e serrata, il colpo d'occhio sagace, e sarebbe uno degli uomini i più
notevoli del nostro Parlamento se non fosse autonomista, piemontese a
tre doppi ed ultra-cattolico. Lo si ascolta nondimeno con
considerazione e simpatia. Egli è il capo di coloro che rappresentano
l'egemonia piemontese con Alfieri, Bertea, Bottero, Mazza, ecc.
Il signor Gallenga, un po' nomade, è inclassificabile. Il signor
Gallenga, da due anni, mi perseguita nelle sue rimarchevoli
corrispondenze del _Times_, chiamandomi demagogo, anarchico,
mazziniano, murattista e pazzo. Peccato che non mi abbia ancora
chiamato cattolico! Dovendo parlare di lui, io non mi vendicherò con
una menzogna. Il signor Gallenga è una delle figure fantastiche della
nostra Camera, che scappano di un lancio ed in un attimo a tutti i
partiti. Egli è un misto di selvatichezza e di malleabilità, di
repubblicano e di despota, che scatta come una bomba, che subisce
tutte le vicissitudini della discussione come un barometro subisce
l'azione dell'aria. Eminentemente nervoso, a senso di giustizia
profondo, irritabile, disprezzando l'impopolarità, anzi vezzeggiandola
come la sua parte di eredità parlamentare, pieno di un coraggio
civile, che pochi, rarissimi, spiegarono con più a proposito, con più
fierezza imparziale, se non secondo la cosa, secondo la sua coscienza;
a giudizio acuto, sintetico e sovente paradossale, il signor Gallenga
prende assai sovente parte alle lucubrazioni parlamentari, e negli
uffici e nella Camera, là per portarci i lumi della sperienza del suo
lunghissimo soggiorno in Inghilterra, qui per gittare nella bilancia
la sua parola, la quale per essere troppo audace e troppo estrema, per
le fibre triviali della maggioranza dei deputati prende l'aria di
eccentricità. Il signor Gallenga ha pubblicato in Inghilterra
parecchie opere sull'Italia, opere marcate di una grande esattezza di
colpo d'occhio, riempite d'idee nuove ed originali e di molto sapere.
Imperciocchè il signor Gallenga sa molto, e se ne addobba forse
troppo. Le sue lettere al _Times_ sono rimarchevolissime per ingegno,
cui il signor Gallenga ha moltissimo, per imparzialità, per conoscenza
di fatti e per pittura viva, sincera, variata, brillante--sopratutto
quando dipinge gli uomini. Egli ha una corda di La Bruyère, una di La
Rochefaucauld.
X.
I repubblicani della sinistra.--Brofferio, Macchi, Crispi.--Partito
garibaldino.--Mordini, Cadolini, Musolino, Bixio, Cairoli, Bertani,
Sirtori, Zappolta.--Gl'indecisi.--Liborio Romano, Greco, Lamasa,
Assanti, Argentini, Polsinelli, Salaris, D'Ayala, Minervini, Ricciardi,
Mellana, Sineo, Montanelli.--Sintesi della sinistra.--Perchè in essa non
vi è un uomo di Stato.
_Torino, 15 luglio 1861 e 9 marzo 1862._
Io pronunzierò dunque per gli altri, ma ben sommessa, la parola
_repubblicano_, che è stata rimproverata a me, che l'ho detta a voce
alta per mio proprio conto.
Il partito repubblicano in Italia non è numeroso. Al Parlamento è
ristrettissimo ma convenevolmente rappresentato. Brofferio va alla
testa. Egli è riconosciuto incontestabilmente ed unanimemente come
l'oratore più brillante della Camera. Sarebbe perfetto se volesse
disdegnare la piccola vanità di piacere alle tribune con delle tirate
drammatiche, con un _cliquetis_ di parole ad effetto, e lasciare la
cattiva abitudine dell'amplificazione del tribunale, come altresì le
tendenze di procuratore generale. Ciò eccetto, Brofferio è un oratore
incantevole. Egli traripa di spirito; abbarbaglia con le sue ragioni
altrettanto che con i suoi paradossi; rimuove tutte le corde le più
sonore dell'anima; assale a briglia sciolta con una lena di tutti i
momenti; parla al cuore altrettanto che all'anima, sopratutto quando
ha torto, ciò che gli avviene sovente, fa forza ai più malvolenti ad
ascoltarlo. La causa che egli difende è una causa perduta _a priori_;
ma essa ha avuto il suo quarto d'ora d'interesse e di. fascino.
