La stessa scrupolosa fedeltà ho osservato nell'inserire nel mio

successivo lavoro i frammenti che ho trovato servibili nelle note

del mio autore; ed oltre il fatto già accennato dell'uccisione del

Maraviglia, e il ragguaglio dello stato in cui erano in Milano l'arte

del ballo e del teatro al termine del secolo decimosesto, suoi sono i

racconti del fine tragico della contessa di Celano, dell'ingresso in

Milano dell'arciduchessa sposa del re Filippo III, della legazione a

Roma del senatore Giambattista Visconti, della cameriera del senator

Melzi bruciata nel 1617 come strega; la nota sul carattere de' nobili

circa la metà del secolo decimosettimo; i fatti della condizione

di Milano sotto il governatore Ponze di Leon; i caratteri del conte

di Fuentes, del duca d'Ossuna e di alcuni ministri sotto il governo

della casa d'Austria; la relazione della venuta e dimora in Milano

dei Gallo-Sardi nella guerra del 1733, e dell'imperatore Leopoldo II

nel 1791. In tutti questi frammenti non v'è altro di mio se non che

pochi adattamenti estrinseci per connetterli e conformarli al corpo

della narrazione; mai il fondo dei fatti, e in gran parte anche le

parole appartengono al conte Verri. Anzi fino alla metà circa del

secolo decimosettimo non ho voluto riportare altri fatti, fuorchè

quelli accennati da esso nelle sue Memorie, come destinati per il

proseguimento della storia; ma li riscontrai alle fonti, e diedi

loro quello sviluppamento che l'autore solevagli riservare nel dar

forma al suo lavoro. Perciò ho intralasciato più cose che poteva aver

pronte, e che (per valermi di una frase d'uso, benchè poco modesta)

avrebbero potuto illustrare maggiormente l'opera, come, per esempio,

l'esposizione de' tributi straordinari imposti allo Stato di Milano

nei regni infausti e turbolenti di Carlo V e di Filippo II, per cui

il solo _Mensuale_ fu quadruplicato sotto diversi nomi; mostrare

che in que' sovrani l'ambizione e l'alterigia erano pareggiate

dall'indifferenza sulla sorte de' popoli, sicchè le guerre erano per

sistema intraprese e condotte senz'alcuna predisposizione per gli

approvvigionamenti e per le paghe, e gli eserciti vivevano di rapina e

a discrezione a carico de' miseri sudditi; estendermi in maggiori prove

dell'annichilamento di tutte le sorgenti della prosperità pubblica,

allorchè i flagelli fisici, la fame e la peste, si collegarono

coll'inerzia e coll'indolenza quasi asiatica de' re successivi e colla

brutale onnipotenza de' governatori; svolgere l'influenza esercitata

sulla nazione dalla lunga durata e dalla scandalosa pubblicità delle

controversie giurisdizionali, e altri fatti recarne, quali furono

quelli col vescovo di Pavia per la dipendenza metropolitana di che

tratta Bernardo Sacco, e per l'immunità de' coloni ecclesiastici, che

diede occasione a un celebre consulto del Menochio, allora presidente

del senato.

Se le accennate ed altre ommissioni furono volontarie, di altre

diverse hanno debito le circostanze; ma sarebbe ora superflua cura

il farne discorso. Chiuderò quindi desiderando che, nell'accingersi

a giudicarmi, di due cose siano avvertiti i miei lettori: l'una,

che loro si presenta l'opera di un novizio in questa parte di studi;

l'altra, che vogliano disporsi ad una moderata aspettazione dal lato

dell'importanza de' fatti che ho avuto a narrare, i quali non avrei

potuto rendere più copiosi e interessanti, se non imitando il comune

difetto degli scrittori di storie particolari, coll'innestare nel mio

lavoro i fatti della storia generale.

24 dicembre 1825.

PIETRO CUSTODI.

CONTINUAZIONE

CAPITOLO XXIV.

