imperatore pubblicò la lettera del papa e la
risposta, la quale conteneva che non era stato superato dai benefizi
del papa; anzi nulla aver fatto il papa che non contenesse l'utilità
del papa istesso. Avere santamente osservato cesare i trattati. Aver
sempre operato per la tranquillità e la pace fra i cristiani; non mai
aver fatto la guerra se non provocato. Si maravigliava come il sommo
pontefice facesse menzione di turbamento della pubblica pace, non
mentre ch'ei stesso, in mezzo alla quiete universale, aveva sollecitate
le città e i principi cristiani alla guerra, e il re di Francia a
violare i trattati e gli stessi giuramenti; la qual sorta di consigli
non pareva si dovesse aspettare da quello che rappresenta il vicario
di Cristo, autor della pace. Finalmente rispondeva che, se il papa
brama la pace, ciò dipende da lui; lasci le armi che ha imbrandite a
danno proprio e dei suoi, e l'imperatore si dichiara pronto ad ogni
equa condizione di pace. Se poi, invece di voler la pace, persiste a
promuovere il disordine, l'imperatore se ne appella al futuro sacro
ecumenico Concilio, e prega il sommo pontefice, in un tempo che lo
rende necessario alla religione per le dissensioni teologiche, e alla
repubblica cristiana per la sua tranquillità, a volerlo convocare; e
ne lo prega in nome di Dio immortale, che se ricusava d'ascoltarlo,
cesare, autorizzato dal rifiuto e dalle leggi, si sarebbe servito del
suo potere per porre rimedio a tanti pubblici mali. Tale è il transunto
del cesareo manifesto che allora venne pubblicato, e che si riferisce
dal Sepulveda[124].
Durante questo carteggio tra il papa e Carlo V, i Veneziani,
comandati dal duca d'Urbino, presero Lodi per sorpresa, e con segreta
intelligenza di Lodovico Vistarini, stipendiato cesareo, che tradì il
suo padrone. I Pontificii a tale annunzio passarono il Po a Piacenza e
si unirono coi Veneti; e tutti di concerto posero il campo a Marignano.
Frattanto i cittadini milanesi, spogliati delle armi e costretti ad
alloggiare nelle loro case i soldati, che ne depredavano a man salva
ogni cosa, furono ridotti a tali estremi, che non rimaneva altro
rimedio, fuorchè «cercare e fuggirsi occultamente da Milano, perchè
il farlo palesamente era proibito. Onde, per assicurarsi di questo,
molti dei soldati, massimamente spagnuoli, perchè nei fanti tedeschi
era più modestia e mansuetudine, tenevano legati per le case molti de'
loro padroni, le donne e i piccoli fanciulli, avendo anche esposto
alla libidine loro la maggior parte di ciascun sesso ed età. Però
tutte le botteghe di Milano stavano serrate; ciascuno aveva occultate
in luoghi sotterranei o altrimenti recondite le robe delle botteghe,
le ricchezze delle case, gli ornamenti delle chiese... d'onde era
sopra modo miserabile la faccia di quella città, miserabile l'aspetto
degli uomini, ridotti in somma mestizia e spavento; cosa da muovere
ad estrema commiserazione, ed esempio incredibile della mutazione
della fortuna a quegli che l'avevano veduta poco innanzi pienissima
di abitatori, e per la ricchezza dei cittadini e per il numero
infinito delle botteghe ed esercizi, per l'abbondanza e dilicatezza
di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe
e sontuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, e per
la natura degli abitatori, inclinati alle feste ed ai piaceri, non
solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e felicissima
sopra tutte le altre città d'Italia[125]». In Milano non vi era che
penuria e desolazione; e la fuga stessa non era sufficiente presidio,
poichè gli Spagnuoli diroccavano le case dei cittadini che altrove
ricoveravansi. Riuscì tuttavia di conforto ai Milanesi l'impensata
spedizione da Madrid del duca di Borbone con centomila ducati per
le paghe dell'esercito, sembrando loro che tale sussidio potesse
mitigare in parte tante gravezze ed acerbità. Egli avea la promessa
dall'imperatore di essere investito nel ducato di Milano, qualora ne
scacciasse lo Sforza[126]. Il Borbone, che sotto Francesco I dieci anni
innanzi era stato governatore di Milano, venne accolto come un padre
dai Milanesi, che da lui solo speravano la cessazione de' mali enormi
cui erano sottoposti. Il Guicciardini reca per esteso le supplicazioni
fattegli dai principali cittadini milanesi[127], ai quali il duca
rispose commiserando la loro infelicità; ma aggiunse che il solo mezzo
di tenere in freno i soldati era quello di pagarli; che non bastando
il danaro che avea seco recato per soddisfare gli stipendi arretrati,
gli abbisognavano ancora diecimila ducati, paga d'un mese, mediante
la qual somma avrebbe fatta uscire dalla città tutta la soldatesca.
