prima forza. Ma la sua specialità è la conoscenza delle mine. Il
signor Sella fu per qualche tempo segretario generale dell'istruzione
pubblica. Poi diede la sua dimissione, dopo la morte del conte di
Cavour, declinando qualunque responsabilità in un'amministrazione ove
il ministro De Sanctis pareva disposto a non far niente--e tenne la
promessa. Anzi, fece malissimo. Il signor Sella parla benissimo, da
uomo competente e sicuro di ciò che dice. Io l'ho udito trattare
quistioni d'industria, di tariffa, di libertà industriale, di
macchine, di finanza con un ingegno rimarchevole ed una lucidità poco
comune. Possiede molte lingue; ha viaggiato in Europa per
investigazioni scientifiche. È giovane cortesissimo e semplicissimo.
Ma ritornerò su di lui parlando del nuovo Gabinetto.
Il suo ex collega, signor Carutti, segretario generale degli affari
stranieri, posa un po' più. Ha l'andamento pretenzioso; la perorazione
gonfia; la frase sonora e rotonda, ma vuota, quando non la soppanna da
una tirata ad effetti; l'aria grave e pensierosa; il cranio calvo; un
insieme fine, che respira la diplomazia in abito da domenica, nelle
sue funzioni. Il signor Carutti è un letterato conosciuto. Ha
pubblicato parecchie cose. Il suo stile è ornato, la materia studiata
con coscienza; ma egli si riscalda troppo sovente a freddo nei libri
come nei discorsi. Egli vota, naturalmente, col Gabinetto. Nondimeno
egli non l'approva mica sempre, ed in questo caso esce della sala
prima del voto, come fece a proposito della legge sulla Guardia mobile
ed altravolta. Carutti è di passaggio alla Camera; egli andrà a
fossilizzarsi in qualche residenza diplomatica dell'importanza di
quella di Atene.
Contemplando i banchi così zeppi della destra, ogni sguardo si arresta
colpito innanzi di quella testa mezzo calva, cifrata da una cicatrice
profonda alla tempia destra, sorridente a metà ed a metà brusca,
silenziosa ed attenta. È il colonnello Malenchini--l'uomo che ha
strappato davvero la corona dalla testa dei Lorenesi di Toscana.
Malenchini, un dì repubblicano livornese, poi mazziniano, condusse
quella gloriosa legione toscana che fece sì bella resistenza a
Curtatone nel 1848. Dopo la restaurazione Malenchini emigrò a Parigi.
Vi ebbe un duello; ritirò a Torino, poi a Livorno. Presentendo la
guerra dell'Indipendenza un anno prima che scoppiasse, organizzò una
legione toscana e cominciò ad esercitarla. La polizia non osò aver dei
dissidii con una legione di mille giovani esaltati. La guerra scoppiò.
Malenchini intimò al Granduca di voler condurre questa legione contro
l'Austria; e Leopoldo II, volendo evitare disgusti, lasciò che la
s'imbarcasse di notte, dicendo forse in cuor suo, a nemico che parte
un ponte d'oro.
A Torino, una metà della coorte toscana passò nell'esercito, l'altra
restò sotto gli ordini del suo conduttore. Ad Acqui, un telegramma
chiama Malenchini a Torino. Due giorni dopo ci ritorna a Firenze, e,
malgrado l'opposizione di tutti, malgrado Buoncompagni, Fenzi,
Ridolfi, Ricasoli, egli prepara, combina, provoca ed ottiene il
_pronunciamento_ dell'esercito toscano. Il Granduca partito,
Malenchini, Peruzzi, Danzini formano il Governo Provvisorio. In questo
mentre l'imperatore Napoleone arriva ad Alessandria. Malenchini,
attirato dall'odore della polvere, lascia il governo civile e si reca
a Torino. Garibaldi gli dà il comando del magnifico reggimento
dell'Appenino. La pace di Viìlafranca lo trova nella Valtellina,
attaccato a Garibaldi. Malenchini lo segue nell'Emilia. Là egli
concepisce il progetto di dare il comando dell'esercito dell'Italia
centrale a Garibaldi. Farini, Ricasoli, il re stesso, dopo un
colloquio, consentono. Ratazzi, il quale comprendeva dove questo
comando avrebbe condotto, ricusa, onde non dar ombra alla Francia.
Ricasoli e Farini ritirano la loro promessa, ed il general Fanti è
sostituito a Garibaldi. Ecco l'origine del cattivo umore del generale
contro questi tre personaggi.