_Battaglia di Pavia. Il re Francesco I rimane prigioniero. È condotto

a Madrid. Sua liberazione. Vicende in questi tempi della lega di

Francesco II Sforza, duca di Milano, e di Girolamo Morone._

Leone X, alleato di Carlo V, avea terminata la vita, siccome si è detto

di sopra, nei tempo appunto in cui si otteneva lo scopo della Lega col

discacciare i Francesi dalla Lombardia. Adriano VI, suo successore,

nel breve suo pontificato d'un anno e mezzo, o poco più, si mostrò

piuttosto sacerdote che sovrano. Clemente VII Medici, cugino di Leone

X, fu creato sommo pontefice, mentre i Francesi, sotto Bonivet, se

ne ritornavano al loro paese, dopo un tentativo infelice per occupar

Milano. Dovevasi ognuno promettere che questo papa mantenesse la lega;

poichè ei da cardinale l'avea formata; ma così non avvenne. Clemente

VII si unì col re Francesco I, promettendogli il regno di Napoli, e

ricevendo dal re la guarentigia dello Stato ecclesiastico e della

repubblica fiorentina per la casa Medici. Tutto però segretamente

si fece nel tempo in cui durava l'assedio di Pavia. (1525) Frattanto

il vicerè Lannoy aveva sprovveduto il regno di Napoli di soldati, i

quali erano in marcia alla volta del milanese; laonde il re staccò

il principe Stuardo di Scozia, duca d'Albania, con ducento lance,

seicento cavalleggieri e quattromila fanti, e comandogli di marciare

verso Napoli per occupare quel regno; la quale sconsigliata impresa

lo indebolì poscia a fronte de' nemici, e fu una delle cagioni della

rovina della sua armata e della perdita della sua libertà. Il Lannoy

non si curò di far correre dietro al duca d'Albania, e unicamente rese

avvisati i comandanti de' presidii del napolitano per la difesa; per

tal modo schivò il pericolo di perdere il Milanese col Napoletano, e

poterono le forze rivolgersi tutte al soccorso di Pavia. La marcia

dei Francesi attraverso lo Stato pontificio, il transito delle

munizioni fatto per Piacenza e Parma, possedute dal papa, svelarono

agl'imperiali che il papa s'era unito col re, sebbene non apertamente

si fosse dichiarato di essere lui nimico dell'imperatore Carlo V.

Pensò il re di rinforzare la sua armata, ordinando che i suoi Francesi

acquartierati in Savona marciassero a Pavia, senza avvertire che,

dovendo coteste milizie passare ne' contorni di Alessandria, presidiata

da' cesariani, non erano sicure nella loro marcia. Infatti Gaspare del

Maino, comandante di quel presidio, fece prigioniero tutto quel corpo.

Frattanto al Lannoy giunsero dodicimila lanschinetti tedeschi, e quindi

si trovò alla testa di diciottomila fanti, settecento uomini d'armi

ed altrettanti cavalleggieri. I dodicimila tedeschi erano comandati da

Giorgio di Frandsperg, uomo di statura colossale, di forza prodigiosa,

di gran coraggio, luterano passionato; il quale venne a quell'impresa

coll'idea di far onta al papa, ed a tal fine portava seco un cordone

d'oro in forma di capestro, e lo mostrava dicendo: _A ogni signore ogni

onore._ Così mentre da malaccorto il re Francesco coll'indebolirsi,

andava preparando la propria sciagura, i nemici si rinforzavano. Al

difetto di prudenza nel re si aggiungevano la trascuratezza dei capi

dell'esercito, e l'indisciplina de' soldati. Bernardo Tasso, padre

dell'immortale Torquato, si ritrovava nell'armata del re di Francia,

mentre era sotto Pavia, ed in una lettera al conte Guido Rangone,

così gli scrive: «Questo esercito mi pare con poco governo, con

molta licentia, et più grande di numero che di virtù. Poca speranza

gli è rimasa di poter pigliare la città, hora che i nemici si vanno

avvicinando[70];» e poco dopo «Questo esercito mi pare piuttosto pieno

d'insolenza che di valore.... Io più tosto temo che spero del successo

di questa impresa; et quello che più mi fa temere è, che veggio che

apertamente Sua Maestà s'inganna nelle cose più importanti, giudicando

il suo esercito maggior di numero, et quel de' nemici minore di ciò che

in effetto sono.... Io vedo questo campo con quel poco ordine che era

quando i nemici eran lontani; nè a questa troppa sicurtà so dare altro

nome che imprudentia o temerità». Guicciardini[71], presso a poco,

dice lo stesso; «Risedeva il peso del governo dell'esercito presso

all'ammiraglio; il re, consumando la maggior parte del tempo in ozio o

in piaceri vani, nè ammettendo faccende o pensieri gravi, dispregiati

tutti gli altri capitani, si consigliava con lui: vedendo ancora

Anna di Momoransi, Filippo Ciaboto di Brionne, persone al re grate,

ma di picciola esperienza nella guerra: nè corrispondeva il numero

dell'esercito del re a quello che ne divulgava la fama, ma eziandio a

quello che ne credeva esso medesimo».