Brofferio è inoltre poeta. Egli ha scritto delle canzoni in dialetto
piemontese, delle canzoni di cui ogni strofa è un busto--cui ha messo
in musica e canta egli stesso e declama con un'espressione deliziosa.
Egli è stato per lungo tempo il giornalista più giocoso e giocondo,
più sarcastico e più vigoroso della stampa italiana. Ma
sventuratamente egli è restato polemista e poeta anche in politica. Ei
sente troppo. Egli subisce l'influenza delle impressioni vive e
subite, ciò che toglie ai suoi apprezzamenti, ai suoi giudizii,
l'autorità cui dà loro il suo incontestabile ingegno. Brofferio è
tribuno anzi tutto, ciò che hanno obliato coloro i quali, volendolo
giudicare come uomo di Stato, gli rimproverano la mancanza di
continuità e di uniformità nella sua carriera politica e lo annegano
anche oggidì sotto vili ed ignobili calunnie.
Il signor Brofferio ama la libertà con passione, ama l'Italia, ciò che
è franco, ardito, dritto, e sopratutto ciò che è grande e colpisce
l'imaginazione. Egli ha sempre difeso queste nobili cause quando
furono in pericolo o minacciate.
Ora, gli uomini di Stato sono obbligati talvolta a subire certe
eclissi, certe retrogressioni, certe transazioni, in una parola, le
quali hanno offeso ed urtato il signor Brofferio. Egli non ha nulla
considerato allora, nè i tempi, nè gli uomini, ed ha attaccato, come
egli attacca, a briglia sciolta ed a fondo. Di ciò mille ire e la
reazione delle ingiurie e dei soprusi contro di lui.
Brofferio ha pubblicate parecchie opere avidamente lette, molto
incorrette, ma scritte con quello stile di vita in cui l'uomo rivelasi
in tutta la sua pienezza. Il suo difetto, in tutto, è la foga. A
sessantanni, Brofferio è giovanissimo. Un poco più di sobrietà, di
ritenuta, di calma nell'ebollizione della sua anima, raddoppierebbero
la portata delle sue parole. Brofferio avrebbe allora una parte
tutt'altra di quella che egli compie oggidì; vale a dire, di audace
partigiano. Avendo tutte le qualità per essere il capo della sinistra,
egli combatte da semplice gratatiere. Però, egli è La Tour-d'Auversme
del nostro Parlamento.
Io classificherò altresì fra i repubblicani il signor Mauro Macchi, un
dì redattore in capo del _Diritto_, amico e correligionario politico
del nostro eminente filosofo Ausonio Franchi. Macchi è nel tempo
stesso l'amico di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo, il loro
confidente, il loro organo, il loro gladiatore parlamentare.
Imperciocchè il signor Macchi ha tutti i movimenti d'anima
dell'oratore, fuoco, facilità, vita, brio, passione, prontezza di
idee, come egli ha la penna incisiva del pubblicista e del polemista
nella stampa militante. La sua parola è corta, viva, colorata, il suo
organo vocale simpatico, le idee sempre libere e generose. Lombardo,
fu espulso da Milano dagli Austriaci. Lo fu poi altresì parecchie
volte dal Piemonte, a causa della sua complicità con Mazzini. Ma lo si
cacciava dalla porta ed egli ritornava per la finestra--e sempre
armato per combattere. Egli siede nei banchi i più alti della
sinistra.
Sono obbligato di cacciare egualmente in questa categoria il signor
Crispi, per allogarlo in qualche luogo. Un giorno io domandava a
Crispi: Siete voi Mazziniano?--No, mi rispose egli.--Siete voi
Garibaldino?--Neppure, ei replicò.--E chi siete voi dunque?--Io sono
Crispi.
Ora, io conosceva un Crispi che, per dodici anni, aveva partecipato a
tutta l'opera di Mazzini; un Crispi che era andato audacemente a
preparare in Sicilia la spedizione di Garibaldi ed era stato, in
seguito, uno dei primi che misero il piede a terra in Marsala, di
unità all'eroica donna che porta il suo nome; io conosceva un Crispi
ministro di Garibaldi in Sicilia, poi per qualche giorno a Napoli,
avendo più energia che tatto, più volontà che idee, più coraggio che
capacità, più fermezza che autorità morale, uomo probo, perseverante,
altamente ambizioso, incapace di viltà.... sì, io conosceva quel
Crispi, ma io non conosceva questo Crispi _tout court_, questo Crispi
inedito, che brilla da sè e non riflette nè Mazzini nè Garibaldi.
