Il signor Zanardelli; di Brescia, fu, nel 1848, uno degli agitatori

dell'Università di Pavia ed uno degli attori della rivoluzione

lombarda. Prese il fucile e si trovò con quella colonna di volontari

la quale, a Rezzato, fece prigioniero un corpo di Austriaci marciando

su Brescia in rivolta. Zanardelli s'incorporò in seguito nel

battaglione di Brescia, che si battè nel Tirolo e sì trovò al

combattimento di Castel-Toblin. Poscia entrò nel battaglione degli

studenti inviato al blocco di Mantova. Il signor Zanardelli restò

quindi sempre sulla breccia, dopo la rioccupazione austriaca della

Lombardia, scrivendo libri, articoli di statistica, di economia

politica, di politica e di diritto, e pagando di nuovo, nel 1858 e

1859, di sua persona, onde cacciare la dominazione straniera d'Italia.

Il signor Zanardelli appartiene all'opposizione moderata, e si è

mostrato instruito ed abile oratore tutte le volte che, in gravi

questioni giuridiche o economiche, ha presa la parola.

Il signor Massari è cavaliere di parecchi ordini, e fra non guari

commendatore. E perchè no, se lo è Spaventa? Egli ha ingegno, non ha

carattere fiero e restio, è servizievole al di là che non glielo

chieggano--ond'è che è desso il meno rimunerato dei servitori del

Governo. Lo stesso Cavour, che usava senza scrupoli di questa sorta di

favoriti, fu piuttosto ingrato. Massari fu scudiero di Balbo, poi

d'Azeglio, poi di Gioberti, poi di Cavour, oggi di Ricasoli, domani di

Ratazzi.... Egli è, egli sarà.... sempre abile, mai disonesto. Ha

mente colta, ma alla superficie; parla con facilità ed aggiustatezza

di linguaggio, ha modi che variano a seconda del _partner_ con cui ha

a fare--dal monello al cortigiano. È l'uomo lo più calunniato tra i

mestatori della politica governativa, ma in verità egli è cento volte

migliore della sua rinomanza--e, comparato ad altri della consorteria,

un modello.

Il terzo segretario è il signor Galeotti, pubblicista toscano

distintissimo. Egli fu uno dei più attivi in mezzo a quella schiera

eletta di Toscani che contribuirono, con l'azione, l'esempio ed i loro

scritti, nel disegno di rigenerare la dinastia di Lorena--quantunque

austriaca. Fu per un momento autonomista; ma l'avvento dei Toscani al

potere ed alla direzione d'Italia l'ha corretto. Intelligentissimo di

cose amministrative, molto colto, parla con abbondanza e con grazia,

più negli uffici però che nella Camera. È modesto e grave. Egli ha

pubblicato parecchie opere e libercoli, tra cui eccellono quello

sull'_Organizzamento municipale_, quello intitolato _Considerazioni

politiche sulla Toscana_, ed una memoria piena di erudizione su

_Marsilio Ficino e la sua scuola_. Egli è stato di tutte le assemblee

della Toscana e del Piemonte, dopo l'annessione.

Non posso parlare in disteso di tutti i segretarii: accenno. Il

marchese Mischi fu ministro a Parma, poi nell'Emilia, poi mandato in

Toscana per regolarvi le cose di finanze, quando l'Italia Centrale

pareva fondersi. Prima del 1859 il signor Mischi visse lontano dalla

politica: dopo vi si tuffò intero; ed è uomo consideratissimo, a causa

della sua probità politica e del suo forte e sostanziale sapere in

cose economiche, di diritto, e di amministrazione. È eccessivamente

timido, onde è che non parla nella Camera: ma negli Uffici sparge

molto lume su tutte le quistioni in discussione. Dico lo stesso del

suo collega signor marchese Negrotti.

Mi arresto un minuto sul signor Tenca, sesto segretario. Egli fece la

sua apparizione nel mondo di una maniera alquanto bizzarra. Egli

amava, come si ama a venti anni, una crestaja di Milano, che lo teneva

in distanza. Il signor Tenca, _dandy_ caparbio, la perseguitava. Un

giorno e' le tenne alle calcagna, e l'incalzò tanto con propositi, con

promesse, con attestati di affetto, e forse con sonetti, che la restia

donnina si rifugiò nel Duomo. Ed il signor Tenca dietro. Egli avanza,

egli rimugina, egli fiuta in tutti gli spigoli; quella si caccia in un

confessionale, e questi dentro con lei. Figuratevi! la damigella

grida: la polizia arriva; e la polizia austriaca, non sapendo nulla di

queste storie di galanteria e di amore, mette le branche sul

giovanotto e lo trascina giù pel Corso, in pieno passeggio. Vedendo

questo giovane elegante, tutto azzimato ed attillato, in mezzo agli

sbirri, ognuno ne prende conto: e saputasi l'avventura e la ragione

dell'arresto, la metà di Milano--vale a dire le donne--sposano il suo

partito.

