dalle guerre di Romagna. Capitano del partito guelfo, si adoperava a
fare allontanare dal Governo i ghibellini. Per ottenere la condanna di
due membri di questo partito egli aveva parecchie volte, ma
inutilmente, rimaneggiato il Consiglio dei _Ventiquattro_, il quale
doveva approvare questo decreto. Lasso di pazienza, il barone Bettino
lo convoca un giorno a palazzo, quindi ordina di chiudere le porte, e
se ne fa portare le chiavi. Poi giura che alcuno non uscirà di quivi
prima che il decreto di bando non fosse sanzionato. Il Consiglio
resiste. Bellino presenta ventidue volte lo stesso decreto. Infine
affamati, stanchi, nel mezzo della notte, i Ventiquattro cedono e
passan la legge.
Il Bettino d'oggi non vi par desso fuso nello stesso stampo del
Bettino del XIV secolo?
Per comprendere questo strano tipo bisogna vederlo nel suo vecchio
castello di Brolio. Quello è la cornice di questa figura di Holbein.
Quel castello non è mica una ruina. Sembra fabbricato d'ieri, talmente
è completo, instaurato in tutte le sue parti, studiato in tutti i suoi
dettagli. Si direbbe, a vederlo, essersi in pieno XV secolo, alla
vigilia di un assedio o di un assalto. Non una pietra che scaltrisi
dai vecchi muri, i fossati: intatti e netti, non un anello irrugginito
nelle catene dei ponti levatoi, non un chiodo che manchi ai ponti ed
alla saracinesca. La sala d'armi dei suoi antenati è in ordine e le
armature ne sono ricche e numerose. Ed il barone attuale, per provare
che egli non è degenere, le indossa di tempo in tempo, in convegno di
amici, e ne regge il peso senza soccombere. Se degli arcieri non
vegliano più sulle torricelle del vecchio castello, dei terribili
molossi ne guardano le porte. Poi vi si trova un'eccellente biblioteca
e dei magnifici giardini. La domenica, il barone Bettino, come gli
eroi di Walterscott, legge la preghiera nella grande sala del castello
ai suoi contadini ed ai numerosi suoi domestici, ed il cappellano
resta in piedi al suo fianco. Il barone sposò una nobile giovinetta
della famiglia dei Bonaccorsi. A capo di nove anni, passati quasi
sempre nel recinto del castello, questa graziosa castellana morì,
lasciando un'unica figlia. Ed al letto di morte solamente fu dato ai
parenti vederla. L'imperio misto di signor feudale e di patriarca, che
il Ricasoli esercita sulla sua corte e su i suoi fittaiuoli, non ha
più l'aria dei tempi nostri. Entrando a Brolio, si lascia il XIX
secolo ai limitari. L'età mediana rivive, col conforto della nostrana,
e la poesia di quei dì in cui si adoravano due poteri: la forza e la
bellezza.
Lo spirito è colpito all'aspetto del barone Ricasoli. Si crederebbe
risuscitato un ritratto di Alberto Durer o di Giorgione. Grande,
magro, ritto, i capelli rossigni, i lineamenti pronunziati ed
angolosi, l'occhio velato; sempre bottonato e inguantato; la faccia a
punta, come quella del cardinale di Richelieu; la fronte alta, lucida,
senza rughe, ampia; i movimenti subiti, bruschi, convulsi; impetuoso e
sanguigno, e nondimeno freddo e degno; il passo lento, e nondimeno
agitato come quello del tigre; la voce metallica, quantunque
leggermente nasale, ma non disarmonica, nè spiacente; camminante
dritto, ma dondolantesi; facile all'abordo, ma tenendosi in distanza
per un certo non so che, che interdisce la dimestichezza, la
confidenza, l'espansione del cuore.... il barone Ricasoli vi attira e
respinge nel tempo stesso. Voi provate in faccia a lui un misto di
trepidanza, di rispetto, di ammirazione e d'inquietudine. Il barone
Ricasoli non ha età. Egli è un gentiluomo compito e di rara probità.
