Qualora si prescindesse dall'avvertire che avevasi a fare con un

soggetto che avea trascorsa la più gran parte e la migliore della

sua vita tra le lettere, la filosofia e le gravi incumbenze di alte

e difficilissime magistrature, altre e più sode avvertenze potevano

esser fatte intorno alla sua opera storica, e alcuna se ne fece,

ma con quella moderazione che si addice agli uomini veramente dotti

parlando di persona rispettabilissima. Non meno l'abate cisterciense

Angelo Fumagalli, che il conte Gian-Rinaldo Carli, l'uno nelle

_Antichità longobardico-milanesi_, e il secondo nelle _Antichità

italiche_ rimarcarono e dimostrarono l'esagerazione sostenuta dal

nostro autore, d'essere stata Milano pressochè distrutta dalla vendetta

del generale de' Goti Uraia. Scarsa nella _Storia di Milano_, più

che non potevasi, è la parte storica e politica delle dominazioni

barbare, e alla sterilità delle notizie si aggiunse per i tempi dei

Longobardi l'adozione de' volgari pregiudizi intorno alla loro rozzezza

e brutalità, dimostrate insussistenti da una critica più diligente e

più severa; per i quali due oggetti merita particolar lode un altro

patrizio, il marchese Giuseppe Rovelli, il quale, nelle Dissertazioni

preliminari della sua _Storia di Como_, con meno alti voli, ma con

più pazienza, illustrò in particolare la legislazione de' Barbari

che tra noi dominarono. Mentre s'incontrano nella Storia dei Verri

varie discussioni di fatti oscuri o disputati, condotte con isquisita

diligenza, quale tra le altre è quella delle lunghe e sanguinose

contestazioni agitate tra il clero milanese nei secoli IX e X per il

celibato de' preti, alcune inesattezze vi si rimarcano all'opposto,

pure in argomenti parziali; e basterà il citarne alcuni esempi. 1.º Il

severo e ingiusto giudizio dato del governo della repubblica milanese

succeduta alla morte del duca Filippo Maria Visconti, riportando con

affettato studio le minuzie delle ordinarie prescrizioni municipali,

che sole per caso furono a notizia dell'autore, e non le varie utili

istituzioni, non la sagacità, il vigore e la costanza degl'istantanei

provvedimenti, non le leghe destramente conchiuse co'sovrani esteri,

non il valor militare in più occasioni dimostrato; con aggiungere per

tal modo verso quel breve governo il peso di non meritati rimproveri

al torto, già per sè grandissimo, di essere rimasto soccombente. 2.º

L'avere seguito la volgare opinione che attribuisce a Leonardo da Vinci

l'invenzione dei sostegni necessari a compensare il diverso livello

delle acque, per far comunicare la navigazione del naviglio della

Martesana con quella del naviglio grande per mezzo della fossa che

circuisce la città, mentre è provato che que' sostegni ingegnosissimi

esistevano più anni prima che il Vinci venisse ai servigi del duca di

Milano. 3.º L'asserzione che fosse stato eretto nella chiesa di Santa

Marta il monumento sepolcrale di Gastone di Foix, scolpito da Agostino

Busti, benchè consti che questo insigne lavoro, di cui tante belle

parti si conservano tuttora in più luoghi, non sia mai stato ridotto a

compimento; e infine la troppo facile giustificazione del tradimento

usato in Novara dagli Svizzeri a danno del duca Lodovico Maria

Sforza, dal quale erano stipendiati, d'onde venne la di lui miserabile

prigionia, che non ebbe fine se non colla morte: giustificazione così

gratuita, che neppure fu adottata dagli storici svizzeri, ultimo dei

quali è il Mallet. Ma queste inesattezze sono tanto più scusabili,

ove si rifletta che la polvere degli archivi copriva ancora nella

massima parte i documenti che sarebbonsi potuti allegare a difesa e ad

illustrazione di quella procellosa triennale repubblica, ecclissata poi

dalla vittoria e dalla magnificenza del nuovo governo sforzesco; che

l'insussistenza degli altri due fatti riferibili alle arti lombarde

risulta per prove emerse posteriormente all'epoca in cui il Verri

scriveva; e che l'indebita apologia delle milizie svizzere, le quali

in allora, per le facilità di mercanteggiare i loro servigi, per la

loro venalità, rapacità ed incostanza, potevano a ragione chiamarsi

gli Albanesi del secolo XV, è soltanto ripetibile dalla soverchia fede

prestata all'autorità di quell'ambizioso intrigante di Girolamo Morone,

che aveva per abito d'immischiarsi in tutto e di vantarsi di tutto

sapere.

