Degli altri ministri aggiunti al Gabinetto ho poco a dire. Il signor

Miglietti, che fu altra volta guardasigilli, appartiene al partito di

Ratazzi e ne professa i principii. Spirito moderato, un po' indeciso,

ma onesto, egli è una delle colonne su cui poggia l'egemonia

piemontese. Il signor Cordova è un economista italiano, la di cui

capacità amministrativa non è ancora incontestata. Ciò che è

incontestabile è la sua abilità parlamentare. Egli non si occupa molto

in sostenere il Gabinetto collettivamente: difende con tenacità il suo

portafogli. Lo si dice compagno poco comodo, _mauvais coucheur_,

direbbero i Francesi. Lo si dice poco ostinato nelle sue convinzioni

ed ambiziosissimo. Si che, per restar ministro, transigerebbe su

parecchi dettagli, e poco curerebbe di aver questi o quegli a

compagno. Lo si dice invasore su i dritti dei suoi colleghi, e non

risparmiando loro ogni specie d'epigrammi. Tutto ciò ci commuove poco:

bazza a chi tocca!--come non ci risguardano le sue doti ed i suoi

difetti come uomo privato. Noi, che abbiam vissuto in Francia

lungamente, non siam mica troppo pettegoli sul sibaritismo. Ciò che

dobbiamo constatare è l'incredibile facilità di favella e di memoria

del signor Cordova. Egli è un _jenny mull_ a parole. E parla con tale

velocità, con tanto seguito, che sveglia nella nostra sala di legno e

cartone una specie d'eco dispiacevole. I discorsi di Cordova sono

pieni di vita, di brio, di movimento. Egli cita talvolta di traverso,

sconvolge i fatti e li travisa, giuoca di antitesi, di metafora, di

paradosso ed abbarbaglia come un giuocatore di bossoli. Sembra un

fenomeno. E dopo di averlo udito, si resta stupefatto, stanco,

abbarbagliato, attonito: il capo gira, si vede innanzi agli occhi un

incrociamento di mille razzi di tutti i colori, ma non si rimane punto

convinti. Cordova è un eccellente acquisto in un Ministero, ma non so

se sia un eccellente ministro. Egli ha troppe passioni, ed impressioni

troppo vive. Ora occupa il portafogli dell'agricoltura e del

commercio, portafogli di un'inutilità magnifica, ma creato

appositamente onde lusingare, nei loro uomini, le provincie

meridionali. L'è la scuola normale ove si formano le capacità

ministeriali. Per il momento, è la patria di Machiavello che tiene

l'alto nella politica italiana, l'invade, l'assorbe, e resiste

all'aggressione dei conterranei di Cavour, i quali vorrebbero

invaderla a volta loro--credendosi tutti altrettanti Cavour, e

mediocremente stimando quantunque venga d'altrove. Quanto a Cordova,

egli si crede i polsi assai forti per reggere non uno, ma dieci

portafogli diversi--e già lo si dice in via per quello dei lavori

pubblici. Egli però non è l'angelo della destra della Camera, e la

sinistra ne diffida e non poco.

I banchi della destra dell'assemblea si trovano in parte popolati di

ex funzionari, di funzionari in attività, e di funzionari in

aspettativa. Il loro capo, dopo l'avvenimento alla presidenza del

Consiglio del barone Ricasoli, fu per un pezzo Buoncompagni; oggi, per

una rivoluzione di giannizzeri, è il signor Lanza.

Due o tre volte ministro, il signor Buoncompagni non si mostrò

veramente sotto il suo vero punto di vista che in Toscana, sia come

ambasciatore del re presso del Granduca, sia come Commissario di S. M.

dopo la partenza del Lorenese. Là, nelle due parti, bisognava un uomo

a figura spessa ed imperturbabile, che non tradisse giammai il suo

pensiero e la sua impressione; un uomo che parlasse molto, senza mai

compromettersi; un carattere facile ed affabile, perchè non lo si

stancasse molto di riclami, di proteste e di recriminazioni; pronto al

sorriso, ai modi cortesi, l'animo benevolo, carattere senza angoli. Il

signor Buoncompagni rappresentò la sua figura a meraviglia, e potè a

suo comodo imbaggianare Leopoldo II e provocare l'annessione.

Buoncompagni ha la parola fluente, è pieno d'idee politiche, un po'

scucite, è cattolico.... Ma quando domanda a parlare, tutti si

accomodano nella postura la più agiata per sonnecchiare sotto una

doccia di parole monotone, senza accento, senza vita, molli: ovvero

chi di qua, chi di là, terminata la corrispondenza con i suoi

elettori. Buoncompagni fa capo per _interim_, nè è uomo che sembri

ammagrirne, oggi che non lo è più.

