Il duca Francesco Sforza l'anno 1522 confermò il senato; sta

STORIA

DI MILANO

DEL CONTE

PIETRO VERRI

COLLA CONTINUAZIONE

TOMO III ED ULTIMO

MILANO

PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA

Contrada de' Due Muri, N. 1044

1850

CAPITOLO XXIII.

_Vicende infelici de' Francesi. Francesco II Sforza riconosciuto duca

di Milano. Venuta in Italia di Francesco I re di Francia, ed assedio di

Pavia._

(1519) L'odioso governo che il Lautrec faceva dello Stato di Milano

aveva fatto emigrare un buon numero di cittadini, o per sottrarsi alla

violenza o per aspettare un miglior tempo, sotto un meno arbitrario

governo. Girolamo Morone, il quale era _l'âme de toutes les intrigues,

et le véritable chef des mécontens_[1], dispose che questi esuli

malcontenti si radunassero in Reggio di Lombardia, città che allora

era posseduta dal papa, e quest'adunanza avea per oggetto l'espulsione

de' Francesi dall'Italia, e lo stabilimento della casa sforzesca sul

trono di Milano, col riconoscere per duca Francesco, duca di Bari,

fratello del duca Massimiliano e figlio del duca Lodovico Maria.

Per comprendere quali apparenze vi fossero da concepire quest'idea,

conviene dare un'occhiata alle combinazioni politiche generali di que'

tempi. L'imperator Massimiliano avea terminata la sua vita il giorno 12

di gennaio 1519, e, malgrado gli uffici della Francia, era stato eletto

imperatore il re di Spagna Carlo, il qual rese poi nelle serie de'

Cesari famoso il suo nome di _Carlo V_. Questo monarca, nel vigore del

ventesimo anno dell'età sua, favorito dalla natura d'un animo attivo,

elevato, passionato per farsi un nome, favorito dalla fortuna, che gli

avea dati i regni delle Spagne, quei delle due Sicilie, la Fiandra,

l'Olanda e gli Stati della Germania; questo imperatore potente, appena

innalzato al trono cesareo, rivolse lo sguardo all'usurpato dominio

di Francesco I nel milanese, feudo imperiale, dominato dal re senza

investitura o dipendenza dall'Impero. Nella Germania le nuove dottrine

di Lutero s'andavano spargendo; già varii sovrani le proteggevano; e

correva rischio il papa di perdere del tutto la Germania, se Carlo V,

vigorosamente opponendosi, non avesse posto al bando dell'Impero il

promotore de' nuovi dogmi, il quale «sarebbe stato facile, dandogli

qualche dignità o qualche modo onesto di vivere, di farlo pentire

degli errori suoi», dice il Guicciardini[2], se il cardinal Gaetano,

legato apostolico, colle ingiurie e colle minacce non l'avesse spinto

al disperato partito che prese dappoi. Il papa per questo gravissimo

oggetto della Germania avea bisogno di tenersi amico l'imperatore. Il

papa non perdeva di vista Ferrara, Parma e Piacenza, e, collegandosi

con Carlo V per discacciare i Francesi da Milano, otteneva di staccare

nuovamente dal ducato di Milano queste due città, già usurpate da

Giulio II, e di consegnare il rimanente del ducato a Francesco Sforza.

Secretamente si andava concertando la lega fra Carlo V e Leone X.

Francesco Sforza stavasene a Trento. L'imperatore gli assegnò centomila

scudi, ed ottantamila gliene assegnò il papa, colle quali somme potè

assoldare degli Svizzeri, a ciò aiutato dal cardinal di Sion[3]. I

Fiorentini, il marchese di Mantova entravano nella lega contro dei

Francesi. Molto confidavano e cesare e il papa sulla buona volontà

de' Milanesi, l'affetto dei quali molto doveva contribuire all'esito

della guerra. E questo motivo fu quello per cui dal Morone vennero essi

chiamati a Reggio, di che veggasi l'opera, poco sinora conosciuta, ma

che merita di esserlo, del Sepulveda: _De Rebus gestis Caroli V imp. et

regis Hisp._, autore contemporaneo, che scriveva i fasti del monarca al

quale serviva, e dal quale anche a voce poteva chiedere istruzione de'

fatti che esponeva in buon latino nel di lui regno. Della qual opera

v'era bensì la traduzione nella Spagna, ma a caso venne a trovarsi

manoscritta soltanto l'anno 1775, e si pubblicò dalla regia stamperia

di Madrid nel 4780, sotto la direzione della reale accademia di

storia[4].

(1520) Il maresciallo di Foix, ossia Lautrec, informato di questa

unione che si andava facendo in Reggio, quantunque le intelligenze

fra il papa e l'imperatore fossero segrete, senza rispetto alla

pace vigente, invase a mano armata il Reggiano, e si accostò alla

città con animo di sorprendere i Milanesi forusciti. Il Guicciardini

storico era allora comandante di Reggio, e seppe render vano il

progetto de' Francesi, le violenze de' quali, commesse in quella

infruttuosa spedizione, sono da lui medesimo descritte. Un tal fatto,

seguito nel seno apparente della pace e ad insulto sulle terre del

papa, cagionò negli animi sempre maggiore il ribrezzo verso della

dominazione francese, che sconsigliatamente il Lautrec aveva resa

disgustosissima ai popoli. (1521) Questa incauta scorreria sul Reggiano

seguì nel 1521, ed un fenomeno fisico, accaduto poco dopo in Milano,

si combinò sgraziatamente pei Francesi onde alienarne sempre più gli

animi degl'Italiani, colla persuasione di essere la stessa divinità

manifestamente nimica della dominazione francese. Erano stati poco

prima scomunicati dal papa Leone X gl'invasori del Reggiano[5]. La

vigilia appunto di San Pietro, cioè il giorno 28 di giugno del 1521,

due ore prima che tramontasse il sole, essendo il cielo quasi sgombro,

da una nuvola si scagliò un fulmine sulla massiccia torre di marmo che

stava sulla porta del castello di Milano. Quivi era a caso collocata

una porzione di polvere, destinata a spedirsi alle altre fortezze dello

Stato, che dal Gaillard si fa ascendere a dugentocinquantamila libbre.