Ho procurato d'indagare come mai il duca Francesco Sforza, principe

che non mancava di valore, s'accontentasse di starsene quasi ozioso nel

Cremonese, mentre si disponeva il gran fatto d'armi che doveva decidere

del destino dello Stato suo. L'armata cesarea era comandata dal vicerè

di Napoli don Carlo Lannoy: ivi trovavasi il duca di Bourbon, ivi il

famoso don Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, ivi il marchese

del Vasto; ed il duca Sforza, che alla Bicocca e ad Abbiategrasso

aveva superati coraggiosamente i nemici, ora erasi limitato a sgombrare

il fiume Po da ogni comunicazione co' Francesi. Non mi è accaduto di

trovare che alcuno degli scrittori avesse la medesima curiosità. Quindi

o convien supporre che gl'imperiali per gelosia e per sospetto non lo

bramassero, ovvero ch'egli non vedesse di sua convenienza il trovarsi

in un esercito, nei suoi Stati, senta averne il comando, e senza

nemmeno avere il titolo di generale al servigio di cesare.

Ai sovradetti indebolimenti dell'armata francese aggiungasi che

Sant'Angelo sul Lambro era presidiato da ottocento francesi, sotto il

comando di Pirro Gonzaga, e da ducento cavalieri. Fu preso d'assalto;

e il marchese di Pescara fu il secondo che ascese le mura, ed ebbe

l'abito forato da due archibugiate; la guarnigione uscinne disarmata,

coll'obbligo di non servire per un mese. Casal Maggiore era occupato

da' Francesi sotto il comando di Giovanni Lodovico Pallavicino, che

lo presidiava con duemila fanti e quattrocento cavalli. Alessandro

Bentivoglio, alla testa d'un corpo d'Italiani fece, con un fatto

d'armi, prigioniero il Pallavicino, caduto da cavallo, e disperse

affatto il presidio francese. Prima che si avanzasse l'armata cesarea a

Pavia, conveniva assicurarsi le spalle e non lasciar dietro i Francesi

in que' luoghi, d'onde difficoltavano le provvisioni. Se i Francesi

avessero avuta la stessa precauzione, non si sarebbero innoltrati a

Pavia, lasciando presidiata Alessandria da Gaspare del Maino, il quale,

siccome ho accennato poc'anzi, battè e disarmò un corpo di duemila

soldati, che erano in marcia venendo dalla Francia per unirsi al re.

Oltre a questi primi danni, cioè al distacco del principe Stuardo

di Scozia, spedito verso Napoli, alla perdita di due presidii di

Sant'Angelo e Casal Maggiore, alla perdita di duemila sorpresi verso

Alessandria, un nuovo accidente sventurato accadde al re e forse più

gravoso, cioè che quattromila soldati grigioni, che erano al di lui

stipendio, se ne partirono quasi improvvisamente. Giovanni Giacomo

Medici, che s'era reso signore del castello di Musso, con insidie s'era

altresì reso padrone di Chiavenna, città importante dei Grigioni. Per

la qual cosa con lettere della loro repubblica vennero immediatamente

chiamati i Grigioni in soccorso della patria, sotto pena di infamia e

di confisca. Così l'esercito francese si ridusse di numero quasi uguale

al cesareo.

