potuto rimarcarlo, vi è in questa parte della Camera delle forti
individualità, ma neppur un sol uomo di Stato. Se domani il re fosse
obbligato di scegliere un Gabinetto in questo partito, S. M. potria
vantarsi di essere l'alchimista politico il meglio dotato se ella
sapesse estrarne due soli ministri. La ragione e la causa ne sono
semplicissime. I membri della sinistra sono degli uomini d'azione, i
quali, non avendo giammai trionfato, non hanno avuto giammai l'agio di
sintetizzare le loro idee. Si pensa, si riflette dopo il
combattimento. La sinistra si batte sempre, armeggia contro tutto e
contro tutti. Il suo destino è l'ideale. La sinistra ha i suoi capi,
il suo programma; ma non ha l'opportunità di farli valere. Essa è là:
si batte--e domani ancora si batterà come jeri. Bisogna uscire dai
suoi ranghi per spendersi in moneta di potere, farsi valere, arrivare.
Ecco come il terzo partito oggi domina--ecco perchè i più ambiziosi
diventano, presto o tardi, transfugi della sinistra. Il terzo partito
ha potuto costituirsi perchè la natura dei suoi principii gli dava dei
periodi di tregua. La sinistra non ne avrà mai. Il popolo la
rinnovella sempre di nuove forze e di forze giovani, come Iddio manda
la primavera alla natura.
Ora veniamo al centro. Apriamo la sepoltura. È il dì dei morti.
XI.
Il centro.--Sede della _consorteria_ napoletana.--Capo
putativo.--Poerio, Mancini, Conforti.--La _consorteria_.--Pisanelli.
Scialoja.--Altri deputati del centro.--Napoletani o no.--La _utilità_
della Camera.--Colpo d'occhio sull'insieme e sulla natura del
Parlamento,--Ciò che esso rappresenta e significa in Europa.--Ciò che
è all'interno.--Conclusione.
_Torino, 25 marzo 1862._
Apriamo la tomba, ma per tirarne fuori i qualche vivi che dentro vi
caddero, non per contristare sguardi per spettacolo molesto.
Il centro è il sito più prediletto dei deputati napoletani--di quei
principalmente che vanno addimandati la _consorteria_--e loro affini.
Il capo di questo squadrone strisciante sarebbe naturalmente il
Poerio--se Poerio avesse capo o coda. Dio ne ha fatto un monumento
della fragilità umana: che la mano di Dio sia rispettata! Poerio è una
reliquia. Lo si imbandisce nelle tavole ministeriali, come un oggetto
di curiosità egiziana e di appetito ben conservato--perchè la poca
forza che resta a questo gran _martire_ si è concentrata nelle
mascelle, mascelle potenti, le quali quando non masticano, lavorano un
concettino all'Achillini, onde presentarlo ad una signora. Quanto al
cervello, Poerio l'ama meglio _à la sauce blanche_ che nella sua
testa. Colpa senza dubbio di quello scellerato di re Borbone, il quale
assiderò quest'uomo di Plutarco nelle prigioni di Montesarchio--ovvero
di quel burlone di Gladstone, il quale creò questo grand'uomo all'uso
di John Bull, come Caracalla creò console il suo cavallo. Infine,
colpa di questi o colpa di quegli, l'_illustre_ barone Poerio non luce
più, e la capitania del suo partito gli è sfuggita di mano. E' non è
capo che nel suo capo. I Pipino di questo Cilperico sono stati--cosa
strana--due diffidenti--Conforti e Mancini--ed una varietà--Scialoia.