Prese fuoco, e la esplosione fu orrenda. Il comandante del castello,

signor di Richebourg, e trecento soldati francesi acquartierati vi

rimasero sepolti[6]. «La torre era, come attesta il Guicciardini[7],

di marmo, bellissima, fabbricata sopra la porta, nella sommità della

quale stava l'orologio», il che produsse la rovina quasi totale del

castello, e la piazza del castello, sulla quale in quel punto trovavasi

molti al passeggio, rimase coperta di cadaveri e di tanti sassi, che

_pareva cosa stupendissima_[8]; alcuni sassi di smisurata grandezza

volarono lontani più di cinquecento passi. Il Burigozzo così descrive

il fatto: «Ma a dì 28 zugno 1521, che fu la vigilia de santo Pietro,

a due ora prima di notte, venne uno horribile tempo da sorte che la

sajetta dette in el torrazzo in mezzo della fazada del castello, dove

gli era gran quantità de polvere da bombarda, talmente che quella torre

sino al fondamento fu fracassata, et portò prede grandissime sino al

meno della piazza, e tutto el castello se squassò, adeo che per la

ruina grande che fu, moritte el capitaneo et da rocca et da castello,

sotto le prede qual ruinorno, el moritte innumerabile altra gente,

d'onde questo fu una gran cosa». E il Grumello riferisce il fatto

nel modo seguente: «A dì 28 junio 1521 da hore 23 dette la saietta

in la torre de le hore del castello di Porta Giobia de Millano, cossa

stupendissima et da non credere chi non la vide, et io la vidi con gli

occhii levar la media parte de dicta torre et li fondamenti insiema et

portarla oltra il revellino et la fossa, et gittarla in su la piazza

de dicto castello, et hebe occixo li doi castellani et il cavalero

Vistarino, quale hera ditenuto in prigione in epso castello, et foreno

occixi la più parte de le gente herano abitante in detto castello.

Le ruine de le stancie et tecti et muraglie non ne dicho niente. Più

ruina fece Iddio in un momento in epso castello, che non haveria facto

l'artellaria dil re gallico in un anno. De le ruine facte di fora dil

castello non ne scrivo, come ruinamenti de tecti, de ecclesie, caxe,

rompimenti di catenazi, de botteghe, invedriate, cose admirande[9]».

Di questo disastro ne scrive un'altra cronaca citata dal Lattuada[10],

ed è di Bernardino Forni, da Gallarate. Il papa non tralasciò di far

ravvisare la vendetta di san Pietro in questo avvenimento; e questo

ancora contribuì non poco a sgomentare i partigiani francesi, e ad

animare sempre più i loro avversari. Quindi côlta l'opportunità della

violazione fatta sulle terre pontificie, e datane ai Francesi tutta

l'odiosità, si pubblicò senz'altro la lega, e si radunò verso Bologna

la già disposta armata.

Il papa Leone X spedì seicento uomini d'armi papalini, toscani e

mantovani. Seicento altri uomini d'armi ne fece marciare da Napoli

l'imperatore Carlo V. Diecimila fantaccini vi erano, parte italiani,

parte spagnuoli, ed ottomila fantaccini oltramontani[11]. Prospero

Colonna comandava l'armata della lega pontificia, sotto di lui

comandava Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara; ed era già in

modo distinto in quell'armata Antonio da Leiva, soldato di fortuna, il

quale ebbe poi molta influenza nel milanese, come si vedrà. Il conte

Guido Rangoni, Giovanni de' Medici, principe della casa di Toscana,

Girolamo Morone, vi si trovarono parimenti. A questa armata si unì un

corpo di svizzeri condotti dall'ostinatissimo cardinale di Sion[12].

L'armata de' collegati prese Parma. Gli Svizzeri stipendiati da

Lautrec mancando di paga lo piantarono, dice Guicciardini. I collegati,

dopo ciò, poco penarono ad impadronirsi del milanese. Lautrec tentò

invano a Vaprio di disputar loro il passaggio dell'Adda. Giovanni de'

Medici, montato su di un caval turco, arditamente fu il primo a passar

l'Adda, il che animò l'esercito a seguirlo. Lautrec si ricoverò in

Milano, «dove arrivato, o per non perder l'occasione di saziar l'odio

prima conceputo, o per mettere con l'acerbità di questo spettacolo

terrore negli animi degli uomini, fece decapitare pubblicamente

Cristofano Pallavicino, spettacolo miserabile per la nobiltà della

casa, e per la grandezza della persona, e per l'età, e per averlo

messo in carcere molti mesi innanzi alla guerra[13]». Questo illustre

signore, parente della casa Medici, forse in odio del papa mandato

dal Lautrec al patibolo, aveva settantacinque anni[14]. Dopo l'affare

di Vaprio, Lautrec entrò in Milano il giorno 10 di novembre 1521, e

il giorno 11, due ore avanti giorno, venne il Pallavicino decapitato

sulla piazza del castello di Milano. Egli era stato fatto prigione

con insidia dal fratello di Lautrec, ch'era compare di lui. Stavasi

Cristoforo Pallavicino nel suo castello di Buffetto, dove accolse

l'insidiatore[15]. Già sino dal giorno 6 di luglio il di lui nipote

Manfredo Pallavicino era stato squartato vivo sulla medesima piazza del

castello, e le sue membra poste sulle porte della città; «et a molti

altri gentiluomini milanexi, piacentini, et dil Stato fureno tagliate

le teste[16]». Bartolomeo Ferreri, a detta del Guicciardini, insieme

col di lui figlio, aveva terminati per mano del carnefice i suoi

giorni. Insomma il Gaillard dice: «Le mareschal de Foix se ressasia de

vengeances cruelles, et combla le désespoir des malheureux Milanois,

le supplice fut le partage de tous ceux, qui avoient eu les moindres

relations avec Moron[17]».

Frattanto che il crudele Lautrec inferociva in Milano, l'armata de'

confederati s'accostò alla città. Io, come sempre, così al presente

tralascio di annoiare il lettore colla esatta descrizione delle mosse

e dei minuti avvenimenti marziali. Pare che gli scrittori prendono

un piacer singolare ad internarsi colle descrizioni in siffatte

carneficine, e nelle gloriose scelleraggini della guerra. La filosofia

c'insegna a non abituarci a mirare con insensibilità simili sciagure; e

forse il bene dell'umanità suggerirebbe di non consecrarle alla gloria,

ma di punirle col silenzio degli storici. L'armata de' collegati

s'impadronì di Milano il giorno 19 di novembre 1521. Vi entrarono

Prospero Colonna, il cardinale dei Medici, il marchese di Mantova,

«ignorando quasi i vincitori, dice Guicciardini, in qual modo o per

qual disordine si fosse con tanta facilità acquistata tanta vittoria».

