Era impaziente il re d'impadronirsi di Pavia, e lo doveva essere,

perchè frattanto s'andavano accrescendo le forze de' cesariani,

siccome vedremo. Non giovando gli assalti, essendo delusa e riparata

l'azione dell'artiglieria, reso vano il progetto di deviare il Tesino,

allontanata la speranza di ottenere colla fame una città di cui il

presidio colle frequenti scorrerie, per lo più fortunate, riportava

nuovi soccorsi, pensò a vincere corrompendo il comandante. Questa

avventura sarà da me riferita colle parole del Tegio. «Il primo giorno

di dicembre il re di Francia mandò entro la città un frate dai zoccoli,

a cui soleva ogni anno confessarsi Antonio da Leva, ad esso Leva che

gli persuadesse a volerli dare la città, che altrimente esso, con

tutti i suoi, sarebbe stato tagliato a pezzi con tutti li cittadini, e

distrutta tutta la città sino alli fondamenti, non lasciando di fare

tutte quelle crudeltà che si potessero; il che s'egli avesse voluto

fare, oltra molto tesoro, gli avrebbe ancora donate molte buone entrate

nello stato di Milano: la cui ambasciata avendo bene isposta il frate,

Antonio da Leva, salito in gran collera, proruppe in tai parole: Se

tu non fossi nunzio regale, e tale, come io ho sempre creduto, di

buoni costumi et di santità di vita, io ti farei oggi finire la tua

vita sopra la forca: non pigliar mai più tale impresa; per hora vanne

senza veruna offesa; e dirai alla regia maestà ch'io mi maraviglio

molto di quella, che habbi mandata una tal ambasciata a me, il quale ho

sempre anteposto la fede a qualunque magistrato e dignità ed oro. Sia

lontano da me ogni nome di perfidia e di traditore; ch'io accetterei

piuttosto qualunque sorte di crudel morte. Pavia è di Cesare, e data al

sapientissimo Francesco Sforza, duca di Milano, e quella mi sforzarò di

conservargliela con ogni cura, studio e diligenza, e di rendergliela».

Malgrado però l'industria e il valore degli assediati i viveri erano

assai pochi in Pavia. Si vendevano alle macellerie carni di cavalli

e d'asini. Una gallina si vendeva per un ducato d'oro, le uova si

vendevano venticinque soldi l'uno. Mancava il burro, non v'era lardo nè

olio; di che Tegio minutamente c'informa. Tutto soffrivasi da'cittadini

però, anzi che ubbidire nuovamente al dominio di un re che Lautrec

aveva reso odiosissimo. In mezzo alla pubblica miseria Matteo Beccaria,

il giorno 12 dicembre 1524, insultò l'umanità, dando un convito

magnifico agli ufficiali del presidio. Il Tegio lo racconta come una

magnificenza nel modo seguente. «Lavate prima le mani con acqua nanfa,

posto in tavola primamente focaccine fatte col zuccaro et acqua rosata,

e marzapani et offellette e pane biscotto; lo scalco portò poi fegati

arrostiti di capponi, galline ed anitre, aspersi con sugo di aranci,

e lattelli di vitello, e contornici e tortore molto grasse, arrostite

nello spiedo; terzo, furono portati pavoni e conigli arrosto, e varii

piattelli di carne di manzo trita, condita con zenzevero, cannelle e

garofani; da poi capponi e lonze di vitello a rosto, con piattelli di

carne di caprioli, con uva in aceto composta. Poi petti di vitello,

capponi a lesso, con tortellette di formaggio e cinamomo, coperte con

bianco mangiare, ovvero sapore composto con mandorle, zucchero e sugo

di limone; poco da poi teste di vitello condite con passule e pignoli,

e gran pezzi di carne di manzo, con senape e ulive; da poi colombi,

anitre, lepretti acconci con pere, limoni e aceto. D'indi a poco

furono portati porcelletti arrosto intieri, coperti di salsa verde;