Fino al 1847, quando la vita italiana si risvegliò, il barone Bettino
viaggiò, sovraneggiò nelle sue torri e nelle sue terre, ove si addisse
all'agricoltura e scrisse talune memorie speciali. Egli fece
dell'agricoltura--sola cosa che resta oggimai all'aristocrazia, la
quale non possa più servire il suo paese con le armi, e disdegni
servire le corti.--Fece dell'agricoltura per il progresso, per la
scienza, per ammigliorare le sorti dei suoi vassalli. Il barone
Ricasoli ottenne, per i suoi eccellenti vini di Chianti, una medaglia
all'Esposizione di Parigi e la croce della Legione d'onore. Nel 1847
egli osò scrivere un _Factum_, ove espose al Granduca la difficile
situazione della Toscana, e domandò delle _istituzioni monarchiche_
secondo le convenienze dei tempi. Leopoldo II non se ne tenne mica per
offeso, perocchè il diapason di quell'anno era molto più elevato che
le istituzioni monarchiche. Vennero le difficoltà tra il duca di
Modena, l'Austria e la Toscana, a proposito della cessione del Ducato
di Luca. Leopoldo II, avendo scelto come arbitro Carlo Alberto, gli
mandò il barone Ricasoli, il quale compiè la sua missione con
successo. In questo frattempo la rivoluzione scoppiò.
Ricasoli fondò allora un giornale intitolato la _Patria_, con
Salvaglieli e Lambruschini, in cui si addotto il programma: _fuori i
barbari_. Il più spinto di tutti era il barone Ricasoli. Egli spiegò
il suo programma unitario di una monarchia nazionale e dell'Italia
affrancata dal papa e dall'Austria. Lo si trattò di utopista.
Nondimeno egli non volle unirsi a Montanelli ed a Guerrazzi. Dette la
sua demissione di gonfaloniere di Firenze, e declinò qualunque
partecipazione al governo democratico. Ma fece parte della
_commissione governativa_, la quale si formò poco dopo per richiamare
il Granduca.
Ricasoli richiamava il principe: il principe tornò con gli Austriaci.
Il fiero barone rimanda allora al Granduca la sua decorazione e va a
seppellirsi nel suo castello di Brolio. Poi, come Leopoldo II sotto il
pretesto di prosciugar le Maremme prosciugava le tasche dei suoi
sudditi, il castellano di Brolio, volendo dargli una lezione, compra
un distacco di questi stagni, si reca in Inghilterra, ove incetta
delle macchine possenti, torna in Italia, si conduce sul sito con i
suoi contadini, brava le spese e la febbre, e quei terreni sono
fertilizzati.
Gli avvenimenti del 1859 arrivano.
Il partito dei moderati aveva redatto un libercolo, che era una
dichiarazione di guerra alla casa di Lorena--_l'Austria e la
Toscana_--ma non osava pubblicarlo. Si voleva, tutto al più,
avventurare, un indirizzo e domandare delle riforme. Ricasoli respinge
con disdegno questo mezzo termine. Aggiunge il suo nome a quello degli
autori, ed il manifesto viene a luce. Il Granduca, sfidato, accetta il
cartello e sollecita l'ajuto del suo esercito in frattanto che
arrivassero i Tedeschi. L'esercito toscano fraternizza col popolo.
Leopoldo II, ricordandosi la storia del 1848, sale in sedia da posta.
Il popolo lo lascia partire, schierandosi in due ale, lungo la via,
sul suo passaggio, e dicendogli _addio_, di un'aria beffarda. Il
Granduca saluta serio serio, poi, alla frontiera, prendendo fiato e
coraggio, risponde del medesimo tuono sardonico: A rivederci!
Il bravo principe! Ah! non è mancato certo da lui se non ha tenuto
parola--nè dall'Imperatore dei Francesi--forse!
Il barone Bettino cominciò per essere ministro dell'interno del
commissario del re Vittorio, il signor Buoncompagni. Egli conobbe
probabilmente tutti i progetti che erano sul tappeto a quell'epoca.
Fece accoglienze graziose ed oneste al quinto corpo di esercito, che
occupò la Toscana, preparandosi di marciare su Mantova. Poi egli si
mise a meditare l'articolo della convenzione di Villafranca, ove è
detto: «I principi di Parma, di Modena e di Toscana saranno
_richiamati_!»--Non sono io certo colui che li richiamerà giammai,
dice il barone Ricasoli, ed i Toscani neppure!
Il signor Buoncompagni deve lasciar la Toscana. Ricasoli vi resta
governatore-dittatore. Egli fa il suo testamento, deciso a tutto, e
prende la risoluzione di compiere la sua missione: Dite a quei
signori, esclama egli una notte, facendo i suoi addii a qualcuno che
partiva per Parigi, dite loro che io ho dodici secoli di esistenza,
che io sono l'ultimo della mia razza, e che darò fino all'ultima
goccia del mio sangue onde mantenere l'integrità del mio programma
politico.