Garibaldi conservò solamente il comando del corpo d'armata delle
Romagne.
Sulle sponde del Taullo, il Rubicone di Cesare, l'impazienza di
Garibaldi divenne una tentazione irresistìbile. Vuole passarlo. Cosenz
e Malenchini lo ritengono. Malenchini si reca presso del general
Fanti, il quale comandava il corpo d'armata del Centro, onde ottenere
il permesso d'invadere l'Umbria. Garibaldi, dietro il rapporto di
Fanti al re, è richiamato e dà la sua dimissione. Malenchini,
rientrato indi a poco nella vita privata; andò a raggiungere il suo
amico in Sicilia con un corpo di Toscani.
Garibaldi ne sospettò--credendolo organo di Cavour, avente missione di
moderarlo--e lo allontanò. Nondimeno, Malenchini prese una parte
attiva a tutti i fatti dell'esercito meridionale. Egli si distinse per
sagacia e bravura nella giornata del Volturno. All'indomani, tutti
ricevettero un avanzamento.... Malenchini restò colonnello.... ma agli
avamposti, sulle sponde del fiume, sempre in faccia al nemico per
tutto un mese! Ciò basta. Questa ingiustizia deve pesare sul cuore del
lione di Caprera.
Malenchini ha sempre fatta la guerra a spese sue; mai non toccò soldo.
Egli è uno di quei quattro o cinque uomini che il conte di Cavour
stimava. Malenchini non si mostra mai, avvegnacchè abbia provato che
egli sa parlare, e ben parlare, al bisogno. Io non ho che un
rimprovero ad indirizzargli, quello di aver votato contro l'ordine del
giorno di Garibaldi, quando si discusse la sorte dell'esercito
meridionale. Molto istruito nelle lettere e nella storia, ha vedute
giuste, ma troppo moderate. Malenchini vota col Ministero, ad ogni
costo--quando questo è fra i suoi amici, nelle sue idee.
Ecco la destra. Ma io lascio nella mia penna delle specialità
rilevanti. Io indicherò i tratti generali, lo spirito, la forza, la
portata, le tendenze di questi trecentocinquanta deputati, riuniti in
corpo politico, agendo in massa, sotto il soffio di passioni o di
sentimenti politici; io vi segnalerò la loro tattica nel
combattimento, la loro disciplina alla voce del Ministero; io vi dirò
cosa vi ha nel seno di questa legione governativa, ciò che essa
sarebbe domani se cangia il vento, se l'unità corre pericolo, se
l'Italia è minacciata, e se il Parlamento dovesse trasformarsi.... in
Convenzione--se Ratazzi non lo licenzia, ciò che è assai
probabile,--quando riassumerò. Per ora, allorchè avrò abbozzato la
sinistra ed il centro a grandi linee, mi contenterò di dire: vien di
nascere in Europa una forza nuova, d'uopo è riconoscerla, è duopo
pesarla: e con essa contare.
IX.
Sinistra.--Principali divisioni di essa.--Suoi caratteri generali.--Suoi
intendimenti--Capi presuntivi.--Ferrari, Guerrazzi, Mazziniani, Saffi.--Gli
oltramontani.--Ondes-Regio, Amari, Ugdolena.--I dottrinari.--Allievi.--Il
gruppo della _Perseveranza_.--Visconti-Venosta, Massarani,
Guerrieri-Gonzaga, Finzi.--Gl'indipendenti.--Mosca, Costa, Pica, Giuseppe
Romano, Mandoi-Albanese, Marchese Ricci, Levi, Ranieri, Varese, Menighetti,
Toscanelli, Michelini, Bianchi, Tecchio.--I _boudeurs_, ecc.--Gli
smarriti.--Chiaves, Gallenga.
_Torino, 16 luglio 1861 e 9 marzo 1862._
Ora, in avanti la sinistra; ed eccoci in piena sinistra. A vero dire,
io mi sento un poco imbarazzato per cominciare e per classificare
questo esercito di generali senza soldati, questi capi di partito
senza partiti. Proverò nondimeno di procedere con un tantino d'ordine.