Crispi si rivelerà forse ben presto sotto un nuovo punto di luce, una
luce tutta sua. Ma, come vi sarebbe stato poca buona grazia da parte
mia di classificarlo altrimenti che secondo la sua dichiarazione; come
egli non è mica ancora ministeriale e non sarà giammai il capo della
sinistra, come lo lascierebbe volentieri credere, io lo allogo, salvo
errore, fra i repubblicani in istato latente. Ad ogni modo, il signor
Crispi non è mica uomo a passare inavveduto in niun luogo, nè a
restare negli ultimi ranghi. Alla Camera, ogni qualvolta parla, parla
di sè o della Sicilia. È regionista, vale a dire, che carezza
l'autonomia dell'isola sua. E ciò si comprende. Parla con lentezza,
senza mirare a bagliori, ma al positivo, con una voce cadenzata di una
maniera monotona. È stringente negli argomenti, e sempre nella
questione. È laborioso e spiccio in mezzo alle panie amministrative.
Ha coraggio; ma troppa personalità di odi e di amori siculi--sì che
l'usbergo della prudenza sua rompe le maglie. Crispi sarà ministro un
dì--certo--e forse in epoca non lontana--nè sarà dei peggiori che
afflissero Italia.
Quest'anno egli ha accentuata meglio la sua persona, la sua posizione,
le sue tendenze, il suo carattere--sì che il Crispi inedito comincia a
comparire per barlumi. Comparirebbe intero, forse, se, ambizioso con più
calma, si scostasse da chi e da che gli sembra un appoggio per farlo più
presto arrivare. Ad ogni modo, se egli si allontana con infinita cautela
dal partito garibaldino, altri vi si barricano, e sono numerosi e
gagliardi. Il capo di questo partito è Mordini--nell'eclissi di Bertani.
Spirito svelto, figura fina, aria misteriosa, intelligenza vivissima,
tenacità di carattere, parola molle ma altiera e chiara, colpo
d'occhio giusto, modi che sentono in tutto alcun che del cospiratore,
occhio penetrante, intelligente, magnetico, tale è il profilo di
Mordini. Egli fu ministro in Toscana nel 1848, prodittatore in
Sicilia, ove egli ebbe la debolezza di sviluppare l'appetito, di già
sì vorace, dei Siciliani per gl'impieghi e per i posti nel budget. Il
signor Mordini bordeggiò lungo tempo nelle acque di Mazzini. Poi si
accostò a Garibaldi, ed ebbe l'onore di sedere in faccia a lui, nella
vettura del re, quando S. M. entrò in Napoli. Mordini è di quegli
uomini di cui le rivoluzioni fanno sempre qualche cosa. Ha stoffa
d'uomo. La lotta lo anima.
Tra i garibaldini della Camera io citerò l'ingegnere Cadolini, il
quale, maggiore nell'esercito meridionale, dette la sua dimissione,
disdegnando lo scrutinio ed il soldo senza servizio effettivo. Vien
quindi Musolino, che Garnier-Pagòs, nella; _Storia della rivoluzione
del 1848_, chiama, con tanta ragione, _un homme de trempe antique_ e
che essendo stato uno dei _mille_ di Marsala, fu il primo che, di
Sicilia, mise il piede sul continente napoletano. Poi nominerò il
general Bixio, il _conversationneur_ meglio ascoltato dalla Camera; la
di cui parola sgorga dal cuore erta, pittoresca, scintillante di buon
senso, piena sempre dì fatti, generosa; e sovente anche improntata di
uno spirito di conciliazione che parrebbe un'antitesi col suo
carattere forte ed energico. Bixio prende, sempre con grande autorità
la parola sulle cose di marina e di guerra. È indipendente. Lo sì
ascolta sempre con simpatia ed interesse, a causa delle uscite
originali e franche a cui si lascia andare, assolutamente come se
parlasse in un crocchio di amici, sul cassero di un legno da guerra.
Io mi stupisco che non gli sia scappato ancora un: _Sacre nom de
Dieu!_
Segnalerò in seguito il colonnello Benedetto Cairoli, il quale a causa
delle sue ferite non ancora cicatrizzate, si trascina sulle grucce e
fa di tempo in tempo un'apparizione alla Camera. Nobile famiglia ch'è
quella dei Cairoli di Pavia! La madre, vedova, aveva quattro figli.