Con molto stento si radunò questa somma dai Milanesi, e il duca, nel
riceverla, promise di far uscire dalla città i soldati, aggiungendo che
«se mancava, Dio lo facesse perire la prima volta che si presentasse
al nemico». Si considerò dal volgo come una punizione celeste la
morte che Borbone incontrò poi nello scalare le mura di Roma nel
1527, perchè non fu leale alla fatta promessa. Guicciardini conviene
che il duca di Borbone diede le disposizioni perchè fosse tolto
l'alloggiamento militare dalla città; «ma ciò non ebbe effetto, o non
tenendo conto Borbone della sua promessa, o non potendo, come si crede,
resistere alla volontà e alla insolenza dei soldati, fomentati anche
da alcuni de' capitani, che volentieri, o per ambizione o per odio,
difficoltavano i suoi consigli[128].
Intanto il duca Francesco II trovavasi a mal partito, mancando omai
di viveri nel suo castello. Quindi fece uscire ducento uomini di
notte, i quali attraversarono, dove meno era custodito, il passo, e
quasi tutti giunsero all'armata de' collegati, rappresentando loro
la estremità alla quale era ridotta la guarnigione, alleggeritasi
anche a tal fine con questa diminuzione. S'avanzarono verso Milano
i collegati, e posero il quartiere al Paradiso, di contro a porta
Romana. Dopo tre giorni Giovanni Medici si presentò alla porta, e
co' cannoni cominciò a tentare di atterrarla e farsi adito. I cesarei
invece spalancarono la porta. Questo fatto sorprese gli aggressori,
i quali, temendo insidia, non osarono di entrare; all'opposto
uscirono i cesarei e fecero piegare il Medici co' suoi; per lo che
l'indomani tornarono i collegati a scostarsi ed a ristabilire il
campo a Marignano, aspettando il soccorso degli Svizzeri che stava
per mandare la Francia. Sicchè l'infelice Francesco Sforza, mancando
totalmente di viveri, de' quali appena era rimasta la provvisione di
un sol giorno, si trovò costretto ai 24 luglio di rendere il castello
di Milano per capitolazione, salva la vita, la libertà e la roba sua e
di buon numero di nobili che quivi avevano voluto correre la fortuna
del loro principe. Nella capitolazione erasi convenuto che la città
di Como si lasciasse allo Sforza con trentamila annui ducati, infino a
che cesare avesse conosciute e giudicate le accuse fatte alla fedeltà
del duca; ma ceduto ch'ebbe il castello, se gli mancò dai cesarei alla
promessa. Il duca Francesco passò nel campo degli alleati, indi a Lodi,
nella quale città, cedutagli dai Collegati, ratificò per istrumento
pubblico la lega italica stabilita nel congresso di Cugnac. Breve fu
la dimora dello Sforza in Lodi, mentre giunti finalmente a Marignano
quattordicimila svizzeri assoldati dalla Francia in soccorso degli
alleati, non fu loro difficile, dopo diversi attacchi e vigorose
ripulse, di costringere Cremona alla resa. Questa seguì ai 25 settembre
del 1526, coll'uscir libero il presidio, a patto che per un anno non
guerreggiasse nella Lombardia. Cremona fu pure dai Collegati consegnata
al duca Francesco Sforza. Alla nuova dell'arrivo del rinforzo svizzero
a Marignano, con che l'esercito della lega si accrebbe a più di
trentamila fanti, oltre la cavalleria, parimenti superiore di numero
alla cesarea, le forze imperiali, limitate a cinquemila spagnuoli,
quattromila tedeschi e circa seicento cavalieri, si accamparono fuori
di Milano, onde star meglio in guardia contro un nemico tre volte più
poderoso e una città male affetta.