Un nuovo censore surse contro la storia del Verri nel cavaliere

Carlo de' Rosmini, non tanto per quello che ne scrisse sotto il velo

più trasparente, che per quello che non scrisse. Questo letterato,

conosciuto con distinzione come scrittore diligente di varie istruttive

biografie, si produsse di recente con un'altra voluminosa _Storia

di Milano_. Qualche giornalista, e più delle parole di esso, la

non curanza del pubblico, l'ha certamente posta più al basso che

intrinsecamente non merita, come fatica di lunga lena, diligente in

più luoghi e con dettato abitualmente piano e dignitoso, se non fosse

guasto dalla coda spesso impiombata dei lunghi e strascicanti periodi

per una troppo servile imitazione del suo modello, il Guicciardini.

E a questi soli pregi dee star contento chi avrà la pazienza di

leggerlo; chè degli altri molti richiesti dagli uomini dotti di tutti

i tempi negli scrittori di storie, e per cui i buoni storici sono sì

rari, cominciando dall'imparzialità, si farebbe inutile ricerca in

que' quattro grandi volumi. I torti del cavaliere Rosmini verso il

conte Verri sono varii e gravi: non lo citò mai, e quel ch'è più, il

criticò talvolta senza nominarlo. Il primo rimprovero, come di semplice

ommissione, potrebb'essere trasandato, senza quel suo peccaminoso

compagno; quantunque abbia pur esso la sua dose di malizia in un'opera,

come la sua, lardellata quasi ad ogni pagina di copiose citazioni,

dove ha per costume di affastellare l'un dopo l'altro i cronisti della

Raccolta del Muratori, e il Bosso e il Calco e il Corio e il Giulini

e perfino il Ripamonti, il quale ognun vede che, fuori de' tempi

in cui visse, è di una stupenda autorità. Abuserei della pazienza

dei lettori se volessi estendermi a dimostrare come e quante volte

attinse egli all'opera del Verri, non citandola; onde mi circoscriverò

a recare un solo esempio della sua seconda colpa, ma sarà di tale

evidenza, che renderà superfluo il dirne di più. Fu quell'esempio già

in parte allegato dall'autore dei tre Articoli critici intorno alla

storia del Rosmini inseriti nella _Biblioteca Italiana_ (fascicoli

LXXXII, LXXXIII e LXXXV, di ottobre e novembre 1822, e gennaio 1823),

scritti con savia e sobria dottrina e brusca risolutezza; se non che

ai lettori imparziali parvero essi troppo turgidi e rimbombanti e più

strepitosi nel minacciare che nel ferir forti. Il passo del cavaliere

Rosmini, in cui è evidente l'allusione al capitolo decimosesto della

storia di Verri, è preso dal libro undecimo, al quale diede questo

incominciamento: «Qualche moderno storico, per servire ai tempi in

che fioriva, e per coprire la viltà di palpare i viventi colla non

pericolosa baldanza di mordere i trapassati, ha ripreso come ingiusto

ed insensato l'unanime consentimento de' Milanesi, dopo la morte

del duca Filippo Maria Visconti, di sottrarsi ad ogni soggezione di

principe, e puerili, stolte e cenobitiche ha dichiarate le leggi che

i capitani e difensori della libertà, la repubblica rappresentanti,

intorno al buon governo di essa han pubblicate: ec.» La critica essendo

chiarissima, non ha bisogno di commenti; vediamone l'applicazione.