Essa li manda tutti quattro alla guerra--e tutti insieme. Due volte
vedova--una per la mano di Dio, un'altra per amore d'Italia. Due di
questi figli muoiono sul campo di battaglia. Il terzo riceve una palla
alla testa; il quarto, il deputato Benedetto, è ferito alla gamba,
alla mano, al petto.... e ferito per tutta la vita. La madre porta un
lutto eterno nell'anima; i figli, l'eterno sovvenire della redenzione
della patria. Cairoli ha preso posto nell'estrema sinistra e vota
alzando la sua gruccia. Si è dimesso e non tocca soldo. Ha parlato una
volta--ed è stato lo più splendido discorso che abbia udito la Camera
nella sessione attuale. È vero che parlava per gli esuli veneziani che
domandano di essere italiani!
Io tacerò degli altri, perchè sarebbe troppo lungo nominarli tutti. Ma
non posso per certo passar sotto silenzio nè Bertani--l'_alter ego_ di
Garibaldi, nè il generale Sirtori.
Affondando il vostro sguardo nei banchi dell'estrema sinistra, tra
Saffi e Miceli--un altro dei _mille_ di Marsala--voi siete colpiti
dall'espressione singolare di una testa giallognola, a capelli neri,
agli occhi fiammanti. Quegli è Bertani. Al naso aquilino, alla figura
fina, acuta, tagliata a lama di spada, al fronte alto, ondulato da
piccole rughe, come il mare qualche minuti avanti la tempesta, agli
occhi viperini e concentrati, voi indovinate l'uragano eterno, come
quello dei mari polari, che rugge nel suo petto, che si ammoncella nel
suo cervello. La sua tinta biliosa denuncia le sue forti passioni; il
suo sguardo fisso e magnetico domina e fa paura. Voi conoscete la
parte immensa che ha rappresentata Bertani in tutta l'epopea
garibaldina. Egli fu all'altezza di questa parte; ha viste larghe e
lontane--avvegnachè meno radicali, che le si potriano per avventura
supporre. Parla bene, mira giusto, colpisce a morte, non perde mai la
staffa nè il contegno. Asperge di acido solforico, e par gittare
foglie di rose ed acqua lustrale! Fu Bertani che tirò dalle viscere
d'Italia quell'esercito meridionale che si mostrò, conquise due regni,
e disparve come un fantasma--armata fantastica, armata da poema! È
Bertani che la prepara di nuovo con i Comitati di Provvedimento, e la
creerà di nuovo, se occorre, e quando occorre. Volontà fulminante che
nulla ritiene, nulla sgomenta. Bertani è il solo il quale abbia potuto
affascinar Garibaldi, spingerlo avanti--o ritenerlo. Egli ha la fibra
di Saint-Just. È, politicamente, ciò che Sirtori è militarmente.
Il general Sirtori è una di quelle fisonomie di Alberto Durer che
esprimono il mistero e portano il suggello della fatalità. Sirtori
parla poco, e mai per non dir nulla. Ride di raro. Non conosce alcuno
dei piaceri della vita e della giovinezza. Fu prete. La rivoluzione e
l'Italia lo rapirono alla chiesa. È adesso generale e capo di stato
maggiore. Dovunque il cannone tuona per la patria, Sirtori si trova
alle prime file: in Lombardia, nel 1848, a Venezia nel 1849, dal 1859
con Garibaldi. Poi, nell'esilio, ove si urtò a tutte le prove, a tutti
i movimenti dei partiti. Sirtori morse a tutte le miserie, a tutti i
dolori, ai più fulminanti disinganni, e fortificò la sua anima di
gravi studi militari. La sua vita è piena. Egli l'ha conquistata passo
a passo, ora ad ora; severo fino all'orgoglio, degno puritano,
disdegnoso. Egli non ha inclinata la sua testa che innanzi di due
uomini--Garibaldi ed il conte di Cavour! Il suo difetto è l'eccesso di
coraggio. Nella mischia il sangue gli sale al cervello ed oblia che è
generale. Sirtori non ha parlato in Parlamento che una volta sola, ed
il suo _ex-abrupto_ fu un colpo di fulmine. Ogni parola ferì come un
pugnale. Egli lo lamentò di poi. Sirtori non ha finita la sua
missione. Su quella figura il destino ha impresso un misterioso che
colpisce l'osservatore ed il superstizioso.