poco appresso papari grassi, cotti con cipolle e pepe; dopo lo scalco

fece portare i latticinj e fritelle fatte a modo tedesco, e cose fatte

di cacio di molte sorti. Ultimamente si posero mirabolani, citrini,

kebuli, e corteccie di cedro e zucche confettate. Ho tralasciato

il pane bianco come neve, e vini bianchi e rossi, al nettare o

all'ambrosia non cedenti, di che i tedeschi maravigliosamente se ne

godevano e con grande stupore. V'erano molti cantori e suonatori di

varie sorti con trombe e tamburi, che rallegrarono molto i convitati;

nel qual mangiarono certamente più di trecento uomini». Oggidì si

conosce meglio la virtù, e meglio s'imparano i doveri sociali. Un pazzo

che facesse altrettanto, avrebbe la esecrazione pubblica, e l'autore

che lo riferisse non lo farebbe certamente con lode.

AVVERTIMENTO

POSTO IN CALCE DEL TERZO VOLUME DELL'EDIZIONE DI MILANO DEL 1824

Il canonico teologo Frisi, editore del secondo volume in-4, stampato

nel 1798, fece alla fine di questo capitolo la seguente osservazione.

_Sin qui l'originale MS. ritrovato presso l'illustre autore di questa

Storia, il quale in Milano cessò di vivere ai 28 giugno del 1797, in

età d'anni 69, mesi 6 e giorni 17, mentre la stampa del presente volume

(secondo in-4) era di già principiata. Al compimento di esso mi sono

data la pena di fedelmente raccogliere la più parte di quanto siegue da

alcuni tomi in foglio MSS. ritrovati presso il defunto, nei quali aveva

egli distribuite nelle rispettive epoche l'ammassata materia per la

continuazione della sua Storia._

Il barone Custodi, nella vita dell'autore, scrisse (vol. primo, pag. 25

della presente edizione) che nel 1797 il conte Pietro Verri _intraprese

la stampa del secondo volume della Storia di Milano, che venne poi

condotto a termine dal di lui amico il canonico teologo Frisi, ec.

ec...._

Per rendere maggiormente interessante questa Storia patria, si prosegue

questo terzo ed ultimo volume colla continuazione del barone Custodi,

che arriverà fino alla morte dell'imperatore Giuseppe II, valendosi del

lavoro del canonico Frisi e degli altri materiali raccolti.

CONTINUAZIONE

DEL BARONE PIETRO CUSTODI

PREFAZIONE DEL CONTINUATORE

Allorquando l'anno 1804, nelle _Notizie_ premesse alle Opere Economiche

del conte Pietro Verri nella _Raccolta degli Scrittori classici

italiani di Economia Politica_ (tomo XV della Parte moderna) mi dolsi

della sfortuna accaduta alla di lui _Storia di Milano_, di essere stata

mutilata e interpolata da mano inesperta per la metà del secondo volume

della edizione originale, e spiegai il desiderio che fosse una volta

restituita nella sua integrità; era ben lungi dal prevedere che dopo

tanto intervallo di tempo avrebbe il caso recato a me l'incarico di

riformare e di compire questo lavoro. E quando vidi che gli editori

della ristampa della storia, confidando nella mia buona volontà,

nel chiudere il terzo volume contrassero col pubblico l'impegno di

dare riveduto e compito per mia mano il restante dell'opera, me ne

incaricai di buon grado senza che ben sapessi ciò che si sarebbe

potuto da me mantenere, e mentre non abbastanza conosceva sino a qual

segno avrei potuto giovarmi de' materiali lasciati dal conte Verri, nè

quanto avrebbe importato la riforma del centone del canonico Frisi.

