Verso la metà del XIV secolo, questo Bettino era ritornato vincitore

dalle guerre di Romagna. Capitano del partito guelfo, si adoperava a

fare allontanare dal Governo i ghibellini. Per ottenere la condanna di

due membri di questo partito egli aveva parecchie volte, ma

inutilmente, rimaneggiato il Consiglio dei _Ventiquattro_, il quale

doveva approvare questo decreto. Lasso di pazienza, il barone Bettino

lo convoca un giorno a palazzo, quindi ordina di chiudere le porte, e

se ne fa portare le chiavi. Poi giura che alcuno non uscirà di quivi

prima che il decreto di bando non fosse sanzionato. Il Consiglio

resiste. Bellino presenta ventidue volte lo stesso decreto. Infine

affamati, stanchi, nel mezzo della notte, i Ventiquattro cedono e

passan la legge.

Il Bettino d'oggi non vi par desso fuso nello stesso stampo del

Bettino del XIV secolo?

Per comprendere questo strano tipo bisogna vederlo nel suo vecchio

castello di Brolio. Quello è la cornice di questa figura di Holbein.

Quel castello non è mica una ruina. Sembra fabbricato d'ieri, talmente

è completo, instaurato in tutte le sue parti, studiato in tutti i suoi

dettagli. Si direbbe, a vederlo, essersi in pieno XV secolo, alla

vigilia di un assedio o di un assalto. Non una pietra che scaltrisi

dai vecchi muri, i fossati: intatti e netti, non un anello irrugginito

nelle catene dei ponti levatoi, non un chiodo che manchi ai ponti ed

alla saracinesca. La sala d'armi dei suoi antenati è in ordine e le

armature ne sono ricche e numerose. Ed il barone attuale, per provare

che egli non è degenere, le indossa di tempo in tempo, in convegno di

amici, e ne regge il peso senza soccombere. Se degli arcieri non

vegliano più sulle torricelle del vecchio castello, dei terribili

molossi ne guardano le porte. Poi vi si trova un'eccellente biblioteca

e dei magnifici giardini. La domenica, il barone Bettino, come gli

eroi di Walterscott, legge la preghiera nella grande sala del castello

ai suoi contadini ed ai numerosi suoi domestici, ed il cappellano

resta in piedi al suo fianco. Il barone sposò una nobile giovinetta

della famiglia dei Bonaccorsi. A capo di nove anni, passati quasi

sempre nel recinto del castello, questa graziosa castellana morì,

lasciando un'unica figlia. Ed al letto di morte solamente fu dato ai

parenti vederla. L'imperio misto di signor feudale e di patriarca, che

il Ricasoli esercita sulla sua corte e su i suoi fittaiuoli, non ha

più l'aria dei tempi nostri. Entrando a Brolio, si lascia il XIX

secolo ai limitari. L'età mediana rivive, col conforto della nostrana,

e la poesia di quei dì in cui si adoravano due poteri: la forza e la

bellezza.

Lo spirito è colpito all'aspetto del barone Ricasoli. Si crederebbe

risuscitato un ritratto di Alberto Durer o di Giorgione. Grande,

magro, ritto, i capelli rossigni, i lineamenti pronunziati ed

angolosi, l'occhio velato; sempre bottonato e inguantato; la faccia a

punta, come quella del cardinale di Richelieu; la fronte alta, lucida,

senza rughe, ampia; i movimenti subiti, bruschi, convulsi; impetuoso e

sanguigno, e nondimeno freddo e degno; il passo lento, e nondimeno

agitato come quello del tigre; la voce metallica, quantunque

leggermente nasale, ma non disarmonica, nè spiacente; camminante

dritto, ma dondolantesi; facile all'abordo, ma tenendosi in distanza

per un certo non so che, che interdisce la dimestichezza, la

confidenza, l'espansione del cuore.... il barone Ricasoli vi attira e

respinge nel tempo stesso. Voi provate in faccia a lui un misto di

trepidanza, di rispetto, di ammirazione e d'inquietudine. Il barone

Ricasoli non ha età. Egli è un gentiluomo compito e di rara probità.

