l'annessione della Romagna. Innanzi a Roma--quantunque indifferente in
materia religiosa--in faccia del papa, cui egli credeva più grande in
realità nel mondo, più radicato nell'anima dei popoli, il conte di
Cavour si arrestava, non già sbalordito o atterrito, ma dubbioso. La
sua mano provava un'involontaria convulsione stendendosi alla tiara--o
al triregno. Per tutto il resto, e' procedè di un passo sicuro. In
politica, e' fu giuocatore avveduto. La sua messa contro l'Austria,
era la ruina dell'Austria stessa--se dessa avesse vinto. Imperciocchè,
stendendo la sua potenza sulla Penisola intera, l'Europa sarebbesi
allarmata di tanto formidabile dominio. Ed il conte di Cavour non
aveva a temere che l'Austria. Ed egli aveva conquistato l'appoggio
della Francia e dell'Inghilterra.
Il conte di Cavour lasciò la sua opera interminata. La sua morte ha
forse anche ritardato il compimento di quest'opera. Ma forse altresì
egli è morto a tempo per sè stesso. Egli avrebbe dovuto fare dei
sagrifizi, ai quali il suo cuore avrebbe ripugnato, e cui la sua
ragione, il suo calcolo di uomo di Stato avrebbero consigliati e
sanzionati. La natura del suo ingegno, la tempra della sua mente,
erano meno propri a questo periodo di persistenza, di ostinazione, di
_raideur_, nel quale è entrata la quistione italiana--meno proprii che
al periodo precedente, nel quale bisognava lottare, provocare,
intrigare, mettere in sussulto l'Europa, gittare l'allarme, creare le
difficoltà, tirar partito di una forza che l'Italia non aveva allora,
e che è negletta oggidì.
L'eredità ch'egli ha lasciata non è imbrogliata, ma la gestione n'è
difficile. Egli aveva messo in movimento l'energia italiana sotto
tutte le sue forme--una parte per agire di concerto con lui, una parte
per resistergli. Tutte le file gruppate nella sua mano rispondevano ad
una delle funzioni della vita italiana. Lui morto, una specie di
paralisi ha invaso il corpo sociale della Penisola. Si è creduto
perfino inutile di resistere, di attaccare il potere. L'Italia si fa;
ma forse più per gli errori dei suoi nemici che per l'iniziativa ed il
concorso dei suoi amici. Vivente Cavour era l'inverso.
Il posto vuoto ch'egli ha lasciato resta inoccupato tuttavia. Le linee
ch'egli aveva tracciate sono religiosamente seguite; ma il pensiero
che poteva modificarle, dar loro la vita, farle deviare onde evitare
un ostacolo, quel pensiero non è più---non lo lasciò in eredità ad
alcuno. Si traducono le sue idee liberamente--ma esse cominciano già a
non essere più dell'epoca nostra. Sono la storia.
La potenza del genio del conte di Cavour si riassume in questo: che
egli indovinò l'anima della nazione, e, forte di quest'appoggio morale
e latente, plenipotenziario dell'Italia possibile--vale a dire
dell'Italia del popolo--egli agì nel mondo officiale e la fece sentire
all'Europa, non quale era, ma quale poteva essere. _Piemontese_, il
conte di Cavour applicò tutte le risorse del suo spirito per vendicare
la rotta di Novara. _Italiano_, egli si servì dello spirito
rivoluzionario--tradizionale in Italia--per compiere la più grande
opera di conservazione che si sia fatta dopo il congresso di
Munster--il principio della ponderazione dell'Europa sulla base delle
frontiere naturali.