Voi non avete certo obliate le missioni officiose di La Ferrière, di
Reizet, di Pietri, di Poniatowski. Il conte di Cavour fece accettare a
Parigi il programma del barone Ricasoli. E come a Parigi si era
dimandato che si fosse guardata salva l'_autonomia_ della Toscana, ed
il conte di Cavour vi aveva consentito, Ricasoli protestò. «Io non
voglio dì codesta parola» fece egli dire a Cavour dal suo segretario.
La parola però passò nella formola officiale pronunciata dal re. Il
barone Ricasoli se ne dolse con S. M., la quale lo rinviò al suo
ministro. Il conte di Cavour calmò gli allarmi del barone, dicendogli:
«Teniamo conto dei fatti e non cavilliamo sulle parole.»
Ricasoli ritornò in Toscana come governatore generale, mentre che il
principe di Carignano vi andava in qualità di luogotenente del re.
L'amministrazione di Ricasoli, durante questi due anni, l'è una lamina
di ferro forgiata senza giunture. Nulla lo scuote, nulla l'adombra e
lo atterrisce. Il popolo comincia dal trovare che questa guerra, cui
il barone Ricasoli fa alla stampa, alla parola, alle persone che non
professano le sue opinioni, al voto degli elettori, alla guardia
nazionale, che questa guerra è fuori tempo, fuori luogo, fuori di
occasione. Ma quando il popolo vede quest'uomo, che non si commove di
nulla, che brava tutto e tutti, che lavora dalle sei del mattino fino
ad un'ora dopo la mezzanotte, che non tocca un quattrino di onorario,
anzi versa del suo nel tesoro, che non ha altre ambizioni che il
trionfo di una grande causa, che sacrifica senza muovere palpebra
questa nobile Toscana, di cui egli comprende meglio che ogni altro lo
splendore tradizionale; quando egli vede quest'uomo corazzato di una
fede di acciaio.... la confidenza nasce in tutti i cuori. Ognuno si
riposa sull'abilità, sulla magnanimità di questa terribile sentinella,
e la si lascia fare. Ed affè di Dio! Ricasoli non si addormì giammai.
Al Guerrazzi, bella gloria di Toscana, ed orgoglio delle lettere
italiane, è interdetto di passar la frontiera. A Mazzini, che era
sguizzato nell'impero del barone Ricasoli come una biscia, è data la
caccia dai carabinieri; ed il formidabile barone gli promette che, se
per avventura cadrà nelle sue mani, egli lo farà rinchiudere nel suo
proprio castello di Brolio, ove egli sarà trattato come principe, ma
donde non uscirà più che ad _Italia fatta e compiuta_! E ciò dopo
averlo udito, veduto, preso atto delle sue parole ed espressigli i
suoi intendimenti. Si permette a Montanelli di venire perchè non lo si
teme, ma lo si sorveglia e lo si annulla. In Toscana non vi fu allora
che un uomo, una voce, una volontà, un pensiero, uno scopo, una
forza--Bettino Ricasoli ed il suo programma!
Il barone Ricasoli non è mica una forza attiva, poichè egli manca
d'iniziativa. Egli ha la forza del bronzo: la tenacità, la resistenza.
Ricasoli non ha una comprensione larga, estesa; ma egli vede chiaro,
sa meglio sintetizzare che analizzare. La sua eloquenza è strozzata ed
oscillante: ma il suo pensiero è profondo ed esatto. Egli non è uomo
di genio, ma uomo di stato--nel senso, che ha il tatto sicuro, o se
vuolsi, l'istinto della situazione, e non bilancia punto in trovare ed
applicare i mezzi i più semplici, i più efficaci, i più spicciativi
per dominarla. Egli è logico come un colpo di spada: ei taglia.