Molte case vennero saccheggiate dagli Spagnuoli col pretesto che

fossevi roba de' Francesi. Venne proclamato duca Francesco II Sforza,

e Girolamo Morone vi comparve governatore in nome di lui. Lautrec

lasciò nel castello di Milano un presidio francese, sotto il comando

del capitano Mascaron, di nascita guascone. Cremona pure conservò nel

castello i francesi sotto il comando di Janot d'Herbonville; Como,

Pavia, Lodi, Alessandria, Piacenza e Parma vennero tosto in potere

della lega. Appena Leon X ebbe la nuova d'essersi occupate dalle armi

pontificie le città di Parma e di Piacenza, e d'essere in potere

della lega lo Stato di Milano, e proclamato lo Sforza, ch'ei morì

improvvisamente, all'età di quarantaquattro anni, il giorno 1.º di

dicembre 1521, non senza sospetto di veleno, per cui venne carcerato

Barnabò Malaspina, suo cameriere, deputato a dargli da bere. La morte

del sommo pontefice, che aveva somma influenza negli affari appena

innoltrati, cagionò non lieve inquietudine negli animi.

(1522) Al momento che gli avvenimenti cominciarono a mostrarsi

prosperi, Francesco Sforza, il quale coi denari somministratigli da

cesare e dal papa, aveva presi al suo stipendio seimila tedeschi dal

Tirolo, passò nella Lombardia; e come dice Sepulveda:[18] _Franciscus

quoque Sfortia, quem Germanorum sex millia sequebantur, Mediolanum

pervenit, singulari civitatis gratulatione; e ne adduce il motivo,

perchè era vir de cujus humanitate, temperantia et justitia, magna

erat hominum opinio._ Da Trento passò pel Veronese senza ostacolo con

seimila fanti tedeschi, ai quali i Veneziani non fecero opposizione,

indi per il Mantovano, Casalmaggiore e Piacenza portossi a Pavia.

Lautrec e alcuni corpi veneziani s'erano posti a Binasco per impedire

la venuta a Milano del duca; ma lo Sforza, côlto opportunamente il

tempo, passò a Milano il giorno 4 aprile 1522. «Dove è incredibile

a dire[19] con quanta letizia fosse ricevuto dal popolo milanese,

rappresentandosi innanzi agli occhi degli uomini la memoria della

felicità con la quale era stato quel popolo sotto il padre e gli

altri duchi sforzeschi, e desiderando sommamente di avere un principe

proprio, come più amatore de' popoli suoi, come più costretto ad

avere rispetto e fare estimazione dei sudditi, nè disprezzarli per la

grandezza immoderata»; e la cronaca del Grumello: «fece la intrata

in la città Mediolanense con allegria, et tutto il popolo con sonar

di campane, sparare di artellaria, parendo ruinasse il mondo. Mai fu

visto, ne audito tanto triumpho. Cosse da non creder fureno facte per

epsa repubblica mediolanense di allegria di Francisco Sforcia suo duca,

et domandando denari el Sforcia per paghare lo exercito cexario, da

gentillvomini, marchatanti, plebei et poveri herano portati danari,

collane, argento; ogniuno portava qualche cossa per far danari, che mai

fu visto tanta dimostrazione di amore, et di tutto hera tenuto bono

conto, et a tutti quali havevano dato danari, collane, argento, fu

a tutti facta la restituzione per Francischo Sforza, et così fu dato

pagha allo exercito cexareo, et ognuno fu di bono animo di combattere

contro i Galli[20]».

Frattanto Lautrec co' suoi Francesi, con ottomila Svizzeri, e coi

Veneziani s'era ricoverato a Monza, ove eranvi il Montmorenci, il

maresciallo Chabannes, il Bastardo di Savoia, il gran scudiere

Sanseverino, il duca d'Urbino, Pietro di Navarra[21], ed altri

illustri personaggi. L'armata della Lega, sotto il comando di Prospero

Colonna, aveva posto gli alloggiamenti alla _Bicocca_, luogo situato

fra Milano e Monza, e lontano circa quattro miglia della città; il

luogo era vantaggioso per la difesa. Lautrec aveva sin da principio

avvisato il re ch'ei non avrebbe potuto difendere lo Stato contro

l'armata che si andava formando, a meno che non gli venissero spediti

soccorsi dall'erario, onde stipendiare un numero conveniente di

Svizzeri; e dalle lettere era bensì stato assicurato di riceverlo, ma

realmente mai non l'ebbe. Egli teneva animati gli Svizzeri, mancanti

dei loro stipendii, con promesse di imminente arrivo di danaro; ma

essi, già troppo lungo tempo delusi, più non badavano alle lusinghe;

e minacciavano di abbandonarlo e ritirarsi alle loro case. Il signor

di Brantome, nella vita di Lautrec, ricorda il fatto dell'illustre

cavaliere Bayard a Pamplona, dove, essendosi ammutinati gli Svizzeri

che erano sotto i suoi ordini, egli, colla sua gendarmeria, benchè

non numerosa, seppe reprimerli. Lautrec in vece, secondandoli, volle

tentare una giornata: la tentò il giorno 27 di aprile 1522, venne

battuto e rispinto, e perdette il milanese. Brantome lo condanna per

non aver preso almeno il partito di starsene sulla difesa aspettando

nuovi soccorsi. A me sembra che il Lautrec abbia operato senta

prudenza; s'ei vinceva, avevano i collegati quattro miglia distante una

città amica dove ricoverarsi; se perdeva, era tosto abbandonato dagli

Svizzeri; i Veneziani freddamente l'avrebbero secondato, ei rimaneva

con un drappello di Francesi appena bastante per ricondurlo nella sua

patria. Come andasse quell'affare ce lo dicono minutamente più autori.

Francesco Sforza era in Milano. Avvisato che i francesi si movevano

verso de' Collegati, fece dar campana a martello in Milano, dove, e

per odio verso de' Francesi e per amore del duca, al momento uscirono

quanti cittadini potevano armarsi per combattere, e seimila se ne

contarono:[22] _Jussis igitur Sfortia popularibus, omnibus arma sumere,

peditum armatorum sex millia, et item quadrigentos equites educit:

cum his ad Bicocham in via, quae ducit Modoetiam, consistit_[23].