Non si conosce ancora tutta l'estensione e la profondità dell'opera
del conte di Cavour, perchè quest'opera, essendo stata in gran parte
una cospirazione di tutte le ore, e dovunque, ed in tutto, l'epoca
delle rivelazioni non è ancora arrivata. Ma io credo che quest'opera è
stata immensa, avuto conto dell'intensità e dell'attività del suo
spirito. Egli fu il nostro Pitt. Ed io sarei quasi per dire, più
grande che lui--perocchè egli ebbe la costanza, la tenacità, la
fissità dello scopo, l'implacabilità dell'odio contro il nemico del
suo paese, come l'immenso uomo di Stato dell'Inghilterra, ed ebbe in
più a lottare contro l'esiguità dei mezzi di cui appena poteva
disporre l'Italia. Pitt agitava e rimoveva con una leva che chiamavasi
la Gran Bretagna; Cavour con un pezzo di cuneo che chiamasi Piemonte.
Ma come Pitt, egli usò di quella dittatura irresponsabile di cui
l'avevano investito il suo re ed il suo paese--ed il risultato ch'egli
ne ottenne fu cento volte più grandioso. Pitt abbattè un uomo; Cavour
creò una nazione!
Io mi arresto. L'ora di comprendere il conte di Cavour e di valutare
la sua parte non è ancora sonato.
III.
Cavour riassume in sè stesso il Gabinetto.--Minghetti prima di esser
ministro.--Ministro e dopo.--Fanti.--Della Rovere.--Peruzzi.--Cassinis.--Il
ministro amabile ed il suo _a latere_ signor Niutta.--De Sanctis.--Una
parola della politica del Gabinetto.
_Torino, 6 maggio 1861._
Il Ministero dunque è il conte di Cavour. L'Europa lo sa: noi lo
sappiamo. I membri del Consiglio non sono uomini politici. Ciò avrebbe
potuto cagionare degli stiracchiamenti, imbarazzare la marcia del
conte di Cavour; e quest'uomo di Stato non si crea mica degli ostacoli
inutili, i membri del Gabinetto sono degli uomini d'affari, la di cui
personalità, per considerevole ch'esser possa, non potrà giammai
provocare un dualismo, funesto in questo momento all'Italia.
La politica italiana--qualunque essa si sia--è tutta di un pezzo. Un
sol uomo l'ha concepita, un sol uomo la mena, ed egli ha la confidenza
dell'Europa. Il conte di Cavour è investito della dittatura dalla
maggioranza legale della nazione, ed il Re stesso, il quale è
probabilmente italiano altrettanto che Cavour--vi si rassegna--con più
o meno di buona grazia--e ne raccoglie candidamente i frutti.
L'individuo, nondimeno, lo più spiccato nel Consiglio, dopo il
presidente, è il signor Minghetti, ministro dell'interno. Il signor
Minghetti, bolognese, ha 48 anni; è alto, biondo, ha fisionomia
mobile, ha maniere cortesi. Egli fece la sua apparizione nel mondo
politico sotto la protezione del signor Berti-Pichat, presidente della
società agricola delle Romagne. Ei si applicò agli studi economici, e
pubblicò un libro commendevole, intitolato _Saggi di economia
politica_. Poi, nel 1847, egli fu dei più vigorosi collaboratori del
_Felsineo_, giornale mellifluo che predicava la dottrina di Gioberti e
di Pellegrino Rossi. Poco dopò il signor Minghetti si recò a Roma,
attirato dall'ambizione e dalla sua confidenza nelle velleità di
riforma manifestate da Pio IX, ed il Santo, padre lo nominò, in
effetto, ministro dei lavori pubblici nel suo primo ministero laico.
L'illusione calmata, Minghetti, in divisa di guardia nazionale, si
portò, in compagnia di monsignor Corboli-Bussi, inviato di Pio IX, al
quartier generale di Carlo Alberto, il quale combatteva allora
l'Austria. Il conte Martini coprì il signor Minghetti della sua
benevolenza, e questo Commissario del Governo provvisorio di Milano
ottenne dal re che il suo protetto fosse decorato della croce di S.
Maurizio e nominato capitano. Il re consentì; il Minghetti fece la
campagna con bravura.