Il che feci per quella costanza di affetto e di venerazione che mi

unirono all'autore nell'ultimo periodo della sua vita, e per un dovuto

ricambio della benevolenza con cui mi distinse, benchè io avessi allora

oltrepassato appena i ventiquattro anni; e da ciò altronde ne venne

che soltanto alcuni mesi dopo la fatta promessa mi trovai posto in

grado di dare incominciamento all'opera, coll'essermi stati dal figlio

dell'autore, istruito e cortese cavaliere, comunicati i manoscritti

contenenti le prime tessere da quello predisposte per il proseguimento

della storia. Ho quindi dovuto protrarre quasi d'un anno l'allestimento

di questa continuazione; nè altro da me si è potuto, per compensarne il

ritardo, se non che adoperarvi la possibile diligenza onde reggesse con

minore vergogna al paragone del lavoro che lo precede.

Nella seguente esposizione intorno all'opera del conte Verri e al

merito di essa, e di quanto si è fatto dal canonico Frisi e da me per

proseguirla, sarò possibilmente breve, e per tal modo con minor noia

de' lettori riuscirò più presto a sdebitarmi.

§ I.

_Della storia del conte Verri._

Pietro Verri pubblicò nel 1783 il primo volume in 4.º della _Storia di

Milano_. Tre anni dopo, avendo ottenuto quel riposo da ogni pubblico

incarico, che per oscure cabale era desiderato non meno da lui, che da

chi doveva concederlo, pareva che egli avrebbe con alacrità progredito

nel suo lavoro; ma il disgusto che ne avea preso, e di cui si dirà in

séguito, ne lo allontanò; sicchè dalle sue carte non si ha traccia che

se ne sia di nuovo occupato, se non nell'ultimo anno della sua vita,

nel quale intraprese la stampa del secondo volume, che era giunta alla

pagina 208, e fino all'epoca del 1524, allorquando, nella notte del 26

giugno 1707, cessò improvvisamente di vivere, essendo in età prossima

all'anno settantesimo. Il canonico Anton-Francesco Frisi, fratello

dell'insigne matematico e filosofo di questo nome, che sopravegliava

all'eseguimento della stampa, s'incaricò pure di compiere il volume, e

lo continuò con quell'esito del quale si renderà conto nel § III.

Dopo di avere trascorsa la miglior parte della sua vita in difficili e

importantissime incumbenze in servigio del sovrano e del suo paese, e

dopo di essersi meritato l'estimazione del pubblico come letterato di

fino gusto, e scrittore profondo di filosofia e di economia politica,

il Verri si preparò alla sua opera storica, esaminando con somma

pazienza le faragginose cronache comprese nell'insigne collezione

del Muratori, gli storici patrii che il precedettero, e in ispecie

il conte Giulini, cui rese la dovuta lode e il tributo della propria

riconoscenza nella prefazione alla Storia; e gli spogli che si propose

di farne, distinse e classificò in tre grossi volumi in foglio,

tutti scritti di sua mano, il primo de' quali intitolò _Cronache_, e

comprende i tempi anteriori al secolo XV, e un altro _Annali_ per i

tempi posteriori, ordinati per decennio. In un terzo volume scrisse

gli estratti politici ed economici, senza titolo speciale, e aventi la

sola data del 1777. In quest'ultimo fece nota di quanto le sue letture

gli offersero concernente il governo della città, le famiglie illustri,

i tributi, la popolazione, il commercio, le monete, l'agricoltura e

l'industria, le ricchezze e il lusso, la giurisdizione del clero, le

usanze e i costumi, e lo stato delle lettere e delle arti. Rare volte

ne' suoi estratti dà forma di abbozzo ad un frammenta di storia, ma

per la massima parte sono nudi sommari od epoche di fatti rimarchevoli,

scritti a volo di penna, e talvolta frammischiati di frizzi spontanei,

suggeritigli dalla sua naturale giovialità e schiettezza. Onde porre

chi legge in situazione di formarsene una chiara idea, ne riporterò i

pochi frammenti che seguono.

«Anno 1188.... V'erano in tutto in Milano sei monasteri di frati e

sette di suore. Al giorno d'oggi siamo assai più divoti, e se non vi

fosse la Giunta Economale lo saremmo ancora di più».