Verso la fine di giugno 1797, quando fu sorpreso dalla morte, era

giunto il Verri alla metà della stampa del suo secondo volume; e dal

vedersi che il funesto caso interruppe nello stesso tempo la stampa

e lo scritto, per modo che tosto dopo ha dovuto il canonico Frisi

dar mano al proseguimento del lavoro, è chiaro che l'autore faceva

progredire nella stampa a misura che innoltravasi nel dettato della

storia; cosa tanto più eseguibile da esso per la somma facilità sua

nello scrivere, nota a quanti il conobbero. Questa osservazione servirà

a confermare il successivo mio discorso: intanto suppongasi ch'egli

abbia composto quel capitolo, ch'è il primo del suo secondo volume

(primo pure di questa ediz.) durante l'antico governo austriaco:

quali erano sotto di esso i potenti che l'autore settuagenario voleva

blandire? Forse i ministri, de' quali era disgustato? Forse i nobili,

coi quali ben poco simpatizzò? Altronde, quale sorta di blandimento

poteva esser quello che ancora non conoscevasi, e che anzi andava ad

esser reso pubblico dopo che quei ministri non erano più tra noi, dopo

che i nobili avevano perduta ogni prerogativa? — Tutto pertanto induce

a persuaderci che quella parte di storia, quella specie di satira de'

modi confusi, discordanti, tumultuari di uomini recentemente ordinati

ad istituto di repubblica, fu scritta dopo gli sconvolgimenti politici

incominciati nel maggio 1796; e siccome sotto le nuove istituzioni

doveva essere pubblicata, così, se pur v'era un'_allusione_, era quella

di fare ciò che i Francesi direbbono una parodia dei nuovi e strani

ordini che allora chiamavansi governo. Scopo era questo consentaneo al

carattere imparziale e franco di Verri, scopo degno del suo libero e

forte animo, perchè non senza pericolo. E gli sdegni che nel profondo

del petto gli fervevano per i deliri di quel tempo, e che a stento

comprimeva, de' quali io e i pochi altri suoi confidenti eravamo

continui testimonii, ben potevano aver avuto forza di farlo declinare

dalla severa imparzialità dello storico, per dare un'indiretta lezione

di saviezza a' suoi concittadini, del pari che si tentò da pochi altri,

e tra questi dal noto autore de' _Romani in Grecia_. Una più seria

doglianza a difesa della estimazione di un amico infelice debb'essere

da me fatta contro il signor Rosmini, e risguarda i molti documenti

ch'egli aggiunse alla sua storia del Magno Trivulzio, e alla posteriore

di Milano, limitati all'epoca sforzesca. Non è che verità il dire che

la ricerca, il rinvenimento, la scelta di que' molti pregevoli alti è

dovuta soltanto alla diligenza e al noto spontaneo zelo per i progressi

de' buoni studi delle antichità patrie di don Michele Daverio, che,

fino alla cessazione del regno d'Italia, presiedette alla direzione

del ricchissimo archivio di governo, detto di _San Fedele_, dove

la mole preziosa di tutte le carte procedenti dalla dinastia degli

Sforza trovavasi concentrata e pressochè intatta; e che il cavaliere

Rosmini appena salutò di uno sguardo alcuni de' copiosi documenti

stati trascritti ed editi a grandi spese dal suo generoso mecenate: la

quale cortesia egli rimeritò allora in più lettere (ch'io possiedo)

con profuso rendimento di grazie, ma nessuna menzione ne fece poi

nel pubblicarli; egli che si smania nel mostrarsi riconoscente verso

le viventi illustri persone che il fornirono di minimi aneddoti,

i quali con affettata premura inserì almeno nelle note della sua

prolissa istoria; egli che non aveva dimenticato il nome di quegli

cui di tanto era debitore, avendolo citato alla pagina 305 del volume

II, come raccoglitore di alcune Memorie stampate, però stortamente

indicandolo come _archivista della città_; egli che in tutte le sue

opere, e più nella storia di Milano, si mostra con ragione così tenero

dell'osservanza de' precetti della buona morale, tra i quali al certo

non è l'ultimo quello di dare a ciascuno il suo e la gratitudine de'

beneficii, e che tanto s'incollerisce allorquando si avviene in esempi

contrari; egli infine che, per la famigliare educazione di persona

ben nata, e per il consorzio di distinti signori che l'ammisero alla

loro dimestichezza, avrebbe dovuto avere avvezzato il proprio animo a

quella cortesia che piuttosto abbonda anzi che mostrarsi scarsa nel

rimeritare, almeno con officiose parole, i servigi che si ricevono.