Il vero capo sarebbe Farini, se fosse assiduo alle sedute--come

avvenne per un momento dopo la morte di Cavour. Farini non ha più

l'itterizia: ma egli l'avrebbe data, se avesse continuato, a quel

povero Minghetti, in faccia del quale si era assiso e lo covava con

occhi beffardi e sarcastici. Collocato tra Farini per davanti e

Ratazzi sul capo, Minghetti ne intisichiva a vista. Io non ho bisogno

di delineare il profilo di Farini. Da quattro anni non si parla che di

lui. Testa forte e profondamente accentuata, tratti vigorosi, naso

aquilino, spirito ambizioso e soffice, scrittore elegante e collerico

contro coloro che non dividono le sue idee, vanitoso ed epicureo,

trincia da principe con agiatezza, ma parla all'occorrenza da tribuno.

Farini ha pubblicato delle _Storie d'Italia_ che ebbero successo

meritato--avvegnacchè parzialissime. Fu ministro. Ma troppo inquieto

ed impaziente, ebbe velleità di disegnare la sua persona di una

maniera assai spiccata in faccia del conte di Cavour. L'astuto

grand'uomo lo sguinzagliò sulle ruine della casa di Borbone, lo lasciò

solo, senza consigli, senza direzione, e Mario-Farini ritornò, dopo

due mesi di dittatura, non per uccidersi come il vincitore dei Cimbri,

ma per purgarsi nella sua bella villa di Saluggia. Il signor Farini

sarà ministro di nuovo, e ciò forse fra non guari, e ciò non senza

utile. Perocchè Farini, malgrado il suo incomparabile fiasco di

Napoli--dove ha lasciato memoria d'implacabile rancore, Farini, dico,

possiede abilità incontrastabile. Egli ha idee, coraggio, iniziativa,

colpo d'occhio, spirito svelto e non inceppato da precedenti o da

convinzioni intangibili, e sopra tutto attività--se la malattia non lo

ha rotto, come si buccina. Se Farini disdegna comandare la falange

della destra, gli è per negghianza. E di quinci l'importanza di Lanza.

Il signor Giovanni Lanza ha lasciato, come Presidente della Camera

Piemontese, legato di odio alla sinistra, che lo addimandava un

gendarme, perchè toglieva inesorabilmente la parola ai membri di

questa parte dell'assemblea. Senza averne ben l'aria, il signor Lanza

è intollerante come un cattolico. La sua presidenza della destra è

inesplicabile; perocchè nulla in lui rivela la supremazia, nè

l'abbondanza e novità delle idee, nè l'acuzia e la prontezza

dell'intelletto, nè il prestigio della parola, nè la facilità di

riassumere _avec bonheur_ una discussione, una situazione, nè

l'ascendenza, brillante di una superiorità incontestata. Uomo

mediocre, pedante, a vista fosca, senza tatto politico, chiuso nella

cerchia della Dora e del Po, non sa armeggiare, non ha sangue freddo,

non ha prontezza di risorse, non ha sintesi, è personale, ristucca

quando parla--in una parola, è un corpo completamente opaco, e giammai

uno straniero che cadesse nuovo nelle nostre sedute si dubiterebbe, a

vederlo, ad udirlo, a riudirlo, a udirlo di nuovo, a vederne la

tattica, che quello sia il dittatore della destra. Mille e mille volte

questo posto sarebbe meglio spettato al Minghetti, al Mancini, allo

stesso Lafarina, ed a chiunque altro. Come semplice deputato, poi, il

Lanza è uno dei pregevoli e distinti membri della destra. Egli ha la

frega degli ordini del giorno--e ciò si comprende, dovendo

sintetizzare l'opinione della destra.

Vicino al Farini, o in quelli banchi, si rimuove il signor Boggio,

l'_ergoteur_ lo più complimentoso ed al medesimo tempo lo più

aggressivo della Camera. Intelligenza svegliata, parola facile,

tendenza pronunziatissima al paradosso, spirito fantastico e

stravagante, spingendo l'indifferenza del _che se ne dirà?_ fino al

difendere le proposizioni le più assurde, ed attaccare gli atti i meno

pericolosi del governo.... ecco il tipo di questo arguto, corto e

grosso professore del dritto costituzionale dell'Università di Torino.