Il duca di Borbone e il marchese di Pescara ricevettero frattanto

il rinforzo di ottomila tedeschi. Fecero radunare le truppe che

tenevano acquartierate in Cremona, Lodi ed altri luoghi; formarono

un corpo di ventiduemila fanti, oltre i cavalli, e per Sant'Angelo

marciarono a Pavia, e si collocarono vicini e di fronte al campo

francese, cosicchè le guardie avanzate nemiche si parlavano. Il

Guicciardini[72] scrive che Pescara s'avviò per la battaglia sotto

Pavia con settecento uomini d'arme, settecento cavalli leggeri, mille

fanti italiani, e più di sedicimila tra spagnuoli e tedeschi. Ivi

si mantennero per venti giorni, mettendo in allarme e inquietando i

Francesi,[73] _ut primum metu ac sollicitudine vexarent, deinde cum

vanum timorem consuetudine remissent, securiores offenderent, ubi visum

esset vero praelio lacessere_[74]. Il re Francesco stava ben munito

nel suo campo, situato nel parco, il quale, essendo cinto di mura,

non dava accesso a' cesarei, se non per alcune porte ben presidiate

da' corpi avanzati francesi. Sperava il re che, stando a fare la

guerra difensiva, e guadagnando tempo, l'armata imperiale, mancante

di stipendio e mal provveduta di tutto, dovesse sciogliersi da sè

medesima. Infatti i comandanti cesarei temevano lo stesso, e perciò

deliberarono di commettersi alla fortuna d'una battaglia[75]. Allora

i soldati erano mercenari e liberi. Nessun bottino potevano sperare i

francesi debellando i cesariani, mancanti di tutto. Per lo contrario

sommo profitto avevano in vista i cesarei battendo i francesi, il re,

i principali signori del regno, tutti radunati con immense ricchezze e

pompe, e ciò oltre il profitto del riscatto di sì illustri prigionieri.

I Francesi avevano la presenza del loro re ad animarli, l'ambizione

di segnalarsi sotto de' suoi sguardi, ma l'armata non era per la

maggior parte di francesi; v'erano tedeschi, svizzeri, italiani,

spagnuoli, ed oltre a ciò, i più erano affatto mercenari e gregari.

Perciò la condizione de' cesarei era migliore d'assai. Il quartiere

del re stava a Mirabello, delizia de' duchi di Milano. Il campo era

cinto di terrapieno con fossa, fuori che da un lato, che si credeva

bastantemente munito col muro del parco. Il marchese di Pescara, che da

ogni canto osservava la posizione del re, s'avvide che poco custodivano

i Francesi quella parte che credevano più sicura pel riparo del muro.

Se il muro si gettava a terra, il che non era difficile, era aperto

l'adito ad impadronirsi di Mirabello.

Confermatisi il duca di Borbone e il marchese di Pescara nella

risoluzione di avventurare la battaglia, passarono di concerto col

comandante di Pavia, Antonio Leyva, e si fissò il giorno di san

Mattia, 24 febbraio, giorno di gala per essere l'anniversario della

nascita di Carlo V. Frattanto negli otto precedenti giorni gl'imperiali

incessantemente, anche di notte, diedero l'allarme ai Francesi, e col

favore dello strepito di trombe e de' timpani guastarono per qualche

tratto le mura del parco, sicchè alla minima scossa cadessero poi.

Queste mosse ingannarono i Francesi, che credettero uno de' molti

falsi allarmi anche l'attacco importante del giorno 24. Per essersi

gl'imperiali accostati così d'appresso al campo francese, il re tenne

un consiglio nel quale Luigi d'Ars, il Sanseverino, il Galiot de

Genouillac, il maresciallo di Chabannes, il maresciallo di Foix, e il

famoso la Tremouille opinarono che fosse da abbandonarsi il blocco

di Pavia e ritirarsi a Binasco; ma prevalse il Bonivet, secondato

dal Montmorenci, da San Marsault e da Brion, i quali adularono

l'inclinazione del re, che già aveva promulgato per l'Europa, che o

prendeva Pavia, o vi periva[76].

L'ammiraglio Bonivet ebbe il comando di quella giornata. Il campo

francese, esteso più di tre miglia, era postato in guisa che impediva

l'ingresso da ogni parte in Pavia, comunicava col parco di Mirabello, e

dominava vantaggiosamente la campagna. Il duca d'Alençon col corpo di

riserva era a Mirabello; la prima linea era comandata dal maresciallo

di Chabannes, il corpo di battaglia lo era dal re. Il marchese di

Pescara si determinò di entrare pel parco di Mirabello, e di soccorrere

Pavia, con questa mira che, se i Francesi scendevano dal campo per

difendere il parco, perdessero il vantaggio della loro posizione,

ed egli desse loro battaglia; se non dipartivansi, facil cosa era

il superare il duca d'Alençon, ed alla vista de' Francesi portare

tutto il soccorso a Pavia. Tre ore prima del giorno il marchese di

Pescara si mise in ordine per attaccare il re. Divise l'esercito in

più corpi. Il primo lo diede ad Alfonso d'Avolo, marchese del Vasto,

di lui nipote, composto di cinquecento fanti e cinquecento cavalli.