Dopo la disfatta dell'esercito sardo, il signor Minghetti ritornò a
Bologna, riprese i suoi studi, ed insegnò anzi in particolare le
dottrine economiche e quelle del diritto. Al Congresso di Parigi il
conte di Cavour aveva bisogno di un uomo, il quale conoscesse in tutte
le sue minuzie quella calamità che chiamasi governo pontificio. Farini
propose Minghetti, e questi andò a Parigi in qualità di segretario
particolare del conte di Cavour. Alla chiusura del Congresso, non
potendo senza pericolo far ritorno a Bologna, Minghetti viaggiò in
Francia, in Inghilterra, ed andò perfino in Egitto, attiratovi,
dicesi, non dal desiderio di contemplar le Piramidi ed i loro
_quaranta secoli_, ma da due piccoli bei piedi e da un crinolino. Un
anno dopo ritornò. Il conte di Cavour lo ritenne a Torino e lo nominò
segretario generale agli affari stranieri. Dopo la pace di
Villafranca, Minghetti si dimise col suo protettore e si restituì
novellamente a Bologna. Vi fu nominato presidente dell'Assemblea
Costituente, nel settembre 1859; poi ministro; infine deputato al
Parlamento di Torino. Egli esordì con un discorso eloquentissimo in
favore della cessione di Nizza e Savoja. Infine, s'ebbe il portafogli
dell'interno, quando il signor Farina, ahi lasso! preferì di andare a
troneggiare a Napoli, ove egli doveva perdere la sua rinomanza e
guadagnar l'itterizia.
Il signor Minghetti è ambizioso: egli farà il suo cammino. Egli è
largamente liberale--se tuttavia è qualche cosa--perocchè egli è tutto
con tutti--eccetto austriaco ed oltremontano--avvegnacchè alcuno non
contesti ch'egli sia cattolico a doppia fodera. Minghetti ha sfiorate
tutte le dottrine--da Melchiorre Gioja a Rosmini, da Balbo a Gioberti.
Egli è l'uomo ad impressioni vive, artista nella forma. È il primo
legislatore italiano che abbia scritte delle leggi in lingua italiana
pura--senza eccettuarne il Mamiani ed i ministri toscani, che vennero
poi, ed oggi sono. Il signor Minghetti ha la parola soffice, la frase
ben congegnata, la voce armonica, ma cadenzata; le idee sobrie, ma
chiare; la percezione viva. Egli è affabile. Assiduo al lavoro e
facile. È senza sussiego (_morgue_), insinuante, conciliativo, atto a
comprender tutto ed a comprender subito. Quando una questione lo
imbarazza, egli la evita con una promessa o una professione di fede di
liberalismo generale. Minghetti adora il futuro. Raramente ei risponde
che _ha fatto_ o che _è in via di fare_: ei _farà_! Egli non mette
alcun amor proprio nelle sue concezioni. Aveva presentata una legge,
per molti tratti commendevole, sull'organamento amministrativo delle
comuni e delle provincie, ove aveva infiltrato dentro un'idea un po'
sua--quella delle _regioni_. La Camera non vuole udirne a parlare.
Minghetti non se ne picca, non vi si attacca con affetto paterno: la
sagrifica come una trovatella--e conserva il portafogli. Egli è
l'oratore del Ministero.
Però, la sua abnegazione non gli valse gran che. Due mesi dopo dovette
uscire dal Gabinetto. In realtà, egli si era impegolato al portafogli;
ma i ministri toscani pretesero che Minghetti si fosse abbarbicato
alle sue famose regioni, ne fecero ressa, arroventarono la stampa, e
gli consigliarono amichevolmente di andare a respirare l'aria salutare
dei colli natii. Il colpo fu brusco. Minghetti ne è divenuto più calvo
e più stupefatto, n'è smagrito. Mi si dice ancora--quasi che ciò mi
facesse caldo o freddo--ch'egli è perfino annojato del bel sesso. Io
so, al contrario, che è tornato dal suo viaggio di Londra cotto di
lord Palmerston, che non vide, di Gobden, a cui scrisse una lettera--e
di una mezza dozzina di quelle miss che passeggiano la sera in
Regent-Street, all'uscita del ballo di Argyle-Room. Il signor
Minghetti è ritornato alla Camera.--e si è rassegnato a sostituire
alla vice-presidenza quel povero grand'uomo mancato di Poerio--cui ci
è impossibile sostituire con grande giubilo della Camera. Quando
Poerio presiede, noi siamo in carnevale!