Poco lungi sta il signor Pasini, il quale è incontestabilmente uno

degli uomini i più eminenti della nostra Camera. Il signor Valentino

Pasini si arranga tra i finanzieri. Egli ha pubblicati parecchi

articoli ed opuscoli sulle finanze italiane ed austriache. È il primo

che abbia parlato in blocco della situazione finanziaria d'Italia e

della necessità economica che avrebbe un dì o l'altro obbligato

l'Austria a disfarsi della Venezia. Erudito relatore dei progetti di

legge, che han rapporto a questa parte dell'amministrazione italiana,

lo si incontra sovente sulla breccia ove egli sa tenersi

gagliardamente.

Al disopra sbadiglia il signor Leopardi. Ma quando cessa di

sbadigliare, questo deputato dall'aria fina ed ironica, gli è per

difendere, per esempio, con una voce debole e melliflua, un convento

di Carmelitani, i quali domandano a restare malgrado la legge

dell'abolizione poi conventi--perchè i Carmelitani mangiano bene, o

per difendere la causa di una comunità dì religiose di S. Teresa, o di

S. Orsola--perchè quelle serve di Dio fanno delle eccellenti conserve

e dei squisiti camangiari. Il signor Leopardi fu per dieciasette

giorni, nel 1848, incaricato di affari del re Ferdinando II presso del

re Carlo Alberto. I dieciasette giorni di missione gli han procurata

una pensione di ritiro di franchi 12,000 l'anno. Il signor Leopardi è

convinto che, con questa missione, egli fece l'Italia per tre quarti.

Egli passa i suoi ozii attuali dando dei pranzi ai suoi amici e

nemici. Io non so se il Leopardi fu, o se egli è diplomatico. So che

egli accomoda i maccheroni al sugo con la stessa abilità di Rossini, e

prepara l'estratto di pomidoro quasi così bene che Mercadante. I

signori deputati preferiscono i pranzi ai discorsi di Leopardi.

Il migliore scrittore di _pamphlets_ politici in Italia è il signor

Torelli--_alias_ Ciro d'Arco. È pieno di brio, non manca di spirito,

ha la pennellata ora forte, ora graziosa, secondo gli piace, ha stile

pieno di movimento, che seduce e ricrea. Non so se sia oratore. Par

uom modesto e gentile, e poco curante di brighe, il deputato lo più

pretenzioso, dopo Zuppetta, è l'ex-ministro Jacini. Egli scrisse

taluni articoli sulle finanze lombarde superiormente rimarchevoli, a

tempo dell'Austria, quando era forse pericoloso occuparsi di simile

bisogna. Egli seppe resistere alle piaggierie degli arciduchi--che che

se ne sia susurrato in contrario, ed a causa di ciò, quando il conte

di Cavour concepì l'idea dei Ministeri topografici, ei destinò il

signor Jacini per quella famosa _sinecure_ dell'agricoltura e del

commercio, e poscia per il portafogli più importante dei lavori

pubblici. Il signor Jacini appartiene a quel piccolo gruppo di

innocenti dottrinali lombardi, che sieggono alla sinistra--detta la

chiesa della _Perseveranza_, e di cui parlerò più tardi. Egli è

competente in fatto di quistioni economiche e di lavori pubblici, ma,

si dice, egli si reputa troppo competente--quasi maestro. Il signor

Jacini, del resto, non si mostra mica sovente, nella discussione, da

uomo che si riserva.

A canto a lui tiensi l'ex-ministro Vegezzi, vecchio flemmatico, che

non ha rinunziato a rientrare agli affari, quando l'ora gli suonerà

opportuna. Egli ha ricusato per ora il portafogli della giustizia, e

deplora, senza potersi consolare, come Calipso della partenza dì

Ulisse, la partenza per Atene del suo amico vicino il conte Mamiani.

Un altro ex-ministro, il signor Corsi, resta intrepido al suo posto e

non sogna più, a quanto pare, del paradiso perduto, che non erasi data

la pena di guadagnare, nè si curò di conservare. Egli accompagna dei

suoi voti e del suo voto il vascello che conduce Ricasoli e la sua

fortuna. Se vi segnalo il signor Corsi tra i 350 membri della

maggioranza, egli è perchè egli ha un valore incontestabile.