Ed il Grumello dice: «Mai fu visto tanto populo correr alle arme,

et il frate predicator di Santo Marco con il crocefisso in mane

facendo animo a Milanexi volessero combatter, che era il giorno de la

victoria et ch'hera certifichato che vincerebbono senza alchun dubbio.

El Sforcia, unito suo exercito, ussite de la citta Mediolanense,

et pigliò il cammino de la Bichoca con sua ordinanza[24]». Oltre i

seimila cittadini milanesi armati, che sortirono a piedi in seguito del

duca, quattrocento lo accompagnarono a cavallo[25]. Il duca co' suoi

giunse prima che cominciasse l'attacco. Egli si pose alla difesa di un

ponte, ed ivi infatti si scagliò col maggiore impeto il maresciallo di

Foix: ma sebben penetrasse, venne rispinto poi con tanto disordine,

che la battaglia diventò un macello, poichè dal ponte non potendovi

passare che tre uomini di armi di fronte, e ammucchiandosi per la

smania di uscire in salvo, si trovarono talmente stretti i nemici,

che nemmeno fu loro possibile il difendersi; quindi la maggior parte

vennero tagliati a pezzi. I Veneziani poco si mossero e rimasero

quasi spettatori[26]. Lautrec aveva fatto coprire di croci rosse il

corpo di battaglia: questa era la divisa dei collegati che sperava di

sorprendere. Ma Prospero Colonna, informato di ciò, fece porre a' suoi

un manipolo d'erba sull'elmo, e così venne delusa l'astuzia. Tremila

svizzeri rimasero sul campo. Gli altri il giorno seguente abbandonarono

l'armata. La battaglia della _Bicocca_ è rimasta nella memoria dei

Francesi, i quali, per significare che un sito costerebbe molto sangue,

e gioverebbe poco acquistandolo, soglion dire: _C'est un bicoque._ La

conseguenza di tal giornata fu che i Francesi interamente perdettero

il milanese. I Francesi occuparono Lodi, ma ne furono scacciati il dì

3 maggio 1522; indi perdettero Pizzighettone, poi Genova il giorno

23 giugno. Non rimase ai Francesi che il castello di Milano, che

evacuarono poi il giorno 15 d'aprile dell'anno seguente, ed il castello

di Cremona[27], il quale durò più tempo nelle loro mani. Le bandiere

acquistate alla Bicocca si collocarono in trionfo nel Duomo.

Ad animare il popolo molto giovò un frate agostiniano, che il

Guicciardini chiama Andrea Carbato[28]. Costui, eloquente predicatore,

mosso fors'anche dal sagacissimo Morone, aveva preso sopra del popolo

quel predominio che ebbe già in prima frate Jacopo de' Bussolari in

Pavia, come vedemmo nel secondo tomo, cap. XIII; e senza ricorrere ai

secoli trasandati, come l'ebbe in Napoli il gesuita Pepe, il quale,

padrone del popolaccio, a forza di biglietti stampati con alcune parole

pie, ammassò tanto da far gittare una statua d'argento di naturale

grandezza. Egli dal pulpito annunziò la morte del proposto Lodovico

Antonio Muratori, padre e maestro della critica e della erudizione,

onore dell'Italia, e lo annunziò _Franco Muratore_, e nemico della

vergine, _nemico de Mamma mia_. Lo stesso spirito mosse a declamare

altri da que' pulpiti contro Pietro Giannone, costretto a perdere la

patria, e ridotto a terminare i suoi giorni in un carcere in pena

d'averli spesi ad onore dell'Italia, patria nostra, sedotta dalla

interessata e sediziosa voce d'un sacro declamatore. Morone conobbe

quanta utilità poteva cagionare un tal mezzo, e l'adoperò. Questo

frate si pose a predicare con applauso, anzi con entusiasmo universale

in Milano, e confortava i Milanesi a difendersi contro dei Francesi,

che stavano per discendere dalle Alpi, ricordando che se erano stati

crudeli per lo passato, ora per odio e vendetta di aver abbracciato il

principe naturale non si sarebbero saziati di carneficine, nè appagati

con tutto l'oro, ed avrebbero con più ferocia rinnovata la memoria del

Barbarossa. Ricordava gli esempi de' valorosi antenati, assicurava la

salute eterna a chi moriva colle armi in mano per difesa della patria

e del suo legittimo sovrano. Comparve sommamente animato il corpo de'

cittadini milanesi formato dalla milizia urbana. «Era maraviglioso

l'odio del popolo milanese contro ai Francesi, maraviglioso il

desiderio del nuovo duca; per le quali cose, tollerando pazientemente

qualunque incomodità, non solo non mutavano volontà per tante molestie,

ma messa in arme la gioventù, ed eletti per ciascuna parrocchia

capitani, concorrendo prontissimamente giorno e notte le guardie....

alleggerivano molto le fatiche dei soldati».