Il secondo a Giorgio Frandsperg, di quattromila fanti. Un corpo di

riserva fu affidato al nipote del vicerè di Napoli. Il vicerè Lannoy

comandava un corpo di cavalli. Un altro corpo di cavalli lo comandava

il duca di Borbone. Altri minori drappelli dispose il Pescara, i quali

al cominciare l'attacco si trovarono alle spalle dei Francesi, alle

diverse porte del muro del parco. Il marchese avea fatto porre a tutti

i suoi una camiscia sopra le armi, perchè nella oscurità della notte

si potessero conoscere fra di loro: stratagemma imitato nella Slesia

nel 1757. Prima dell'alba del 24 febbraio, mentre si avanzavano a

Mirabello, gl'imperiali fecero de' finti attacchi con molto fragore di

artiglieria, acciocchè non si sentisse quanto accadeva a Mirabello.

All'aurora si videro gli Spagnuoli entrati nel parco per un'apertura

assai larga, fatta la notte precedente con tal destrezza e silenzio,

dice il Bugati[77], che appena da' nemici fu udito il rumore. Il

marchese di Pescara, innanzi a tutti, colla maggior parte della

fanteria italiana e spagnuola, diede dentro tra le guardie francesi;

il duca di Borbone, guidando la sua cavalleria, s'innoltrò da altra

parte del parco verso i quartieri del re cristianissimo, ma trovò che

il re e i suoi erano marciati contro il Pescara. Don Alfonso d'Avalos,

marchese del Vasto, s'impadronì di Mirabello. Un suo distaccamento

era già alle porte di Pavia, ma Brion, mandato dal duca d'Alençon, lo

battè. Galiot de Genouillac, che si era reso illustre nella battaglia

di Marignano, profittò del momento, e collocò una poderosa artiglieria

contro quel vano delle mura del parco per dove entravano gl'imperiali,

la quale talmente gli scompigliò, che disordinatamente si ricoverarono

in un luogo basso per essere salvi da' colpi del cannone. Il re, invece

di combattere contro il marchese del Vasto, per tal modo isolato,

sconsigliatamente uscì dal vano, e si diradò per la campagna con tutta

la gendarmeria; così l'artiglieria del Genouillac dovette cessare

per non offendere il suo re. Gl'imperiali s'avvidero dell'errore da

questi commesso. Il duca di Borbone co' lanschinetti, il marchese di

Pescara cogli spagnuoli, il vicerè Lannoy cogl'italiani attorniarono

il re. Il marchese del Vasto venne a prenderlo alle spalle. Il Leyva

vigorosamente uscì da Pavia, lasciando il magnifico e valoroso Matteo

Beccaria alla difesa della città. Allora il maresciallo di Chabannes

accorse a soccorrere il re, e se gli pose al fianco destro col corpo

ch'egli comandava. Il duca d'Alençon formò un'ala sinistra al re. Fra

il re e Chabannes v'erano le Bande Nere, cinquemila, tutte veterane

tedesche, che avevano combattuto a Marignano. Il duca di Suffolk

Rosabianca le comandava. Così fra il re e il duca di Alençon vi

era un corpo di diecimila uomini svizzeri comandati dal colonnello

Diespach. Un corpo di lanschinetti, guidati dal duca di Bourbon,

sconfisse totalmente le Bande Nere. Il conte di Vaudemont, il duca di

Suffolk rimasero estinti sul campo. Borbone si rivolse poi contro il

corpo di Chabannes che rimaneva staccato. Il bravo Clermont d'Amboise

cadde morto, e il maresciallo di Chabannes terminò di vivere nel modo

seguente. Egli ebbe ucciso sotto di sè il cavallo. Vecchio com'era,

cercò di combattere a piedi; ma Castaldo, luogotenente del Pescara,

lo fece prigione. Castaldo conduceva in luogo sicuro il suo prigione;

un capitano spagnuolo, per nome Buzarto, osservò Chabannes, il più

bel vecchio del suo secolo, nobile, magnifico, e riconobbe che doveva

essere un signore di distinzione, di coi diverrebbe lucrativo il

riscatto; pretese di essere associato al Castaldo, che lo ricusò; e il

Buzarto con una archibugiata gettò morto il maresciallo di Chabannes,

dicendo: «Ebbene, non sarà dunque nè mio, nè tuo[78]. Così terminò

i suoi giorni questo illustre francese, che s'era trovato a Fornovo

nel 1495, ad Agnadello nel 1509, a Ravenna nel 1512, dove comandò,

morto il duca di Nemours, a Marignano, alla Bicocca, ec. Egli aveva il

soprannome di _gran maresciallo di Francia_.

