delle passioni se ne pensi oggi in contrario. Il conte Bastogi è ministro
delle finanze e banchiere a Livorno. Egli è stato banchiere di Mazzini e
della casa di Lorena--a quegli dando, a questa prendendo e dando. Bastogi
è guizzato fra tutti i partiti, impaziente di rappresentare una parte
politica nella commedia sociale. E' cominciò da affari poco felici, ed è
oggi cinque o sei volte milionario. Ma egli ha fatto la sua fortuna
nobilmente, dando all'_exploitation_ delle mine dell'isola d'Elba una
estensione, alla quale il Governo toscano non seppe risolversi mai. Il
Bastogi è divenuto inoltre, poco a poco, il principal azionario delle
ferrovie della Toscana. Lo si dice abilissimo nelle operazioni di Banca e
nel maneggio degl'imprestiti--restando sempre un perfetto galantuomo!
L'imprestito del 1860 fecegli dono di una corona di conte--e, vuolsi, di
uno scapito di parecchie centinaia di mille lire! Bastogi parla bene, con
slancio, con spirito, e talvolta anche con lirismo. È versato nelle
teorie economiche e nelle lettere italiane. Vien poco alla Camera.
Ascolta come un angelo. Presenta bilancio su bilancio con ispaventevoli
deficit, sotto ai quali soccomberà--se soccomberà--avendo avuto l'abilità
di cader ritto su i piedi anche dopo la deplorevole riescita dell'ultimo
prestito. Bastogi ha una stella propizia. Un fiasco gli dà un blasone.
Dopo, la sua fisonomia si è meglio disegnata.
Come finanziero, egli ha presentato al Parlamento un plesso di leggi
nelle quali, malgrado l'inesorabile voracità del fisco, traspira che
colui il quale le ha proposte s'inspira a principii economici, elevati e
liberi. Bastogi ha una concezione sintetica ch'egli sviluppa per gradi,
e di cui si apprezzerà l'insieme quando coronerà l'edificio con la legge
della percezione. Per il momento, vi si sente un lavoro di bozze che
deve essere mondato e raffinato, semplificato, abbellito, armonizzato
forse in tutte le sue parti. Ma il ministro gitta dei fondamenti e va di
fretta. Le canne del tesoro sono divaricate. Bastogi mira a dotare il
nostro regno di un sistema finanziero, per quanto può italiano---se i
balzelli hanno patria. Io dubito che vi riesca. Le finanze sono
cosmopolite. Ed il signor banchiere livornese non ha l'ardimento di
romperla con le tradizioni ed abordare, nelle imposte, un sistema
radicale; nell'amministrazione, la semplificazione. Bastogi non sa far
agire la grande leva del credito pubblico--creare qualche cosa dal
nulla--moltiplicare come Cristo i pesci ed i pani. Dieci, nelle sue
mani, saranno tutto al più cento, ma non mai mille, diecimila, un
milione.
Come ministro, il signor Bastogi ha tenuto con grande convenienza il
suo posto. Attaccato, non ha rinculato e si è difeso con destrezza,
con ingegno, con franchezza, seminando il suo dire d'entusiasmo e di
epigrammi, a cui non mancano nè il fiele nè la punta. Ma il signor
Bastogi ignora la scienza del dettaglio. Egli è liberale ed italiano.
Ha lo spirito coltivato, facile, morbido, proclive all'esaltamento. Il
carattere troppo toscano: le maniere gentili. Non sembra ambizioso.
Nondimeno, cadendo, egli si rileverà, e più presto che non se lo
aspettano coloro che lo scalzano. Ai _saggi_ degli altri, Bastogi
verrà di nuovo ad apportare le correzioni della sua sperienza. Il suo
predecessore gli aveva legato il _caos piemontese_; egli lega il _caos
italiano_: ma egli lo lega di una maniera vitale ed organizzabile. Lo
si giudicherà meglio sul budget _unico_ dell'Italia, che prepara--e
che avrà forse il tempo di presentare.
Il più grazioso fra i ministri è il signor Cassinis, ministro di
grazia e giustizia. Quest'uomo amabile, avvocato distinto, parlatore
fluente, ha sempre il sorriso sulle labbra. Egli è il solo ministro
che non s'impazienti mai delle interpellazioni e delle interruzioni.
Egli sorride sempre, e non manca mai di risorse e di cortesia.