Minghetti si è assiso tra gli imbronciati del terzo partito. Ma egli
appoggia apertamente il Gabinetto. In segreto, Dio solo conosce i
ripieghi dell'anima, poetica del signor Minghetti. Perocchè
l'ex-ministro è poeta, poeta a volontà, e scrive con l'estro stesso e
con la stessa leggiadria un inno alla Vergine ed una canzonetta un po'
brilla a Micheletta. Nelle riunioni della maggioranza il signor
Minghetti sostiene la parte di moderatore. E non ha parlato alla
Camera che una volta sola, dopo la sua caduta, e fu per difendersi con
un'indignazione che fece senso, contro l'imputazione di aver violato
il segreto delle lettere.
E' non si mette in rango per un nuovo Gabinetto: si lascia
negghiosamente portare, cullare dalla brezza dell'opinione pubblica,
la quale lo dà come uno dei depositari dei segreti del conte di
Cavour--che li portò tutti nella tomba! Non importa: depositario o no,
il signor Minghetti aspira agli affari stranieri ed al titolo di
marchese. I conti cominciarono a diventar troppo numerosi. E mi
assicurano i suoi elettori di Bologna, e le ballerine del Teatro
Regio, ch'egli studia ora il greco ed il turco, onde non far passare i
suoi segreti sugli affari ottomani a traverso di un dragomanno. Egli
ha in serbo del nuovo. Negli uffici, l'onorevole ex-ministro spande a
josa la luce della sua sperienza sulle giovani capacità. E' forma
degli uomini di Stato. Ah! perchè non apparteniamo anche noi
all'ufficio del signor Minghetti! Ci raccomanderemo a Massari, nel
prossimo sorteggio.
Il signor Minghetti sarà certamente ministro dì nuovo. Egli ha fatto
conservare il suo uniforme nella canfora, onde strapparlo alla stupida
voracità del tempo e delle tarle. Noi ne parliamo dunque con
riguardo--perocchè noi rispettiamo sempre l'autorità ed il suo
prestigio. Questa volta però, l'onorevole vice-presidente si guarderà
bene di ritornare con delle _regioni_--e riprenderà gli sproni e lo
scudiscio--sagrificati ingratamente al dolore della caduta. Minghetti
aspira adesso alle _legioni_, come più popolari. Noi gli auguriamo un
presto arrivo. L'Europa lo attende; i begli spiriti e le _miss_ di
_Argyle Room_ lo sollecitano.
L'altro ministro cospicuo del Consiglio, a causa del suo posto, è il
generale Fanti, il quale accampa sul portafogli della guerra.
Fanti rivenne dalla guerra di Spagna capitano e un po' mazziniano. Il
Governo provvisorio di Milano lo nominò colonnello delle milizie
lombarde. Dopo Custoza, e' si mostrò poco riverente verso
Carlo-Alberto e poco entusiasta della casa di Savoia. Egli segnò, col
signor Restelli, un libello in questo senso. Nondimeno e' si ritirò a
Torino quando Radeztki riprese Milano, ed entrò al servizio del
Piemonte. Dopo il disastro di Novara lo si pretese implicato
nell'infelice processo di Ramorino: ma il generale Lamarmora riconobbe
la falsità di questa insinuazione, e la sventò. Fanti fece la campagna
di Crimea, poi quella del 1859. Egli fu inviato quindi nell'Italia
centrale, onde organizzarvi l'esercito. Ed è da quell'epoca che data
la sua ostilità con Garibaldi. Fanti però agiva di concerto col re e
col conte di Cavour, e loro organi erano Cosenz e Malenchini, i quali
vedevano il tentativo su Roma, cui mirava Garibaldi, per lo meno
prematuro.