E sia questa una specie di funebre olocausto che l'occasione offrì

e l'amicizia tributa alla memoria di Michele Daverio, che, fuori del

torbido de' tempi in cui visse, e in altro paese, avrebbe gioito della

stima dovuta al candore della sua anima, alle sue sociali e domestiche

virtù, alla purissima e fervida smania che il commoveva per il bene

della sua patria;... benchè in essa pochissimi sapranno ch'egli abbia

finito di subitanea morte la sua mondana carriera in Zurigo nei primi

giorni del cadente anno.

Un'altra censura fatta al conte Verri, non parziale alla storia, ma

estesa a tutte le sue opere, è quella di essere licenzioso scrittore

in fatto di lingua. La difesa ch'egli fece a sè e a' suoi colleghi nel

noto foglio periodico _il Caffè_, come pretendenti ad un illuminato

arbitrio, provocò gli sdegni di un giudizioso ma intemperante critico,

Giuseppe Baretti; il quale, dalla sua famigerata _Frusta letteraria_

in poi, continuò fino alla morte l'incessante suo chiasso per questa,

a suo dire, imperdonabile arroganza. Verri, in quei primi ardimenti

del suo ingegno, scriveva da filosofo, non da grammatico; forse errò

nel menarne vanto; ma nel calore di una fazione di guerra, quale era

quella propostasi dagli animosi e illustri giovani della società del

Caffè contro i parolai e i pedanti, come misurare le mosse a compasso

e pretendere che non trascendasi? Consimili cose erano state da me

dette nelle _Memorie_ biografiche che ho fatto precedere agli _Scritti

scelti_ del Baretti, pubblicati nel 1822, e sembravano di avere con

ciò servito abbastanza alla giustizia e all'imparzialità; nè credeva

che fosse necessario di ripetere ad ogni passo sempre lo stesso

avvertimento, imitando il costume de' legali nelle dispute forensi

colle parole solenni, come le avrebbero chiamate i giureconsulti

romani, d'_impugno_, _nego_, ec., per modo che il non opporle si avesse

per una confessione dell'assunto dell'avversario. Ma così non parve

all'anonimo che in due estratti inseriti nella _Biblioteca Italiana_

(numeri CII e CXII) rese conto di quel mio lavoro; e nell'estratto II,

non contento di quanto io aveva scritto a correzione delle invettive

del Baretti nei capi X e XVI, e in una nota all'articolo 25 del

capo XIX delle citate _Memorie_, altre annotazioni pretese che da me

_lombardo_ si fossero fatte _a difesa dei lombardi ingegni_. Premesso

incidentemente ch'io non ho l'onore di appartenere alla Lombardia se

non per la scelta del domicilio, essendo nato in un borgo del Novarese,

non so con quale logica si pretenda che le lodi e le difese degli

autori debbano prendere incitamento dell'accidentale affinità del

municipio, anzi che dalla ragione; e forse che, conseguenza di questa

logica, fu che l'autore di quegli estratti, per non essere lombardo, ha

creduto di potersi dipartire nel secondo di essi dalla decenza serbata

nel primo, e per cumulare qualche critica di più asserì, che raro è

unicamente ciò che è inedito, e che di cose inedite appena un terzo

si contiene in quella mia collezione, delle quali osservazioni dirò

soltanto che nella prima farneticò, e nell'altra mentì apertamente, non

essendo questo il luogo di estendermi in più copiose parole.

§ III.