Ma parlando di misteriosi, il nome di Zuppetta si trova sotto la mia
penna. Zuppetta è uno di quegli esseri terribili che la rivoluzione fa
giganti, la pace divora. Zuppetta è comparso due volte appena
all'Assemblea. La prima volta Garibaldi ve lo portò nelle pieghe del
suo _plaid_, al momento della prima sua entrata. Zuppetta non
pronunziò che una sola parola, una parola sorda, scura, una specie di
ghigno satanico: _io giuro_! Egli restò sulla _montagna_ durante tutta
la tempesta che il discorso di Garibaldi scatenò, restò freddo, la
beffa sulle labbra sardoniche, le scintille ed il sangue negli occhi.
Poi disparve. Quella testa moresca, ai denti bianchi ed aguzzi, agli
occhi elettrici, alla chioma lunga e nera che io vidi mangiare i
mustacchi per tre ore, mi turbava ancora. Zuppetta ricomparve.
Annunciato come un fulmine, scoppiò come un zolfanello. Si aspettava
ognuno, sulle _miserrime condizioni_ di Napoli, udire un tribuno
terribile: scappò fuori un retore leccato, artificioso, cavilloso,
puerile, pedante, freddo. Zuppetta morì. Che cambi parte. Il tribuno
non va più.
Questo gruppo di garibaldini è di già per sè stesso incisamente
pronunziato su i banchi della sinistra. Ma esso lo sembra di tanto più
a causa degli indecisi che lo attorniano. In quest'ultima categoria io
collocherò Liborio Romano--il quale, arrivando, si assise al centro,
poscia emigrò verso la sinistra. Io non so ciò che vuole Liborio
Romano, chi è desso, ove tende, s'egli vezzeggi l'unità italiana o
l'autonomia napoletana. Egli ha parlato due o tre volte _pro domo
sua_, per l'esercito borbonico, per il Ministero, per giustificare gli
atti del suo passaggio al potere. Egli matura dei progetti di legge
che probabilmente resteranno inediti. Presentò una legge sulla guardia
nazionale, che morì nascendo.
Classificherò inoltre tra gl'indecisi l'arcidiacono Greco, il quale
dicesi rinunziasse ad un vescovado offertogli dai Borboni--e che casa
Savoja non gli rioffrirà. Poi il general Lamasa, il colonnello
Assanti, il maggiore Argentini--tutti garibaldini--l'ultimo, uno dei
_mille_ che si è dimesso generosamente. Infine, il sardo avvocato
Salaris, Polsinelli, carattere fiero, dritto, il solo protezionista
economico che vi fosse nella Camera. D'Ayala, a cui la pace dette
tutti i gradì, e fece generale, uom speciale per organizzare i
funerali celebri, trovare le parole italiane ad ogni faccenda, e
scrittore coscienzioso di storie militari, elegante, ma freddo come il
Mont-Blanc. Infine il dotto ed officioso Minervini.
Lo più indeciso di tutti però, senza avvedetene, mi sembra essere
Ricciardi. Il mio vicino Ricciardi sì crede unitario, ed è napoletano;
si crede repubblicano, ed in verità io non so proprio cosa sia. Egli è
tutto, _pour le quart d'heure_, e ciò che è strano, lo è con
convincimento e con coscienza. Dominato dalla malattia della vanità,
egli ha fatto dei versi che sono della prosa, della prosa ripiena di
buona volontà, correntemente, in veste da camera, per parlar di sè
sotto il pretesto di parlar di non importa che. Se lo si dovesse
giudicar su i suoi scritti, Ricciardi avrebbe inventata la Italia.
Egli ha presentati finora quattro progetti di legge, cui il Parlamento
non ebbe la serietà di prender sul serio.
Ricciardi ha la sventura di rallegrare la Camera, quantunque egli dica
spessissimo delle cose giuste, vere ed assai bene esposte. Non ha
lunga lena di parole, di idee, di mente. Un pizzichetto di qualche
cosa, e passa. Però questo pizzichetto lascia un segno. Egli ha fatto
giuramento di vedere ogni giorno il suo nome nel conto reso delle
sedute--non fosse che per avere fatto rimarcare che nel processo
verbale si era omessa una virgolo. Se lo si lasciasse fare, Ricciardi
ci servirebbe un codice di sette articoli--come i sette sacramenti.
Egli ha l'epidermide enciclopedico. Del resto, molto intelligente,
perfetto galantuomo, convinto, coscienzioso, onesto, simpatico a
tutti, non mancando nè di a proposito, nè di dignità. Ha dei _travers,
non pas des defauts_.
