Io dirò la stessa cosa di Bastogi loro compatriota--che che nella lotta

delle passioni se ne pensi oggi in contrario. Il conte Bastogi è ministro

delle finanze e banchiere a Livorno. Egli è stato banchiere di Mazzini e

della casa di Lorena--a quegli dando, a questa prendendo e dando. Bastogi

è guizzato fra tutti i partiti, impaziente di rappresentare una parte

politica nella commedia sociale. E' cominciò da affari poco felici, ed è

oggi cinque o sei volte milionario. Ma egli ha fatto la sua fortuna

nobilmente, dando all'_exploitation_ delle mine dell'isola d'Elba una

estensione, alla quale il Governo toscano non seppe risolversi mai. Il

Bastogi è divenuto inoltre, poco a poco, il principal azionario delle

ferrovie della Toscana. Lo si dice abilissimo nelle operazioni di Banca e

nel maneggio degl'imprestiti--restando sempre un perfetto galantuomo!

L'imprestito del 1860 fecegli dono di una corona di conte--e, vuolsi, di

uno scapito di parecchie centinaia di mille lire! Bastogi parla bene, con

slancio, con spirito, e talvolta anche con lirismo. È versato nelle

teorie economiche e nelle lettere italiane. Vien poco alla Camera.

Ascolta come un angelo. Presenta bilancio su bilancio con ispaventevoli

deficit, sotto ai quali soccomberà--se soccomberà--avendo avuto l'abilità

di cader ritto su i piedi anche dopo la deplorevole riescita dell'ultimo

prestito. Bastogi ha una stella propizia. Un fiasco gli dà un blasone.

Dopo, la sua fisonomia si è meglio disegnata.

Come finanziero, egli ha presentato al Parlamento un plesso di leggi

nelle quali, malgrado l'inesorabile voracità del fisco, traspira che

colui il quale le ha proposte s'inspira a principii economici, elevati e

liberi. Bastogi ha una concezione sintetica ch'egli sviluppa per gradi,

e di cui si apprezzerà l'insieme quando coronerà l'edificio con la legge

della percezione. Per il momento, vi si sente un lavoro di bozze che

deve essere mondato e raffinato, semplificato, abbellito, armonizzato

forse in tutte le sue parti. Ma il ministro gitta dei fondamenti e va di

fretta. Le canne del tesoro sono divaricate. Bastogi mira a dotare il

nostro regno di un sistema finanziero, per quanto può italiano---se i

balzelli hanno patria. Io dubito che vi riesca. Le finanze sono

cosmopolite. Ed il signor banchiere livornese non ha l'ardimento di

romperla con le tradizioni ed abordare, nelle imposte, un sistema

radicale; nell'amministrazione, la semplificazione. Bastogi non sa far

agire la grande leva del credito pubblico--creare qualche cosa dal

nulla--moltiplicare come Cristo i pesci ed i pani. Dieci, nelle sue

mani, saranno tutto al più cento, ma non mai mille, diecimila, un

milione.

Come ministro, il signor Bastogi ha tenuto con grande convenienza il

suo posto. Attaccato, non ha rinculato e si è difeso con destrezza,

con ingegno, con franchezza, seminando il suo dire d'entusiasmo e di

epigrammi, a cui non mancano nè il fiele nè la punta. Ma il signor

Bastogi ignora la scienza del dettaglio. Egli è liberale ed italiano.

Ha lo spirito coltivato, facile, morbido, proclive all'esaltamento. Il

carattere troppo toscano: le maniere gentili. Non sembra ambizioso.

Nondimeno, cadendo, egli si rileverà, e più presto che non se lo

aspettano coloro che lo scalzano. Ai _saggi_ degli altri, Bastogi

verrà di nuovo ad apportare le correzioni della sua sperienza. Il suo

predecessore gli aveva legato il _caos piemontese_; egli lega il _caos

italiano_: ma egli lo lega di una maniera vitale ed organizzabile. Lo

si giudicherà meglio sul budget _unico_ dell'Italia, che prepara--e

che avrà forse il tempo di presentare.

Il più grazioso fra i ministri è il signor Cassinis, ministro di

grazia e giustizia. Quest'uomo amabile, avvocato distinto, parlatore

fluente, ha sempre il sorriso sulle labbra. Egli è il solo ministro

che non s'impazienti mai delle interpellazioni e delle interruzioni.