Brofferio e Mellana gli fanno passare dei tristi quarti d'ora:
nondimeno egli non perde giammai il suo buon umore, la sua facilità di
rispondere ed il suo sangue freddo--ciò che avviene talvolta a Cavour.
Il signor Cassinis non si è neppure piccato che lo abbiano
fiancheggiato di un a _latere_, senza pretesto.
Vi è in effetto un guarda-sigilli _in partibus_--non si sa perchè--il
senatore napoletano Niutta.
Questo pover'uomo rimuove le mie viscere di pietà. È muto come un
pesce. A Napoli, nel 1849, segnò la petizione per l'abolizione della
Costituzione. Servì Ferdinando e Francesco II--credo anche Francesco
I, Ora è co-ministro. Egli arriva alla Camera tutto ritto, raso come
la mano, ammiccando, vestito completamente di nero. Lo si vede ogni
giorno--esatto come la campana del refettorio dei frati, arrivare ad
un'ora e mezzo, assidersi all'estremità della tavola ministeriale,
stecchito sulla colonna vertebrale, le mani su i ginocchi, tenersi sul
lembo della sedia, il cappello sulle coscie, non osando giammai
volgere lo sguardo dal lato sinistro, per paura di restarne
pietrifidato, come la moglie di Loth. Fino alle quattro, il signor
senatore sta impassibile, immobile. Alle quattro solamente egli
comincia a rimuoversi un tantino--alle quattro e mezzo si muove
affatto e va a beccarsi un risotto o dar la caccia alle crestaie ed
alle contesse dei portici di Po. Un giorno Mellana parlava. Il signor
Niutta approvava furiosamente della testa. Il De Sanctis, suo vicino
ordinario, lo guarda con un aggrottare di indicibile indignazione:
quel caro signor Niutta.... dormiva! Lo si dice un singolar
giureconsulto ed uomo a buoni consigli nell'elaborazione del nuovo
codice italiano. Ora egli è ritornato nella notte, donde lo avevano
ritirato per azzardo. _Requiescat!_
Infine, il ministro dell'istruzione pubblica, signor De Sanctis, è un
altro napoletano. Egli era, è forse ancora, filologo di sapere molto
mediocre. Dava qui in Torino, nell'esiglio, delle lezioni di
letteratura con un certo successo, quando ottenne di andare ad
occupare una cattedra a Zurigo. Dopo la rivoluzione del 60--permettete
che la onori di questo nome--De Sanctis ritornò a Napoli
all'insegnamento della gramatica. Garibaldi, che aveva preso
l'abitudine a far dei miracoli, lo nominò governatore di una
provincia, poi consigliere d'istruzione pubblica. De Sanctis restò a
questo posto nove giorni, e fece più egli in quelle poche ore che
tutti i suoi successori in nove mesi. È vero che questi successori si
chiamarono Piria, Ciccone, Imbriani, vale a dire il _consumè_
dell'impotenza e dell'incapacità! De Sanctis ha pubblicato alcuni
articoli di critica, che dicono commendevoli. Esordì alla Camera con
un discorso abile, molto bene assaporato, ed applaudito sopra tutto
dalla sinistra. Era una sposizione di motivi veramente liberale. Fu il
solo suo discorso. Di poi, è stato infelicissimo e pretenzioso. E
l'ultima volta, testè, che parlò, fece pietà. Si smarrì, perdè il filo
dell'orazione mandata a memoria, bevve acqua zuccherata ad
annegarvisi, prese fiato, si lamentò del cicalio della Camera, del
muover delle carte, del vento, del ganimede che gli portava la
bibita.... fu lagrimevole!
