faccia de' nemici, avendo un parapetto di morti avanti di sè. Raggiunto
in un prato paludoso da un colpo di fucile, gli cadde finalmente
sotto il cavallo. Egli aveva due ferite in una gamba. Caduto che fu,
venne attorniato da un nembo di soldati tedeschi e spagnuoli; se lo
disputavano. Il re, ferito come era anche in fronte, combattendo a
piedi, si difendeva colla mazza di ferro. Per buona sorte sopraggiunse
il Lannoy, al quale egli si arrese prigioniero; e fu opportuno il di
lui arrivo, poichè altrimenti correva pericolo il re di essere fatto
in pezzi, tanta era la voglia che ciascuno aveva di possedere un tal
prigioniero. Due cavalieri spagnuoli, Giacomo ossia Diego d'Avila,
e Giovanni Urbieta Biscaino, conosciuto chi egli era, lo aiutarono
a salire a cavallo; ma il d'Avila gli tolse la spada e l'Urbieta la
collana del toson d'oro[83]. Il re rimase spogliato di quanto aveva
di prezioso. La di lui sopraveste fu squarciata in cento parti, e
i pennacchi dell'elmetto reale furono spaccati in minimi frammenti,
gloriandosi ciascuno di portare una memoria di così illustre presa.
Don Carlo Lannoy, smontato da cavallo, baciò rispettosamente la
mano al re inginocchiandosi; altrettanto fecero i primi signori che
ivi sopraggiunsero. Questa memorabile battaglia non durò due ore;
e rimasero in essa estinti novemila del campo francese. I feriti
e prigionieri furono, oltre il re di Francia, Enrico d'Albret,
re di Navarra, il gran Bastardo di Savoia, il principe di Lorena,
l'Ambricourt, Bonavalle, San Paolo, Galeazzo e Bernabò Visconti,
Federico Gonzaga da Bozzolo, Girolamo Aleandro, vescovo di Brindisi e
nunzio del papa, e varii altri signori. Degli imperiali solo mille e
cinquecento rimasero morti con due soli capitani di conto, cioè don Ugo
di Cardona e Ferrante Castrioto, marchese di Sant'Angelo.
Il re cristianissimo con molto rispetto fu condotto all'alloggiamento
del vicerè don Carlo Lannoy a San Paolo; dove, mediante le ferite,
scrisse alla duchessa d'Angoulème, sua madre, quella breve e terribile
lettera: «Signora, tutto è perduto, fuor che l'onore». Il duca di
Borbone presentò al re magnifiche vesti per disarmarsi; ed al pranzo
il vicerè Lannoy lo servì presentandogli il catino da lavar le mani,
il marchese del Vasto versò l'acqua, il duca di Borbone lo sciugatoio.
Il Borbone lasciava cader le lagrime, mirando prigioniero il re. La
sera il re volle che Lannoy e Vasto cenassero seco. Pescara venne
ad ossequiarlo senza pompa e con modeste maniere, e piacque al re
sopra ad ogni altro. Gli si concessero i suoi paggi, si ricuperarono
abiti, camisce e molte cose rappresagliate, che i soldati medesimi
generosamente presentarono, e fra queste una coppa d'oro, in cui soleva
bere il re, ed una croce d'oro che papa Leone gli aveva posta al collo
in Bologna, e così venne nobilissimamente trattato come se fosse stato,
non che libero, ma nella stessa sua reggia[84]. Tre giorni stette
nel monastero di San Paolo il prigioniero Francesco I; indi il 28 di
febbraio fu condotto nella fortezza di Pizzighettone, e collocato nella
Rocchetta, col gran maestro di Francia, il duca di Montmorenci, ove
dimorò sino al 18 maggio. Così il Grumello[85]; il quale aggiunge che
ne' giorni che ivi stette, sintanto che venissero da Spagna gli ordini,
il re giuocava _a varii giochi et maxime al ballono_. Il Muratori, ne'
suoi Annali, ne accerta altresì che al re Francesco furono concessi
«per sua compagnia venti de' suoi più cari, scelti da lui fra quelli
ch'erano rimasti prigionieri[86]». Una vittoria così compita, con tanta
strage dell'esercito francese, e poca perdita degl'imperiali, è troppo
naturale che producesse quanto afferma il Bugati[87], vale a dire che
«tutto il campo francese restasse in preda de' soldati, et più de gli
Spagnuoli, per cotal vittoria fatti sì ricchi et sì insolenti, quanto
altra fiera milizia che più fosse in Italia, minacciando apertamente
di cacciar di Stato il duca di Milano, se presto non gli soddisfaceva
di quante paghe dovevano avere»; e che i Francesi abbandonassero Milano
in un momento. Anzi v'è chi scrisse che il grido di questa vittoria fu
tale, che nel giorno medesimo restò libera dai Francesi, non solo la
città, ma tutto il ducato. Giunta a Madrid la gran nuova della presa
del re cristianissimo e della disfalla terribile del suo esercito, il
re augusto Carlo V non permise che si facesse pubblica allegrezza, ed
ei medesimo non seppe contenersi a segno, che meritò l'ammirazione:[88]
_Nullam ex more gratulationem publice fieri passus est, nec ipse
laetitia exultavit, sed gaudium moderate pro sua gravitate tulit_[89].