Fino al 1847, quando la vita italiana si risvegliò, il barone Bettino

viaggiò, sovraneggiò nelle sue torri e nelle sue terre, ove si addisse

all'agricoltura e scrisse talune memorie speciali. Egli fece

dell'agricoltura--sola cosa che resta oggimai all'aristocrazia, la

quale non possa più servire il suo paese con le armi, e disdegni

servire le corti.--Fece dell'agricoltura per il progresso, per la

scienza, per ammigliorare le sorti dei suoi vassalli. Il barone

Ricasoli ottenne, per i suoi eccellenti vini di Chianti, una medaglia

all'Esposizione di Parigi e la croce della Legione d'onore. Nel 1847

egli osò scrivere un _Factum_, ove espose al Granduca la difficile

situazione della Toscana, e domandò delle _istituzioni monarchiche_

secondo le convenienze dei tempi. Leopoldo II non se ne tenne mica per

offeso, perocchè il diapason di quell'anno era molto più elevato che

le istituzioni monarchiche. Vennero le difficoltà tra il duca di

Modena, l'Austria e la Toscana, a proposito della cessione del Ducato

di Luca. Leopoldo II, avendo scelto come arbitro Carlo Alberto, gli

mandò il barone Ricasoli, il quale compiè la sua missione con

successo. In questo frattempo la rivoluzione scoppiò.

Ricasoli fondò allora un giornale intitolato la _Patria_, con

Salvaglieli e Lambruschini, in cui si addotto il programma: _fuori i

barbari_. Il più spinto di tutti era il barone Ricasoli. Egli spiegò

il suo programma unitario di una monarchia nazionale e dell'Italia

affrancata dal papa e dall'Austria. Lo si trattò di utopista.

Nondimeno egli non volle unirsi a Montanelli ed a Guerrazzi. Dette la

sua demissione di gonfaloniere di Firenze, e declinò qualunque

partecipazione al governo democratico. Ma fece parte della

_commissione governativa_, la quale si formò poco dopo per richiamare

il Granduca.

Ricasoli richiamava il principe: il principe tornò con gli Austriaci.

Il fiero barone rimanda allora al Granduca la sua decorazione e va a

seppellirsi nel suo castello di Brolio. Poi, come Leopoldo II sotto il

pretesto di prosciugar le Maremme prosciugava le tasche dei suoi

sudditi, il castellano di Brolio, volendo dargli una lezione, compra

un distacco di questi stagni, si reca in Inghilterra, ove incetta

delle macchine possenti, torna in Italia, si conduce sul sito con i

suoi contadini, brava le spese e la febbre, e quei terreni sono

fertilizzati.

Gli avvenimenti del 1859 arrivano.

Il partito dei moderati aveva redatto un libercolo, che era una

dichiarazione di guerra alla casa di Lorena--_l'Austria e la

Toscana_--ma non osava pubblicarlo. Si voleva, tutto al più,

avventurare, un indirizzo e domandare delle riforme. Ricasoli respinge

con disdegno questo mezzo termine. Aggiunge il suo nome a quello degli

autori, ed il manifesto viene a luce. Il Granduca, sfidato, accetta il

cartello e sollecita l'ajuto del suo esercito in frattanto che

arrivassero i Tedeschi. L'esercito toscano fraternizza col popolo.

Leopoldo II, ricordandosi la storia del 1848, sale in sedia da posta.

Il popolo lo lascia partire, schierandosi in due ale, lungo la via,

sul suo passaggio, e dicendogli _addio_, di un'aria beffarda. Il

Granduca saluta serio serio, poi, alla frontiera, prendendo fiato e

coraggio, risponde del medesimo tuono sardonico: A rivederci!

Il bravo principe! Ah! non è mancato certo da lui se non ha tenuto

parola--nè dall'Imperatore dei Francesi--forse!

Il barone Bettino cominciò per essere ministro dell'interno del

commissario del re Vittorio, il signor Buoncompagni. Egli conobbe

probabilmente tutti i progetti che erano sul tappeto a quell'epoca.

Fece accoglienze graziose ed oneste al quinto corpo di esercito, che

occupò la Toscana, preparandosi di marciare su Mantova. Poi egli si

mise a meditare l'articolo della convenzione di Villafranca, ove è

detto: «I principi di Parma, di Modena e di Toscana saranno

_richiamati_!»--Non sono io certo colui che li richiamerà giammai,

dice il barone Ricasoli, ed i Toscani neppure!

Il signor Buoncompagni deve lasciar la Toscana. Ricasoli vi resta

governatore-dittatore. Egli fa il suo testamento, deciso a tutto, e

prende la risoluzione di compiere la sua missione: Dite a quei

signori, esclama egli una notte, facendo i suoi addii a qualcuno che

partiva per Parigi, dite loro che io ho dodici secoli di esistenza,

che io sono l'ultimo della mia razza, e che darò fino all'ultima

goccia del mio sangue onde mantenere l'integrità del mio programma

politico.