Il duca Francesco Sforza l'anno 1522 confermò il senato; stabilì

che venisse composto di ventisette senatori, cioè cinque prelati,

nove cavalieri e tredici dottori. L'editto è del giorno 18 maggio

1522[29]. Questo corpo ebbe in quella occasione la pienissima

podestà di procedere, e giudiziariamente, ed anche per la via della

equità:[30] _Possitque ea omnia quae justitiae et aequitatis._

Creato, siccome vedemmo, nel principiare del secolo XVI, egli, sebbene

mutata la forma e ridotto a soli undici giureperiti de' quali nove

soli sedenti, durò sino alla primavera del 1786 per lo spazio di

ducent'ottantacinque anni. Gaillard, nella sua assai bella storia del

re Francesco I, ci informa di varii aneddoti, i quali hanno relazione

immediata cogli avvenimenti accaduti nel milanese, Lautrec, siccome

accennai, aveva da bel principio chiesto soccorsi di denaro al re,

protestandosi incapace di far fronte ai collegati senza di questo

mezzo, per mantenere l'armata ed accrescerla cogli Svizzeri. Il re

credeva che Lautrec avesse ricevuti quattrocentomila scudi, ch'egli

aveva comandato se gli spedissero; e restò sorpreso, allorchè intese

da Lautrec in sua discolpa che nulla eragli giunto, e che i Francesi

erano creditori dello stipendio di diciotto mesi. L'ordine l'avea dato

il re ad un vecchio ed onorato ministro di somma integrità, che il re

chiamava padre suo, cioè al sopraintendente Saint-Blançay, il quale,

interpellato dal suo monarca sulla spedizione di quella somma, tremando

e sbigottito, gli significò che la duchessa d'Angoulème l'aveva

obbligato a consegnarle i quattrocentomila scudi, comandandogli il

segreto, e rendendosi ella mallevadrice delle conseguenze. Il povero

ministro aveva la polizza segnata dalla duchessa, da cui appariva

lo sborso fattole. Sin qui si scorge un intrigo di corte per fare

scomparire Lautrec, fratello della favorita, a costo della perdita

d'una provincia e del sangue di migliaia di uomini. Luisa di Savoia,

madre del re, e duchessa d'Angoulême, secondò due personali passioni,

l'avidità del denaro, e la gelosia di comandar sola nell'animo del

re suo figlio. Qualche cosa ancora di peggio manifestò ella poi,

quando chiamò mentitore il Saint-Blançay, e sostenne che que' denari

erano un capitale suo che se le restituiva. L'orrore poi va al colmo,

sapendosi che quell'onoratissimo vecchio ministro venne impiccato

a Montfaucon[31]. (1523) La duchessa d'Angoulême, nel 1523, aveva

quarantasette anni, nudriva qualche passione pel duca di Bourbon,

contestabile di Francia, avendo essa contribuito a fargli avere degli

onori, dovuti alla nascita e merito suo, ma che il re da sè medesimo

dati non gli avrebbe, attesa la nessuna conformità fra l'umore

vivace del re e la grave fierezza del duca; aveva trentaquattro anni

il contestabile, allorquando le attenzioni della vedova duchessa

d'Angoulême divennero sì pressanti, che ei lasciò chiaramente scorgere

quanto importune gli fossero. La duchessa era tanto bella, quant'era

possibile all'età sua. Ma ella avea l'anima tanto bassa e plebea,

che pensò di vendicarsene, o di ridurre il duca a capitolare con lei

promovendogli de' mali. Cominciò a fargli sospendere le pensioni. Il

duca non se ne lagnò, anzi a dispetto di lei accrebbe il fasto e la

pompa, per mostrare quale ei fosse indipendentemente dai soldi del re.

Il contestabile invitò il re alla sua terra di Moulins, e lo accolse

con feste splendidissime[32]. La duchessa fece proporre al contestabile

la sua mano; egli sdegnò e derise queste nozze. Allora la donna in

furore, adoperando il cancelliere di Francia Duprat, uomo nemico del

contestabile, creatura della duchessa, e degno di tal protettrice,

intentò una lite a nome del re al contestabile per ispogliarlo di tutti

i suoi feudi, il Borbonese, l'Auvergne, la Marche, il Forêt Beaujolis,

Dombres e molte altre signorie. La lite cominciò collo spogliare il

contestabile, e porre i suoi beni sotto sequestro. Egli era il secondo

principe del sangue reale, il primo pel suo merito e contestabile

del regno. Carlo V, che avea rocchio sulla Francia, côlse il momento

opportuno, e, per mezzo del conte di Beaurein, fece al contestabile

le più vantaggiose proposizioni: si trattava d'invadere la Francia, e

colle armi spagnuole dare al contestabile la sovranità delle terre sue,

con aggiunta di altre: contemporaneamente Arrigo VIII dovea invadere

altre province, sulle quali l'Inghilterra avea delle pretensioni. Così

il re di Francia diventava un principe da non più contrastare a Carlo

V. La trama venne scoperta. Il contestabile a stento, trasvestito,

si pose in salvo nella Franca Contea. Il re Francesco avrebbe voluto

che il parlamento di Parigi fosse sanguinario contro i complici, e lo

mostrò tenendo un letto di giustizia, e rimproverando al medesimo le

sue mitigate sentenze. Coloro che credono siffatti intrighi di corte

invenzione dei tempi a noi più vicini, leggono meglio la storia.

Così debbe accadere ogniqualvolta un principe d'animo debole si

lasci dominare; e peggio poi, se da due opposti partiti. La duchessa

d'Angoulême voleva comandar sola. La contessa di Chateau-Briant voleva

aver parte al comando. Il duca di Bourbon, prendendo il partito di

Carlo V, comparve un fellone. In fatti egli lo era. Coriolano pure per

altra cagione tale si mostrò. Se non posso far l'apologia del duca di

Bourbon, posso almeno compiangerlo; egli meritava un miglior destino.

Gli storici nostri l'hanno insultato oltre il dovere.

Frattanto gli affari de' Francesi andavano ogni dì peggiorando. Il

presidio francese nel castello di Milano, il giorno 15 d'aprile 1523,

aveva ceduto il suo posto,[33] _Custodibus partim morbo absumtis,

partim morae taedio inopiaque cibariorum adactis_, dice Sepulveda[34].

Non rimaneva più alcuno spazio occupato dai Francesi, trattone il

castello. Il loro comandante, Janot d'Herbouville, signore di Bunon,

era morto. Erano in tutto quaranta francesi, e trentadue essendone

periti, i soli otto che rimanevano si obbligarono con giuramento di non

ascoltare mai proposizione di rendersi, e diciotto mesi si sostennero.

Così almeno ce n'assicura lo storico Brantome[35]. I Veneziani, vedendo

andare così alla peggio gli affari del re di Francia, informati della

indole del re, distratto dalle occupazioni, immerso nei piaceri,

dominato a vicenda da due donne, conobbero che erano passati i tempi

del buon Lodovico XII, e che l'essere collegati colla Francia non

poteva essere loro di verun giovamento, anzi riusciva di molto pericolo

attese le minacce del potentissimo ed attivissimo Carlo V. Veramente

non aveano i Veneziani alcun plausibile pretesto per mancare alla

lega che univali colla Francia; ma la Francia istessa, quattordici

anni prima, colla lega famosa di Cambrai aveva insegnato ad essi a

sostituire al codice del gius delle genti quello della convenienza.

Il re di Francia in oltre era minacciato d'una invasione per parte

degli Inglesi. A ciò si aggiungeva la moderazione che Cesare mostrava,

consegnando al duca Francesco Sforza le fortezze acquistate dai

Francesi, il che toglieva dall'opinione l'inquietudine che un monarca

troppo potente, occupando il milanese, no 'l ritenesse, e li rendesse

confinanti d'una terribile sovranità. Tutto ciò mosse i Veneziani

a collegarsi coll'imperatore, col papa Adriano, Francesco Sforza,

i Fiorentini, i Sanesi ed i Lucchesi. S'obbligarono a somministrare

seicento uomini d'armi, altrettanti cavalleggeri e seimila fanti per

la difesa dello Stato di Milano; e Carlo V si obbligò a difendere tutte

le possessioni de' Veneziani nell'Italia. Tal confederazione seguì nel

mese di luglio del 1523[36].