De Sanctis sa di politica quanto gli uscieri della Camera. Lo si era
preso per dare nel Ministero un individuo di Napoli; e basta dire che
lo propose Poerio. Si mostrò da prima attivo, fornito di buona
volontà, avvegnachè debole--uomo infine da fare e da voler fare. Egli
ha ingannato completamente, radicalmente ogni aspettativa. Il fuoco
fatuo del suo debuto si è estinto miseramente nella confusione, nel
disordine, nel ridicolo. Men che un commesso, egli ha brancolato nel
vuoto; e quando ha voluto dar segno di vita, non ha fatto che
offuscare i qualche sprazzi di luce dei suoi segretari generali, per
gelosia o per intelligenza, non so. Fino a che il signor Quintino
Sella tenne il timone del suo ministero, De Sanctis non dette nelle
sirti melensamente. Dipoi, io non mi vidi mai miseria al di sotto di
questa miseria, orgoglio al di sopra di questo orgoglio. Attaccato
come una piattola, scusino i miei leggitori, al Gabinetto Ricasoli, il
quale non può demolire una pietra senza rovesciare l'intero edilìzio,
De Sanctis si è immelmato al suo posto, tollerato perchè la
responsabilità del Gabinetto tutto lo copre, perchè la maggioranza
sostiene il Gabinetto in blocco, e perchè egli rappresenta l'elemento
napoletano e burbanza un'ostilità, molto gustata dalla sinistra,
contro l'egemonia piemontese. Del resto, egli non è nulla. Egli non ha
saputo neppur demolire l'edifizio sì poco organico del conte Casati e
del conte Mamiani. Cadendo, De Sanctis non sarà nè compianto nè
desiderato da chicchessia--neppur dai qualche parassiti ch'oggi
dinanzi lo piaggiano, di dietro lo scherniscono. E' cadrà per sempre,
e noi saremo a domandarci ancora, come mai De Sanctis abbia potuto
esser ministro? Ma i portafogli hanno la loro stella come i processi!
Come uomo, De Sanctis è probo e galantuomo. Solo il peso del potere lo
ha reso ebete.
Ecco gli uomini che circondano il conte di Cavour. Sono degli atomi,
ai quali il nobile conte dà un impulso e che gravitano intorno a lui
con un movimento cieco, obbedendo alla sua attrazione.
Ora, quale è la politica del giorno del conte di Cavour?
Essa si riassume in una parola: _aspettare!_
Il conte di Cavour ha assunta la divisa di Guglielmo di Grange: _Je
maintiendrai!_
L'Italia si trova oggi in presenza di due fatti: completarsi,
unificarsi.
Per compiersi, bisogna che la ricuperi Roma e Venezia. Ma la bandiera
francese tutela Roma--e questa bandiera la si può allontanare, non
abbattere. Il conte di Cavour spera allontanarla con la pressione di
una forza morale, che il tempo solo da.
La quistione veneta è ormai una quistione europea. L'Italia non può
affrontarla sola, nè risolverla, per ora con le uniche sue forze;
perocchè l'Italia è ancora convalescente, viene appena di levarsi da
un sepolcro di quindici secoli. Bisogna dunque, innanzi tutto, avere
un esercito e degli alleati. Per raggiungere questo resultato, non si
saprebbe spiegar abbastanza di pazienza, di fermezza, di astuzia.
In fatto di politica straniera, agli occhi del conte di Cavour,
aspettare gli è riuscire.
Nella politica interna tutte le forze governative debbono convergere
ad assimilare, ad unificare. Quest'opera non s'improvvisa, sopra tutto
non si precipita, senza di che non si farebbe mica un edifizio, ma un
rappezzato.
Dunque? attendere!
Ecco la parola d'ordine del Governo italiano.
Parlando del terzo partito e della sinistra dirò ciò che si rimprovera
al programma del conte di Cavour. Per il momento, io non giudico, io
non discuto neppure--io espongo.
--------
Il conte di Cavour morto, il Gabinetto non gli sopravisse. Il barone
Natoli naufragò al Senato, poi approdò aggradevolmente e leggermente
ad una Prefettura, di cui fa sua delizia. Cassinis ritornò
onorevolmente al suo banco di deputato--sempre lo stesso, molto
stimabile e molto stimato. I ministri toscani, perchè toscani, si
attaccarono alla fortuna ed al vascello del barone Ricasoli. De
Sanctis, non essendo nulla, accettò Ricasoli come avrebbe accettato,
che so io? il Kan di Tartaria! La politica inaugurata dal conte
Cavour, senza benefizio d'inventario, almeno in apparenza, servì di
paviglione al nuovo Gabinetto.
IV.
Urbano Ratazzi.--Un po' di biografia.--Non è l'antitesi di
Cavour.--Sue idee politiche.--Segretari.--Massari, Zanardelli,
Galeoni, Negrotti, Mischi, Tenca.
_Torino, 10 maggio 1861._
Veniamo ora al signor Ratazzi.