Il Tegio riporta la traduzione della lettera che la reggente Luisa,
madre del re, scrisse a Carlo V in quella occasione, ed è come segue:
«A monsignor mio buon figlio l'imperator Carlo. — Monsignore mio buon
figlio, dopo che io ho udito e saputo da questo gentiluomo presente,
portatore di questa mia, la fortuna la quale è occorsa a monsignore
il re mio figlio, io rendo grazie a Dio di questo ch'egli sia capitato
nelle mani di quel principe del mondo che io più amo, sperando che la
imperiale Maestà vostra ne debba tenere quel buon conto per lo mezzo
del sangue, confederazione e lignaggio il qual è tra voi e lui, et in
caso che questo avvenga (come io tengo per certo) ne seguirà un gran
bene et universale a tutta la cristianità dall'amicizia e riunione di
voi due; e perciò, mio signore e figlio, io vi supplico che lo abbiate
per raccomandato, e che in questo mentre comandiate che egli sia ben
trattato come il grado vostro e suo lo richiede, e commettiate che
egli sia servito in tal maniera ch'io possa spesso intendere del suo
ben stare e della sua sanità, e così facendo, voi vi obbligherete una
madre, la quale d'ogni ora voi avete così nomata: et ancora vi prego
che ora voi vi mostriate padre per affezione, come io a voi madre per
dilezione. Da San Giusto in Lione, il terzo giorno di marzo 1215. — La
vostra humil madre Lovisa». Fra i prigionieri fatti in questa battaglia
di Pavia, il principe di Bozzolo Federico Gonzaga, corrotte le guardie,
si pose in salvo. Il conte di San Paolo, principe del sangue, creduto
morto, venne mutilato da un soldato imperiale col taglio dì un dito
per levargli un anello; il dolore gli fece dar segni di vita, e potè
palesare al soldato chi egli era, il quale per godere solo del prezzo
del riscatto, lo custodì incognito, lo guarì dalle sue ferite, e
l'accompagnò in Francia. Il marchese di Pescara avea comprato dai
militi cesariani il re di Navarra per settemila scudi, e lo teneva suo
prigioniero nel castello di Pavia, cercando settantamila scudi per il
riscatto. Ma i fratelli Lonate, gentiluomini pavesi, colle scale di
corda, lo liberarono; indi lo scortarono con cavalli e servi sino in
Francia. Essi perdettero la patria; il re diede loro nella Francia con
che vivere[90].
Tanta felicità delle armi cesaree eccitò ben presto negli animi
di quasi tutti i principi d'Italia un ragionevole timore d'essere
l'uno dopo l'altro oppressi e soggiogati dal vicino esercito; ond'è
che, dopo varii ripieghi, specialmente progettati tra Clemente VII
ed i Veneziani, stimò più opportuno il pontefice di stabilire una
concordia cogli imperiali per mezzo di Gian-Bartolameo da Gattinara,
ministro di cesare in Roma, restando conchiuso quest'accordo il 1.º
di aprile 1525, pubblicato poi nel dì 10 di maggio dello stesso anno.