«1515. Morì Tristano Calco, nè potè condurre a fine la Storia di

Milano. Il conte Giulini è morto pure a messo il suo lavoro. Sarebbe

uno sproposito insigne se io pure facessi questa cattiva creanza di

abbandonare a mezzo i miei cortesi lettori. Per servir bene la nobiltà

loro bisogna passeggiare più che non faccio; mangiare più sobriamente

di quello che non soglio; lasciar andare il mondo comodamente col suo

moto: e allora staremo bravamente sani e saldi, ricordandoci che nostro

padre è morto di ottantotto anni, e nostro avo di novantadue. Esempi

imitabili veramente!»

«1621. Il 31 marzo muore Filippo III in età di anni quarantatre.

Morì per etichetta. Era convalescente, e si trovava a sedere nel suo

consiglio. Una bragiera di fuoco lo incomodava; era assente l'ufficiale

cui spettava maneggiare il fuoco; il re non volle moversi dal suo

posto; nessuno ardì di guastare l'ordine di corte, trasportando la

bragiera: infine il mamalucco morì».

Di siffatti spogli egli giovossi nello scrivere la Storia, senza

più essere costretto ad interrompere l'ordine e la scorrevolezza del

suo dettato per rintracciare nelle fonti i fatti e le discussioni di

essi. Che tale fosse il suo intento nella paziente e noiosa opera di

formare quegli spogli, apparisce chiaro dal vedersi ch'essi concernano

esclusivamente gli antichi e bassi tempi; e nel volume degli _Annali_,

che unico si estende oltre di quelli, dal principio del secolo XVI in

poi, le materie vanno rendendosi sempre più scarse, a segno che, per

gli ultimi due secoli, si risolvono in nude note cronologiche, e queste

pure incomplete, sparse raramente di qualche racconto di fatti parziali

o di cenni caratteristici di alcuni personaggi. E specialmente intorno

ai fatti del secolo XVI, di cui stava occupandosi nel proseguimento

del suo secondo volume, varii lunghi frammenti avea scritto l'autore,

in separati fogli, da inserirsi poi agli opportuni luoghi, diversi de'

quali mi furono mostrati dall'autore stesso mentre gli scriveva, come

li avrà veduti il canonico Frisi; ma di quelli non esiste più traccia.