La duchessa d'Angoulême voleva che si ricuperasse il ducato di

Milano, come lo bramava pure il re; ma voleva che l'onore di

quest'impresa venisse accordato all'ammiraglio Bonnivet, e il re

al solito accondiscese. Trentamila fanti e duemila uomini d'anni

furono posti in marcia sotto il comando di Bonnivet, creatura della

duchessa d'Angoulême; e questo Bonnivet fu poi cagione della totale

irreparabil rovina de' Francesi e della prigionia dello stesso re,

siccome vedremo. Il vecchio generale de' collegati, Prospero Colonna,

non trovandosi forte a segno di sostener l'impeto di quest'armata, che

s'incamminava verso del milanese, divise nei presidii i soldati. Diè

Pavia da comandare al Leyva, per sè tenne il comando di Milano. Mentre

si disponeva questa invasione, il duca Francesco Sforza fu in pericolo

colla sua morte di lasciare più libero il campo alle ragioni del re di

Francia; poichè, venendo egli da Monza a Milano a cavallo, ed avendo

ordinato alle sue guardie di stargli lontane per non soffrire la polve

che alzavano col calpestio, se gli accostò Bonifazio Visconti, giovine

di nobilissima famiglia, e giunto ad un quadrivio, a tradimento sfoderò

una daghelta e tentò di percuotere il duca nella lesta; ma il movimento

del cavallo fe' sì che appena leggermente lo ferì sulla spalla.

Questo Bonifazio era _assai domestico dell'eccellenza del duca_, dice

Burigozzo, il quale asserisce essere accaduto il fatto nel giorno 21 di

agosto 1523. L'assassino profittò del velocissimo suo corsiero, e potè

salvarsi nel Piemonte[37]. Il duca ritornossene a Monza. Per Milano si

sparve nuova che il duca fosse morto o moribondo, e ciò produsse una

vera desolazione ne' cittadini. Tre giorni dopo il duca venne a Milano.

L'ammiraglio Bonnivet, senza contrasto alcuno, entrò nel milanese, e

direttamente si presentò sotto le mura di Milano per assediarla; ma la

plebe era _ardentissima con l'animo e con le opere contro i Francesi_,

dice Guicciardini[38]; e il Gaillard scrive: «L'infaticable Moron, plus

utile au duc de Milan, que les plus habiles généraux, encourageoit

et les bourgeois et les soldats, veilloit à l'approvisionnement de

la place, à l'avancement des travaux, et faitsoit de plus repentir

les François de ne lui avoir point tenu parole[39]». La comparsa de'

Francesi sotto Milano segui verso la metà di settembre; intrapresero

l'assedio: ma il giorno 12 di novembre cominciò a cadere gran copia di

neve, e continuò un tempo cattivissimo per tre giorni. Le opere che

aveano scavate i Francesi, erano impraticabili a cagione del fango

profondo. Assai malvestiti erano i Francesi, e non era possibile che

reggessero a questa stagione; quindi il giorno 14 di novembre 1523,

dopo otto settimane di assedio, si ritirarono ricoverandosi a Rosate ed

Abbiategrasso.[40] Bonnivet voleva ripassare le Alpi, e per assicurarsi

la ritirata propose a Prospero Colonna una tregua; ma il Colonna non

diede retta a tal partito, quantunque l'ammiraglio francese avesse

interposta a favor suo la mediazione di «Madonna Chiara, famosa per la

forma egregia del corpo, ma molto più per il sommo amore che le portava

Prospero Colonna[41]»; il quale innamorato aveva ottant'anni[42], ed

infatti fra pochi giorni spirò in Milano il 28 dicembre 1523[43],

essendogli succeduto nel comando il vicerè di Napoli Carlo Lannoy.

Circa a quel tempo venne a Milano il duca Carlo di Bourbon, già

contestabile di Francia, e luogotenente e governatore del milanese

sette anni prima; indi, in questo stesso anno 1523, col carattere di

luogotenente generale cesareo.

(1524) Rimanevano i Francesi acquartierati ad Abbiategrasso, non senza

molestia della città, la quale riceve una buona parte della provvisione

dal canale detto _Naviglio_, che passa appunto in Abbiategrasso,

quindi quella via rimaneva intercetta, a meno che non se ne facessero

sloggiare i Francesi. Il duca, amato e riverito da' suoi Milanesi,

pensò a quest'impresa. I Milanesi avevano somministrati novantamila

ducati al loro buon principe, che ne aveva bisogno per difendersi[44].

Nel mese di aprile del 1524 il duca Francesco II, con una scelta

squadra de' suoi Milanesi, marciò ad Abbiategrasso, e impetuosamente

per assalto se ne impadronì[45], e poco dopo l'ammiraglio Bonnivet

ripassò i monti, e così terminò questa spedizione[46]. Sgraziatamente

però terminò per Milano la vittoria di Abbiategrasso, poichè eravi

la pestilenza; ed i Milanesi vincitori la portarono nella patria,

la quale pestilenza fu una delle più funeste e micidiali. La strage

maggiore seguì nei mesi caldi di giugno, luglio ed agosto del 1524[47].

La cronaca del Grumello dice: «Et fu un pessimo sacco per la città

Mediolanense. Apichata fu peste crudelissima in epsa città per le

robe amorbate d'epso castello portate in dicta cittate, si existima

moressero de le anime octanta millia, et più presto de più che di

mancho[48]»; e Burigozzo fa ascendere la mortalità a più di centomila

persone. Una cronaca originale, che si conserva in Pavia presso la nota

famiglia dei conti Paleari, intitolata: «_Relazione delle cose successe

in Pavia dall'anno 1524 al 1528, del molto magnifico signor Martino

Verri_, dice che in Milano, per la pestilenza del 1524, morirono _la

metà delle persone, e quella durò per tutto il mese di agosto_. Il

Sepulveda asserisce che più di cinquantamila uomini vi perirono[49]. Il

Bascapè, nella vita di San Carlo, dice:[50] _Ut amplius quinquaginta

millia hominum in urbe interirent, praeter alios innumerabiles qui

in oppidis desiderati sunt_[51]. Questa insigne disgrazia forma una

epoca per la storia di Milano. Se per lo passato la città, ricca,

popolata, presentò i suoi cittadini animosi e non indegni della stima

altrui, dopo questo colpo fatale la città stessa, misera, spopolata,

languente, non mostrò più se non pochi cittadini, oppressi nell'animo,

e destinati, per le sciagure de' tempi, a invidiare la sorte dei loro

parenti uccisi dalla pestilenza. Così in fatti vedremo; e pur troppo

duolmi di dover occupare l'animo mio delle luttuose avventure che dovrò

riferire[52].