Le condizioni principali di questo trattato, nel quale fu compreso
Francesco Sforza qual duca di Milano, furono la scambievole difesa del
ducato di Milano e degli Stati pontificii, compresa Fiorenza coi Medici
che vi dominavano, e la contribuzione di centomila ducati da darsi
dai Fiorentini, con che le truppe cesaree partissero dai quartieri
occupati nelle terre di Parma e Piacenza. I Veneziani, ai quali era
stato lasciato il luogo d'entrarvi, intese le mire del re inglese
di collegarsi colla regina, madre del re prigioniero, sospesero di
determinarsi ad alcun partito. Frattanto gl'insorti lampi di speranza
per la tranquillità dell'Italia lasciavano luogo a qualche angustia
d'animo ne' ministri cesarei sulla sicurezza del re Francesco in
Pizzighettone. Infatti il Lannoy ragionevolmente sospettava che il
re da Pizzighettone non venisse o tolto per subornazione di qualche
generale, o per tumulto de' soldati, mal pagati e vinti dalla umanità
del re, o per effetto di qualche unione de' principi italiani, e
singolarmente dello Sforza, il quale poteva acquistarsi un sicuro
godimento dello Stato col liberare Francesco I, o coll'opera del
duca di Borbone, che potevasi riconciliare con tale beneficio. Forse
questi sospetti del vicerè Lannoy accelerarono nell'animo di Carlo
V la risoluzione di volere al più presto in Ispagna tradotto il re
prigioniero. Lannoy, vedendo il re impaziente della sua liberazione,
colse l'opportunità di persuadergli che in un'ora di colloquio
coll'imperatore si sarebbe terminato ciò che portava degli anni,
trattato ministerialmente. Quindi fecegli desiderare di andare in
Ispagna. Tutto fu segretamente concertato, fingendosi di condurlo a
Napoli per custodia più sicura. Venne destinato a scortare il re in
Ispagna, a preferenza del marchese di Pescara, a cui principalmente
dovevasi la insigne vittoria di Pavia. Preferenza ingiuriosa, e che
perciò produsse nel Pescara una palese malcontentezza di cesare,
ed un'inimicizia aperta col Lannoy, da cui poscia derivarono gravi
conseguenze. «Pertanto, sul fine di maggio, scrive il Muratori[91],
scortato esso re da trecento lance e da quattromila fanti spagnuoli,
fu menato a Genova, dove, imbarcatosi con dieci galee genovesi ed
altretante franzesi, ma armate dagl'imperiali, in compagnia del vicerè
Lanoy, arrivò poscia a Madrid»; dopo però di essere stato per qualche
tempo rinchiuso nella fortezza di Xsciativa nel regno di Valenza,
dove i re di Arragona anticamente custodivano i rei di Stato, siccome
è concorde testimonianza degli altri storici. Il capitano Alarçon
fu assegnato custode del re, da quando, prigioniero, fu tradotto a
Pizzighettone, fino al termine del suo destino in Madrid. La permanenza
del re in Pizzighettone fu di settantanove giorni, quanti se ne
contano dal giorno 28 febbraio sino al 18 maggio, in cui accadde il suo
trasporto in Ispagna[92].
Il papa Clemente VII, poco fidando nella precaria convenzione di Roma,
cominciò a temere che Carlo V, coll'occasione di venire ad essere
incoronato, non s'impadronisse della Romagna, e fors'anco della stessa
Roma, facendo rivivere le antiche pretensioni; il che non poteva avere
ostacolo, singolarmente colla dominazione ch'egli avea del regno di
Napoli. Il papa anche temeva per Firenze, la quale era già divenuta
una signoria della casa Medici. I Veneziani erano pure atterriti
da una tanto prevalente grandezza dell'imperatore, e temevano che
non cercasse di rivendicare le città della terra ferma, altre volte
costituenti parte del ducato milanese. In queste circostanze era in
Roma ambasciatore di Francia Alberto Pio, conte di Carpi, signore di
nascita illustre, al quale i cesarei avevano usurpato la contea; uomo
di molta sagacità ed eloquenza, e pratico de' politici affari. Questi,
con intelligenza della duchessa d'Angoulème, madre del re prigioniero,
gettò i primi fondamenti d'una lega per opporsi alla dominazione
dell'imperatore nell'Italia. Tutto si maneggiò segretamente. Il papa
ed i Veneziani non bastando, si tentò di far entrare nella lega il
re d'Inghilterra Arrigo VIII. Gl'interessi del re sarebbero stati
di unirsi anzi con Carlo V, e mentre era il re di Francia di lui
prigioniero, smembrare la Francia, togliendone la Provenza in favore
del duca di Borbone, e la Brettagna ed altri Stati pretesi dalla
corona d'Inghilterra, invadendoli contemporaneamente Arrigo stesso.