Passiamo su Raeli, su Menotti, il solitario della destra, su Busacca,

un buon economista, su Bertolami, intelligenza viva, ornata, facile,

ma vaporosa; su Gustavo di Cavour, nobile e fiero carattere,

intelletto colto, ma corto, ultramontano; su Alfieri, il quale par

soccombere sotto il nome che porta ed il nome di Cavour che crede

gravitargli su per alleanza, luogotenente di Chiaves, e fino fiore

dell'egemonia piemontese, cattolico, spirito in ritardo con delle

velleità di diventar capofila; passiamo sull'ammiraglio Persano, il

valente bombardatore di Ancona e di Gaeta, sempre pronto a spandere i

suoi lumi sugli affari della marina, e non imponendosi mai. Passiamo

altresì su Andreucci, vice-presidente della Camera, toscano molto

istrutto, fino, logico, avvocato, autonomista amministrativo, molto

competente in tutti gli affari di Governo, lottatore infaticabile

negli Uffici e modestissimo nell'Assemblea; passiam presto, per

pericolo di morbo, su Baldacchino, estratto di gesuita, di

sufficienza, d'incapacità. Commendatore senza pretesto, figura di

fuina, o meglio, di topo in buon umore; passiamo su Lacaita e

Caracciolo, irrequieti, mosche del cocchio sempre affannati,

affannosi, dando l'affanno, vespe che ronzano intorno ai banchi

ministeriali; passiamo su Spaventa, impotenza incorreggibile, fiele

che intossica quantunque tocca, frantume astioso dei naufraghi

napoletani; grand'uomo che non parla, che non scrive, che non pensa,

che tutto dissimula per un sorriso d'importanza.... _prætereaque

nihil!_ passiamo.... ed arrestiamoci per un momento a quel signore

fulvo, smilzo, allo sguardo inquieto, che percorre la sala tutta

dall'alto del suo banco, a fianco del presidente. È il conte

Chiavarina, il questore, il di cui rigore cortese e a lunga

_silhouette_ ghiaccia l'inchiostro nella penna dei giornalisti e la

parola sulle labbra dei deputati nuovi--sì che sarebbero per dargli

dell'Eccellenza. Passiamo, perchè abbiamo fretta, su Cavallini,

segretario perpetuo di tutte le nostre assemblee, da dodici a

quattordici anni; sul questore conte Cantelli, che ha lasciato gran

memoria di sè nel suo corto passaggio alla luogotenenza di Napoli,

uomo colto, cortese, molto addentro nelle cose di pubblica

amministrazione; e sul bravo generale Pettinengo, il quale salì cinque

volte all'assalto delle alture di S. Martino, e che viene alla carica

contro la sinistra, come se fossero i suoi croati del 1859, ogni qual

volta questa si mischi degli affari del ministero della guerra. Il

Pettinengo fe' bella prova in Sicilia, dove assistè all'agonia

dell'autonomia di questa provincia, e ne partì festeggiato.

Ma come lasciar ancora qui nell'ombra questo severo general logico,

cui si tiene da un anno in qua alle porte del ministero della guerra,

in favore del quale e pel quale egli prende talvolta la parola con

tanta autorità ed abilità! Il generale Cugia è un sardo, di grande

nobiltà, della famiglia di S. Orsola; ha fatto la sua carriera con

rapidità; esercitò le funzioni di ministro della guerra a Napoli,

poscia a Torino per parecchi mesi. Ma non si osò confidargliene il

titolo perchè egli ha una colpa, una felice e fortunata colpa.... ha i

capelli neri ed è giovane, ahi lasso! Che non pagherebbe egli dunque

un cosmetico per darsi i capelli grigi! eh? Il general Cugia deve

sospirare i tempi de _l'Oil de poudre_ della corte di madama di

Pompadour.

VIII.

Gli ex-repubblicani della destra.--Lafarina, Amedeo Melegari,

Correnti, Arconati-Visconti, Giorgini, Broglio, Matici, Pescetto,

Ricci, Valerio e Susani, Finzi, Sella, Carutti, Malenchini.--Che

sarebbe la destra se la situazione cangia.

_Torino, 7 luglio 1861 e 1 marzo 1862_

Vado a spigolare ancora qualche nome nel campo della destra per darvi

la fisionomia esatta di questa parte della Camera, poco variata quando

trattasi di votare, profondamente accentuata in sè stessa. La destra

componesi di uomini arrivati da tutti gli angoli d'Italia, usciti da

tutti i partiti che hanno animata ed agitata la Penisola da trent'anni

in qua. I transfugi della repubblica vi sono numerosi. Vi sarebbe uno

studio molto curioso a fare su i precedenti di questi uomini, sì

convinti oggidì, sì compatti innanzi alla parole d'ordine del

Ministero, ed jeri atleti di libertà, apostoli d'indipendenza e di

democrazia, verde o rossa poco importa. Ma non rimuoviamo delle ceneri

di già raffreddate, cui un nastro di Commendatore, una livrea di

consigliere di Stato coperse.