_Continuazione del canonico Frisi._

Avendo il conte Verri lasciata interrotta la sua storia circa alla

metà del secondo volume, siccome si è detto, il canonico teologo

Anton-Francesco Frisi si assunse di proseguirla, e la condusse per

la succesione di quarant'anni sino al pontificato del cardinale

arcivescovo Carlo Borromeo, chiudendo il suo lavoro col di lui elogio

dettato colle parole di un vescovo francese e di un dottore della

Sorbona, e mettendo in luce il volume nel 1798. Ne scrisse quindi un

terzo volume, nel quale la storia è continuata fino al 1750, e questo,

che ha la data del 1813, rimase inedito e si conserva nell'archivio

della casa Verri. Nella nota alla pag. 208 del vol. II, dove il Frisi

ci avvisa della interruzione del lavoro per la morte dell'illustre

autore, soggiunse: _Al compimento di esso mi sono data la pena di

fedelmente raccogliere la più parte di quanto segue da alcuni tomi in

foglio manoscritti ritrovati presso il defunto_. Avendo io, vivente

l'autore, avuto il comodo di vedere quei tomi, aveva potuto convincermi

che l'asserita fedeltà non reggeva; quindi nelle _Notizie_ che scrissi

intorno alla vita e alle opere di Pietro Verri, colla franchezza che

si conviene alla manifestazione del vero, diedi pubblico rimprovero

al Continuatore (tomo I, pag. 25 di quest'edizione) «di aver violato

la protesta da lui fatta di trascrivere _fedelmente_ i frammenti

dell'autore, mentre osò di _mutilarli_». Sopravisse tredici anni ancora

il canonico Frisi, cioè fino al 20 luglio del 1817, e riputando la

difesa impossibile, non aprì mai bocca su quell'accusa, non ostante

che ben conosce l'opera nella quale fu pubblicata, e che egli cita

alla pag. 211 del rammentato tomo III inedito della sua continuazione.

Ho voluto estendermi in questi dettagli, mentre qualche lettore

superficiale avrebbe potuto oppormi a viltà l'accingermi a combattere

un morto; nè senza la presente occasione avrei più parlato di lui; e

nella necessità di parlarne e di giustificare la mia asserzione, il

farò più compendiosamente che mi sarà possibile.

Non è colpa del canonico Frisi se, per la diversità dell'educazione

e degli studi, e, diremo anche, per la sproporzione de' talenti, si

trovò egli inferiore di forze a sostenere lodevolmente un carico che

l'amicizia e la stima per l'illustre defunto gli fecero assumere; e

così se egli, credendo di far meglio, stemperò in circonlocuzioni e

frasi contorte e floscie il testo chiaro, preciso, robusto, evidente

del Verri; se come canonico e teologo, tanto nel proseguimento stampato

che nel tomo manoscritto, modificò o tacque ciò che di sfavorevole

incontrava in argomenti di giurisdizione ecclesiastica, riducendo

il suo lavoro ad un perpetuo panegirico de' governatori e degli

arcivescovi di Milano; se avendo trovato nelle memorie del Verri le

incisioni di quattro figure di danzatori ed una lunga di lui nota

intorno ai balli e ai teatri della fine del secolo decimosesto, non

ha potuto resistere alla bramosia di pubblicarle, e per riuscirvi

trasportò la nota racconciata a suo modo dall'anno 1598, cui spettava,

al 1545, con manifesto anacronismo; e se, vagando per tutta la storia

dell'Europa, impinguò il suo testo con lunghi riempitivi presi dal

Guicciardini e dal Muratori, senza riguardo al savio precetto del

Verri, nel tomo I (pag. 68 di questa edizione), ove dice: _Non avendo

io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di

Milano, nè per ora nè in séguito mi stenderò mai sugli avvenimenti

d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla

nostra città_. Siccome sbagli innocenti debbono pure riguardarsi

nel lavoro del Frisi diverse inesattezze di epoche o di nomi; quale

è, per esempio, quella a pag. 248, dove con aperta distrazione di

mente fa condurre da Lannoy, noto generale di Carlo V, un esercito

francese in Italia in servizio della Lega; quella alla pag. 263,

nell'avere indicato Francesco I qual possessore tuttavia di una buona

parte del milanese, invece del duca Francesco II, come dice il Verri

con più proposito; quella di aver detto alla pag. 269 che Clemente

VII creò cardinale il figlio del gran cancelliere Morone nel 1542,

mentre quel papa era morto fino dal 1534; e del pari l'altra, a

pag. 358, che il governatore duca di Sessa fosse giunto in Milano in

marzo dell'anno 1558, laddove il signor Salomoni, nelle sue _Memorie

storico-diplomatiche_, pag. 147, ha provato che quel duca nel mese di

giugno era ancora in Madrid: errore suo proprio, benchè minimo, non

essendovi traccia di esso ne' manoscritti del conte Verri.