Così lanciato in pastura all'attenzione pubblica, il signor Tenca

cominciò a scrivere un giornale di mode. I suoi articoli, vivi e

forbiti, furono distinti. Passò alla _Rivista Europea_, ove i suoi

articoli di critica lo misero ancora più in evidenza. Allora

intraprese, per suo conto, un giornale letterario e politico, il

_Crepuscolo_, ove, più di una volta, stuzzicò i nervi della polizia

austriaca. L'imperatore Francesco Giuseppe arriva a Milano nel 1856,

ed il signor Tenca, il quale aveva di già rinunciato alla Redazione

del Giornale Ufficiale, nel 1848, per essere indipendente, ricusa

netto di annunziare l'arrivo di Sua Maestà. Il giornale è soppresso.

Il signor Tenca è scrittore colorito ed elegante. In critica, non

manca di viste nuove ed argute. Alla Camera non parla. Appartiene a

quell'eletta di giovani lombardi che formano la chiesa della

_Perseveranza_.

Parlerò degli altri e dei questori più giù. Adesso sono stanco.

V.

Terzo partito.--Suo programma.--Suoi capi.--Lamarmora.--Carriera di

questi.--Depretis, Pepoli.--Loro figura.--Partigiani.--Capriolo.

--Berti-Pichat.... ed altri.--Carattere di questo partito.--Situazione

e sua espressione.

_Torino, 19 maggio 1860 e 20 febbraio 1861._

Il terzo partito è una frazione della sinistra; esso stesso frazionato

in quattro gradazioni di colore diverso. Contrariamente alla natura

delle cose miste, le quali in generale non sono nè carne nè pesce, il

terzo partito vuol essere ad una volta pesce e carne. Esso non vuole

rendersi impossibile, se l'occasione si presenta, di andare al potere

col conte di Cavour o col barone Ricasoli; e nel caso opposto, esso

vuol tenersi pronto per tutti gli avvenimenti.

Il programma del terzo partito non differisce da quello del Gabinetto

attuale--ossia del Gabinetto conservatore--che per dettagli di metodo

e tempo, i quali non cangiano in nulla la fisonomia generale della

politica.

Questo programma eccolo qui:

Il terzo partito desidera rimaneggiare l'Italia in grandi

provincie--ad un dipresso le _regioni_ di Minghetti, respinte quasi

unanimemente dal Parlamento nei suoi uffici. Il terzo partito darebbe

una grande autonomia alle comuni ed alle provincie--ciò che proponeva

ad un dipresso il Gabinetto Cavour nelle leggi Minghetti non discusse

nell'Assemblea, e ciò che farebbe altresì Ricasoli se non fossimo in

tempi anormali.

Il terzo partito domanda un armamento militare nelle proporzioni che

si convengono ad una grande nazione. Il general Fanti prima, oggi

Della Rovere, lavorano a questo intento. Esso vuole una marina

potente: gli è ciò che il conte di Cavour e poi il suo successore

Menabrea mirano a fare senza tamburo e senza trombette. Il terzo

partito darebbe inoltre un grande slancio alla mobilizzazione delle

milizie nazionali. Il Parlamento si mostrò in ciò ben tiepido, forse

timido, quando votò la legge Garibaldi su questo proposito: nè credo

che il terzo partito lo troverebbe oggi più ardente.

Il terzo partito farebbe in modo di presentare sempre il budget a

tempo, onde seriamente discuterlo prima di metterlo in atto. Nè il

conte di Cavour, nè poscia il Ricasoli, si sono mai opposti a questa

discussione dei bilanci: la difficoltà è di comporli tali che si

bilancino davvero. Ed a questo proposito, il terzo partito assicura

ch'esso andrebbe a rilento nell'imposizione di nuove tasse. Bisogna

dire che la sarebbe questa una promessa squisitissima, se la si

potesse tenere e realizzare--a meno che il terzo partito non abbia

trovato il segreto dei famosi tre pesci e tre pani del Vangelo. A

questa promessa stereotipa di tutti i Governi bisogna aggiungere

quella di una grande impulsione a dare ai lavori pubblici, la

prosperità dell'industria e del commercio, la vita a buon mercato....

ed il resto--che si può leggere nei programmi di tutti i ministri, di

tutti i Governi--non escluso quello di Solouque e quello di Pio.