La sinistra, e l'estrema sinistra, presentano le varietà seguenti:
Garibaldini, Mazziniani, repubblicani, federalisti, oltramontani,
autonomi, liberali, indipendenti e dipendenti, misteriosi, indecisi,
queglino che portano il broncio, gli esploratori del campo nemico, gli
uccelli di passaggio, gli smarriti per via, scettici, dottrinari,
pretendenti. Io potrei aggiungere ancora altre tinte, ma credo che ciò
basti. Notate, che questi deputati sono qualche cosa per sè stessi,
che essi han rappresentato tutti una parte o parecchie parti nel
passato, e che non hanno abdicato il loro avvenire. In questo lato si
vede, si pensa, si vive, si freme, si lotta, sì discute furiosamente
si dà la baia, si strepita--si combatte al bisogno.
Questa frazione del Parlamento non è compatta, ma è piena di audacia e
di vita, non perchè la fosse certa di prendere un giorno lo scettro
strappato dalle mani dei barone Ricasoli, o del Ratazzi, ma perchè
essa possiede, senza avvedersene, qualche cosa come un programma, una
bandiera che sventola su tutti i suoi membri e li copre tutti,
malgrado le negazioni dei suoi avversari politici. Questo programma,
dopo la morte di Cavour, era divenuto più potente: ma dopo le note ed
i discorsi di Ricasoli è impallidito. Il presidente dei Consiglio ha
posto la quistione di principio e di dritto di una maniera assai netta
ed assai energica; la sinistra non può dunque differire da lui che
sull'opportunità, il modo ed il tempo di applicazione. Quanto alla
politica interna, le divergenze sono forse più ricise e ricche di
dettagli; ma ciò oggidì interessa poco. Ciò è storia. Ciò sono i
piccoli affari di casa, che non allettano tutti i gusti.--Lo scopo
della sinistra, comune a quasi tutte le sue gradazioni di partiti, gli
è di rovesciare il Ministero poco curandosi di ciò che possa seguirne.
Parecchi membri di questa parte dell'Assemblea non si rendono neppure
un conto ben esatto delle loro antipatie contro il Gabinetto attuale.
Essi sono trascinati da un sentimento vago, sono forse strumenti di
ambizioni celate; essi aggiungono un suono all'eco che palpita intorno
a loro e nei loro ranghi. Gli abili si servono di questa forza;
imperciocchè la peggiore di tutte le forze è quella che, non
ragionando, colpisce come il martello della fatalità. E di quinci
questa unanimità di scopo mirato da tante personalità diverse e
variate.
Vi sarebbe ancora un'altra circostanza che potrebbe, non dico già
riunire, ma ravvicinare tutti gli elementi della sinistra, e sarebbe
la presenza del capo, vale a dire Garibaldi, il quale virtualmente
primeggia tutti i partiti. Ma Garibaldi non è presente. Egli ha una
capacità parlamentare molto discutibile, non è uomo da imporre o da
osservare la disciplina. Di guisa che, tranne nel voto e nello scopo,
la sinistra resta in frazioni come io ve la dipingeva più su.
Garibaldi a parte, sonovi qualche altri individui che potriano passare
per capi di partito, a causa dei loro precedenti. Io mi limito a
nominare Sirtori, Brofferio, Montanelli, Tecchio, Guerrazzi e Ferrari.
Ma essi sono ad una volta testa e coda della loro parte, perchè niuno
li segue.
Io non mi fermo molto su Ferrari. Egli è conosciuto in Francia, forse
più che in Italia; e fuvvi un momento in cui e' sollevò qui la collera
universale, non a causa dell'irreprovevole suo carattere, ma a causa
delle sue dottrine. Il signor Ferrari è il solo federalista della
Camera--perocchè io non so che, palesemente almeno, due ne fossero.
Egli non maschera punto vigliaccamente le sue opinioni; egli le
lancia, al contrario, a torto ed a traverso, ad ogni proposito; e,
cosa singolare, il Parlamento, che interromperebbe chiunque altro con
i suoi bisbigli, lascia Ferrari liberamente sporre le sue teorie--a
causa forse del suo nome, o a causa della tinta scientifica che
l'eminente filosofo-storico dà ai suoi fulgoranti paradossi. Il signor
Ferrari ha nondimeno degli sprazzi di luce, i quali riassumono
talvolta una situazione con un motto felice e profondo. Se il Ferrari
avesse rinnegate le sue prime convinzioni, egli sarebbe forse stato
una macchina di guerra. Restando onoratamente federalista, su i banchi
dell'opposizione resta impotente.