Ma nelle ultime centosettantadue pagine del secondo volume della storia

di Milano, che comprendono l'opera del Frisi, s'incontrano ben più

gravi alterazioni in confronto de' frammenti che di quell'epoca in gran

copia ci rimangono nei manoscritti del Verri; alterazioni eseguite il

più delle volte avvertitamente per coscienziosi riguardi, e talvolta

pure senza un fine espresso e per la sola cagione di non avere inteso

il suo testo. Porgerò alcuni esempi delle une e delle altre. Delle

copiose memorie raccolte dal Verri intorno alla celebre battaglia di

Pavia, il suo continuatore molte ne traspose, altre ne ommise e in

generale le confuse. Alla pag. 225 dice che il re di Navarra comprò

la libertà dei militi cesariani del marchese di Pescara per settemila

scudi; laddove furono questi pagati dal marchese ai soldati per

avere il re in proprio potere, e quindi sottoporlo ad un esorbitante

riscatto. Riferisce a suo modo, alla pag. 228, le sollecitazioni allo

spergiuro fatte al re di Francia da chi meno il doveva; e mutila alla

pag. 231 il racconto delle trattative per la lega italica, tacendo

l'assicurazione data dal papa al Pescara di poter mancare di fede

all'imperatore, benchè fosse provata colla testimonianza di un prelato,

lo storico Sepulveda. Invece di riportare, alla pag. 240, i fatti che

sono ne' manoscritti del Verri, per mostrare la situazione disperata

nella quale trovavansi i Milanesi nel 1526, li tace in gran parte, ed

accenna seccamente le uccisioni notturne: i fatti all'opposto recano

maggiore convincimento, oltre che danno alla storia un interesse

drammatico. Con notabile mala fede ha mutilato, alla pag. 242, il

transunto della risposta di Carlo V al breve del papa, trasmessogli

per mezzo del suo nunzio Baldassare Castiglione; ed a convincersene

basta il confronto del suo e del mio testo, il qual ultimo è preso

letteralmente dai manoscritti del Verri. Nel racconto dell'assassinio

legale del Maraviglia, alla pag. 284-286, oltre le stemperature con cui

il Frisi sconciò abitualmente il testo del suo autore, ne travolse pure

il senso. Verri dice: «Sembra che il duca, sempre sotto gli occhi e la

sorveglianza di Antonio de Leyva, non potesse sopportare la meschina

figura che faceva, e cercasse pure qualche mezzo per liberarsi da sì

umiliante condizione, e a ciò debba attribuirsi la brama di avere

un ministro del re di Francia, col quale all'occasione prendere un

concerto; ma inopportunamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto

al miserabile partito di tradire atrocemente il dovere più sacro

alla fine di disarmare lo sdegno dell'imperatore». Il Frisi, volendo

variare, secondo il suo costume, ne inverte del tutto il senso, dicendo

stranamente....... _Ma sciaguratamente svelatasi la cosa, siasi il duca

ridotto al miserabile ripiego di non si curare dei patti solennemente

giurati con Cesare, e di cercare a ogni modo pretesti di romperla seco

lui, ed impegnarlo in nuove guerre col di lui gran rivale Francesco

I._ Se non si avessero altre prove della cultura d'ingegno del canonico

Frisi, a giudicarlo dal riferito passo, si dovrebbe conchiudere ch'ei

non capiva quello che leggeva, nè quello che scriveva.