Egli sorride sempre, e non manca mai di risorse e di cortesia.

Brofferio e Mellana gli fanno passare dei tristi quarti d'ora:

nondimeno egli non perde giammai il suo buon umore, la sua facilità di

rispondere ed il suo sangue freddo--ciò che avviene talvolta a Cavour.

Il signor Cassinis non si è neppure piccato che lo abbiano

fiancheggiato di un a _latere_, senza pretesto.

Vi è in effetto un guarda-sigilli _in partibus_--non si sa perchè--il

senatore napoletano Niutta.

Questo pover'uomo rimuove le mie viscere di pietà. È muto come un

pesce. A Napoli, nel 1849, segnò la petizione per l'abolizione della

Costituzione. Servì Ferdinando e Francesco II--credo anche Francesco

I, Ora è co-ministro. Egli arriva alla Camera tutto ritto, raso come

la mano, ammiccando, vestito completamente di nero. Lo si vede ogni

giorno--esatto come la campana del refettorio dei frati, arrivare ad

un'ora e mezzo, assidersi all'estremità della tavola ministeriale,

stecchito sulla colonna vertebrale, le mani su i ginocchi, tenersi sul

lembo della sedia, il cappello sulle coscie, non osando giammai

volgere lo sguardo dal lato sinistro, per paura di restarne

pietrifidato, come la moglie di Loth. Fino alle quattro, il signor

senatore sta impassibile, immobile. Alle quattro solamente egli

comincia a rimuoversi un tantino--alle quattro e mezzo si muove

affatto e va a beccarsi un risotto o dar la caccia alle crestaie ed

alle contesse dei portici di Po. Un giorno Mellana parlava. Il signor

Niutta approvava furiosamente della testa. Il De Sanctis, suo vicino

ordinario, lo guarda con un aggrottare di indicibile indignazione:

quel caro signor Niutta.... dormiva! Lo si dice un singolar

giureconsulto ed uomo a buoni consigli nell'elaborazione del nuovo

codice italiano. Ora egli è ritornato nella notte, donde lo avevano

ritirato per azzardo. _Requiescat!_

Infine, il ministro dell'istruzione pubblica, signor De Sanctis, è un

altro napoletano. Egli era, è forse ancora, filologo di sapere molto

mediocre. Dava qui in Torino, nell'esiglio, delle lezioni di

letteratura con un certo successo, quando ottenne di andare ad

occupare una cattedra a Zurigo. Dopo la rivoluzione del 60--permettete

che la onori di questo nome--De Sanctis ritornò a Napoli

all'insegnamento della gramatica. Garibaldi, che aveva preso

l'abitudine a far dei miracoli, lo nominò governatore di una

provincia, poi consigliere d'istruzione pubblica. De Sanctis restò a

questo posto nove giorni, e fece più egli in quelle poche ore che

tutti i suoi successori in nove mesi. È vero che questi successori si

chiamarono Piria, Ciccone, Imbriani, vale a dire il _consumè_

dell'impotenza e dell'incapacità! De Sanctis ha pubblicato alcuni

articoli di critica, che dicono commendevoli. Esordì alla Camera con

un discorso abile, molto bene assaporato, ed applaudito sopra tutto

dalla sinistra. Era una sposizione di motivi veramente liberale. Fu il

solo suo discorso. Di poi, è stato infelicissimo e pretenzioso. E

l'ultima volta, testè, che parlò, fece pietà. Si smarrì, perdè il filo

dell'orazione mandata a memoria, bevve acqua zuccherata ad

annegarvisi, prese fiato, si lamentò del cicalio della Camera, del

muover delle carte, del vento, del ganimede che gli portava la

bibita.... fu lagrimevole!