Ma che cosa è Guerrazzi? mi dimanderete voi adesso. Ohimè! io vorrei
ben dirvelo, se lo sapessi, se il signor Guerrazzi lo sapesse egli
stesso. Il fondo del suo pensiero di deputato è un mistero. Egli è
italiano, senza dubbio; ma sotto di qual forma politica? È desso
unitario, repubblicano, monarchico, costituzionale, anarchico? È desso
federalista, è desso autonomista? Se io osassi indovinare, io direi
che egli è, innanzi tutto, e non è altra cosa, che indispettito di non
essere ministro, ed egli odia, a causa di ciò, l'assorbente ed
invadente egemonia piemontese. Guerrazzi, come uomo politico, si è
poveramente sciupato. Ma egli resta ancora un terribile lottatore
parlamentare. Perocchè egli ha una lena inesauribile, e sulle sue
labbra l'epigramma scatta spontaneo, e dove tocca, taglia. Egli
ferisce a morte, ma fa ridere coloro stessi cui offende.
L'Italia poi deve a Guerrazzi il non aver essa veduto spento il fuoco
sacro del sentimento nazionale. Da trent'anni il cuore d'Italia
palpita potentemente rimescolato da questo scrittore veterano. _La
Battaglia di Benevento_, l'_Assedio di Firenze_, _Isabella Orsini_,
_Veronica Cibo_, i _Nuovi Tartuffi_, _Beatrice Cenci_, l'_Asino_, il
_Buco nel muro_.... ed i suoi scritti politici, hanno avuto un
rumoroso successo, non solamente letterario, ma nazionale. La
stranezza del suo stile, amalgama bizzarro di lirismo e di pedantismo
sonnolento, che si direbbe del Byron affannato e svaporato, del
D'Arlincourt concentrato, la singolarità del suo stile, dico, vien
compensata largamente da un olezzo di sentimento sempre
generoso--quando non è scettico o gallofobo, e da una profondità di
viste nuove, ampie, feconde, le quali rivelano un ingegno che lambe il
genio. Guerrazzi commuove e scuote, ovvero disgusta.
Al Parlamento egli combatte da bersagliere. È la sua parte. Per il
momento, egli sta sul broncio. Nella sessione passata non parlò che
due volte, e male--ciò che avviene sempre quando la collera fa velo
all'intelletto. Non vota mai. Fa dello spirito con i vicini, e lancia
dei bei motti per sotto, non per sopra il mio banco. Fortunato il suo
vicino che può raccoglierli!
Se gli ex-mazziniani sono numerosi, sopratutto sui banchi della
destra, i mazziniani attuali e fedeli riduconsi a quattro o cinque. Il
loro capo è Aurelio Saffi, gli altri, persone senza valore e senza
nome. Io non parlo dei mazziniani misti, dei mazziniani garibaldini,
tal che Brofferio, Crispi, Macchi, Mordini, Bertani.... Io
classificherò costoro fra i garibaldini, perocchè in realtà essi amano
meglio il sole di mezzodì che il sole quasi estinto. Il signor Saffi è
un uomo ardente, quantunque a giudizio esatto e moderato; uno spirito
elevato e molto colto; un polemista vigoroso nella stampa.
Sventuratamente, la sua voce fievole e velata gli osta di tuonar alla
tribuna come la tempra del suo cuore e della sua mente gliene darebbe
l'attitudine. Non nomino, come dissi, gli altri mazziniani: non ne
vale il fastidio. La voce di questo partito non ha eco nell'aula
nostra. Il solo nome di Mazzini vi suscita degli uragani. Ferrari
ringraziò un giorno il conte di Cavour, il quale gli permise di
pronunziare questo nome formidabile in mezzo a mormori sordi
dell'assemblea. E nondimeno si ascoltano intrepidamente Ondes-Regio,
Emerico Amari e Gustavo di Cavour, i tre oltamontrani più
proporzionatamente furiosi della Camera!
Il barone Ondes-Regio è il nostro Montalembert, meno la bile, ed il
sapere ed il municipalismo siciliano in più. Il signor Ondes insegna il
dritto constituzionale ed il dritto internazionale nell'Università di
Genova. È autore di parecchie opere di dritto e di filosofia morale, non
che di qualche libello cattolico--opere tutte fortemente pensate,
scritte con eleganza e facilità, e molto apprezzate da coloro stessi--e
sono numerosissimi--che ne combattono le teorie. Il signor Ondes non
ammette tutti i principii dell'89. Egli osò chiamare _scellerati_, dalla
tribuna, gli uomini della Convenzione--assolutamente come un cappuccino.