Un'altra insigne prova degli stravolgimenti usati dal continuatore

sia la seguente: Il Verri, nelle _Osservazioni sulla tortura_, § II,

entrando a parlare della peste dell'anno 1630, dice: _La storia di

questa sciagura conviene cominciarla da un dispaccio che dalla corte di

Madrid venne al marchese Spinola, allora governatore. Il dispaccio era

firmato dal re Filippo IV,_ ec. Il Frisi dà la colpa a quel dispaccio

di tutti i danni recati dalla peste; e se la famiglia del conte Verri

non avesse avuto il buon giudizio di lasciar manoscritto il terzo

tomo della storia, il pubblico avrebbe letto nel compendio di quelle

osservazioni ivi inserito il detto passo, tramutato come segue: «un

dispaccio che dalla corte di Madrid venne in questo tempo al marchese

Spinola, governatore dello Stato di Milano, _rese fatalmente quella

pestilenza una delle più spietate che rammemori la storia_, avendo essa

distrutti niente meno che due terze parti di cittadini. Il dispaccio

era firmato dal re Filippo IV, et.», e prosegue quindi la narrazione

come sta nell'opera di Verri.

Ancora un esempio, e darò fine. Negli _Annali_ riportò il Verri, sotto

l'anno 1617, il racconto di una misera cameriera, stata bruciata come

strega per avere ammaliato il senatore Melzi. Il Frisi l'ommise nel

manoscritto del suo terzo tomo, e lasciò negli _Annali_ del conte Verri

l'annotazione di averlo fatto avvertitamente, perchè _molte principali

persone vi fanno poco buona figura, e la notizia della strega non

interessa la storia_. Interessava meno la storia la nomenclatura de'

ballerini e de' balli del secolo decimosesto; eppure per non ommetterla

le diede un posto fuor di luogo, anticipandola di cinquant'anni. Il

vero è che quella nomenclatura faceva conoscere i costumi piacevoli

de' nostri maggiori; e il racconto della strega mostrava per il

contrario l'ignoranza e i costumi barbari di essi anche nelle classi

più eminenti. Sia però onore ai nostri tempi, poichè, se due secoli

fa chi aveva il supremo potere si compiaceva nel far arrostire i suoi

simili, e il riputava uno dei più sacri suoi doveri, la moda è talmente

passata, che si ha vergogna di parlarne. Tale è l'effetto dei progressi

dell'incivilimento, di ridurre alle forme del vero _gl'idoli della

fantasia_, come li direbbe il gran cancelliere Bacone, liberando così

gli uomini dalla tirannia delle false opinioni armate del potere, le

quali, dopo di averli oppressi per secoli, sono poi riconosciute per

assurdità. Così avvenne del diritto preteso dai papi di essere arbitri

dei troni, sciogliendo i popoli dall'obbedienza; del possesso in cui

per sì lungo tempo si mantenne il clero, di non contribuire ai pesi

dello Stato che lo proteggeva; del feudalismo de' nobili, del diritto

di tenere schiavi gli uomini, dell'esistenza delle streghe e perfino

degli indemoniati.

§ IV.

_Del mio lavoro._

L'opera da me impiegata fu di due maniere. Per l'epoca dal 1525 al

1565, intorno alla quale esisteva la stampa del Frisi, mi circoscrissi

a ristabilire nella loro integrità le parti spettanti al Verri col

confronto delle minute da lui lasciateci; e dove mi trovai mancante

di questa scorta, ridussi il testo alla dicitura che mi è sembrata

più naturale e conveniente, seguendo l'ordinario lume della critica,

che facilmente mi ha insegnato a distinguere lo stile stemperato e

da predica, ed a sostituirgli quello di una spontanea e compendiosa

narrazione. Il confronto che voglia farsi tra la stampa frisiana e la

mia, ne mostrerà la somma differenza. Il togliere, l'aggiungere, il

mutare fu opera di lunga lena e di gran noia, e quel ristauro importò

una fatica assai maggiore, che non sarebbesi usata nel fare di nuovo.

E il fu ancora di più, attesa la fedeltà propostami di conservare

scrupolosamente il testo del Verri, e perfino qualche trascuratezza di

lingua, riflettendo che l'emendare questi nêi nel solo terzo volume

avrebbe recato difformità in confronto degli altri; e sono altronde

macchie lievissime nel nostro storico presso qualunque lettore che

nelle storie richieda, come principal merito, pensieri, nervo, stile, e

non badi che per ultimo alle parole.

Storia di Milano, vol. 3 · 第 3 / 27 段