Il terzo partito non isdegna le alleanze; ma esso vuole una buona

amicizia con tutti ed esser vassallo di nessuno. Ecco il programma di

Depretis, uno dei capi principali del partito--programma che avrà

probabilmente colorato ed accentuato un po' più, ora che passa per

duce della sinistra.

Il marchese Pepoli vi aggiunge il suffragio universale e l'alleanza

offensiva e difensiva con la Francia. Il generale Lamarmora ne toglie

via il mobilizzamento della guardia cittadina. E Ratazzi addolcisce

tutto ciò con quel tatto che danno la pratica e la comprensione degli

affari.

Voi vedete che il terzo partito non ha nulla inventato, e sopra tutto,

che esso non è affatto rivoluzionario--grazie a Dio! Io vi ho indicato

così i quattro uomini che formano le quattro gradazioni di tinte di

questo partito.

Quanto al generale Lamarmora, l'ho nominato _pro memoria_, e l'ho

classificato in questo partito, perchè esso se ne onora. Ma egli è

stato ministro per nove anni con Cavour e lo sarebbe stato di nuovo

all'indomani che il general Fanti lasciò il portafoglio della guerra,

se Cavour si fosse trovato fra' vivi e glielo avesse proposto.

Il presidente della Camera sarebbe entrato anch'egli benissimo in una

combinazione ministeriale con Cavour--chi sa? forse anche con

Ricasoli--senza imporre loro, come si crede ingenuamente da troppo

ingenui--senza imporre loro, dico, per forza la compagnia obbligata di

Pepoli e Depretis--e questi signori l'imiterebbero senza dubbio, anche

col sacrificio della Guardia mobile e del suffragio universale. La

verità è questa qui. L'Italia è più rivoluzionaria che il Governo,

essa è più in là con Ratazzi che in qua con Minghetti; ma gli uomini

di questi partiti non hanno principii esclusivi e cederebbero alle

convenienze della politica generale.

Il commendatore Ratazzi, il quale è il meno avanzato degli anzidetti

tre uomini politici, sarebbe forse il più sostenuto, perchè egli sa

che l'ora sua è inevitabilmente segnata ed egli non esordisce oggidì.

Il generale Alfonso Lamarmora non è che un soldato, e niente più che

un buon soldato. La politica è per lui del chinese. Egli si è

ravvicinato non ha guari all'Italia, come Ratazzi, a quell'Italia, che

sino al 1859 essi consideravano, da bravi Piemontesi, come un delirio

mazziniano, un'utopia infelice. Ora la s'intendono a meraviglia con la

nuova venuta--dicesi!

Il generale Lamarmora fece la sua carriera senza favori. Uscito

luogotenente dal collegio militare nel 1823, non fu nominato generale

che nel 1848, dopo la guerra di Lombardia, in seguito della disfatta

di Custoza. Lamarmora si era trovato agli affari di Monzambano,

Borghetto, Taleggio, Peschiera, di guisa che era stato decorato di una

medaglia in oro. Egli aveva eseguito quella magnifica diversione di

Pastrengo, la quale cangiò in vittoria la disfatta dei Piemontesi.

Così si fanno i generali seri.

Paragonate queste lente, lunghe, difficili, stentate, contrastate

promozioni con quelle di taluni dell'esercito meridionale, e

comprenderete la repugnanza alla fusione che risente l'esercito

regolare.

Ma Carlo Alberto non gradiva il generale Lamarmora, a causa delle

riforme che questi introduceva nell'esercito--riforme lungamente

studiate da lui in replicati viaggi traverso l'Europa ed in serie

veglie. Lamarmora tenevasi e tiensi tuttavia al corrente di quantunque

la scienza produce ed inventa. Egli comandò quel corpo di 15,000

Piemontesi, che il conte di Cavour mandò in Crimea e prese parte al

bel combattimento della Tchernaia.

Nella campagna del 1859 Lamarmora s'ebbe una parte secondaria, non

saprei proprio perchè, se non fosse ch'egli va considerato come un

generale organizzatore ed amministratore, un ministro, piuttosto che

un generale di strategia e di campi di battaglia. Egli è nondimeno

sommamente bravo e possiede l'intera confidenza dell'esercito.