Vi domando innanzi tutto il permesso di tratteggiare in qualche linee
la sua biografia. Il commendatore Ratazzi non è conosciuto in Francia
e nel resto di Europa, è poco conosciuto nelle nuove provincie
d'Italia--e nondimeno, il suo nome è quello che s'incontra lo più
sovente. Il signor Urbano Ratazzi è di Alessandria, dove nacque nel
1808, di una famiglia conosciutissima nel foro e sufficientemente
ricca. Fu avvocato a Casale. La sua entrata nella vita politica data
dal 1847, quando egli riuniva in casa sua il Comitato agricolo, il
quale mischiando alle quistioni dei concimi la quistione della libertà
e dell'indipendenza, spiaceva tanto al governo di Carlo-Alberto--detto
il _martire_ oggi, allora il _rinnegato_.
Nel 1848, la città d'Alessandria mandò il Ratazzi al Parlamento. Egli
vi si tenne a parte nei primi tempi. Sia tattica, sia istinto di
osservazione, Ratazzi volle conoscere di quali elementi si componesse
la Camera e fino a qual punto potevasi contare sur essa. Egli aveva
preso il suo partito fin dal primo giorno. Si mostrò però in tutto il
suo essere il 23 maggio, quando la Camera fu chiamata a discutere
sulla fusione della Lombardia col Piemonte. Ratazzi domandò una Camera
Costituente, la libertà assoluta della stampa, e l'armamento generale
della guardia nazionale. Tenne testa, per dieci giorni, al conte di
Cavour, il quale non ne voleva mica tanto. Ma le idee del Ratazzi
furono adottate a mezzo, ed il Gabinetto essendosi rimpastato, egli
entrò nella nuova combinazione con Casati, Ricci e Pareto.
Dopo la disfatta di Custoza, il Ministero cadde, ed il Gabinetto
conservatore del signor Pinelli rivenne a galla. La sua vita però non
fu lunga. Battuto sulla legge della pubblica istruzione, Pinelli dette
la sua demissione, ed il re riprese un Ministero detto _democratico_,
nel quale Ratazzi occupò da prima il portafoglio della giustizia, poi
quello dell'interno. Il suo primo atto fu una circolare ai vescovi,
con la quale li minacciava di farli arrestar tutti, se continuassero a
predicare ed a far pastorali contro la libertà. Il suo atto il più
importante però fu la resistenza che oppose all'abate Gioberti,
presidente del Consiglio, il quale voleva occupar la Toscana e gli
Stati pontificii colle truppe piemontesi. Egli dette la sua
demissione.
L'abate Gioberti, venendo a spiegare dinanzi la Camera la ragione di
questa demissione, volle dissimularne la natura e l'importanza. Allora
Ratazzi si alza, ed in un discorso magnifico ne rileva il carattere e
tutta la gravezza. L'abate lasciasi andare ad uno scoppio di collera, ed
una scena incredibile succede; imperciocchè l'abate Gioberti--questo
pregiudizio nazionale--passava allora, e passa ancora oggidì, per il tipo
dell'elevatezza e della somma scienza italiana. Gioberti dà la sua
demissione. Ratazzi l'aveva già data; ma egli resta finalmente padrone
della situazione e riprende il portafoglio.
Il 12 marzo 1849, spinto dagli avvenimenti, soccombendo alla pressione
di tutta l'Italia in fuoco, Ratazzi sale alla tribuna onde annunziare
che l'ora della riscossa era sonata. Era il rintocco che doveva finire
con la funebre campana di Novara! Dopo questo disastro d'Italia,
Ratazzi si dimette di nuovo. Nel 1852, avendo sempre conservato la
direzione della sinistra, egli appoggiò il conte di Cavour. Ma egli
respingeva la legge, la quale voleva restringere la libertà della
stampa. Bisognò intendersi, perchè le circostanze erano gravi e la
pace del Regno correva pericoli--minacciata dagli autori facinorosi
del colpo di Stato di Parigi. Ne seguì ciò che chiamossi _connubio_, o
più famigliarmente una coalizione; in sè un compromesso. Ratazzi fu
nominato presidente della Camera, ed indi a poco ministro della
giustizia. Nel 1856 Ratazzi presentò la legge per l'abolizione dei
conventi. Restò agli affari fino al 1857, epoca nella quale
amministrava l'interno.