Vi ho toccato, a due riprese, di Mellana, cui non posso collocare in
alcun sito, in niuna classe. Egli è stato sempre al Parlamento, dal
1848 in poi e sempre all'estrema sinistra. Bersagliere formidabile,
logico, serrato come un assioma, tattico, giudizioso ed abile. Mellana
ha preso parte a tutte le lotte politiche del Piemonte. Egli parla non
so qual lingua; ha delle maniere burbere e brusche, l'organo della
voce poco simpatico; ma non appena ha dimandato di parlare, tutti si
tacciono ed i ministri ascoltano. Chi usciva, rientra; chi leggeva o
scriveva, cessa. Il Ministero sa d'innanzi che l'attacco è serio e
senza riguardi. Se la sinistra dovesse riconoscere un capo, lo più
abile, senza contesto, sarebbe Mellana. Ma egli è stanco della sua
parte. La nomina di Ratazzi sembra galvanizzarlo. E forse vedremo il
caso nuovo, strano, paradossale--Mellana ministeriale! La sarà bella.
Due soli nomi, e finisco con la sinistra--Sineo e Montanelli, arrivati
non ha guari, e tali che non resteranno nell'ombra od indietro.
Sineo è uno dei veterani del Parlamento piemontese, noto al paese per
la costanza nei suoi principii democratici e l'abbondanza nei suoi
discorsi. Sedette e siede nell'opposizione. Mi sembra parteggiar per
Ratazzi. Non avendo avuto il tempo per giudicarlo da me, mi taccio.
Montanelli è più noto, perocchè egli ha traversato tutte le evoluzioni
della rivoluzione italiana; dal 1848 in poi, ed anche prima, si era
fatto rimarcare nelle cospirazioni--allora in favor di Carlo Alberto.
Montanelli ha portato nella sua vita politica due peccati originali:
era poeta e cattolico. Egli ha voluto dissimulare questi due germi di
debolezza nell'armatura di acciajo di cui deve essere corazzato un
uomo di Stato: ma la poesia e l'odore di sacrestia si sono in lui
sempre traditi--come l'odore del muschio. Di quinci tutte le
oscillazioni, le fiacchezze, i cangiamenti, i disinganni, le
aspirazioni inopportune, l'inconsistenza che hanno segnalato la
carriera politica di lui. Montanelli è stato tutto, a causa di
ciò--egli ha adorato Carlo Alberto, Pio IX, Mazzini, Lamennais,
Proudhon, il principe Napoleone, la repubblica, l'impero, la
federazione, oggi l'unità. Egli giudicava col cuore; calcolava con la
speranza. Ma nel tempo stesso è stata la poesia, la quale lo ha tirato
incontaminato di bassezze e di apostasia--malgrado i cangiamenti--da
tutti questi urti della vita politica. Artista innanzi tutto, egli si
è elevato sempre, anche quando sembrava discendere; si è elevato
perchè credeva arrivare più presto alla soluzione dei destini
d'Italia.--Egli credeva che questi tanti aeronauti, che egli salutava
come aquile, lo conducessero a volo sublime. La valvola scattava:
l'areonauta precipitava. Egli quindi ha suscitate in altrui molte
collere, e per sè si è creati molti dolori, ma non credo alcun
rimorso. L'ambizione, questo sublimato di tutte le poesie, gli aveva
esilarato il cervello. Ed e' si lusingava, poichè aveva il cuor largo,
la mente vasta, era istrutto, aveva fede, aveva ardire, e tutto gli
sembrava tinto del colore del successo. Nel 1859, quella che
apparivagli da Parigi una delle mille ed una notte, cangiossi in una
notte d'incubi e di uragani. Il disinganno arrivò. Egli volle tener
fermo. Ai disinganni si aggiunsero le traversìe. Infine,
ricreduto--mutato a nuovo, italiano oggi come lo era stato quando
gl'Italiani d'oggi erano non importa che, la clemenza, o
l'indifferenza di Bettino Ricasoli gli ha aperto le porte del
Parlamento, per cui era davvero una macchia ch'e' non vi fosse.
Montanelli è eloquente e sarà una delle gemme della nostra tribuna.
Egli sente, egli conosce la politica europea, sa di dritto e sa di
storia, e comprende gli uomini. Non manca di destrezza. È scaltro e
piacevole, insinuante ed affettuoso--a mo' dei Francesi, sul fiore
delle labbra--non ha nulla dì volgare nell'anima, e calcola come un
Toscano. Montanelli ascenderà, ed alto--accoppiando la nozione delle
cose pratiche al calore dell'entusiasmo, con cui sa vivificare,
elevare, infiorare le cose. Ora, l'esperienza ed i disinganni gli
serviranno di duci.