Vedete il signor Lafarina, per esempio, sul quale han piovuto tante

calunnie e tanti elogi egualmente immeritati! Nel 1848 il signor

Lafarina si dava come un repubblicano intrattabile. Restò ad un

dipresso tale in Francia fino al 1852 quando partì per Torino. Qui il

repubblicano si svaporò e ne sbucciò fuori il _piemontese_. Dal

_piemontese_, inaffiato dalle carezze del conte Cavour, germogliò il

conservatore, e poi, via via, il resto--e le metamorfosi non sarebbero

ancora finite se avessero più corso o valore venale sulla piazza.

Questi _revìrements_ non vanno a garbo a tutto il mondo: ed ecco

perchè quest'uomo di un ingegno vivo, ma superficiale, parlatore

facile; scrittore più facile ancora, imperciocchè egli ha messi giù

non so quanti volumi parlando di tutto e di tutti, ecco perchè egli è

attaccato d'ogni parte con passione, e difeso debolmente. La pagina la

più rilevata della sua vita è l'influenza ch'egli esercita sull'azione

della _società nazionale_ di Manin, e la lotta che osò intraprendere

contro Garibaldi a Palermo. Da quest'urto infelice egli si ritirò

pesto.... e consigliere dì Stato! Nondimeno, occorre il dirlo, l'uomo

vai cento volte meglio della riputazione che gli hanno fatta i suoi

nemici e la sua flessibilità--avvegnacchè l'uomo non valga gran prezzo

e le pretensioni siano immisurabili.

Il signor Amedeo Melegari fu un dì _l'alter ego_ di Mazzini in

Italia.--Rivisto e corretto dai tempi, è oggi un sapiente professore e

consigliere di Stato. Siede alla destra, quantunque amico di Ratazzi,

e sua creatura. È dispiacentissimo, non troppo intollerante,

competentissimo in tutte le questioni politiche ed amministrative; è

autore di lavori letterari molto stimati.

Il signor Correnti, un altro consigliere di Stato dell'anno scorso,

fu, prima del 1848, repubblicano e capo del partito democratico

lombardo. Egli era il tratto di unione tra la borghesia e la nobiltà

liberale di quelle provincie. Dopo la rivoluzione divenne segretario

del Governo provvisorio di Lombardia, e per conseguenza _fusionista_,

come chiamavansi allora gli _annessionisti_ del 1859. Al ritorno di

Radetzki a Milano. Correnti emigrò in Piemonte, dove servì di mira a

molte calunnie, a molte vessazioni del partito più avanzato. Cavour

provò di tirarne qualche cosa per un momento, poi l'abbandonò, perchè

Correnti ha in fondo un carattere svenevole, vaneggiatore,

_défaillant_, _réveur_, poetico, artista, ciò che ripugnava

supremamente al conte di Cavour. Nel 1859 Correnti si gittò testa giù

negli avvenimenti, si mischiò di tutto, e si trovò a gala e

potentissimo dopo Magenta--quasi Magenta fosse stata vinta da lui.

Ebbe un'ora d'imperio sui Lombardi disimbastati dai croati--un'ora

sola. Correnti è uno scrittore elegante e un pubblicista di primo

ordine. È l'uomo meglio versato nelle scienze statistiche in Italia.

Ha il carattere flessibile, ma puro; lo spirito elevato,

chiaroveggente, ed ornatissimo. Egli non parla, ma i suoi discorsi, a

metà letti ed a metà recitati, hanno avuto sempre successo. È egli

convertito? chi lo sa! Gli uomini nei quali il sentimento artistico

prevale e predomina, e la fibra letteraria risuona, ad un'ora data

scoppiano.... Ma io dimenticavo che il signor Correnti è consigliere

di Stato!

Evvi nondimeno un altro lombardo il quale non ha mai variato, ed è il

marchese Arconati-Visconti. L'anima si riposa arrestandosi su questa

nobile e ricca figura. Lo si prenderebbe per un canonico. Rosso, senza

un pelo sul volto, sorridente, vestito di nero; gli occhi a fior di

testa, illuminati da una lagrima; con una confortevole pinguedine,

delle maniere gaje e facili; il marchese possiede una grossa fortuna

ed è incontestabilmente uno dei più grandi filantropi d'Italia.