Voi vi ricorderete il guazzabuglio che Mazzini provocò a Genova--in
seguito alla spedizione di Pisacane nel Regno di Napoli. Cavour voleva
usare misure eccezionali: Ratazzi non consentì di uscire dalla
legalità. L'opinione pubblica ed il Parlamento--senza contare la
Francia--sostennero Cavour; il signor Ratazzi si ritirò--e restò capo
della sinistra fino alla pace di Villafranca.
Il re era investito dei poteri eccezionali conferitigli al romper
della guerra. Il commendatore Ratazzi, avendo raccolta l'eredità di
Cavour, si servì di questa autorità dittatoriale per pubblicare quella
serie di leggi organiche, le quali reggono tuttavia il Regno d'Italia,
Leggi poco simpatiche, troppo municipali, poco chiare, scritte in uno
stile da curia, confuse, non attagliate all'indole italiana, con un
senso autocratico altrettanto più inesplicabile che esse furono
attinte a quelle del Belgio e ci furono attagliate da un uomo di
un'intelligenza elevata e che passa per il porta stendardo della
democrazia italiana. Non avendo però voluto segnare l'atto della
cessione di Nizza e Savoia, non avendo osato accettare l'annessione
del centro, bisognò che Ratazzi cedesse novellamente il suo posto al
conte di Cavour.
Ora Ratazzi è di nuovo presidente della Camera. Il conte di Cavour lo
fece portare al seggio dai suoi; e la sinistra, troppo semplice, non
comprese il tranello e dette dentro all'impannata. La sinistra
presentava alla Camera un presidente uscito dal suo seno, ma perdeva
il suo capo--vale a dire, si annullava. Oggi la sinistra è un composto
di briccioli potentemente vividi, vivamente accentuati, ma senza
nesso, senza legami. Il Parlamento ha guadagnato un presidente
rimarchevole, sopra tutto giusto, che afferra la quistione al volo,
che la espone con chiarezza, con precisione, che riassume, che
distingue, che espone con uno ingegno superiore; ma, lo ripeto,
l'opposizione è restata un corpo senz'anima, o, se meglio vi aggrada,
un'anima errante alla ricerca di una incarnazione.
Il commendatore Ratazzi non è l'antitesi del conte di Cavour, come per
avventura lo si potrebhe credere--egli ne è semplicemente il finito.
Il conte di Cavour è uno statista a viste generali, altissime: il
commendatore Ratazzi conosce a fondo il Piemonte, un poco l'Italia,
niente l'Europa. Cavour è economista e diplomatico innanzi tutto:
Ratazzi è giurista ed amministratore. Cavour mira al fatto, mira allo
scopo: Ratazzi si trinciera nel dritto, nella legalità, nello Statuto;
ed il più grande risultato del mondo non lo tenta, fuori dei
principii. Cavour allega la questione nazionale avanti la questione
politica, la questione politica avanti la costituzionale, Ratazzi vede
la legge innanzi tutto, poi viene il resto, se questa non è vulnerata.
Il conte di Cavour osa e rischia: il commendatore Ratazzi si avventura
poco. Cavour si preoccupa della forza, Ratazzi della libertà. Non già
che questi sia di molto più liberale, più democratico, più
rivoluzionario che quegli; ma l'uno fa buon mercato della forma onde
assicurare il fondo: l'altro opina che la forma, il metodo, abbiano su
tutto queste cose un'influenza capitale.
Quando vi darò il programma del terzo partito voi vedrete che la
differenza tra i due capi politici dell'Italia non è poi un abisso.
Non consiste che nella differenza del punto di appoggio, cui Ratazzi
cerca unicamente all'interno, ed il conte di Cavour domanda
all'Europa.
Il signor Ratazzi è un parlatore abile, facile, ma orbo di quello
scintillìo che affascina negli oratori francesi. Ed io comincio a
credere che la nostra lingua, troppo solenne, e lingua morta, ci
trascini in sfere troppo astratte, o ci ritiene in parlantine un certo
che pretenziose. Ma il Ratazzi è un atleta nella discussione. Nulla
resiste alla forza della sua logica, alla carica dei suoi argomenti.