Oltre gli Svizzeri venuti in rinforzo dell'armata collegata, non
indugiò il re di Francia in quel torno a spedire in aiuto di essa,
giusta i patti, quattromila guasconi, quattrocento corazzieri, e
quattrocento cavalleggeri sotto il comando del marchese Michele Antonio
di Saluzzo. L'imperatore Carlo V, per impedire la guerra, col mezzo
di Ugo Moncada, avea fatto al papa Clemente la proposizione di dargli
lo Stato di Milano in deposito; frattanto che si esaminasse la causa
dello Sforza; che se egli fosse conosciuto innocente, súbito gli si
consegnasse il ducato; se poi fosse giudicato fellone, allora cesare
ne avrebbe investito, non già Ferdinando suo fratello, ma il duca
Carlo di Borbone: tanto era egli alieno dal volerselo appropriare.
Ma Clemente VII, confidando nella lega, nemmeno questo partito volle
ascoltare[129]. Il Moncada si portò verso il regno di Napoli, si unì
ai Colonnesi, fece una scorreria in Roma; il papa tremava in castel
Sant'Angelo senza soldati e senza viveri; nè sperando altronde pronto
soccorso, cercò allora l'amicizia di cesare, e richiamò le sue truppe.
Intanto che il pontefice, seguendo il suo costume, si piegava a nuovo
partito a seconda degli avvenimenti, l'esercito della lega, reso
potente pei successivi rinforzi pervenutigli, si lusingava di espugnar
Milano colla fame, cingendola da più lati per chiudere ogni adito alle
vittovaglie, quando seppe che Giorgio Frandsperg nel Tirolo radunava
un armamento in soccorso degli imperiali; il quale infatti nel mese di
novembre discese dal Tirolo in Italia con tredici in quattordicimila
fanti tedeschi, radunati colle promesse di gran preda; e per il
mantovano giunse a Borgoforte sulla riva del Po. Cambiaronsi allora
le speranze dei Collegati; e passarono dalla guerra offensiva alla
difensiva, in modo che il duca d'Urbino, lasciati in Vaprio i francesi
e gli svizzeri sotto il comando del marchese di Saluzzo, accorse col
restante dell'esercito a far argine ai tedeschi; ma il pronto accorrere
dei Collegati non valse a trattenerli mentre essi piombarono sul
Piacentino, non curandosi di Milano, già ridotto all'estrema indigenza,
risoluti di passare al saccheggio di Firenze e di Roma. Quest'esempio
eccitò ben presto un'egual brama nei soldati cesarei accampati nel
milanese: e l'estrema scarsezza dei viveri fra di noi fece nascere un
generale fermento ne' soldati, che attribuivano al papa i disagi e i
mali che sofferivano, e costrinsero i comandanti a marciare con essi
a quella vòlta[130]. Il Borbone, confidato il milanese al Leyva, si
pose alla loro testa. I soldati l'adoravano. Egli soleva dir loro:
«Figliuoli miei, sono un povero cavaliere, non ho un soldo, nè voi ne
avete: faremo fortuna insieme». Una così impensata e potente irruzione
di queste forze riunite costernò maggiormente l'animo di Clemente VII,
sì che acconsentì ad una tregua di otto mesi coll'imperatore, stipulata
coll'opera del vicerè Lannoy, luogotenente cesareo per l'Italia.
Spedì allora il Lannoy incontro agli imperiali coll'ordine di non
innoltrarsi, atteso l'armistizio concluso sotto pena d'infamia. Ma
l'armata, pronta a marciare senza capitani, minacciò di uccidere chi
parlasse di ordini contrari. Sepulveda porta opinione che il Borbone
accettasse il comando di questa armata per disperazione di miglior
partito, attesa l'assoluta deficienza degli stipendi; al che concorda
eziandio il Grumello[131].