Il generale Lamarmora è venuto una sola volta in Parlamento per

interpellarvi il ministro della guerra. Egli parlò come un soldato, ma

con calore e sovente con spirito. E serratamente logico. Lo si dice

liberale. Ad ogni modo, egli non oserebbe attentar mai allo Statuto,

avvegnachè nella sua carriera ministeriale gli sia avvenuto più di una

volta di seriamente vulnerarlo--per esempio nello affare delle

fortificazioni di Casale, cui e' cominciò senza la previa

autorizzazione del Parlamento.

Il generale Lamarmora ha due grandi meriti: egli ha speso parecchie

centinaia di milioni per dotare il Piemonte di un superbo esercito e

di un sistema di fortificazioni al livello dei tempi,--del paese e

delle circostanze terribili nelle quali l'Italia si è trovata: ed è

restato povero--o quasi tale! Inoltre, il generale Lamarmora

appartiene alla scuola degli uomini politici d'Italia, i quali pensano

che gli alleati sono ottimi, ma che il migliore alleato di una nazione

è la nazione stessa--fare da sè. Egli non ama i volontari. Egli è poi

inflessibile, corto, stecchito, dispotico--severo nella disciplina--ma

giusto fin dove vede. Tutto calcolato, il generale Lamarmora sarebbe

un acquisto per il terzo partito, se l'ex ed il futuro ministro della

guerra consentissero ad entrare come un pezzo d'intarsio, a

classificarsi in un partito qualunque. I militari guardano a lui e

giurano nel suo nome. Lamarmora è amico del Ratazzi. Caldeggia

l'egemonia piemontese. È ottimo amministratore--e sulla via del

ministero.

Quanto al signor Depretis, egli sarà senza dubbio uno di questi dì

ministro di qualche cosa--forse dei lavori pubblici o dell'agricoltura

e commercio. Il conte di Cavour lo mandò governatore a Brescia.

Garibaldi lo fece prodittatore a Palermo. Il Parlamento piemontese io

aveva nominato vice-presidente. Lo si sa come capace amministratore,

ma, manca completamente di audacia politica. Egli ha barcamenato,

_louvoyè_, tra Cavour, Ratazzi, Garibaldi, oggi all'uno, domani

all'altro, sempre per sè--perchè egli si sente l'animo di tenere

redini di governo. Ne ha egli il tatto? In Sicilia ebbe il malo

istinto di caldeggiare per l'annessione, desiderata a Torino come

un'audacia politica, quando l'annessione non tornava graditissima a

Garibaldi ed al partito radicale, quando l'annessione poteva essere

fatale all'Italia--vale a dire, quando Francesco II era ancora sul

trono di Napoli e quando Garibaldi non aveva ancora guadagnato la

battaglia del Volturilo: Garibaldi non divise le idee di Depretis, in

opposizione con Crispi, e ne accettò la demissione che andò ad

offrirgli poscia a Caserta. A Torino il generale e Depretis si

ravvicinarono, forse utilmente, perchè l'uomo politico temperò la foga

intempestiva del lione di Caprera.

Ora Depretis si democratizza di più in più, onde assicurarsi la

simpatia di taluni membri che ilotteggiano ancora tra il centro e

l'estrema sinistra. Ed è presidente delle riunioni della sinistra, cui

governerebbe abilmente se la fosse governabile. Egli è uomo d'ingegno.

Parla giusto, ma senza scintillìo, forte su i precedenti parlamentari,

sul dritto, sulla tattica dei partiti, conoscente a fondo gli affari.

Depretis è un deputato utile, un capo dubbioso ed indeciso nelle

grandi battaglie. I dettagli gli oscurano la vista delle grandi linee.

Uomo di analisi più che di sintesi. Egli è, come ho detto,

amministratore più capace che audace, volendo la costituzione in certi

limiti, non troppo radicali, l'Italia nei suoi confini naturali, una

libertà ben ordinata e regolata, un'autorità forte, ma non troppo

centralizzata. Egli tiensi, in una parola, due passi innanzi di

Ratazzi, uno indietro a Pepoli--il quarto capo della quarta gradazione

di tinta del terzo partito. Ed io vi dico capi, perchè li si credono

tali, avvegnacchè io mi conosca nella Camera più di un _onorevole_, il

quale parla dei _suoi_, e nondimeno io non mi abbia mai veduto ombra

di questi _suoi_. Poerio per esempio!