Conforti era stato--ed è uomo ad essere ancora, finchè si faranno de'
Ministeri provinciali: Mancini è. Egli ha toccato infine la meta per
cui aveva tanto fatto, tutto fatto per arrivare. Egli è ministro. Che
il portafogli gli sia leggero--come egli è leggero. Mancini è una
parola di _caoutchouc_, una parola fatto uomo, flessibile, profusa,
incolore, dicendo tutto, non dicendo niente, buona alla prosa ed al
verso--buona a tutto--giustificando tutto. Ora Mancini è ministro
dell'istruzione pubblica, e' sarebbe domani, con la stessa
imperturbabilità, con la stessa capacità, ministro della guerra o
della marina--tutto ciò che volete. È una stoffa di cui e' lascia
fare, a volontà, un mantello o un berretto--purchè qualche cosa se ne
faccia. Mancini non sa nulla--ma comprende tutto--e se non lo
comprende, vi tiene persuaso che l'abbia compreso--ve ne parlerà per
due ore! Mancini è entrato a far parte in un Gabinetto che non dà
indizi di lunga vita. Cadranno tutti sul sedere: Mancini solo sui suoi
piedi. E' non farà nulla--eccetto qualche cosa per il signor Oliva e
per gli olivi che gli spargono la via di fiori--ma niuno avrà tanto
detto di fare, di voler fare, di poter fare, di saper fare, di avere a
fare, e di tutte le combinazioni possibili che potete trovare a questo
verbo magico--eccetto il preterito passato--ho fatto! Mancini--con un
po' di pratica, diventerà il tipo dei ministri parlamentari--vale a
dire, dei ministri minchionatori. Il _no_, nella sua bocca, sarà una
parola introvabile, impossibile a proferire. Sta fresco però chi si
addorme sul suo sì, accompagnato e preceduto da un franco sorriso e
cementato da una generosa stretta di mano. Che volete? sono le miserie
del mestiere. La grande arte di un ministro constituzionale è di saper
cacciare le mosche. Ora sfido chi mi trovi qualche cosa di più gaio,
di più leggero, di più mobile, di meglio variopinto che Mancini per
tenere a distanza per un momento questi insetti petulanti. Un
imperatore romano le uccideva: Mancini apre la finestra per lasciarle
volar via, o apre la porta onde cacciarle dentro la stanza del suo
vicino. Uomo d'ingegno pronto e vivo, di parola facile, di coscienza
larga, di carattere compagnevole e non egoista, onesto e liberale,
vano ma non puerile, anzi modesto nella vanità, sibarita di buona
compagnia, senza fiele e senza rancori; più studioso di parere che di
essere, più credulo che cospiratore, abindolato dai _consorti_, ma di
costoro per ogni verso ripugnante ed in tutto superiore, fresco e
roseo come una pasqua, inanellato come un cheruhino di villaggio....
tale è il commendatore Mancini--fra non guari conte del Regno
d'Italia. A Mancini mancano due cose per essere ministro: la tempra
forte e la pratica. Questa l'avrà presto: quella non mai. Sarà dunque
un ministro ad uso del Parlamento, ma non mai un ministro.
Conforti, con talune tinte più fosche, riproduce parecchi di questi
tratti. Per Conforti la parola non ha altro ufficio che quello cui le
attribuiva Talleyrand, dissimulare le proprie idee, o servire il
proprio intendimento. Questa parola è fluente, flessibile, ornata,
simpatica, talvolta un po' gonfia. Conforti è certo uno dei migliori
oratori della Camera: ma ha il buon gusto di non prodigarsi. Egli è
stato ministro a Napoli di Ferdinando II, di Garibaldi, di Vittorio
Emanuele. Non ha lasciato desiderio di rivederlo; ma neppure
repulsione, nè la mala fama che contaminò altri. Gli fe' torto
l'agognare a popolarità, prodigando cariche ad immeritevoli: non lo si
accusò di nepotismo. Fu leggero, fu largo, fu debole; non perfido, non
avido. Egli ha capacità pei tempi ordinati e nelle amministrazioni
ordinate; ma non ha mente organica e guardo sereno. È uomo che non si
apre volentieri; che non guarda mai in viso nè gli uomini nè le
situazioni; sempre un certo fare da chi cospira, da chi diffida, da
chi disprezza gli uomini e non crede più in nulla. Ha figura corta e
larga, sguardo torvo, dimenarsi inquieto, sorriso impertinente, aria
beffarda. È smemorato, spesso a disegno: è distratto: è piaggiatore,
ma con garbo e misura: è ambizioso, ma incapace di bassezze: non è
fedele agli amici politici, perchè ha mente politica mobile e cuore
politico scettico: vuole complici, non vuole esserlo che a ragione
veduta ed a guadagno netto. Conforti ritornerà sulla scena del
Ministero. Farà come gli altri. Poi ascenderà, discenderà con flemma
ed a tempo. Ha il tatto di non aver pressa. Egli ha un piede nella
_consorteria_: ma lo dissimula bene. Trincia da indipendente.
Giustifica tutto con fina prontezza, ha comprensione viva, sottile,
logica divagata e dilavata nel profluvio delle parole sonore. Ha
attitudine più amministrativa che politica. Se i gesuiti fossero alla
moda, Conforti sarebbe un affiliato. È di quegli uomini di cui non si
può dire con sicurezza: è questo: sarà questo! Sarà, e bazza a chi
tocca.