Quando i diplomatici francesi lo circonvenivano in Palazzo Vecchio e
lo assediavano, e lo insidiavano con mille modi, minacce, promesse,
suggestioni, speranze, il barone non rispondeva che per queste parole:
_Vous traitez avec moi, donc vous me reconnaissez:--Du tout!_
sclamavano quei signori stupiti.--_Eh bien, alors_, ripigliava il
barone, _entre vous et moi il n'y a aucun point de contact:
laissez-moi la paix!_
Ricasoli non si stanca giammai. Quattro ore di sonno, una fetta di
pane al burro ed un bicchier d'acqua, ecco i suoi bisogni. Egli non ha
cuore: ma egli ha più di fierezza che Luigi XIV. Ride di raro. È
generoso, ma formidabile. I suoi contadini tremano al suo avvicinarsi,
e nondimeno egli li ha fatti ricchi e resi felici. Giammai
individualità non fu più intera, meglio custodita, più altamente
disegnata. La sua parola è sacra. Egli si è convertito tardi
all'Italia; ma questa conversione è divenuta una coscienza, con tutta
la severità di un principio.
Il barone Ricasoli si è fatto protestante, dicesi, nauseato degli
intrighi della corte di Roma. Grave, rigido, probo, disinteressato,
egli non teme alcuno, non guarda mai in giù, va dritto al suo scopo,
non considera nulla, non perdona giammai. Egli freme ancora che
Guerrazzi abbia osato un dì disonorare la dimora dei suoi antenati,
con una visita di polizia. Nel 1848 si accusava il barone Ricasoli di
nascondere dei cannoni al servizio del Granduca. Ed infatti la polizia
trovò dei cannoni dietro i vecchi merli delle sue torricelle, ma erano
dei cannoni di legno, dipinti in bronzo, per effetto del paesaggio!
Ricasoli scrive con eleganza fredda e sentenziosa, ha il gusto delle
arti. Il suo spirito è colto, ma sdegna farne parata. Sa dominare la
sua collera: ma non se ne cura sempre. È ambizioso, ma con grandezza e
pazienza. Amministratore poco pratico, ma perseverante, assoluto,
conscienzioso. Ha aria calma e severa, la parola corta; è incapace di
transigere, perchè fatalista; sdegna la collera del popolo: è audace,
perchè intrepido.... Il barone Ricasoli è un ammirabile strumento di
governo nei tempi difficili. Egli può salvare una nazione.
Ora il barone Ricasoli si presenta all'Europa con un programma
officiale. «Io continuerò, dice egli, la politica del conte di
Cavour.» Ma il barone Ricasoli non è uomo a fondersi in altro stampo
che il suo. Egli stesso è tutto un programma. Ricasoli è una
negazione.
Egli significa la negazione dell'egemonia piemontese e dell'autonomia
delle altre provincie. Egli significa la negazione di qualunque specie
di compromesso, che rimpicciolirebbe la grandezza, l'onore,
l'integrità della patria. Tutto--senza condizione! Ecco la sua divisa.
Egli non è uomo a perdere un sol pollice di terreno, un solo dritto
acquistato. Ei resta in piedi, senza rinculare giammai, o spezza le
difficoltà. Egli non mercanteggerà alcuna alleanza; ma solleciterà
l'armamento, onde mettere l'Italia a portata di farsi ascoltare e di
farsi rispettare. Il barone Ricasoli non è guanto gittato all'Europa:
ma un terrapieno innalzato contro qualunque specie di pressione
straniera, contro qualunque specie di violenza interna. Il barone
Ricasoli è la più eclatante attestazione dell'unità italiana.
Otto mesi di governo, per chi li giudica, come me, senza prevenzione
di sorta, han confermato il sopradetto giudizio che io dava di questo
uomo di Stato, appena qualche giorno dopo che egli fosse entrato al
potere. Egli ha compiuta l'opera dell'unificazione interna. In faccia
alla Francia ha tenuti alto i diritti d'Italia. Alla fazione
piemontese ha resistito--ma meglio sarebbe riescito se l'avesse
combattuta, non con la fazione toscana sola, ma con gli uomini presi a
tutte le provincie italiane. Le cabale, gl'intrighi, le coalizioni, i
connubi, i _verdetti_ della maggioranza, le suggestioni perfide di
perfidi amici, la pressione straniera, la malcelata antipatia della
corte, le cospirazioni subdole dei suoi stessi colleghi, gli attacchi
aperti della sinistra del Parlamento, tutto un mondo dì mezzi occulti
che si sono fatti giuocare, tutto si è rotto contro la forza, non dirò
tanto della volontà, ma della caparbietà di quest'uomo. Fatalista,
egli ha resistilo, restando inerte come uno di quei scogli della
Manica, sulle coste della Bretagna e della Normandia, a cui i più
spaventevoli marosi che han corso gli oceani vengono a rompersi e
sfasciarsi in bricciole di schiuma. Egli ha detto: io sto! e tutti han
rinculato, diffidando di sè e della fortuna. E nondimeno, non vi è
stato ministro che avesse commessi più errori amministrativi e che
avesse meglio prestato la fronte ed il fianco agli attacchi. Caetterra
più che ingegno, mal congegnato alle bisogne burocratiche ed alla
vasta sintesi, egli ha vinto gli ostacoli a forza di pertinacia, ed ha
usufruito il lavoro del tempo. Un ministro d'affari avrebbe fatto da
sè in un mese ciò che il barone ha lasciato fare al tempo, agli
avvenimenti, alla natura delle cose, agl'interessi ed alla necessità
della situazione, in otto mesi, in un anno. Però i risultati complessi
che presenterà al rendiconto saranno significanti. Egli ha voluto, e
ciò è bastato. E, cosa stranissima, egli ha voluto senza avere
preventivamente che un'idea vaga, incognita, qualche cosa di vaporoso
e d'ideale, che spuntava lontano lontano nell'orizzonte della sua
anima, ma ha voluto; e questo spettro si è condensato ed ha preso,
sotto l'azione della sua volontà, la forma che chiamasi Italia una.