Aggiungerò, che non è intollerante, che è sensato e niente affatto

vanitoso. Esiliato nel 1821 dall'Austria, passò una parte della sua

vita a Parigi, ove consolò tutti gl'infortunii degli emigrati. Ora

egli spende le sue ricchezze in beneficenze. L'è in casa sua che fu

raccolto e morì il nostro Tirteo nazionale--Berchet. Il marchese

Arconati Visconti è cattolico, ma non oltramontano--io sarei per dire

che egli è piuttosto cristiano. Quantunque conservatore, resta in

quella indipendenza illuminata cui gli inspira un giudizio esatto e

severo della situazione.

Come antitesi di questa testa rigogliosa e fiorita, osservasi, proprio

a fianco a lui, la testa giallognola e malaticcia del Giorgini. Questo

toscano fu l'amico intimo di Giusti, il nostro inemulato Giovenale,

egli è l'amico di Ricasoli ed il genero di Manzoni. In ogni tempo

moderato, spirito vòlto all'ironia ed allo scherno, un po' scettico,

carezzando ed aguzzando l'epigramma, che sempre ferisce e talvolta

dilania, egli votava col ministero, senza guardar pel sottile, quando

ministri erano Cavour o Ricasoli. Il signor Giorgini è maestro nelle

scienze economiche morali; scrive con uno stile ammirabile, quantunque

un po' troppo fiorito, _pimpant_, e mirando al concetto di effetto. Lo

si legge con supremo diletto e con profitto. Egli non parla sovente,

ma la sua parola è chiara e correvole. Autonomista prima,

all'Assemblea toscana del 1859 credette all'unità italiana, e vi crede

ancora, ma bilanciando tra l'incentramento e le regioni del Minghetti,

con ogni dovere sepolte. La _commissione governatrice_ toscana, nel

1859, gli confidò una missione diplomatica a Torino onde sollecitare

l'intervento piemontese in Firenze. Giorgini ha pubblicati parecchi

opuscoli letterari e politici che si leggono con vivo interesse.

Rimarchevolissimo è l'ultimo sulla centralizzazione.

Bisogna che io dica una parola di un altro economista lombardo, assiso

ai medesimi banchi--il signor Broglio. Figura e spirito burbero,

all'apparenza pesante, ma nel fondo gajo e burliero, il signor Broglio

piacesi a far parte dell'impopolare. Io l'ho veduto, in questa

sessione, prendere due volte la parola per offuscare certe

disposizioni liberali dello Statuto stesso--e, più spesso ancora, per

difendere o per proporre misure odiose o illiberali. La sinistra non

l'ama, il centro diffida delle sue proposte, e la destra stessa

raramente lo segue. Del resto, Broglio è un uomo molto colto, ha senso

retto; quando la passione non lo altera, è di carattere molto

onorevole.

Io noto ancora a volo di uccello, in questa parte della Camera, il

signor Mattei, ingegnere delle costruzioni navali, distintissima

capacità: l'ingegnere Grattoni, che inventò le macchine del

perforamento del Cenisio; il colonnello Pescetti, il quale prende, con

una autorità incontestata, la parola negli Uffici su tutte le

proposizioni di lavori pubblici; il general Petitti, di cui parlerò

più appresso; il marchese Ricci di Macerata; gli ingegneri Valerio e

Susani, parlatori che danno l'asma, avvegnacchè competenti nelle

materie che trattano ordinariamente; il primo uno dei campioni perduti

del piemontesismo, l'altro, un dì ex corriere di gabinetto di Mazzini,

repubblicano, socialista, e tutto ciò che vi piace; ora autorevolmente

conservatore; Fenzi, a cui Ricasoli confidò il comando della Guardia

Nazionale di Firenze, moderato prima, adesso, e dopo, parlando

benigno, scrivendo meglio.

Io mi soffermo un poco su tre altre figure, le ultime che ho segnate

della destra, prima di passare alla sinistra--saltando sul centro, il

nostro _pantano_, o, se volete, la nostra _pianura_--vale a dire, il

colonnello Malenchini, il commendatore Carutti e Quintino Sella.

Indico in passando il valente professore e naturalista napoletano

Oronzio Costa--onore d'Italia e dell'Assemblea--avvegnacchè egli

prenda poca parte ai nostri lavori parlamentari. Egli è uno dei

caratteri i più diritti ed i più onesti dell'Italia meridionale.

I moribondi del Palazzo Carignano · 第 7 / 11 段