Se io volessi ora rimestare nella così detta _consorteria_ napoletana,
molte miserie e cose non liete dovrei ricordare. L'odio, il disprezzo
di Napoli l'ha marchiata, dopo averla veduta alla prova. Io schivo di
ripetere. Capo di questa associazione di mutua difesa d'incapacità e
di mutua assicurazione di profitti è Pisanelli: soci ordinari,
De-Blasis, Capone. Missari, Bonghi, Imbriani, Spaventa, Piria,
Caracciolo, De Vincenzi, De Cesare, Leopardi, Ciccone.... ed altri, di
cui, come di questi, non è delizioso il parlare. Essi son passati
quasi tutti per gli affari a Napoli. Non fecero che impinguare i loro,
non obliando punto sè stessi, considerando la cosa pubblica come
affare di famiglia. Un giornale di Napoli accusò taluni di essi di
peculato. Si commise un'inchiesta sulla denunzia. Poi La Francesca,
che istruiva, fu traslocato, e l'inchiesta rimase sepolta, senza che
alcuno degli accusati reclamasse. Se io mi fossi trovato nei panni
loro avrei dato fuoco ai quattro angoli del regno onde tirare le cose
al netto ed espletare l'inchiesta, il giudizio: quei messeri
zittiscono. Della capacità dei _consorti_ è inutile discorrere. Le
pruove che la disegnano sono molte, dimandatelo ai Napoletani. Se ne
hanno di più recondite, che canti il budget. Io, per poca mente forse,
per limitata percezione, non so vederne alcuna, al di sopra di quella
trivialissima di _toute le monde_. Mediocrità, petulanza, alto sentire
di se, rimestare senza scrupoli.... ecco la _camorra_. Ah! respiro che
non abbia più a scrivere il nome di costoro.
Due parole sole per Pisanelli--il capo di fila. Questi ha svegliata
più collera degli altri--forse perchè l'opinione che avevasi di lui
era più considerevole. Infatti, Pisanelli passava per uomo istrutto;
per parlatore enfatico, sì, ma facile, colorito ed elegante; per
carattere sostenuto, per disinteressato ed alla cosa pubblica atto, e
delle cose politiche intelligente. Messo a prova, il disinganno fu
completo. Alla Camera ha parlato due volte o tre, ma da avvocato, con
un'enfasi drammatica ed un periodo cadenzato a schiantar l'anima;
parole sesquipedali ed assenza completa d'idee. Fe' da ministro a
Napoli: popolò gli uffici di parenti, di amici, di amici dei parenti e
parenti degli amici; mostrò fiacchezza, presunzione, assenza di
cognizioni, mancanza di tatto e d'imparzialità; velleità, non
determinazione, flessibilità muliebre, vanità, non attitudine;
brancolò, afferrò per sè.... di cui restagli adesso la cattedra di
dritto constituzionale nell'Università di Napoli. Ho letta la sua
Prolusione: una miseria di luoghi comuni, di roba vecchia, di spasimi,
d'entusiasmo e di piaggerie. Non voglio aggiunger altro. Pisanelli
aveva la stoffa per essere un uomo distinto, se non un uomo di genio;
la parola facile, la mente svelta, la persona attraente, il carattere
ameno e pieghevole. Un'ambizione precoce eccessiva, avida, ha tutto
precipitato. Napoli, al suo ritorno dal Parlamento, lo salutò di un
indegno _chiarivari_. Gli studenti non lo amano nè lo stimano. I
liberali lo respingono; i conservatori ne diffidano; i _consorti_ non
lo risparmiano. Ritirandosi per un tempo dalla vita pubblica, facendo
pelle nuova, consolidandosi di studi serj per insegnare ciò che ha
debito, rinunziando con fermezza agli affari, Pisanelli potria ancora
riabilitarsi e brillare fra i primi nei futuri Parlamenti italiani. E'
non è corrotto, e vale assai meglio della sua fama. Cosa singolare! se
Pisanelli avesse avuti nemici che lo avessero aspreggiato, forse
avrebbe rimbalzato e si sarebbe risollevato. Egli non svegliò collera:
destò indifferenza, disdegno, pietà--un'atmosfera tiepidissima di
favore o di rancore l'ha mollificato e stemperato.