L'organismo che ha dato a questo corpo sarà bene o male--ma l'è un
organismo. Egli prese al capezzale di Cavour un embrione; uscendo dal
potere, consegnerà nelle mani del suo successore un'Italia formata,
composta. Si dovrà cangiare questo o quel pezzo dell'armatura; ma
l'armatura è fatta. Il barone Ricasoli soccomberà senza dubbio, e fra
non guari, a qualche colpo di Palazzo o a qualche colpo di
maggioranza. Ma la sua scomparsa sarà corta. Egli ritornerà invocato
come una necessità, come la coscienza d'Italia, quando i governi
d'intrighi municipali, che gli terranno dietro, avranno meglio
manifestato la natura del suo carattere. Ed aggiungasi ciò, che egli è
essenzialmente progressista dicasi per ambizione o per dispetto, non
importa--ma il barone, lo più feudale dei baroni, si eleverebbe alla
concezione per fino della republica--se ciò fosse nei destini
d'Italia. L'idea della legalità predomina sui suoi concetti--e dove la
fosse violata, ed ei ne comprendesse la violenza, il ministro avrebbe
l'animo di farsi tribuno. Tra lui e l'Italia vi è armonia d'anima.
Armonia che diventerà altrettanto più magnetica se nell'interregno che
gli farà il commendatore Ratazzi, egli vorrà percorrere da _touriste_
tutte le provincie della Penisola e fare un giro per l'Europa.
Ricasoli ha bisogno di veder da vicino. La tempra del suo ingegno non
è di prevedere, ma di vedere.
3 marzo. Ricasoli è caduto. Non ho sillaba a cangiare a quanto più su.
Uomo privato, ho oggi di lui la stessa opinione, ne porto lo stesso
concetto.
VII.
La destra.--Suo carattere.--Il ministro rinforzato.--Menabrea,
Miglietti, Cordova.--La destra.--I suoi capi.--Buoncompagni, Farini,
Lanza.--Suoi membri.--Moggio, Pasini, Leopardi, Torelli, Jacini,
Yegezzi, Corsi, parecchi altri... Gustavo di Cavour.--Alfieri,
Bersano, Andreucci, Baldacchini, Lacaita e Caracciolo, Spaventa,
Chiaverina, Cantelli, Pettinengo e Cuggia.
_Torino, 26 giugno 1861 e 28 febbraio 1862._
Nel tempo del conte di Cavour, la destra del nostro Parlamento votava
con un insieme ammirevole, sotto l'ispirazione del suo capo. Ora
questa destra è padrona dei destini del paese. Io non voglio discutere
se questa parte della Camera esprime veramente la maggioranza della
nazione. Il fatto è che la n'esercita il dritto, che la ne riassume la
forza, che la ne rappresenta la parte. La nazione può essere al di qua
o al di là; però essa non dà, riceve l'impulsione da questa falange
perfettamente disciplinata. La destra, indipendentemente dal suo
valore intrinseco, ha acquistato il valore della circonstanza. Essa si
è trovata senza volerlo, senza sperarlo, alla testa d'Italia, cui può
tenere a galla o lasciar naufragare.