Voi non avete certo obliate le missioni officiose di La Ferrière, di

Reizet, di Pietri, di Poniatowski. Il conte di Cavour fece accettare a

Parigi il programma del barone Ricasoli. E come a Parigi si era

dimandato che si fosse guardata salva l'_autonomia_ della Toscana, ed

il conte di Cavour vi aveva consentito, Ricasoli protestò. «Io non

voglio dì codesta parola» fece egli dire a Cavour dal suo segretario.

La parola però passò nella formola officiale pronunciata dal re. Il

barone Ricasoli se ne dolse con S. M., la quale lo rinviò al suo

ministro. Il conte di Cavour calmò gli allarmi del barone, dicendogli:

«Teniamo conto dei fatti e non cavilliamo sulle parole.»

Ricasoli ritornò in Toscana come governatore generale, mentre che il

principe di Carignano vi andava in qualità di luogotenente del re.

L'amministrazione di Ricasoli, durante questi due anni, l'è una lamina

di ferro forgiata senza giunture. Nulla lo scuote, nulla l'adombra e

lo atterrisce. Il popolo comincia dal trovare che questa guerra, cui

il barone Ricasoli fa alla stampa, alla parola, alle persone che non

professano le sue opinioni, al voto degli elettori, alla guardia

nazionale, che questa guerra è fuori tempo, fuori luogo, fuori di

occasione. Ma quando il popolo vede quest'uomo, che non si commove di

nulla, che brava tutto e tutti, che lavora dalle sei del mattino fino

ad un'ora dopo la mezzanotte, che non tocca un quattrino di onorario,

anzi versa del suo nel tesoro, che non ha altre ambizioni che il

trionfo di una grande causa, che sacrifica senza muovere palpebra

questa nobile Toscana, di cui egli comprende meglio che ogni altro lo

splendore tradizionale; quando egli vede quest'uomo corazzato di una

fede di acciaio.... la confidenza nasce in tutti i cuori. Ognuno si

riposa sull'abilità, sulla magnanimità di questa terribile sentinella,

e la si lascia fare. Ed affè di Dio! Ricasoli non si addormì giammai.

Al Guerrazzi, bella gloria di Toscana, ed orgoglio delle lettere

italiane, è interdetto di passar la frontiera. A Mazzini, che era

sguizzato nell'impero del barone Ricasoli come una biscia, è data la

caccia dai carabinieri; ed il formidabile barone gli promette che, se

per avventura cadrà nelle sue mani, egli lo farà rinchiudere nel suo

proprio castello di Brolio, ove egli sarà trattato come principe, ma

donde non uscirà più che ad _Italia fatta e compiuta_! E ciò dopo

averlo udito, veduto, preso atto delle sue parole ed espressigli i

suoi intendimenti. Si permette a Montanelli di venire perchè non lo si

teme, ma lo si sorveglia e lo si annulla. In Toscana non vi fu allora

che un uomo, una voce, una volontà, un pensiero, uno scopo, una

forza--Bettino Ricasoli ed il suo programma!

Il barone Ricasoli non è mica una forza attiva, poichè egli manca

d'iniziativa. Egli ha la forza del bronzo: la tenacità, la resistenza.

Ricasoli non ha una comprensione larga, estesa; ma egli vede chiaro,

sa meglio sintetizzare che analizzare. La sua eloquenza è strozzata ed

oscillante: ma il suo pensiero è profondo ed esatto. Egli non è uomo

di genio, ma uomo di stato--nel senso, che ha il tatto sicuro, o se

vuolsi, l'istinto della situazione, e non bilancia punto in trovare ed

applicare i mezzi i più semplici, i più efficaci, i più spicciativi

per dominarla. Egli è logico come un colpo di spada: ei taglia.