De Sanctis sa di politica quanto gli uscieri della Camera. Lo si era

preso per dare nel Ministero un individuo di Napoli; e basta dire che

lo propose Poerio. Si mostrò da prima attivo, fornito di buona

volontà, avvegnachè debole--uomo infine da fare e da voler fare. Egli

ha ingannato completamente, radicalmente ogni aspettativa. Il fuoco

fatuo del suo debuto si è estinto miseramente nella confusione, nel

disordine, nel ridicolo. Men che un commesso, egli ha brancolato nel

vuoto; e quando ha voluto dar segno di vita, non ha fatto che

offuscare i qualche sprazzi di luce dei suoi segretari generali, per

gelosia o per intelligenza, non so. Fino a che il signor Quintino

Sella tenne il timone del suo ministero, De Sanctis non dette nelle

sirti melensamente. Dipoi, io non mi vidi mai miseria al di sotto di

questa miseria, orgoglio al di sopra di questo orgoglio. Attaccato

come una piattola, scusino i miei leggitori, al Gabinetto Ricasoli, il

quale non può demolire una pietra senza rovesciare l'intero edilìzio,

De Sanctis si è immelmato al suo posto, tollerato perchè la

responsabilità del Gabinetto tutto lo copre, perchè la maggioranza

sostiene il Gabinetto in blocco, e perchè egli rappresenta l'elemento

napoletano e burbanza un'ostilità, molto gustata dalla sinistra,

contro l'egemonia piemontese. Del resto, egli non è nulla. Egli non ha

saputo neppur demolire l'edifizio sì poco organico del conte Casati e

del conte Mamiani. Cadendo, De Sanctis non sarà nè compianto nè

desiderato da chicchessia--neppur dai qualche parassiti ch'oggi

dinanzi lo piaggiano, di dietro lo scherniscono. E' cadrà per sempre,

e noi saremo a domandarci ancora, come mai De Sanctis abbia potuto

esser ministro? Ma i portafogli hanno la loro stella come i processi!

Come uomo, De Sanctis è probo e galantuomo. Solo il peso del potere lo

ha reso ebete.

Ecco gli uomini che circondano il conte di Cavour. Sono degli atomi,

ai quali il nobile conte dà un impulso e che gravitano intorno a lui

con un movimento cieco, obbedendo alla sua attrazione.

Ora, quale è la politica del giorno del conte di Cavour?

Essa si riassume in una parola: _aspettare!_

Il conte di Cavour ha assunta la divisa di Guglielmo di Grange: _Je

maintiendrai!_

L'Italia si trova oggi in presenza di due fatti: completarsi,

unificarsi.

Per compiersi, bisogna che la ricuperi Roma e Venezia. Ma la bandiera

francese tutela Roma--e questa bandiera la si può allontanare, non

abbattere. Il conte di Cavour spera allontanarla con la pressione di

una forza morale, che il tempo solo da.

La quistione veneta è ormai una quistione europea. L'Italia non può

affrontarla sola, nè risolverla, per ora con le uniche sue forze;

perocchè l'Italia è ancora convalescente, viene appena di levarsi da

un sepolcro di quindici secoli. Bisogna dunque, innanzi tutto, avere

un esercito e degli alleati. Per raggiungere questo resultato, non si

saprebbe spiegar abbastanza di pazienza, di fermezza, di astuzia.

In fatto di politica straniera, agli occhi del conte di Cavour,

aspettare gli è riuscire.

Nella politica interna tutte le forze governative debbono convergere

ad assimilare, ad unificare. Quest'opera non s'improvvisa, sopra tutto

non si precipita, senza di che non si farebbe mica un edifizio, ma un

rappezzato.

Dunque? attendere!

Ecco la parola d'ordine del Governo italiano.

Parlando del terzo partito e della sinistra dirò ciò che si rimprovera

al programma del conte di Cavour. Per il momento, io non giudico, io

non discuto neppure--io espongo.

--------

Il conte di Cavour morto, il Gabinetto non gli sopravisse. Il barone

Natoli naufragò al Senato, poi approdò aggradevolmente e leggermente

ad una Prefettura, di cui fa sua delizia. Cassinis ritornò

onorevolmente al suo banco di deputato--sempre lo stesso, molto

stimabile e molto stimato. I ministri toscani, perchè toscani, si

attaccarono alla fortuna ed al vascello del barone Ricasoli. De

Sanctis, non essendo nulla, accettò Ricasoli come avrebbe accettato,

che so io? il Kan di Tartaria! La politica inaugurata dal conte

Cavour, senza benefizio d'inventario, almeno in apparenza, servì di

paviglione al nuovo Gabinetto.

IV.

Urbano Ratazzi.--Un po' di biografia.--Non è l'antitesi di

Cavour.--Sue idee politiche.--Segretari.--Massari, Zanardelli,

Galeoni, Negrotti, Mischi, Tenca.

_Torino, 10 maggio 1861._

Veniamo ora al signor Ratazzi.