Così veniva depressa per sempre la potenza dei rivali francesi,
ed assicurato il dominio dell'Italia a cesare. Ma le pubbliche
mire cedettero anche allora, come suole comunemente accadere, alle
passioni personali. Era il re Arrigo VIII sdegnato contro di cesare,
perchè, avendo Carlo V sposata, d'anni sette, la principessa Maria
d'Inghilterra, sua figlia, non la volle dappoi per moglie, preferendole
Isabella, figlia del re di Portogallo, e come dice Sepulveda[93]:[94]
_Propter injuriam neglectae filiae, quam Carolo citra legittimam et
maturam aetatem cum spopondisset, non ille quidem neglexit, sed justis
de causis Isabellae, Portugalliae regis Emmanuelis filiae, posthabuit._
Quindi è che Arrigo s'unì col papa, co' Veneziani, co' Francesi per
far argine alla troppo estesa potenza dell'imperatore. Fattasi la lega,
che si volle chiamare santa, per esservi alla testa il papa, cominciò
questa col dare al re prigioniero consigli veramente poco santi, benchè
utili per quel momento:[95] _Nullum fidem, nullum jusjurandum, nullos
obsides dare recuset, modo se vindicet in libertatem; facile enim
fore jurisjurandi veniam a pontifice maximo, principe conspirationis,
qui hanc ipsam veniam ultro deferat, impetrare_: così il succennato
Sepulveda[96].
Carlo V venne in chiaro della lega per avere i collegati tentato
di trarre dal loro partito Fernando d'Avalos, marchese di Pescara,
vincitore del re Francesco, il quale a quel tempo era malcontento
dell'imperatore, perchè, senza riguardo ai segnalati servigi da
lui resi alla corona, avea confidato al Lannoy la custodia e la
trasmissione a Madrid del re di Francia. Anzi si era lasciato credere
al Pescara, che da Genova il re si dovesse trasportare a Napoli; nè
egli seppe il destino del re, se non quando lo seppe ognuno. Questa
diffidenza e questa ingratitudine di Cario V avevano lacerato l'animo
sensibile del marchese di Pescara. Il marchese era italiano; e la
nazionale gelosia tra Spagnuoli ed Italiani fu la cagione di un mistero
inopportuno ed ingiurioso. Perciò Girolamo Morone, gran cancelliere del
ducato ed intimo consigliere del nostro duca, uomo di molta eloquenza,
dignità e dottrina[97], fu dai collegati incaricato ad aprire discorso
col marchese di Pescara. Sepulveda ne riferisce il transunto[98].
Ricordò il Morone al Pescara, che a gran proposito era l'occasione;
che tutti i principi italiani erano pronti a far causa comune per la
patria; che altro non mancava se non un capitano d'animo, di cuore, di
sperienza, di celebrità, degno d'essere posto alla testa di un'armata;
che il marchese di Pescara era quegli che ciascuno eleggeva; che il
servigio ch'egli avrebbe reso all'Italia, oltre la gloria, non sarebbe
stato senza degna mercede, poichè, scacciati i barbari, nè rimanendo
più alcun dominio straniero in Italia, ed assicurato Francesco Sforza
e stabilito libero duca di Milano, il premio dell'invitto marchese
sarebbe stato il possedimento del regno di Napoli[99]. «Non è dubbio,
prosiegue il Guicciardini[100], che tali consigli sarebbero facilmente
succeduti, se il marchese di Pescara fosse in questa congiunzione
contro Cesare proceduto sinceramente». Il marchese di Pescara ascoltò
la proposizione con apparente favore; soltanto mostrò d'avere avanti
gli occhi la fortuna e la potenza di Carlo V, e le difficoltà da
superarsi. Si protestò interessantissimo per la salute della patria.