Quanto a Scialoja, me ne sbrigo con poche parole. Nessuno gli contesta
capacità ed abilità. Egli parla bene, scrive bene, pensa bene nelle
cose economiche, senza lampi di genio però: riduce, coordina, riassume
ciò che altri scrissero, trovarono, pensarono. È scaltro in grappare
le cifre; sa parare e ferire; dissimulare il lato debole di una
posizione; far dei muri di cartone dipinti sì che sembrano proprio un
macigno. Dietro le sue esposizioni, il tesoro è proprio un tesoro. Non
cura i risparmi, spende, s'impania, s'imbraga nella burocrazia. Ha
mente più analitica che sintetica. Saprebbe ordinare, non fondere e
creare. Scialoia è l'uomo che, dopo Pisanelli, si è più distinto per
nipotismo a Napoli, e contro di lui si grida più che la croce. Gli si
rimproverano modi alteri, dispotici: lo si dice presuntuoso. Di ciò io
non so, che lo rinvenni modesto e cortese tutte le poche volte che mi
ebbi a trattare con lui. Ha figura acuta, sorriso beffardo e maligno,
lo sguardo penetrante, ed un insieme che significa scaltrezza,
investigazione, vita gaia e scetticismo incorreggibile. È rotto agli
affari; ma assapora meglio la rutina, che non ha voglia e mente ad
organizzare semplificando--come mi par disposto l'attuale ministro
Sella. Scialoia è stato ministro--o qualche cosa di simile--e lo sarà
ancora. Ma non sarà nè per apportare risparmi nei bilanci, nè per
togliere abusi, nè per cangiar stile e metodo; si tiri avanti come pel
passato--ecco tutto.
Tra i membri del centro, che sornuotano e che non appartengono alla
società del Dio Crepito napoletana, io disegno il Baracco, Garofalo,
Agudio, Pessina, Torre, Compagni. Tra i non napoletani si distinguono
il Castelli, il Gadda, il Briganti-Bellini, il Cappino, il
Sanguinetti, che sta sempre sulla breccia, se non sempre con successo
sempre con audacia; il Marliani, che è, uno dei deputati i più
distinti del Parlamento per esperienza, per finezza di tatto, per
concetto politico opportuno, per scienza di cose e di uomini, che
parla di rado, ma sempre con felice a proposito, e sempre per dire
cose non ordinarie; il Torreggiani, che è valente economista e usa di
ciò che sa con parsimonia, con gusto, con opportunità.
Ora che mi sia permesso di nominare al _desert_ un certo numero di
deputati che io sarei per addimanciare le _utilità_ della Camera, e
che non ho potuto cacciare qua e là nei compartimenti del mio lavoro,
onde non alterarne l'economia ed il disegno.--Non mi ricordo più se
taluni di essi li abbia di già nominati. Il pleonasma però non nuoce.
La schiera è numerosa, ed i loro nomi debbono essere familiari ai
lettori delle tornate della Camera.
Segnalo innanzi tutto i miei vicini. Castagnola, spirito sodo e
positivo, che ha la parola sicura ed autorevole ogni qualvolta si
parli di cose di mare e di commercio, ed in generale in tutte le
quistioni amministrative; Bertea, che va tra i campioni pel
piemontesismo e tra i partigiani del terzo partito, mente calma, senza
passione ma tenace; Castellano, che quest'anno ha emigrato dalla
destra alla sinistra e vi ha tenuto distintissimo posto, sempre
all'avanguardia, e sovente battendosi nella confezione delle nuove
leggi di finanza. Questo giovane, che non manca di abilità, di
sagacia, di comprendere da che parte del pane stia il burro, che ha i
mezzi di pervenire, perverrà certo. Segnalo altresì il signor Giovanni
Ricci, il quale non passerà guari sarà un distintissimo ministro della
marina d'Italia, avvegnacchè Bixio, dimandato un giorno dal Gallenga a
chi confiderebbe quest'importantissimo portafogli, se la scelta stesse
in lui, rispondesse che lo darebbe al Monti. Ed in vero, Monti e Ricci
sono ambo espertissimi nelle cose di mare, ed il loro voto è di somma
autorità--senza parlare dell'onorabilità del carattere che è a niuno
seconda. Tra gl'ingegneri civili e militari, avendo, credo, già
ricordato il colonnello Pescetto, ho l'obbligo di nominare il maggiore
Conti, il signor Ranco, che oltre la sperienza della sua professione,
mostrava in una discussione alla Camera, del decimo d'imposta sui