Vi domando innanzi tutto il permesso di tratteggiare in qualche linee

la sua biografia. Il commendatore Ratazzi non è conosciuto in Francia

e nel resto di Europa, è poco conosciuto nelle nuove provincie

d'Italia--e nondimeno, il suo nome è quello che s'incontra lo più

sovente. Il signor Urbano Ratazzi è di Alessandria, dove nacque nel

1808, di una famiglia conosciutissima nel foro e sufficientemente

ricca. Fu avvocato a Casale. La sua entrata nella vita politica data

dal 1847, quando egli riuniva in casa sua il Comitato agricolo, il

quale mischiando alle quistioni dei concimi la quistione della libertà

e dell'indipendenza, spiaceva tanto al governo di Carlo-Alberto--detto

il _martire_ oggi, allora il _rinnegato_.

Nel 1848, la città d'Alessandria mandò il Ratazzi al Parlamento. Egli

vi si tenne a parte nei primi tempi. Sia tattica, sia istinto di

osservazione, Ratazzi volle conoscere di quali elementi si componesse

la Camera e fino a qual punto potevasi contare sur essa. Egli aveva

preso il suo partito fin dal primo giorno. Si mostrò però in tutto il

suo essere il 23 maggio, quando la Camera fu chiamata a discutere

sulla fusione della Lombardia col Piemonte. Ratazzi domandò una Camera

Costituente, la libertà assoluta della stampa, e l'armamento generale

della guardia nazionale. Tenne testa, per dieci giorni, al conte di

Cavour, il quale non ne voleva mica tanto. Ma le idee del Ratazzi

furono adottate a mezzo, ed il Gabinetto essendosi rimpastato, egli

entrò nella nuova combinazione con Casati, Ricci e Pareto.

Dopo la disfatta di Custoza, il Ministero cadde, ed il Gabinetto

conservatore del signor Pinelli rivenne a galla. La sua vita però non

fu lunga. Battuto sulla legge della pubblica istruzione, Pinelli dette

la sua demissione, ed il re riprese un Ministero detto _democratico_,

nel quale Ratazzi occupò da prima il portafoglio della giustizia, poi

quello dell'interno. Il suo primo atto fu una circolare ai vescovi,

con la quale li minacciava di farli arrestar tutti, se continuassero a

predicare ed a far pastorali contro la libertà. Il suo atto il più

importante però fu la resistenza che oppose all'abate Gioberti,

presidente del Consiglio, il quale voleva occupar la Toscana e gli

Stati pontificii colle truppe piemontesi. Egli dette la sua

demissione.

L'abate Gioberti, venendo a spiegare dinanzi la Camera la ragione di

questa demissione, volle dissimularne la natura e l'importanza. Allora

Ratazzi si alza, ed in un discorso magnifico ne rileva il carattere e

tutta la gravezza. L'abate lasciasi andare ad uno scoppio di collera, ed

una scena incredibile succede; imperciocchè l'abate Gioberti--questo

pregiudizio nazionale--passava allora, e passa ancora oggidì, per il tipo

dell'elevatezza e della somma scienza italiana. Gioberti dà la sua

demissione. Ratazzi l'aveva già data; ma egli resta finalmente padrone

della situazione e riprende il portafoglio.

Il 12 marzo 1849, spinto dagli avvenimenti, soccombendo alla pressione

di tutta l'Italia in fuoco, Ratazzi sale alla tribuna onde annunziare

che l'ora della riscossa era sonata. Era il rintocco che doveva finire

con la funebre campana di Novara! Dopo questo disastro d'Italia,

Ratazzi si dimette di nuovo. Nel 1852, avendo sempre conservato la

direzione della sinistra, egli appoggiò il conte di Cavour. Ma egli

respingeva la legge, la quale voleva restringere la libertà della

stampa. Bisognò intendersi, perchè le circostanze erano gravi e la

pace del Regno correva pericoli--minacciata dagli autori facinorosi

del colpo di Stato di Parigi. Ne seguì ciò che chiamossi _connubio_, o

più famigliarmente una coalizione; in sè un compromesso. Ratazzi fu

nominato presidente della Camera, ed indi a poco ministro della

giustizia. Nel 1856 Ratazzi presentò la legge per l'abolizione dei

conventi. Restò agli affari fino al 1857, epoca nella quale

amministrava l'interno.