Per lo che il Morone gli svelò il piano della lega già fatta fra il
papa, i Veneti, i Fiorentini, lo Sforza, il re Arrigo d'Inghilterra
ed il regno di Francia. Il Pescara destinò di tenerne più comodamente
discorso in casa, attesochè questo primo cenno se gli era dato sulla
spianata del castello di Milano. Ma diffidando egli di un'impresa
dipendente da tanti interessi combinati e facili a sciogliersi, concepì
il piano di comparire fedele all'imperatore, ed ottenere in premio il
ducato di Milano, col pretesto della fellonia di Francesco Sforza[101].
All'intento quindi di aver le prove dell'ordita trama, nascose Antonio
De Leyva dietro i parati della stanza, ed ivi insidiosamente indusse
Morone a palesargli il piano della lega. Comunicato il fatto a cesare,
questi lodò la condotta del marchese di Pescara, il quale, per non
romperla col Morone, mostrossi pronto, soltanto che venissero tolte
le inquietudini ch'egli provava internamente col tradire l'imperatore
che lo stipendiava; al che si tentò dal papa di rimediare.[102]
_Pontifex, fallacibus quibusdam, sed a juris specie ductis argumentis,
Marchioni persuadere nititur id facinus ab ipso pie atque sancte
patrari posse_[103]. Gli ordini di cesare volevano che venisse
imprigionato il Morone per aver giuridicamente le prove della lega,
e soprattutto contro il duca Francesco Sforza. In questo mentre si
ammalò il marchese in Novara, e chiamò a sè il Morone, _nella persona
del quale si può dire che consistesse l'importanza di ogni cosa_[104].
Il Morone che se ne diffidava, e di cui aveva detto al Guicciardini
«non essere uomo in Italia nè di maggiore malignità, nè di minor fede
del marchese di Pescara», volle un salvo condotto da lui; il quale,
poichè ebbe ottenuto, in compagnia di Antonio de Leyva, cavalcò a
Novara il giorno 14 di ottobre 1525. Visitato che ebbe il marchese e
congedatosi da lui, mentre il Morone salutava il Leyva nell'anticamera
per andarsene, questi gli disse: «Venite a casa con noi»; il Morone
ringraziò dell'invito; il Leyva ripigliò: «Voi ci verrete, essendo
prigioniero dell'imperatore[105]». In tutto questo fatto il Pescara
si disonorò. Egli adoperò l'industria d'uno sbirro, anzichè mostrare
l'animo nobile e franco d'un illustre capitano. Proposizioni di
cotal fatta o non si dà luogo a farle, o, fatte, si accettano, o,
dispiacendo, la lealtà vuole che diasi avviso di abbandonare il
progetto, o di doverlo altrimenti palesare. Carlo V non ebbe torto
diffidando del Pescara. Chi è capace di servire da sbirro, è capace
di mancar di fede[106]. Il marchese di Pescara morì poi il 3 dicembre
di quell'anno, di morte sospetta[107]. Il duca Francesco Sforza spedì
a Novara il senatore Jacopo Filippo Sacco per ottenere la libertà del
suo gran cancelliere ch'egli dichiarava innocente verso l'imperatore;
ma il Pescara fieramente rispose, che Morone era reo, e che reo era non
meno Francesco Sforza. Datosi principio agli esami, nei quali, per via
di tormenti si venne in chiaro di ogni disegno de' congiurati[108];
e poscia da Novara tradotto il Morone a Pavia, quivi in presenza del
Pescara e del Leyva furono compiti i processi; la risultanza de' quali
fu che il Morone fosse condannato a perdere la testa. Nelle memorie
manoscritte del Morone trovasi l'apologia ch'ei fece di sè medesimo
colla data del 25 ottobre, undici giorni dopo la sua carcerazione.
Mostra dapprima che, non essendo egli nè vassallo nè suddito
all'imperatore, ma bensì del duca di Milano, non poteva riconoscere
nel Pescara e nel Leyva veruna legittima giurisdizione sopra di sè.