Il marchese Gioachino Pepoli fece la sua apparizione nel mondo

politico con un buon libro sulle finanze del Governo pontificio--un

colpo di fulmine che gittò la dirotta e lo scompiglio nella

consorteria del cardinale Antonelli. Pepoli fu quindi membro della

Costituente delle Romagne; poi ministro delle finanze dell'Emilia,

quindi commissario regio nell'Umbria, ove spiegò un vero ingegno

amministrativo. Egli è stato il solo in mezzo a quel nugolo di

luogotenenti, prodittatori, dittatori, consiglieri, governatori e

segretari generali spediti nelle provincie conquistate, annesse o

datesi, il solissimo che siasi davvero rivelato. Egli è stato il solo

che abbia fatto qualche cosa, e sopra tutto fatto a proposito. Se

avessero operato altrettanto in Sicilia ed a Napoli, non si avrebbero

adesso a deplorare quegli stiracchiamenti, quei sobbalzi, quegli

espedienti infelici che danno il mal di mare a quelle provincie.

Il marchese Popoli cova con amore il portafoglio delle finanze del

Regno d'Italia, ed avrebbe finito per ottenerlo anche col conte di

Cavour, il quale non era al postutto un diavolo così tristo e così

intrattabile come lo si avrebbe voluto far credere. Pepoli professa

oggi dei principii che lambiscono quasi il radicale, come tutti i

pretendenti. Ma, nel fondo, è egli forse così sensatamente

conservatore come Ratazzi e Cavour. La mercanzia dei tre è la stessa;

la bandiera che la copre spiega colori più o meno brillanti. Questa è

del resto la storia di tutti i Governi parlamentari--dir rosso quando

si aspira, e bianco quando si è arrivati.

Il marchese Pepoli si è mostrato oratore in tre o quattro discorsi

capitali che ha pronunziati al Parlamento--senza spanto inutile, ma

sobrio, sodo, autorevole, pieno di fatti e sempre liberale. Certo egli

sa fare manovrare le cifre con rara intelligenza, a giudicarlo dai

parlari e dagli articoli di giornali che vengongli attribuiti. Ma egli

non sembrami di una tempra bene aggressiva--neppur provocato. Non lo

si direbbe, su questo rapporto, il nipote del re Murat.

Gli affigliati principali del terzo partito sono il signor Capriolo,

segretario di Ratazzi, quasi suo aiutante di campo, spirito colto, ma

senza audacia, molto addentro in cose amministrative, ma allacciato

dalla rutina, tenero dell'egemonia piemontese, ma onesto e leale;

buono ed aggiustato parlatore. Egli è l'espressione repressa del

presidente del Consiglio. Segue Berti-Pichat, uno dei veterani della

stampa e dei liberali d'Italia, democratico più di ognuno del suo

partito, conoscitore perfetto di scienze economiche e scienze morali,

non nuovo in amministrazione; il barone Bianchi, il signor Bertea, il

Regnoli, Biancheri, Borella, Casaletto, Audinot, Pietro Mazza--tutti

uomini distintissimi, autorevoli, culti, ben parlanti e forniti d'idee

pratiche, non che altri.--Questi hanno ispirazioni più larghe che

quelle del Gabinetto attuale, perchè essi hanno un istinto più vago

della situazione e della natura delle cose. Tutte le _nuances_ di

questo partito comprendono, per ora, una trentina o poco più di

membri, i quali non prendono l'iniziativa d'una riforma o di un

cangiamento, ma che oppongono una certa inerzia alla politica del

conte di Cavour o del barone Ricasoli. Gli è un _non possumus_ non

motivato. Ora, perchè l'opposizione abbia un valore ed una forza,

bisogna che sia franca e recisa; bisogna che miri alle cose più che

alle persone; bisogna che abbia uno scopo chiaro; che abbia non

solamente dei capi, ma dei soldati; che la si comprenda, che la

s'intenda, che abbia un piano, un metodo di attacco, una conoscenza

fina e sicura delle forze del nemico; che mostri dell'audacia; che

abbia un fondo, una riserva, dei _coups de Jarnac_ ancora, che si

parli _de ses enfants perdus_.... e che so altro?