Condusse il conte Verri il suo lavoro con sobria erudizione, con fina

critica e con moderata filosofia, quale si conveniva alla condizione

dell'illustre autore, e allo scopo da lui propostosi di ammaestrare

dilettando. Sprezzò le assurde e magnifiche favole delle origini

municipali, oggetto di comune ridicolo, compensato e reso muto in

ciascun municipio dal pericolo di un eguale ricambio; svolse dalle

tenebre de' primi e de' bassi tempi le istituzioni, le sorti, i costumi

che diedero luogo allo sviluppamento della successiva nostra civiltà,

talvolta nei fatti peggiore della prisca barbarie; chiarì la prepotenza

dei pochi a rendere sottomessa la massa della nazione, e la reazione

di questa, resa forte per l'industria, il commercio, l'unione, per

ristabilire l'egualità delle condizioni, siccome è il voto della

natura nella egualità della specie. Dimostrò le vicende del clero,

prima favoreggiato dai popoli come mediatore di pace, di concordia, di

consolazione; poi accarezzato dai sovrani come strumento per abbassare

l'orgoglio e contenere il soverchiar de' magnati; quindi costituitosi

difensore dei popoli contro le pretese e le vessazioni del partito

imperiale; reso in séguito audace per l'acquistato ascendente; giunto

a riclamare per sè maggiori prerogative di quelle contrastate ai nobili

e agl'imperatori; e infine, nella lotta tra esso e i sovrani d'accordo

coi popoli, sceso a moderare l'esorbitanza delle sue pretese, e a

limitarsi per gradi ad una preminenza di considerazione, che sola gli

è dovuta. Narrò come lo Stato di Milano, primo tra gli altri d'Italia,

al pari di essi, per la libera scelta, per i compri voti, per l'aperta

forza, passò alla piena obbedienza di coloro che, a riguardo de' propri

meriti e della dignità del casato, erano stati promossi ai consigli ed

alla direzione delle forze del comune; come i popoli furono per lungo

tempo zimbello dell'ambizione, de' raggiri e de' tradimenti de' loro

nuovi tiranni; e come questi furono successivamente con giusta vicenda

traditi e sottomessi da tiranni maggiori, e per ultimo tutti assorbiti

nel vortice delle grandi monarchie, che avrebbero pur recato ai popoli

la pace da tanto tempo sospirata, se non avessero scelta l'Italia a

teatro delle loro interminabili querele, non che de' capricci e della

rapacità de' loro generali e governatori. Era entrato l'illustre autore

a svolgere gli accidenti di quest'infausto periodo della nostra storia,

quando, sorpreso dalla morte, fu causa che al canonico Frisi e a me

toccasse l'incarico di un proseguimento, ingrato e difficile per il

soggetto, e assai più pericoloso per il confronto.

Non gli sfuggi la massima rammentata da Robertson nella Prefazione

all'_Istoria dell'America_, che _chi scrive gli avvenimenti delle

epoche rimote, non merita la confidenza del pubblico, se non avvalora

con testimonianze le proprie asserzioni_. E nel produrre queste

testimonianze fu egli esattissimo, non affastellando le citazioni

altrui, alla foggia di un suo invidioso censore, che ci occuperà nel

§ II, ma attingendole alle fonti, dopo che, non fidando alla critica

altrui, l'aveva affinata al crogiuolo del suo sperimentato criterio.

Opportuno fu in ciò il suo avvisamento, ed ottimo sarebbe riuscito,

se egli vi avesse aggiunto una diligenza di più, lasciando scorrevole

e piana la sua narrazione, e riservando alle note le discussioni e

le testimonianze, specialmente in lingue straniere, sicchè queste non

fossero d'inciampo ai lettori, con rendere quindi necessario per una

non piccola parto di essi l'espediente adottato dagli editori della

presente ristampa, di far eseguire da abile mano ed aggiungere in piè

di pagine la traduzione dei frequenti passi di latinità, per lo più

barbara, che si incontrano nel testo. Di due metodi di scrivere la

storia, intorno ai quali è da tanti secoli contrastata e disputata

la preferenza, egli prepose all'aridità delle cronache la spontanea

e ragionata esposizione de' fatti, quale è sporta dalla natura nella

famigliarità del discorso, dove il racconto si trova frammischiato

colle riflessioni suggerite all'opportunità dall'esperienza e

dall'ingegno del narratore. E in vero, il pretendere che la narrazione

sia arida e circoscritta ai nudi fatti, è contrario al principale

istituto dello storico, che è d'istruire cogli esempi, mentre nissuno

contenderà che novanta almeno sopra cento lettori sono incapaci di

concordare e commentare ciò che leggono; laddove per la maggior parte

possono appropriarsi e far tesoro per il loro ammaestramento delle

riflessioni che trovano pronte e naturalmente esposte frammezzo e

come conseguenze delle cose narrate. Colla riunione di tante doti

di talento, di dottrina, di esperienza e di filosofia, non è da

stupirsi se Verri è riuscito a primeggiare fra il popolo degli storici

particolari dell'Italia; chè ben popolo può chiamarsi lo sterminate

loro numero, a segno che il semplice catalogo di essi raccolto dal

Coleti in un grosso volume in 4.º appena ne racchiude circa la metà.