Carlo V, per dare al re di Francia di che occuparsi nel suo regno,

senza pensare al Milanese, spedì un corpo d'armati oltre i Pirenei.

S'impadronì di Fonterabia, che si arrese al contestabile di Castiglia

Inigo Velasco. Il comando di quell'armata venne in apparenza affidato

al duca Carlo di Courbon, e, secondo il trattato, dovevano occuparsi

Forêt Beajolis, Bourbonnois, Auvergne ed altri feudi del duca, il

quale voleva rapidamente marciare a Lione, e così di slancio occupare

la Francia meridionale, promessagli da Carlo V, confidandosi molto

nel cuore de' suoi sudditi, sdegnati contro l'ingiustizia del re, ed

affezionati a lui ed alla sua casa. Ma Carlo V temeva ch'egli, poichè

avesse ottenuto l'intento, non si accomodasse col re. Pescara eragli

a fianco, e ne attraversò l'idea. Si progettò di occupare le fortezze

poste alle spiagge, acciocchè l'armata per mare avesse la sussistenza,

la quale sarebbe stata in pericolo di esserle intercetta, qualora

avesse dovuto passar per le gole dei Pirenei. Si pose l'assedio a

Marsiglia. Il re di Francia, animato dall'ammiraglio Bonnivet, si

dispose a portare in persona la guerra nel milanese. Questo colpo,

che sembrava ardito ed inconseguente, nacque da uno di quei segreti di

Stato, i quali rare volte si indovinano dal pubblico, perchè non sono

parti di una sublime politica, alla quale soglionsi attribuire forse

con troppa generosità tutte le risoluzioni de' gabinetti; e rare volte

trovansi scrittori informati o coraggiosi a segno di pubblicarli. Il

segreto di questa risoluzione ci vien palesato dallo storico Brantome

nella vita dell'ammiraglio Bonnivet. Bonnivet fece venire al re la

smania di vedere la signora Clerici, la più bella donna d'Italia, la

quale esso ammiraglio aveva conosciuta ed amata in Milano prima che ne

partissero i Francesi[53].

L'armata francese, che scese dalle Alpi, guidata dal suo re in persona,

era composta di duemila uomini d'armi, tremila cavalli leggieri,

ventimila fanti, metà francesi e metà svizzeri, seimila fanti tedeschi

e cinquemila fanti italiani[54]. Alla metà di ottobre del 1524 passò

le Alpi. «A tal nuova, quantunque Milano fosse resa deserta dalla

pestilenza, e mancante affatto d'ogni provvisione, i pochi cittadini

che rimanevano, offersero al loro principe Francesco II la vita e le

sostanze»: ma il duca, seguendo anche il consiglio di Girolamo Morone,

suo gran cancelliere, ringraziò i cittadini, conoscendo che non era

più il tempo di opporsi, e che nella debolezza di allora si sarebbe

provocato inevitabilmente l'ultimo eccidio della patria comune. Comandò

dunque il duca ai Milanesi che non irritassero i nemici, piegassero

ai tempi, e confidassero nell'aiuto della Divinità e nella fortuna

di cesare. Egli partì da Milano il giorno 3 di ottobre, e si collocò

a Soncino nel Cremonese col vicerè di Napoli, Carlo Lannoy. Il re di

Francia entrò nel milanese il giorno 23 ottobre 1524. Si trattenne a

Vigevano, e spinse a Milano il marchese di Saluzzo[55]. Tutto ciò seguì

senza contrasto alcuno e senza spargimento di sangue, poichè pochi

erano gli armati e il fiore di questi si ricoverò in Pavia sotto il

comando di Antonio Leyva[56]. Ben è vero che il Bourbon e il Pescara,

appena intesero la marcia del re, che, abbandonando Marsiglia, per

le _riviere marittime_ passarono per aspri colli[57], e con mirabile

celerità volarono con rinforzo alla difesa del milanese, e in venti

marce, _vicenis castris_, dice Sepulveda[58], si trovarono a Pavia

nel giorno medesimo in cui il re giunse a Vercelli, cioè il giorno

20 di ottobre anzidetto[59]. I Francesi, impadronitisi della città di

Milano, posero l'assedio al castello, presidiato da seicento spagnuoli.

Dice il Guicciardini che il re dispose «con laude grande di modestia

e benignità, che ai Milanesi non fosse fatta molestia alcuna[60]». Il

povero nostro merciaio Burigozzo, ch'era testimonio di vista, scriveva

che i Francesi «fazevano tanto male per Milano, che non saria possibile

a poter narrare, e de robare et de logiare senza discrezione, et non

tanto il logiare, ma volevano le spese et denari, et andavano in le

caxe dove li era buon vino et lo volevono, et così d'altro, etc.» Pavia

era stata riparata; era luogo assai forte, ed ivi eranvi ricoverati

i soldati migliori. Il re si propose d'impadronirsene, sicuro che,

fatto un tal colpo, ei si rendeva assoluto padrone del milanese. Ma

tale era l'avversione che il crudele Lautrec aveva stampata negli

animi de' popoli per la dominazione francese, che tutti i cittadini, i

mercanti, le donne istesse esponevano la vita per difendersi contro dei

Francesi; il che si vide prima in Milano, poi in Pavia; dove, postovi

l'assedio dal re, talmente erano amici e confidenti i cittadini coi

soldati che vivevano come fratelli, s'esponevano ai pericoli, tutti

indistintamente, soldati e cittadini; il denaro dei cittadini era

offerto per accontentare i soldati che non avevano paghe; i mercanti di

panno vestivano i soldati, acciocchè reggessero al freddo, e vedevansi

prodigi di valore e di buona armonia. La cronaca del Verri descrive

un fatto in cui i soli cittadini respinsero i Francesi, i quali da

Borgo Ticino per un sotterraneo erano penetrati al disopra del ponte

levatoio; e, sbigottiti dalla sorpresa, alcuni pochi tedeschi che vi

stavano in fazione, essendo essi fatti prigioni, i soli cittadini,

diceva, si opposero, e diedero tempo al Leyva di accorrere co' suoi,

senza di che Pavia era presa. Il Tegio ci racconta che una delle più

illustri matrone, «Ippolita Malaspina, marchesa di Scaldasole, non

si sdegnò con quelle belle e bianche mani portare le ceste piene di

terra al bastione, e con parole ornate e piene di efficacia accendere

li animi de' cittadini e de' soldati alla difesa». Tanto male potè

fare al suo re il Lautrec, da rendere inespugnabile per l'animosità

de' cittadini una città, che ne' combattimenti di dominazione accaduti

prima e poi, non comparve mai una fortezza molto importante!