Questa maggioranza, con la forza illogica del numero e l'audacia
dell'ingegno, può condurre, spingere, regolare o spezzare un
Gabinetto; fare delle leggi imprudenti, precipitare o ritardare gli
avvenimenti. Il suo stesso silenzio, la sua stessa indolenza, è una
forza. La sinistra discute, grida, rimprovera, si dibatte: cinque ore
suonano, un Baldacchini qualunque, un Pantaleoni, sclama, fra due
sbadigli: «Ai voti!» la destra alza la mano, uno, due, tre.... _le
tour est fait_, la discussione è strangolata, la legge è votata. La
sinistra si diverte a ragionare, a perorare per quattro ore contro il
Ministero; Minghetti, o un ministro qualunque, s'alza, trincia qualche
scusa, spiffera una tirata a proposito o no, promette, promette e poi
promette, la parola _chiusura_ salta su da un qualche banco.... ed il
Ministero è salvato--più ancora, trionfa, e quel caro signor Minghetti
ci ride sul muso. Per lo innanzi, essi si davano ancora la pena di
discutere, di brillare, di far parata d'ingegno e di sapere davanti al
conte Camillo. Ora, a che pro? Si suona la carica, e la bisogna è
sbrigata.
E nondimeno, egli è d'uopo dirlo, su i banchi della destra seggono
degli uomini rimarchevolissimi, degli uomini d'ingegno e di sperienza.
Il Ministero si è rinforzato di un personaggio di valore, dell'uomo
che organizzò in realtà la presa di Ancona e di Gaeta e disdegnò di
vantarsene--il generale del genio conte Menabrea. Questo generale,
Valdese, era il fiore il più squisito della reazione. Oltramontano
puro sangue, spiattellatamente piemontese, arrogantemente realista,
egli trattava l'Italia di assurda minchioneria. Il cannone di Magenta
rimescolò il suo sangue, scosse le sue fibre. L'aria lombarda,
quantunque ancora pregna di croato, vivificò la sua anima. Il conte di
Cavour lo prese per la mano, come il Satana di Cristo, inalzandolo sur
un pinacolo, gli fece vedere al di là dell'Adige Venezia, ed al di là
dei monti Roma e Napoli. Menabrea divenne italiano e credette
all'Italia--si dice almeno. Egli poteva però passare nell'esercito
francese, ed ottò per l'Italiano--dopo la cessione di Savoja.
Menabrea aveva di già ammirevolmente arrestato la marcia degli
Austriaci su Torino, con le sue fortificazioni improvvisate in due
settimane sulla Dora Baltea. A Gaeta mise in opera quello stupendo
sistema di attacco, il quale, secondato dalla rara energia del
generale Cialdini, fe' capitolare in 57 giorni una piazza che passava
per la Sebastopoli dei Borboni. Intelligentissimo, solidamente
istrutto, la parola facile ed elegante quando parlava francese, un po'
confusa, monotona e precipitata ora che favella in italiano, dotato di
grande energia e di volontà di fare, conoscente tutte le tattiche del
Parlamento e le specialità dell'amministrazione, Cavour lo aveva
indovinato. Egli lo destinava già al portafogli della marina, che il
barone Ricasoli gli confidò.
Il generale Menabrea ha l'aria scura, lo sguardo profondo, addolcito
dalle lenti, la voce gutturale, il gesto raro, la postura elegante ed
aristocratica, la testa alta finamente modellata, cui il sentimento
cattolico impronta un po' più che le abitudini militari. Egli parla da
uomo convinto, ma un tantin fastidito. Però è puntiglioso all'attacco,
preciso e vivo nella risposta. Le sue idee sono sobrie e chiare. Sa
lottare, e non sembra sfuggire la lotta, nè provocarla con jattanza.
Per dodici anni egli restò in mezzo all'opposizione reazionaria ed
aguzzò delle armi, che non sono smussate ancora. Il generale Menabrea
è senatore, ed un potente acquisto pel Gabinetto. Avvegnacchè, per
esser giusti, occorra dire che l'impulso da lui dato alla marina sia
inferiore alle speranze in lui rimesse. Lo si accusa di tenerezza per
l'egemonia piemontese, di poco tenero di libertà. Chi se ne sorprende?
Le conversioni di S. Paolo, in quattro secondi, sono roba da leggenda.
I cangiamenti nello spirito umano, ed in uno spirito matematico sopra
tutto come quello del Menabrea, si fanno per gradi--e non sono mai
radicali. La probità sola corregge lo instinto.