Voi vi ricorderete il guazzabuglio che Mazzini provocò a Genova--in

seguito alla spedizione di Pisacane nel Regno di Napoli. Cavour voleva

usare misure eccezionali: Ratazzi non consentì di uscire dalla

legalità. L'opinione pubblica ed il Parlamento--senza contare la

Francia--sostennero Cavour; il signor Ratazzi si ritirò--e restò capo

della sinistra fino alla pace di Villafranca.

Il re era investito dei poteri eccezionali conferitigli al romper

della guerra. Il commendatore Ratazzi, avendo raccolta l'eredità di

Cavour, si servì di questa autorità dittatoriale per pubblicare quella

serie di leggi organiche, le quali reggono tuttavia il Regno d'Italia,

Leggi poco simpatiche, troppo municipali, poco chiare, scritte in uno

stile da curia, confuse, non attagliate all'indole italiana, con un

senso autocratico altrettanto più inesplicabile che esse furono

attinte a quelle del Belgio e ci furono attagliate da un uomo di

un'intelligenza elevata e che passa per il porta stendardo della

democrazia italiana. Non avendo però voluto segnare l'atto della

cessione di Nizza e Savoia, non avendo osato accettare l'annessione

del centro, bisognò che Ratazzi cedesse novellamente il suo posto al

conte di Cavour.

Ora Ratazzi è di nuovo presidente della Camera. Il conte di Cavour lo

fece portare al seggio dai suoi; e la sinistra, troppo semplice, non

comprese il tranello e dette dentro all'impannata. La sinistra

presentava alla Camera un presidente uscito dal suo seno, ma perdeva

il suo capo--vale a dire, si annullava. Oggi la sinistra è un composto

di briccioli potentemente vividi, vivamente accentuati, ma senza

nesso, senza legami. Il Parlamento ha guadagnato un presidente

rimarchevole, sopra tutto giusto, che afferra la quistione al volo,

che la espone con chiarezza, con precisione, che riassume, che

distingue, che espone con uno ingegno superiore; ma, lo ripeto,

l'opposizione è restata un corpo senz'anima, o, se meglio vi aggrada,

un'anima errante alla ricerca di una incarnazione.

Il commendatore Ratazzi non è l'antitesi del conte di Cavour, come per

avventura lo si potrebhe credere--egli ne è semplicemente il finito.

Il conte di Cavour è uno statista a viste generali, altissime: il

commendatore Ratazzi conosce a fondo il Piemonte, un poco l'Italia,

niente l'Europa. Cavour è economista e diplomatico innanzi tutto:

Ratazzi è giurista ed amministratore. Cavour mira al fatto, mira allo

scopo: Ratazzi si trinciera nel dritto, nella legalità, nello Statuto;

ed il più grande risultato del mondo non lo tenta, fuori dei

principii. Cavour allega la questione nazionale avanti la questione

politica, la questione politica avanti la costituzionale, Ratazzi vede

la legge innanzi tutto, poi viene il resto, se questa non è vulnerata.

Il conte di Cavour osa e rischia: il commendatore Ratazzi si avventura

poco. Cavour si preoccupa della forza, Ratazzi della libertà. Non già

che questi sia di molto più liberale, più democratico, più

rivoluzionario che quegli; ma l'uno fa buon mercato della forma onde

assicurare il fondo: l'altro opina che la forma, il metodo, abbiano su

tutto queste cose un'influenza capitale.

Quando vi darò il programma del terzo partito voi vedrete che la

differenza tra i due capi politici dell'Italia non è poi un abisso.

Non consiste che nella differenza del punto di appoggio, cui Ratazzi

cerca unicamente all'interno, ed il conte di Cavour domanda

all'Europa.

Il signor Ratazzi è un parlatore abile, facile, ma orbo di quello

scintillìo che affascina negli oratori francesi. Ed io comincio a

credere che la nostra lingua, troppo solenne, e lingua morta, ci

trascini in sfere troppo astratte, o ci ritiene in parlantine un certo

che pretenziose. Ma il Ratazzi è un atleta nella discussione. Nulla

resiste alla forza della sua logica, alla carica dei suoi argomenti.