Quando i diplomatici francesi lo circonvenivano in Palazzo Vecchio e

lo assediavano, e lo insidiavano con mille modi, minacce, promesse,

suggestioni, speranze, il barone non rispondeva che per queste parole:

_Vous traitez avec moi, donc vous me reconnaissez:--Du tout!_

sclamavano quei signori stupiti.--_Eh bien, alors_, ripigliava il

barone, _entre vous et moi il n'y a aucun point de contact:

laissez-moi la paix!_

Ricasoli non si stanca giammai. Quattro ore di sonno, una fetta di

pane al burro ed un bicchier d'acqua, ecco i suoi bisogni. Egli non ha

cuore: ma egli ha più di fierezza che Luigi XIV. Ride di raro. È

generoso, ma formidabile. I suoi contadini tremano al suo avvicinarsi,

e nondimeno egli li ha fatti ricchi e resi felici. Giammai

individualità non fu più intera, meglio custodita, più altamente

disegnata. La sua parola è sacra. Egli si è convertito tardi

all'Italia; ma questa conversione è divenuta una coscienza, con tutta

la severità di un principio.

Il barone Ricasoli si è fatto protestante, dicesi, nauseato degli

intrighi della corte di Roma. Grave, rigido, probo, disinteressato,

egli non teme alcuno, non guarda mai in giù, va dritto al suo scopo,

non considera nulla, non perdona giammai. Egli freme ancora che

Guerrazzi abbia osato un dì disonorare la dimora dei suoi antenati,

con una visita di polizia. Nel 1848 si accusava il barone Ricasoli di

nascondere dei cannoni al servizio del Granduca. Ed infatti la polizia

trovò dei cannoni dietro i vecchi merli delle sue torricelle, ma erano

dei cannoni di legno, dipinti in bronzo, per effetto del paesaggio!

Ricasoli scrive con eleganza fredda e sentenziosa, ha il gusto delle

arti. Il suo spirito è colto, ma sdegna farne parata. Sa dominare la

sua collera: ma non se ne cura sempre. È ambizioso, ma con grandezza e

pazienza. Amministratore poco pratico, ma perseverante, assoluto,

conscienzioso. Ha aria calma e severa, la parola corta; è incapace di

transigere, perchè fatalista; sdegna la collera del popolo: è audace,

perchè intrepido.... Il barone Ricasoli è un ammirabile strumento di

governo nei tempi difficili. Egli può salvare una nazione.

Ora il barone Ricasoli si presenta all'Europa con un programma

officiale. «Io continuerò, dice egli, la politica del conte di

Cavour.» Ma il barone Ricasoli non è uomo a fondersi in altro stampo

che il suo. Egli stesso è tutto un programma. Ricasoli è una

negazione.

Egli significa la negazione dell'egemonia piemontese e dell'autonomia

delle altre provincie. Egli significa la negazione di qualunque specie

di compromesso, che rimpicciolirebbe la grandezza, l'onore,

l'integrità della patria. Tutto--senza condizione! Ecco la sua divisa.

Egli non è uomo a perdere un sol pollice di terreno, un solo dritto

acquistato. Ei resta in piedi, senza rinculare giammai, o spezza le

difficoltà. Egli non mercanteggerà alcuna alleanza; ma solleciterà

l'armamento, onde mettere l'Italia a portata di farsi ascoltare e di

farsi rispettare. Il barone Ricasoli non è guanto gittato all'Europa:

ma un terrapieno innalzato contro qualunque specie di pressione

straniera, contro qualunque specie di violenza interna. Il barone

Ricasoli è la più eclatante attestazione dell'unità italiana.