Il general Fanti fece poscia la campagna dell'Umbria, la quale,
quantunque materialmente, brillantemente comandata dal generale
Cialdini, fu concepita e tracciata da Fanti. Lo si dice forte in
strategia, ed in generale assai istrutto nelle scienze militari. Io ho
inteso perfino attribuirgli la prima idea di quella conversione di
fronte che portò l'esercito francese dal Po sul Ticino. Qualunque sia
però la sua capacità, gliela si contesta, a cagione del suo carattere
troppo brusco, troppo secco--_cassant_. Egli parla male, poco, sempre
di un tono irritato. Egli è severissimo--ma non senza predilezioni. Si
lascia dominare dalle antipatie per certo, se sa talora resistere alle
simpatie. Gli si rimproverano, in una parola, numerosi torti, e gravi
e funesti, che io non m'incarico nè di assolvere nè di contestare.
Però non gli si tiene conto di un merito supremo.
Il generale Lamarmora aveva organizzato un magnifico esercito
piemontese: il general Fanti ha creato l'esercito italiano. Egli gli
ha dato lo stampo, lo spirito di corpo, l'orgoglio, la coscienza del
suo valore; lo ha preparato alla vittoria. Perocchè vincere, gli è
conoscersi.
Fanti non osa, perchè egli vuol essere sicuro di ciò che fa. È uomo di
principii: è convinto. Poi è uomo onesto, come tutti gli uomini di
Stato del Piemonte, del resto. È la sua mancanza di audacia che lo fa
sembrare testardo, e che risveglia intorno a lui tanti odii e tanta
collera. Fanti è il solo che osasse resistere al conte di Cavour. Il
re non lo ama ma lo stima.
Il general Fanti ha lasciato anch'esso il portafogli per ritornare
alle delizie dell'_in disponibilità presso del Ministero_. Si assicura
ch'egli lasciasse le cose della guerra in grave scompiglio, anzi in
completo disordine. Io diffido di questi rumori. Il generale Fanti ha
dei nemici implacabili--l'esercito dei volontarii--ingrati! e
l'ex-esercito dei Borboni--ingiusti! Con ciò, fosse anch'egli un
Carnet, ve lo si darà irremissibilmente come un imbecille. Il general
Fanti, rientrato in Senato, vi fa la sua siesta, attendendo il ritorno
del sorriso della fortuna--la guerra ed il portafogli.
Per il momento, il suo posto è occupato da Della Rovere-Pascià. Pascià
e mezzo se vi piace! Egli non lo sarà mai quanto le circostanze lo
esigono. Della Rovere continua l'opera iniziata dal Fanti, senza
tamburi nè trombette, e lascia guaire chi guaisce, gridare chi
strepita. E' non mi sembra un uomo imbarazzato dalla moltiplicità
delle idee: ma ciò che egli sa, ciò che egli vede, è netto e chiaro.
Io non ho veduto mai un uomo parlare con più sicurezza, con più
convincimento. Sembra che sputi oracoli. Egli non svolge la
difficoltà, non colora nulla. Accetta la responsabilità del suo fatto,
testa alta, petto scoverto. Non mi pare inoltre entusiasta della
libertà; preferisce la disciplina--e della buona specie! Lo si acclama
come amministratore abile--ma non audace. Continua, non riforma. Sa,
non inventa. Però, come si confonde sovente la parola di
_amministratore_ con quella di _burocratico_, io mi riservo giudicarlo
a quando vedremo il nostro esercito in faccia del quadrilatero. Io
stimo la scienza del _rapporto_, cui si qualifica sovente per la
scienza amministrativa, meno che un zolfanello bruciato, meno che una
mozione dell'onorevole Baldacchini, un frizzo di De-Cesare, o il
sapere politico dell'onorevole Ciccone. Malgrado ciò, lo confesso, io
confido nel signor Della Rovere--il discendente di Giulio II, come
ebbe a dire un giorno il poetico Bertolami--che non sa adulare!