Lo si direbbe un resurretto dopo dieci secoli--_un revenant_, nel nostro
Parlamento unitario, scettico, e fortemente temprato dal battesimo della
grande rivoluzione francese. Malgrado ciò, l'allettamento della parola e
la considerazione tutta personale di questo fogoso cattolico son tali
che tutti lo ascoltano con interesse, alcuno non si rivolta delle sue
eresie sociali, molti si pregiano di essergli amici--ed io fra costoro!
Il conte Emerico Amari è il nostro M. di Falloux. Amari occupava la
cattedra di filosofia della storia a Firenze. Lo si dice profondo
giurista ed economista. Come il suo parente e vicino, signor Ondes,
egli è autore di talune opere di grande portata, e cattolico così
cieco, così convinto, che l'altro suo vicino e conterraneo, signor
Ugdolena, lo sembra poco.
Il signor Ugdolena insegna all'Università di Palermo la _Santa
Scrittura_ ed è orientalista. Egli passò per gli ergastoli di
Ferdinando II, poi fu ministro di Garibaldi, che lo nominò giudice
della Monarchia Siciliana--specie di legato del Re in faccia della
Santa Sede. Ha un'eloquenza melliflua, untuosa, episcopale. Ma questo
esaltamento oltramontano e la tendenza di autonomia insulare a parte,
questi tre siciliani combattono il Governo nella misura della loro
coscienza, e tengono degnamente il loro posto alla sinistra.
Vi sono ora i liberali dipendenti o dottrinarii, imperciocchè essi
sono partigiani della politica straniera del barone Ricasoli,
carezzano l'alleanza francese e le idee inglesi, e difendono
furiosamente l'autonomia amministrativa, cui il ministro Minghetti
aspirava ad infiltrare nelle nostre leggi organiche, col nome di
_regioni_, e cui il barone Ricasoli combattè e fece rigettare. Questo
piccolo gruppo di democratici _blasés e blasonnés_, si compone
principalmente di Lombardi, repubblicani prima del 1848, rivoluzionari
o fusionisti a quell'epoca, in cui ebbero le prime parti nella
stupenda epopea della rivoluzione, e poscia un po' di tutto, per
intermittenza o per dispetto.--In fondo, convinti di nulla. Ma onesti,
culti e facendo parata di loro cultura, sì che ne vengono fastidiosi,
pesanti, affettati, uomini più di pensiero che di parola, abili, ma
non audaci, tendendo ai mezzi termini, alla mezza luce, allo sbiadato.
Il loro capo apparente è il signor Correnti, di cui discorsi innanzi,
il capo reale è il signor Allievi, direttore oggi della
_Perseveranza_.
Il signor Allievi è uomo che ha idee, ed idee ardite, ma le tempera
per smania di gravità ed ambizione di passare per un uomo di Stato.
Parla bene, ma senza calore, senza brio, dicendo cose sode, cose sane,
cose giuste. Amico di libertà, ma pauroso di parerlo troppo--sente
alto di sè, non dissimula sentir mediocremente di altrui--e non sempre
a torto--freddo, ma gentile nei modi. Fa parte delle più gravi
commissioni amministrative, ove porta sempre non mediocre corredo di.
sapere acquisito nei libri. È sovente relatore di leggi e si tiene
gagliardamente sulla breccia. Il più bel giorno della sua vita sarà,
non quando avrà scritto un brillante articolo nell'importante
periodico milanese, ma quando sarà nominato segretario generale di
qualche ministro. Ciascuno ha i suoi gusti.
Segue il signor Visconti Venosta, il quale occupò degnamente le
funzioni di segretaria di Farini nell'Emilia ed a Napoli. Oggi egli è
membro del contenzioso diplomatico, comitato instituito dal conte di
Cavour. Nominerò altresì il signor Restelli, uomo di portata politica
distintissima: il signor Massarani, polemista, nella _Perseveranza_ di
molto rilievo, serio, colto giovane; il marchese Guerrieri Gonzaga,
letterato ed economista di prima forza, poeta squisito che
squisitamente ha tradotto or ora il _Fausto_ di Goëthe, un dì
repubblicano; oggi piegato a casa di Savoja, per odio degli Habsbourg,
sotto di cui geme ancora la sua provincia. Citerò inoltre l'avvocato
Gadda, ed il suo vicino il signor Finzi, avanzo radicale, ma
intollerante, delle prigioni dell'Austria. Finzi restò dieciotto mesi
in una muda a venticinque piedi al di sotto del livello del lago di
Garda a Peschiera. Egli deve al suo silenzio implacabile se non fu
appiccato come i suoi complici. Garibaldi lo nominò direttore della
cassa per il milione di fucili. Aggiungo a costoro il napoletano
Giuseppe del Re, elegante scrittore, anch'esso della _Perseveranza_,
ed in quei principii, poeta, dalle cose politiche più alieno che
caldo, scettico e beffardo.