Otto mesi di governo, per chi li giudica, come me, senza prevenzione

di sorta, han confermato il sopradetto giudizio che io dava di questo

uomo di Stato, appena qualche giorno dopo che egli fosse entrato al

potere. Egli ha compiuta l'opera dell'unificazione interna. In faccia

alla Francia ha tenuti alto i diritti d'Italia. Alla fazione

piemontese ha resistito--ma meglio sarebbe riescito se l'avesse

combattuta, non con la fazione toscana sola, ma con gli uomini presi a

tutte le provincie italiane. Le cabale, gl'intrighi, le coalizioni, i

connubi, i _verdetti_ della maggioranza, le suggestioni perfide di

perfidi amici, la pressione straniera, la malcelata antipatia della

corte, le cospirazioni subdole dei suoi stessi colleghi, gli attacchi

aperti della sinistra del Parlamento, tutto un mondo dì mezzi occulti

che si sono fatti giuocare, tutto si è rotto contro la forza, non dirò

tanto della volontà, ma della caparbietà di quest'uomo. Fatalista,

egli ha resistilo, restando inerte come uno di quei scogli della

Manica, sulle coste della Bretagna e della Normandia, a cui i più

spaventevoli marosi che han corso gli oceani vengono a rompersi e

sfasciarsi in bricciole di schiuma. Egli ha detto: io sto! e tutti han

rinculato, diffidando di sè e della fortuna. E nondimeno, non vi è

stato ministro che avesse commessi più errori amministrativi e che

avesse meglio prestato la fronte ed il fianco agli attacchi. Caetterra

più che ingegno, mal congegnato alle bisogne burocratiche ed alla

vasta sintesi, egli ha vinto gli ostacoli a forza di pertinacia, ed ha

usufruito il lavoro del tempo. Un ministro d'affari avrebbe fatto da

sè in un mese ciò che il barone ha lasciato fare al tempo, agli

avvenimenti, alla natura delle cose, agl'interessi ed alla necessità

della situazione, in otto mesi, in un anno. Però i risultati complessi

che presenterà al rendiconto saranno significanti. Egli ha voluto, e

ciò è bastato. E, cosa stranissima, egli ha voluto senza avere

preventivamente che un'idea vaga, incognita, qualche cosa di vaporoso

e d'ideale, che spuntava lontano lontano nell'orizzonte della sua

anima, ma ha voluto; e questo spettro si è condensato ed ha preso,

sotto l'azione della sua volontà, la forma che chiamasi Italia una.

L'organismo che ha dato a questo corpo sarà bene o male--ma l'è un

organismo. Egli prese al capezzale di Cavour un embrione; uscendo dal

potere, consegnerà nelle mani del suo successore un'Italia formata,

composta. Si dovrà cangiare questo o quel pezzo dell'armatura; ma

l'armatura è fatta. Il barone Ricasoli soccomberà senza dubbio, e fra

non guari, a qualche colpo di Palazzo o a qualche colpo di

maggioranza. Ma la sua scomparsa sarà corta. Egli ritornerà invocato

come una necessità, come la coscienza d'Italia, quando i governi

d'intrighi municipali, che gli terranno dietro, avranno meglio

manifestato la natura del suo carattere. Ed aggiungasi ciò, che egli è

essenzialmente progressista dicasi per ambizione o per dispetto, non

importa--ma il barone, lo più feudale dei baroni, si eleverebbe alla

concezione per fino della republica--se ciò fosse nei destini

d'Italia. L'idea della legalità predomina sui suoi concetti--e dove la

fosse violata, ed ei ne comprendesse la violenza, il ministro avrebbe

l'animo di farsi tribuno. Tra lui e l'Italia vi è armonia d'anima.

Armonia che diventerà altrettanto più magnetica se nell'interregno che

gli farà il commendatore Ratazzi, egli vorrà percorrere da _touriste_

tutte le provincie della Penisola e fare un giro per l'Europa.

Ricasoli ha bisogno di veder da vicino. La tempra del suo ingegno non

è di prevedere, ma di vedere.

3 marzo. Ricasoli è caduto. Non ho sillaba a cangiare a quanto più su.

Uomo privato, ho oggi di lui la stessa opinione, ne porto lo stesso

concetto.

VII.

La destra.--Suo carattere.--Il ministro rinforzato.--Menabrea,

Miglietti, Cordova.--La destra.--I suoi capi.--Buoncompagni, Farini,

Lanza.--Suoi membri.--Moggio, Pasini, Leopardi, Torelli, Jacini,

Yegezzi, Corsi, parecchi altri... Gustavo di Cavour.--Alfieri,

Bersano, Andreucci, Baldacchini, Lacaita e Caracciolo, Spaventa,

Chiaverina, Cantelli, Pettinengo e Cuggia.

_Torino, 26 giugno 1861 e 28 febbraio 1862._

Nel tempo del conte di Cavour, la destra del nostro Parlamento votava

con un insieme ammirevole, sotto l'ispirazione del suo capo. Ora

questa destra è padrona dei destini del paese. Io non voglio discutere

se questa parte della Camera esprime veramente la maggioranza della

nazione. Il fatto è che la n'esercita il dritto, che la ne riassume la

forza, che la ne rappresenta la parte. La nazione può essere al di qua

o al di là; però essa non dà, riceve l'impulsione da questa falange

perfettamente disciplinata. La destra, indipendentemente dal suo

valore intrinseco, ha acquistato il valore della circonstanza. Essa si

è trovata senza volerlo, senza sperarlo, alla testa d'Italia, cui può

tenere a galla o lasciar naufragare.