trasporti per le strade ferrate, distintissima sagacia parlamentare e
finezza di dire. Vi aggiungo pure gl'ingegneri Biancheri e Mongenet,
quegli, del terzo partito, questi del centro. Tra gli economisti
distintissimi della Camera, che non mancano mai di prendere la parola
quando trattasi di affari che abbiano attinenza a questa scienza,
credo di non aver già parlato del Cini, nè del Nisco, nè del Saracco,
nè dell'Oytana, nè del De-Luca. Credo di avere altresì obliati
l'ardente vecchio e veterano di tutte le guerre per la libertà,
combattute nei due mondi, il generale Avezzana. Nè aver parlato del
bravo ex parroco di Sorrento, canonico Maresca, all'aspetto, ai modi,
alla riserva, al parlar untuoso, alla pinguedine, alla placidezza
vescovile. Nè aver segnalato il Brioschi, segretario generale
dell'istruzione pubblica, mente capace, amministrativa, ma senza
audacia. Nè aver toccato del San Donato, oratore aggressivo e
pittoresco, uno dei paladini del terzo partito. Nè del conte
Borromeo--Minghetti in scorcio--il quale ha di futuro ministro
l'incesso e la speranza. Nè del distintissimo giovane Pietro Mazza,
spirito arguto, parola facile, intelligenza viva ed ornata; nè
dell'Ugoni, nè del Trezzi, nè di Ara, nè del Monticelli, nè del
Tonello, nè del Sanna-Sanna, che non ha guari così elegantemente e
profondamente discorreva della sua Sardegna; nè del Plutino, che parla
una lingua impossibile, con un accento impossibile, ma che fissa
spesso l'attenzione della Camera sulle cose che dice; carattere
_insaissiable_, che fa delle evoluzioni da beduino, che non si sa mai
se è contro o in favore di un Ministero, ma che è sempre un campione
ad oltranza degli interessi della Calabria. Credo pure di avere
obliato il Lissoni, il Fiorenzi, il Silvestrelli, che in mezzo a noi è
l'immagine di Roma che protesta e dice: anch'io vi sono!--il Luzzi,
ardente mostra del carattere marchegiano, brusco, audace, positivo. Se
ne ho già parlato, ricordo tre distintissimi giureconsulti della
Camera, Mari, Regnoli e Panattoni, che non mancano mai al loro
compito, e sovente con grande distinzione di modi e di scienza. Poi
ricordo due napoletani, anzi tre, il cui nome e la cui parola risuona
sovente nella Camera, e sempre udita con simpatia rimarcata, vo' dire
l'originale Mandoi-Albanese, l'enfatico ed accademico Minervini, dalla
frase rotonda, dall'idea a marchio sempre scientifico, troppo
cerimonioso ed intrepido in mezzo alle impazienze della stanchezza, e
Lazzaro--che finirà per conquistare il suo posto quando avrà
acquistato più calma, e la foga delle idee o dell'affetto non lo
mutilerà. Aggiungo Leardi, istruttissimo giovane; Bottero, che, tutti
sapete, ha figura da canonico, ma canonico come Swift e Rabelais.
Infine, il silenzioso Cosenz ed il ministro della guerra, generale
Petitti--il quale è un diminutivo del generale Lamarmora: come questi
cocciuto, ma non avendo, come questi, antipatie e repugnanze _a
priori_.
Se di tutti avessi voluto dire, ed a lungo, non me la sarei sbrigata
sì presto. Ogni individuo del nostro Parlamento ha una storia, è una
figura--ed avrebbe di giustizia dimandata una pagina. Ma nè io li
conosco tutti, nè tutti ebbero finora il tempo di mostrarsi sotto il
vero loro punto di luce. Ogni giorno io scopro là un carattere, qui un
pubblicista e talvolta un uomo di Stato, altrove un oratore, più oltre
un valente economista, ed ancora degli uomini pratici, culti, utili,
che portarono, ciascuno dal lato suo, la pietra per elevare la
piramide che chiamasi Italia una, e ne formano la vita, il pensiero,
la gloria. Specialità infinite, maniere squisite, intelligenze vaste
ed audaci, scienziati.... Presi ad uno ad uno i deputati del
Parlamento italiano sono quanto l'Italia ha di eletto fra i suoi figli
più eletti--ed a niuno dei membri degli altri Parlamenti, europei
secondi. Anzi i nostri han la modestia in più.--Avvicinateli negli
Uffici, nei ritrovi, nelle riunioni eventuali.... ogni nuova
conoscenza è una deliziosa sorpresa--sorpresa tanto più profonda
quando siamo a ricordarci che tempi ebbimo a traversare, dal 1815 in
poi, e che governi!