Il re da principio, profittando dell'ardore dei suoi soldati, cercò

d'impadronirsi di Pavia con assalti impetuosissimi e replicati;

poi, vedendosi vittoriosamente respinto e disperando di ottenere la

città con tal mezzo, si pose a battere le mura coll'artiglieria per

diroccarle ed aprirsi la strada; ma le rovine del giorno si andavano

con maravigliosa avvedutezza riparando la notte dagli assediati,

che, con fascine, cementi, travi, terra, riempivano i vani che si

andavano formando. Fralle altre prove della sconsigliata condotta del

re, vi è quella che mancogli la polve per continuare nell'impresa, e

se il duca di Ferrara non gliela somministrava, egli era costretto

a desistere[61]. Vedendo inutili gli assalti, delusa l'azione

dell'artiglieria, si rivolge al progetto di sviare il Tesino da Pavia,

cd inalvearlo tutto nel Gravellone, col mezzo d'una chiusa posta al

luogo ove si divide il fiume in due correnti. Il progetto fu d'un

tenente della compagnia d'uomini d'arme del signor d'Alençon, che aveva

nome _Silly_ baglì di Caen. Se riusciva il progetto, il re presentava

le sue forze dal lato debole della città, marciando nel letto del

fiume; ma una piena rovesciò la chiusa. Si tentò la seduzione; ma in

vano. Finalmente fu costretto il re di cambiare l'assedio in un blocco,

ed accontentarsi di cingere la città, aspettando che venisse costretta

a cedere per mancanza di viveri. Questa è la serie degli avvenimenti

presa nel suo tutto; e questo è il transunto di quanto si raccoglie dal

Tegio, dal Guicciardini, dal Gaillard, dalle cronache del Grumello,

del Verri e d'altri. Ma siccome per le conseguenze un tal assedio

si rese famoso, e forma una epoca memorabilissima, non solo della

storia d'Italia, ma della patria nostra singolarmente, così anch'io ne

scriverò alcune particolarità, di quelle che soglio ommettere ne' casi

comuni. All'oriente di Pavia, cioè a San Giacomo, a Santo Spirito, a

San Paolo, a Sant'Apollinare stavano i quartieri degli Svizzeri allo

stipendio de' Francesi; al nord stavano i Francesi, acquartierati a

Mirabello e Pantalena; da ponente stavano alloggiati alla badia di

San Lanfranco il re di Francia e il re di Navarra; a San Salvadore

alloggiava il principe di Lorena co' Svevi e Grigioni; a mezzodì

finalmente custodivano i posti, sotto il comando del marchese di

Saluzzo e di Federico di Bozzolo, gli italiani misti co' francesi[62].

Il giorno 8 di novembre in tre luoghi era aperta la breccia, tanto era

possente e replicato l'insulto di grossissima artiglieria! Tentarono

dalla parte orientale l'assalto, e già due insegne francesi erano

saliti sopra la rottura piantandovi le bandiere, e furono bravamente

rispinti e rovesciati nella fossa. Contemporaneamente il re diresse

l'attacco dalla parte occidentale. Fu impetuosissimo, e volle

accorrervi il comandante don Antonio de Leyva. Vennero scacciati i

Francesi, lasciando più di trecento morti sotto quelle mura[63]. Nè

sempre stettero sulla difesa gli assediati; fecero anzi delle uscite,

fralle quali una ne scrive la cronaca di Martino Verri, per cui

s'innoltrarono sino a Campese, e tagliarono a pezzi dodici insegne di

bellissima gente, onde ricoveraronsi nella città carichi di bottino,

trasportando due pezzi d'artiglieria. Il presidio di Pavia era di

seimila soldati[64].

In mezzo a tai felici successi però i Tedeschi presidiati in Pavia,

mancando di paghe, si mostravano malcontenti; fecero quanto potevano

i Pavesi radunando denaro per acquietarli. Il Leyva fece battere

l'argenteria sua in forma di denaro, stampandovi il nome proprio[65];

ma non bastavano questi sforzi a formare una somma corrispondente

al loro credito. Il giorno 22 di novembre tumultuarono a segno di

minacciare che avrebbero aperte le porte al nemico. Il comandante di

questi Tedeschi aveva nome Arzanes[66], ed era l'autore principale di

tal emozione[67]. Il vicerè Lannoy, informato di tal pericolo, raccolse

a stento tremila ducati d'oro; tant'era la penuria in cui trovavasi

l'armata; e per fargli entrare in Pavia si servì dell'opera di due

semplici fantaccini spagnuoli, i quali cucirono nella sottoveste questa

somma, e comparvero al campo francese come disertori, ed ivi, côlto il

momento d'una uscita che fecero gli assediati, s'immischiarono nella

zuffa, e nel ritirarsi che fecero i cesariani, con essi entrarono

in Pavia, e consegnarono il denaro al Leyva. La fede, l'onore, il

nobile sentimento di questi due uomini mi ha fatto bramare di sapere

i loro nomi; ma in varii scritti da me esaminati ho trovata bensì la

virtuosa azione, ma non i due nomi che meritavano luogo nella memoria

de' posteri. Con questo sebben tenue soccorso, distribuito come un

pegno del maggiore che aspettavasi per una sovvenzione dei Genovesi,

si calmarono gli animi; e pienamente poscia venne ristabilita la

tranquillità colla morte dell'Azarnes, procuratagli, come sembra, dal

Leyva, insidiosamente e per veleno. I costumi de' tempi si conoscono

dai fatti non solo, ma dal modo ancora col quale gli storici li

raccontano. Senza verun sentimento di ribrezzo un tale attentato del

Leyva si descrive come un rimedio prudentemente adoperato da lui[68].

Storia di Milano, vol. 3 · 第 1 / 27 段