Tra gl'indipendenti nominerò un altro avvocato milanese, di cui la
Camera apprezza sempre l'autorità della parola, il signor Mosca.
Questi è un puro tipo milanese--cavillatore, onesto, democratico e
conservatore nel tempo stesso, intelligentissimo quando trattasi
d'interessi materiali, poco curante degl'interessi politici, un po'
ruvido, un po' brusco, un po' pesante, ma dotto, ed ostinato come un
mulo nelle sue opinioni, cui difende con abbondanza e con logica
stretta. Aggiungo a questa categoria il signor Costa Antonio di
Genova, spirito positivo e luminoso, sopra tutto in materie di
finanze; il signor Pica, che per dieci anni trascinò le catene di
forzato politico nei bagni di Napoli e che disgraziatamente troppo
carezza, per vezzo di popolarità municipale, l'autonomia napoletana;
il signor Giuseppe Romano, ardente di ben fare; il signor
Mandoi-Albanese; il marchese Ricci, che fu ambasciatore a Parigi e
ministro con Ratazzi all'epoca della seconda riscossa che così
infelicemente soggiacque a Novara; il signor Levi, razionalista,
autore di _Giordano Bruno ed i liberi pensatori italiani_, dell'_Unità
cattolica_ e l'_Unità moderna_, e di molti altri opuscoli politici e
filosofici, collaboratore di Ausonio Franchi; il signor Ranieri, che
spesso dorme ma vota sempre bene, autore anch'esso di opere storiche
rimarchevoli e rimarcate, carattere debole ed anima indipendente,
florido di velleità più che di volontà. Io potrei citare ancora molti
altri nomi, che sotto ogni rapporto meriterebbero fissare
l'attenzione: aggiungerò solamente il signor Varese, autore di una
bella storia di Genova e di parecchi romanzi, cuore freddo, dicitura
purissima e lambiccata, intelligenza elevata; il signor Menighetti,
redattore della _Nazione_ di Firenze, uno dei capi del partito
democratico della Toscana, oggi ragionevolmente moderato, scrittore
elegante e non senza lena; il signor Toscanelli, ex-officiale di
artiglieria a Venezia, capo del partito del movimento, giovane ardente
e fantastico, molto competente in cose agricole, che pubblicava, non
ha guari, un delizioso, spiritoso ed interessante libro sulle cose e
classi agricole della Toscana; il signor Castagnola, spirito positivo
e colto; il signor Michelini, il decano dei deputati italiani,
parlatore intrepido innanzi ai rumori ed innanzi agli sbadigli, che
sempre provoca, dotto economista, spirito difficile, costantemente
nell'opposizione per gusto, per carattere, per tendenza di mente più
che per cuore; il barone Bianchi, avvegnacchè propenda più dal lato
del terzo partito che dal nostro; il signor Saracco, oggi segretario
generale ai lavori pubblici, uno dei tre, con Mellana e Brofferio, che
dopo quattordici anni siedono sempre all'opposizione, avvegnacchè i
loro amici fossero passati e ripassati al potere; e Sebastiano
Tecchio--il distinto veneziano che è vice-presidente della Camera,
oratore e scrittore pieno di forza e di grazia, pensatore all'altezza
di tutte le quistioni parlamentari, dirigendo le discussioni della
Camera con una destrezza ed una capacità a niun altro secondo.
Gallenga disse di lui, con tanta grazia e verità, che sembra un
ritratto di quei veneti senatori del suo compatriota Tintoretto, che
vive, parla e cammina. Tecchio pende egualmente piuttosto verso il
partito di Ratazzi--ed un dì sarà ministro.
Io passo, ed a disegno, su i _boudeurs_ consolabili, su i pretendenti
a portafogli, sugli uccelli di passaggio e sugli esploratori che
vengono dal campo nemico.
E perchè ne sono ai deputati, i quali non fanno che passare, aggiungo
una parola su coloro che, traversando per recarsi alla destra, si sono
smarriti e si sono arrestati su i banchi della sinistra. Potrei
nominarne parecchi; mi limito a notarne di fretta e furia due soli, il
signor Chiaves ed il signor Gallenga, avvegnacchè questi, quest'anno,
abbia fatto un passo innanzi e sia passato al centro.