Se io fossi di natura men selvaggia e meno obliosa, avrei forse
raddoppiate le pagine di questo libro, ed augumentatone l'interesse.
Ma la mia ritrosia non so vincere, e non ho sfiorato che i profili di
chi conobbi, di chi lambii, in passando, un bricciolo di conversare.
Quindi, il mio libro è incompleto. E ne domando scusa a coloro di cui
tacqui e di cui avrei dovuto favellare, ed a coloro di cui mi sbrigai
con una frase, la più corta possibile, e perciò talvolta monotona. Ho
scritto però senza malignità ed a seconda dettava dentro la mia
coscienza.
Presi in massa intanto quegli individui sì vari, sì diversi, sì
completi, sì scelti, formano un insieme che sembra una grande
dissonanza al primo audito, al primo colpo d'occhio. Ma poscia, quando
si compara, quando si rapprossima, quando si conosce il tuono e si è
fatto l'occhio allo scintillìo di tanta mobilità di luce, si vede che
il Parlamento italiano è un corpo perfettamente organizzato,
all'organismo forte, ai legami potenti, agli organi diversi
vigorosamente sviluppati, e di cui la varietà forma l'unità. Vi è in
esso un sistema di compensazione continuo; di completamento
provvidenziale--in cui Ricasoli completa Ratazzi, il marchese di
Cavour completa Ferrari, Mellana completa Mancini, Brofferio completa
Buoncompagni, Ondes completa Levi, Crispi il Paternostro ed io il
Chiaves, e Conforti il Mordini. Cento antitesi danno la grande tesi
dell'unità nazionale--espressa in questo teorema che chiamasi
Parlamento. I partiti sono vivi, gl'interessi pronunziati, le passioni
esigenti, le titubanze legittime, le impazienze logiche.... la ragione
del clima, della latitudine, del sole, del suolo scoppia per tutto.
Ma, nell'urto, nasce quella temperatura media che si vede poi regnare
di ordinario nell'atmosfera delle nostre discussioni. A gruppi, ti
sembrano divoratori, sovvertitori; riuniti, ti stupisce la loro calma,
la prudenza, la moderazione. E prova ne sia l'amministrazione Ricasoli
e l'attuale.
Nelle sale, un Ministero non ha un'ora di vita: nell'aula delle
sedute, esso ha sempre una maggioranza che stupefà. Solo questi
elementi centrifugi diventano centripeti nel contatto, perchè là si
stabilisce una corrente di compensazioni che smussa ogni angolosità;
la volontà domina l'istinto, il calcolo tempera la passione,
l'interesse soprasta all'idea, l'opportunità fa tacere il principio,
la prudenza mette la musoliera alla foga. Ed è ciò che chiamasi
coalizione, o connubi--ed è ciò che, mentre attesta il gran senso
pratico che hanno in politica gl'Italiani, rende importante ed
effimere le loro amministrazioni. Un Gabinetto non può contare
sull'indomani, perchè gl'interessi si muovono e variano, mentre i
partiti, i principii, le idee, gl'ideali permangono. Noi non avremo
mai i lunghi ministeri di Walpole e di Pitt, di sir Robert-Peel, di
Palmerstori, di Guizot. Questi rappresentavano un corpo completo; poi
un embrione che si fa uomo, che cangia, che cresce, che si dilata, che
acquista varietà di vita a misura che ne viene rigogliosa
l'esuberanza. Il conte di Cavour e la sua dittatura fu possibile
perchè ebbe a fare con un Piemonte, Stato di già omogeneo e completo.
Oggi anch'esso, malgrado la sua mutabilità di forma, di metodo e di
mezzi d'azione, egli stesso subirebbe le leggi di instabilità e di
varietà che presiedono alla formazione della nazione. Le forze vive
cangiano. E queste forze vive sono i vari elementi che si osservano,
si mischiano, si urtano, si compenetrano, combacciano, si respingono,
si amalgamano nel Parlamento.