Ed egli, che sapeva quanto ingente fatica avesse sostenuto e quali

difficoltà superate per porgere a' suoi paesani, scevro d'ogni spino,

il racconto degli avvenimenti patrii e delle gesta dei loro maggiori,

non può dirsi al certo troppo presuntuoso se si lusingò di meritarsi da

essi qualche significazione di aggradimento. Per ben giudicare quindi

delle sue doglianze, conviene ricordarci del di lui carattere, che,

fortificato per il sentimento de' molti suoi meriti, era vivamente

ambizioso di estimazione e di lode, e che s'egli ebbe la prima nel

segreto de' buoni, che mai non mancano anche nella più trista società,

non ebbe della seconda alcuna palese testimonianza. L'abate Isidoro

Bianchi, nell'_Elogio Storico_ del nostro autore (pag. 210), dice che,

disgustato per tale ingratitudine, fu in procinto di dare al fuoco gli

esemplari del primo volume della storia e le preziose memorie preparate

per proseguirla, e che ne fu distolto dagli uffici degli amici. Io non

posso far fede di tanto; so bensì che in più luoghi degli scritti da

lui lasciati appaiono gli onorati suoi sdegni e le sue doglianze; e

basterà di qui riferire come un saggio, quanto scrisse sulla coperta

del rammentato volume delle sue _Cronache_: «Per la fatica di molti

anni, per molte spese fatte per consegnare nelle mani dei Milanesi

una storia leggibile della loro patria, e un libro che senza rossore

potessero indicare ai forestieri curiosi d'informarsene, io non ho

avuto dalla città di Milano nemmeno un segno che s'accorgesse ch'io

abbia scritto. Ma già lo sapeva prima d'intraprendere un tal lavoro,

e conosceva _rerum dominos gentemque togatam_. Nella Toscana, nella

terra-ferma veneta e nella romagna vi è sentimento di patria e d'amore

della gloria nazionale. Ivi almeno una medaglia, una iscrizione

pubblica, un diploma d'istoriografo, qualche segno di vita si darebbe,

se non altro per animare alla imitazione. Ma noi viviamo languendo

_in umbra mortis_. Non si sapeva il nome di Cavalieri; l'Agnesi è

all'ospedale; Frisi e Beccaria non hanno trovato in Milano che ostacoli

e amarezze. Il sommo bene di chi ardisce di far onore alla patria è se

ottiene la dimenticanza di lei. Io forse l'ho ottenuta......»

§ II.

_Giudizi della detta storia._

Il conte Verri, per ciò che appare da' di lui scritti, mostrò di

occuparsi soltanto della critica fatta ad un passo della sua storia

dal canonico Mario Lupi, dotto antiquario di Bergamo. Nell'osservare

quanto scarse e sterili sieno le memorie rimasteci del secolo decimo,

e la diligenza del conte Giulini intorno ad esse, egli aveva soggiunto

nel tomo I, pag. 57 della prima edizione (T. I, p. 94 della presente)

che «ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore,

gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da lui

sopportata, e coll'esatta critica adoperata esaminando fatti che

meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di quei tempi, e per

la possibilità che servano a beneficio di private persone; _sebbene

non siano materiali servibili per tesserne una storia_». Era chiaro in

questo passo l'intendimento dell'autore, che non contendeva il merito

di cotali ricerche, ma solo dolevasi della poco utile messe che se

n'era conseguita. Ma il canonico Lupi, qual chi è avvezzo a misurare

l'importanza dei lavori dalla fatica impiegatavi, riguardò il concetto

del Verri come una sentenza di riprovazione degli studi antiquari, e

alla colonna 1040 del suo _Codice Diplomatico_ sortì colla seguente

doglianza:[69] _Propterea miror vehementer clarissimum Comitem Petrum

Verri, in recentissima sua Mediolanensi Historia, pag. 57, tradidisse,

hujusmodi monumenta ad historiam harum aetatum contexendam nihil

conferre, quod quidem adeo absonum mihi videtur, ut fateri cogar me

ignorare quidnam historiae nomine clarissimus auctor intelligat._ Si

meritò quindi una nota di risposta, dataci imperfetta dal canonico

Frisi e riprodotta intiera in questa edizione, che può leggersi al

capitolo vigesimosesto di questo terzo volume.

Storia di Milano, vol. 3 · 第 2 / 27 段