E' vede del primo sguardo il nodo della quistione, vi si attacca, e
_non missura cutem nisi plena cruoris hirudo!_ non la lascia che non
l'abbia sviscerata, svolta a fondo. La sua lingua è pura e chiara; la
sua voce debole, ma insinuante. Ratazzi è il tipo della probità
politica in Italia. E' non ebbe mai deliquii, ciò che l'imperatore
Napoleone chiamò _défaillances_. Se ha perduto un po' della foga dei
suoi primi anni di liberalismo, bisogna dire ch'egli non ha nemmen
rinculato. Si vede non pertanto ch'egli carezza ancora qualche
velleità municipale e che crede all'efficacia del principio d'autorità
applicato largamente, non alla politica, ma all'amministrazione,
Ratazzi è timido, forse a causa della sua mancanza di sperienza nella
vita dei popoli. Qualche anno di viaggi e di fregarsi con gli uomini
di Stato di Europa l'innalzerebbero di cento cubiti. Non basta
sapere--ed e' sa molto--bisogna vedere e toccare. Malgrado ciò, nella
sua carriera parlamentare Ratazzi ha avuto dei momenti di una
splendida fermezza, di un coraggio che nulla seppe scuotere, sia
contro il conte di Revel, sia contro il Gioberti, sia contro il signor
Costa de Beauregard ed il conte di Cavour. E il commendatore Ratazzi
che fece cacciar i canonici dalla Camera. Il re, che cominciò per non
poterlo soffrire, l'ama oggidì e l'onora moltissimo.
_Arcades ambo!_ ambo soavemente teneri dell'egemonia piemontese!
Ratazzi ha le maniere aristocratiche e cortesi. Sempre gentile, sempre
benevolo e affabile.
Egli ha dei principii e delle idee fisse. Pendeva un dì, prima
dell'ultimo suo viaggio a Parigi, più verso l'Inghilterra che verso la
Francia. La Francia era per lui l'incognito. Egli aveva più fede
nell'iniziativa dei popoli che nell'impulso esteriore. Ora queste
credenze si sono in lui un cotal poco alterate. Ha subito il fascino
della Sirena, che chiamasi Parigi. Ratazzi è il ministro dei tempi
normali, se è solo: col conte di Cavour, ed anche col barone Ricasoli, e'
sarà sempre il benvenuto--perchè allora egli è l'equilibrio, l'armonia.
Ratazzi ha il tutto amministrativo. Egli ha inoltre del cuore e della
coscienza--ciò che in politica non è poi sempre di troppo. È
perseverante, severo, imparziale--nè manca di scaltrezza. Quantunque un
po' fantastico, la sua opposizione non esce mai dai limiti, non è mai nè
grossolana, nè personale: combatte le idee, i principii. Egli è il più
sapiente strategista parlamentare della Camera--con il signor Mellana ed
il conte di Cavour. È abile, e nel fondo sempre un poco avvocato. E'
manifestò questo tatto fino dal suo esordire, quando spinse nel
precipizio il suo rivale Pinelli--vi correva di già assai bene coi propri
piedi. E fu allora che il Ratazzi _sposò_ l'Italia--chi sa? forse al
_treiziéme_, come dicevasi a Parigi quando i rioni della città non erano
che dodici. Ratazzi è oggidì partigiano del progresso lento, ma
continuo--ovvero, conservatore progressista. Parlando del terzo partito,
completerò il suo ritratto col programma del partito suo. Però debbo
aggiungere, che dopo il suo ritorno da Parigi, il commendatore Ratazzi è
tutt'altro uomo. Non si vede il sultano delle Tuileries impunemente, se
non si hanno coscienza, principii, propositi, interessi determinati e
considerazione di sè altissima--tutto di bronzo. Ratazzi è tornato
partigiano ad ogni costo dell'alleanza francese. Egli ha assunto la parte
difficilissima di moderatore--parte che avrebbe consunto innanzi l'ora lo
stesso Cavour, se questi non si fosse di tempo in tempo ritemperato con
dei colpi di audacia, con delle risorse di genio, ma disperate, alle
quali l'onestà e la prudenza del signor Ratazzi non si piegheranno mai di
ricorrere. Ratazzi andrà al potere prestissimo--prima forse che questo
libro venga alla luce. Che ci pensi bene. Se egli non deve essere altro
che un _changement de relais_ del barone Ricasoli, è un uomo perduto.
E' non puote aspirare alle grandi missioni politiche: la constituzione
organica della sua mente vi si oppone. Può essere un benefico
amministratore, se vorrà persuadersi che l'amministrazione migliore è la
più semplice.
Ora, due parole su i segretari della Camera.