Questa maggioranza, con la forza illogica del numero e l'audacia

dell'ingegno, può condurre, spingere, regolare o spezzare un

Gabinetto; fare delle leggi imprudenti, precipitare o ritardare gli

avvenimenti. Il suo stesso silenzio, la sua stessa indolenza, è una

forza. La sinistra discute, grida, rimprovera, si dibatte: cinque ore

suonano, un Baldacchini qualunque, un Pantaleoni, sclama, fra due

sbadigli: «Ai voti!» la destra alza la mano, uno, due, tre.... _le

tour est fait_, la discussione è strangolata, la legge è votata. La

sinistra si diverte a ragionare, a perorare per quattro ore contro il

Ministero; Minghetti, o un ministro qualunque, s'alza, trincia qualche

scusa, spiffera una tirata a proposito o no, promette, promette e poi

promette, la parola _chiusura_ salta su da un qualche banco.... ed il

Ministero è salvato--più ancora, trionfa, e quel caro signor Minghetti

ci ride sul muso. Per lo innanzi, essi si davano ancora la pena di

discutere, di brillare, di far parata d'ingegno e di sapere davanti al

conte Camillo. Ora, a che pro? Si suona la carica, e la bisogna è

sbrigata.

E nondimeno, egli è d'uopo dirlo, su i banchi della destra seggono

degli uomini rimarchevolissimi, degli uomini d'ingegno e di sperienza.

Il Ministero si è rinforzato di un personaggio di valore, dell'uomo

che organizzò in realtà la presa di Ancona e di Gaeta e disdegnò di

vantarsene--il generale del genio conte Menabrea. Questo generale,

Valdese, era il fiore il più squisito della reazione. Oltramontano

puro sangue, spiattellatamente piemontese, arrogantemente realista,

egli trattava l'Italia di assurda minchioneria. Il cannone di Magenta

rimescolò il suo sangue, scosse le sue fibre. L'aria lombarda,

quantunque ancora pregna di croato, vivificò la sua anima. Il conte di

Cavour lo prese per la mano, come il Satana di Cristo, inalzandolo sur

un pinacolo, gli fece vedere al di là dell'Adige Venezia, ed al di là

dei monti Roma e Napoli. Menabrea divenne italiano e credette

all'Italia--si dice almeno. Egli poteva però passare nell'esercito

francese, ed ottò per l'Italiano--dopo la cessione di Savoja.

Menabrea aveva di già ammirevolmente arrestato la marcia degli

Austriaci su Torino, con le sue fortificazioni improvvisate in due

settimane sulla Dora Baltea. A Gaeta mise in opera quello stupendo

sistema di attacco, il quale, secondato dalla rara energia del

generale Cialdini, fe' capitolare in 57 giorni una piazza che passava

per la Sebastopoli dei Borboni. Intelligentissimo, solidamente

istrutto, la parola facile ed elegante quando parlava francese, un po'

confusa, monotona e precipitata ora che favella in italiano, dotato di

grande energia e di volontà di fare, conoscente tutte le tattiche del

Parlamento e le specialità dell'amministrazione, Cavour lo aveva

indovinato. Egli lo destinava già al portafogli della marina, che il

barone Ricasoli gli confidò.

Il generale Menabrea ha l'aria scura, lo sguardo profondo, addolcito

dalle lenti, la voce gutturale, il gesto raro, la postura elegante ed

aristocratica, la testa alta finamente modellata, cui il sentimento

cattolico impronta un po' più che le abitudini militari. Egli parla da

uomo convinto, ma un tantin fastidito. Però è puntiglioso all'attacco,

preciso e vivo nella risposta. Le sue idee sono sobrie e chiare. Sa

lottare, e non sembra sfuggire la lotta, nè provocarla con jattanza.

Per dodici anni egli restò in mezzo all'opposizione reazionaria ed

aguzzò delle armi, che non sono smussate ancora. Il generale Menabrea

è senatore, ed un potente acquisto pel Gabinetto. Avvegnacchè, per

esser giusti, occorra dire che l'impulso da lui dato alla marina sia

inferiore alle speranze in lui rimesse. Lo si accusa di tenerezza per

l'egemonia piemontese, di poco tenero di libertà. Chi se ne sorprende?

Le conversioni di S. Paolo, in quattro secondi, sono roba da leggenda.

I cangiamenti nello spirito umano, ed in uno spirito matematico sopra

tutto come quello del Menabrea, si fanno per gradi--e non sono mai

radicali. La probità sola corregge lo instinto.

I moribondi del Palazzo Carignano · 第 6 / 11 段