E' vede del primo sguardo il nodo della quistione, vi si attacca, e

_non missura cutem nisi plena cruoris hirudo!_ non la lascia che non

l'abbia sviscerata, svolta a fondo. La sua lingua è pura e chiara; la

sua voce debole, ma insinuante. Ratazzi è il tipo della probità

politica in Italia. E' non ebbe mai deliquii, ciò che l'imperatore

Napoleone chiamò _défaillances_. Se ha perduto un po' della foga dei

suoi primi anni di liberalismo, bisogna dire ch'egli non ha nemmen

rinculato. Si vede non pertanto ch'egli carezza ancora qualche

velleità municipale e che crede all'efficacia del principio d'autorità

applicato largamente, non alla politica, ma all'amministrazione,

Ratazzi è timido, forse a causa della sua mancanza di sperienza nella

vita dei popoli. Qualche anno di viaggi e di fregarsi con gli uomini

di Stato di Europa l'innalzerebbero di cento cubiti. Non basta

sapere--ed e' sa molto--bisogna vedere e toccare. Malgrado ciò, nella

sua carriera parlamentare Ratazzi ha avuto dei momenti di una

splendida fermezza, di un coraggio che nulla seppe scuotere, sia

contro il conte di Revel, sia contro il Gioberti, sia contro il signor

Costa de Beauregard ed il conte di Cavour. E il commendatore Ratazzi

che fece cacciar i canonici dalla Camera. Il re, che cominciò per non

poterlo soffrire, l'ama oggidì e l'onora moltissimo.

_Arcades ambo!_ ambo soavemente teneri dell'egemonia piemontese!

Ratazzi ha le maniere aristocratiche e cortesi. Sempre gentile, sempre

benevolo e affabile.

Egli ha dei principii e delle idee fisse. Pendeva un dì, prima

dell'ultimo suo viaggio a Parigi, più verso l'Inghilterra che verso la

Francia. La Francia era per lui l'incognito. Egli aveva più fede

nell'iniziativa dei popoli che nell'impulso esteriore. Ora queste

credenze si sono in lui un cotal poco alterate. Ha subito il fascino

della Sirena, che chiamasi Parigi. Ratazzi è il ministro dei tempi

normali, se è solo: col conte di Cavour, ed anche col barone Ricasoli, e'

sarà sempre il benvenuto--perchè allora egli è l'equilibrio, l'armonia.

Ratazzi ha il tutto amministrativo. Egli ha inoltre del cuore e della

coscienza--ciò che in politica non è poi sempre di troppo. È

perseverante, severo, imparziale--nè manca di scaltrezza. Quantunque un

po' fantastico, la sua opposizione non esce mai dai limiti, non è mai nè

grossolana, nè personale: combatte le idee, i principii. Egli è il più

sapiente strategista parlamentare della Camera--con il signor Mellana ed

il conte di Cavour. È abile, e nel fondo sempre un poco avvocato. E'

manifestò questo tatto fino dal suo esordire, quando spinse nel

precipizio il suo rivale Pinelli--vi correva di già assai bene coi propri

piedi. E fu allora che il Ratazzi _sposò_ l'Italia--chi sa? forse al

_treiziéme_, come dicevasi a Parigi quando i rioni della città non erano

che dodici. Ratazzi è oggidì partigiano del progresso lento, ma

continuo--ovvero, conservatore progressista. Parlando del terzo partito,

completerò il suo ritratto col programma del partito suo. Però debbo

aggiungere, che dopo il suo ritorno da Parigi, il commendatore Ratazzi è

tutt'altro uomo. Non si vede il sultano delle Tuileries impunemente, se

non si hanno coscienza, principii, propositi, interessi determinati e

considerazione di sè altissima--tutto di bronzo. Ratazzi è tornato

partigiano ad ogni costo dell'alleanza francese. Egli ha assunto la parte

difficilissima di moderatore--parte che avrebbe consunto innanzi l'ora lo

stesso Cavour, se questi non si fosse di tempo in tempo ritemperato con

dei colpi di audacia, con delle risorse di genio, ma disperate, alle

quali l'onestà e la prudenza del signor Ratazzi non si piegheranno mai di

ricorrere. Ratazzi andrà al potere prestissimo--prima forse che questo

libro venga alla luce. Che ci pensi bene. Se egli non deve essere altro

che un _changement de relais_ del barone Ricasoli, è un uomo perduto.

E' non puote aspirare alle grandi missioni politiche: la constituzione

organica della sua mente vi si oppone. Può essere un benefico

amministratore, se vorrà persuadersi che l'amministrazione migliore è la

più semplice.

Ora, due parole su i segretari della Camera.

I moribondi del Palazzo Carignano · 第 4 / 11 段