Poi, ricordando d'essere suddito non solo, ma gran cancelliere del
duca, dichiara che senza una perfidia manifesta e una infame violazione
de' suoi doveri, ei non poteva svelare i segreti del suo naturale
sovrano. In séguito espone un prospetto della vita propria e della
condizione presente degli affari pubblici; e con tanta energia, con
tanta evidenza si difese, che, giunto a morte il marchese di Pescara,
ordinò nel testamento all'erede marchese del Vasto, di supplicare Carlo
V per la liberazione del Morone. Ma il tardo buon volere del Pescara
poco avrebbe giovato a scampare il Morone dalla morte, se non fosse
venuto in pensiero al duca di Borbone, tornato di recente in Italia,
di mettere a prezzo il di lui riscatto; onde gli offerse la libertà
mediante il pagamento di ventimila ducati. L'irregolarità del giudizio
e l'improvvisa proposta fecero credere al Morone che tutto fosse una
finzione, ma sentendo che erasi già eretto il palco per la esecuzione
della capitale sentenza, pagò, e fu liberato dal carcere. La carica
però di gran cancelliere venne trasferita nel conte di Landriano,
Francesco Taverna.
Questa pericolosissima sciagura del Morone ebbe origine dallo sdegno
per le esorbitanti vessazioni con cui l'armata imperiale smungeva
lo Stato di Milano. Francesco Sforza non aveva che il nome di duca,
sebbene l'imperatore avesse preso le armi per lui. L'imperatore avea
posto un tributo di centomila ducati sul milanese, indi chieste somme
esorbitanti allo Sforza per l'investitura[109]. Inoltre il duca,
vedendo vessati sopramodo i suoi sudditi dall'esercito cesareo, avea
fatto un accordo col marchese di Pescara di pagargli altri centomila
ducati, con che, represse tutte le estorsioni, si prendesse egli la
cura di provvedere l'esercito di viveri e di stipendi[110].
La somma di queste disavventure ed oppressioni del duca Francesco si fu
che, giovandosi il marchese di Pescara ed Antonio de Leyva dei progetti
manifestati da Girolamo Morone, fecero, in un congresso tenuto in
Pavia, sentenziare di fellonia il duca Sforza, dichiarato sovrano del
milanese l'imperatore Carlo V. In conseguenza della quale dichiarazione
il marchese di Pescara fece domandare allo Sforza il castello di
Milano, quello di Cremona ed altri, presidiati dal duca. Il povero duca
appena cominciava a riaversi da una malattia mortale, quando gli venne
fatta sì terribile intimazione dall'abate di San Nazaro. Ricusò egli
di dare al Pescara i due nominati castelli: bensì accordò gli altri, e
disse che se l'imperatore voleva anche quelli, e a lui fosse constato,
non solamente i castelli, ma lo Stato eziandio e la vita gli avrebbe
dato; ch'egli era sempre stato ed attualmente era innocente e fedele
a cesare, e sperava che tale sarebbesi fatto conoscere. Si lagnò del
suo destino, che, bambino ancora, lo aveva portato esule lontano dalla
patria, colla prigionia e rovina del padre; poi, ricuperato appena lo
Stato nella sua adolescenza, il re di Francia ne lo aveva balzato.
Finalmente, fatto prigione il re, mentre credeva veder pacifici
i sudditi e ristorati dai sofferti lunghi danni, mentre credevasi
tranquillo, ecco una mortal malattia, ecco una calunnia a rovinarlo.
A malgrado di siffatte querele il marchese di Pescara volle entrare
in Milano. Lo Sforza chiedeva soltanto che si aspettasse la risposta
di Sua Maestà cesarea; che se quella comandava che egli fosse privato
dello Stato, era pronto a tutto cedere. Il Pescara ricusò di aspettare,
mandò tremila tedeschi ad assediare il castello, ove il povero duca
s'era ricoverato, e da mille altri tedeschi e cinquecento spagnuoli
fece occupare Cremona[111]. I nostri cronisti proseguono a dire che il
duca, assediato nel castello di Milano, faceva spesse sortite con grave
danno de' cesariani, mentovando un curioso cambio di prigionieri: il
duca rimise liberi cinquanta lanschinetti per cinquanta vitelli[112].