Ebbene, il terzo partito non possiede nulla di tutto ciò--eccetto un

capo eminente--il commendatore Ratazzi, il quale li copre tutti

dell'autorità del suo nome. I partigiani di questa frazione della

sinistra sono certamente dogli uomini rimarchevoli, come individui,

che hanno fatto le loro armi nelle lettere, nelle scienze, nelle lotte

delle rivoluzioni, nelle zuffe degli articoli della stampa. Essi

rappresentano tutti delle brillanti molecole dell'anima e del cuore

d'Italia; ma, collettivamente, le loro forze sono paralizzate dalla

mancanza di carattere politico. Essi dubitano di sè stessi e del

principio della rivoluzione che si lusingano rappresentare. Essi si

credono democratici. Dio santo! democratici di carta dipinta!

Il terzo partito indebolisce l'estrema sinistra, da cui si distacca, e

non rinforza il centro, cui respinge. Nè il conte di Cavour, nè il

barone Ricasoli lo temono. È sospetto a tutti, come ambizioso: è

ambizioso, ma impotente: è impotente, ma orgogliosamente dottrinario.

Il terzo partito era per il conte di Cavour il guardaroba dei suoi

uniformi nuovi. Quando egli voleva far la corte all'Italia, egli si

addobbava dì questi signori, ed i gonzoloni a gridare: Viva il conte!

il conte progredisce! Per il barone Ricasoli poi, il terzo partito è

un serraglio di fiere addimesticate in mezzo a cui si deciderà un

giorno ad entrare e dire al lione: _petit, doune moi ta patte!_ e dire

al tigre: _drôle, salue moi donc!_

Ma non ci arrestiamo alle apparenze: scaviamo il fondo.

L'Italia è donna ed esce da una rivoluzione--o, per meglio dire, mette

giù la sopraveste della rivoluzione. Le rivoluzioni consumano

prontamente. Ed ecco perchè io diceva più innanzi, in qualche parte,

che la situazione degli spiriti nel Regno italiano è favorevole al

terzo partito--che questo partito esprimeva forse la superficie

dell'Italia d'oggidì. Si vuole il nuovo, non il diverso. Ebbene, il

terzo partito è forse alla vigilia di arrivare. Se il conte Cavour

avesse vissuto, egli avrebbe vestito il suo Ratazzi e si saria

separato dai suoi, i quali gli sariano corsi dietro gridando: E noi

pure, babbo, noi pure! Ricasoli rompe con loro in apparenza, per un

momento--giusto il tempo che gli occorre per provvedere la sua

_menagerie_ di belve egualmente ammansite, ma più giovani, più ben

nudrite, con migliori zanne e più belle unghie, poi rivenir in fiera e

dire al proprietario del serraglio del terzo partito: O fondiamo le

bestie o ti divoro!

Ohimè! quanta gente vado io ad offendere con queste parole....

3 Marzo--Oggi sopratutto che questo partito è arrivato ed è al potere.

Ma, hah!

VI.

Il barone Ricasoli.--Origine di sua famiglia.--Suo ritratto.--Un po'

di biografia.--Sua amministrazione autocratica in Toscana.--Suo

carattere.--Ministro.--Indole di questo Ministero.--Risultati.

_Torino, 12 giugno 1861 e febbrajo 1862._

Il barone Ricasoli ha preso il posto del conte di Cavour. Io non dico

che lo abbia rimpiazzato. Il conte di Cavour apparteneva a quella

taglia di uomini che non si rimpiazzano dall'oggi all'indomani.

Nondimeno, il barone Ricasoli costituisce un tipo di alto valore.

L'uomo politico e l'artista sono attirati a studiare questa figura

che, in un momento così solenne, si presenta nel mondo e viene a

sostituirsi all'Atlante d'Italia.

L'origine della famiglia Ricasoli rimonta al più lontano medio-evo.

Essa era lombarda. Alberto di Guido da Malapresa assunse il nome di

Firidolfi al XII secolo. Raniero de' Firidolfi prese quello di

Ricasoli, dal nome di un feudo, di cui fu investito da Federico I di

Svevia. La storia di questa famiglia si confonde a quella sì piena di

vicende e sì drammatica della repubblica fiorentina. Ora guelfi, ora

ghibellini, questi guerriero, quello legato, quello priore della

Repubblica, i Ricasoli rappresentarono sempre le prime parti nel loro

paese. Qui è un vescovo che come inviato della Signoria va a Parigi a

domandare l'estradizione di Strozzi, e porta all'uopo la _fiala_ per

avvelenarlo. Là è il primo Bettino Ricasoli, che è più caratteristico

ancora. Io citerò questo aneddoto.

I moribondi del Palazzo Carignano · 第 5 / 11 段