Il re faceva prodigi di valore, e si riconosceva da un manto di tela

d'argento (_cotte d'arme_), e dal cimiero fregiato di copiose e lunghe

piume. Di sua mano egli uccise Castriotto, marchese di Sant'Angelo,

ultimo discendente dagli antichi re d'Albania, che contava per suo avo

paterno Scanderbeg. Il re si battè lungamente con un gentiluomo della

Franca Contea, per nome Andelot, e lo ferì nella faccia. Il marchese

di Pescara con mille e cinquecento archibugieri baschi piombò sulla

gendarmeria del re. Costoro, scaricato l'archibugio, con mirabile

disinvoltura si nascondevano, caricavano, e ritornavano a ferire.

Il re, per coglierli, dilatò i suoi gendarmi; e gli archibugieri,

penetrati e sparsi per entro, in meno d'un'ora rovinarono il corpo

invincibile della gendarmeria francese. La Tremouille cadde ferito

nel cranio e nel cuore. Il gran scudiere Sanseverino cadde moribondo.

Guglielmo di Bellai Langey, vedendolo cadere, scese dal cavallo

per dargli soccorso: «Non ho più bisogno d'alcun soccorso, disse il

moribondo; pensate al re, e lasciatemi morire». Luigi d'Ars, il conte

di Tournon caddero morti. Il conte di Tonnerre appena potè essere

riconosciuto fra i morti, tante erano le ferite della sua faccia! Il

barone di Trans stavasene all'ala sinistra sotto il comando del duca

d'Alençon, assai malcontento di dover trovarsi nella inazione. Il

figlio suo unico era nel corpo del re, e, dopo d'aver combattuto ed

esaurite le sue forze, si ritirò presso del padre. Il barone di Trans

gli chiese dove fosse il re: «No 'l so», rispose, ansante e grondante

di sudore il figlio. «Va e sappilo, disse il padre severamente,

arrossisci di non lo sapere». Il figlio Trans s'ingolfa fra i

combattenti, s'accosta al re, e per un colpo d'archibugio cade a' suoi

piedi.

Il duca Carlo d'Alençon, primo principe del sangue, in vece di porgere

soccorso al re, si ritirò colla sua ala di cinquecento cavalieri[79],

«e fu il primo a vituperosamente fuggire[80]; se non fu maliziosamente

(dice il Bugati)[81], come tennero alcuni aspirando egli ad esser

re, morto che fosse il re Francesco». Tagliò il ponte di legno che

poco di sotto a Pavia era fabbricato a San Lanfranco, acciocchè non

l'inseguissero i cesarei. Perciò molti francesi, ivi giunti sulla

speranza di passarvi sicuri all'altra sponda, dovettero avventurarsi

ai gorghi del fiume e sommergervisi; poi vi erano a forza spinti dai

fuggitivi, che colla fiducia stessa correvano sulle loro traccie,

e vi si affogavano[82]. Gli Svizzeri, vedendo scoperto il loro

fianco sinistro per la ritirata del duca, e credendosi a tradimento

sacrificati all'odio dei Tedeschi di Frandsperg e Sith, che marciavano

loro incontro, non vi fu più modo di tenerli. Diespach disperatamente

si scagliò solo a farsi uccidere dai soldati di Frandsperg. Abbandonato

il re a pochi, perirono intorno di lui il maresciallo di Chaumont,

d'Amboise, Estore di Bourbon, il visconte di Lavedan, Francesco conte

di Lambesc, fratello del duca di Lorena e del conte di Guise, ed una

moltitudine di valorosi cavalieri. Il Bastardo di Savoia, gran maestro

di Francia, vi morì. Il maresciallo di Foix, col braccio fracassato e

mortalmente ferito, galoppava furiosamente per rinvenire l'ammiraglio

Bonivet, al quale attribuiva il disastro, per traforarlo col braccio

che gli rimaneva, e morire contento d'aver vendicato la Francia; ma

perdette tanto sangue, che cadde, e fu portato a Pavia, dove morì

nella casa della contessa di Scaldasole. Bonivet, vedendo perduta

ogni speranza, si scagliò quasi inerme fra i lanschinetti del duca

di Borbone, e si fece uccidere. Il duca di Borbone bramava di far

prigioniere Bonivet, e vedendolo steso morto esclamò: «Ah misero, tu

sei cagion della rovina della Francia e della mia!»

Storia di Milano, vol. 3 · 第 4 / 27 段