Della Rovere non è _fanfaron_: non promette che con riserva: vuota il
fondo del suo pensiero con franchezza, quando lo costringono a
parlare. Di frasi, punto. Serio, altiero, impassibile, con una figura
che respira l'autocrazia--forse la durezza--tutto d'un pezzo, sobrio
di parole, come un uomo che conosce il valore del tempo e che non ne
ha mica a sciupare, un po' pesante, ciò che augumenta la severità del
suo portamento.... il signor Della Rovere, ne sono persuaso, farà
l'esercito italiano, il quale deve compiere la redenzione della
patria. Egli lo farà in un anno piuttosto che in sei mesi, non
importa; ma lo farà. E, che è meglio ancora, egli ne comprende la
missione. Egli ha sviluppatissimo l'organo, la bozza che deve
principalmente avere un ministro pei tempi che corrono, e nella
situazione in cui trovasi l'Italia, voglio dire la bozza
dell'autorità, l'organo della coscienza delle sue funzioni. Egli parla
di queste come S. Michele arcangelo--come il papa! Egli ha inoltre del
carattere, ciò che concorda a maraviglia col Ricasoli e Menabrea.
Solamente, quest'ultimo ed il Della Rovere hanno più pronunziata la
peccaminosa tenerezza dell'egemonia piemontese.. Tutto calcolato,
l'uscita di Della Rovere dal Ministero della guerra sarebbe molto
rimpiangevole--quando anco dovesse essere il general Lamarmora che lo
rimpiazzi: e forse sopratutto allora! Della Rovere non ha idee
esclusive--nè idee sue a far trionfare, come Lamarmora!
Il ministro dei lavori pubblici, come lo sanno i lontani ed i vicini,
è quella gentile volpetta del commendatore Peruzzi--che non ha bisogno
di esser creato conte per decreto reale. La _savonette à vilain_ non
ha nulla a lavorare nel suo blasone. Peruzzi rappresentava nel
Consiglio--ciò che Ferrari chiamava la _federazione ministeriale_--la
Toscana prima che la Toscana invadesse il Consiglio. Egli uscì dalla
_scuola delle miniere_ di Parigi nel 1842-43. Nel 1848 fu gonfaloniere
di Firenze e lavorò callidamente contro il governo del Guerrazzi per
sollecitare il ritorno del Granduca--il quale, come Pio IX, si era
rifugiato nelle pacifiche casematte di Gaeta. Malgrado ciò, dopo la
ristaurazione, non volendo esser complice della reazione austriaca,
Peruzzi dette la sua demissione. Allora la Compagnia delle Ferrovie di
Livorno lo nominò suo direttore, funzione che fu esercitata con
universale soddisfazione. Peruzzi prese parte alla pubblicazione della
_Biblioteca civile_, inspirata dal colonnello Malenchini, col concorso
dei signori Ricasoli, Ridolfi, Galeotti, Corsi--tutti deputati oggidì.
Questa biblioteca, come tutti sanno, aveva per iscopo di formare gli
spiriti ed indirizzare l'opinione pubblica all'idea dell'unità
italiana, sotto la casa di Savoja.
Nel 1859 il bravo, l'infaticabile Malenchini si recò da Livorno a
Firenze per spingere l'esercito toscano a quel pronunciamento che
decise il Granduca a lasciar la Toscana. Peruzzi fe' parte del Governo
provvisorio, il quale prese le redini dello Stato dopo il 29 aprile.
Venti giorni dopo, Peruzzi ritornava alla direzione delle ferrovie, e
dopo la guerra; quando l'annessione della Toscana era contestata in
Europa, Peruzzi fu mandato a Parigi da Ricasoli.
Peruzzi ha pubblicate parecchie _brochures_ e lavorato in tutte le
commissioni per le ferrovie italiane Spirito facile, ma moderato e
flessibile, Peruzzi ha traversate tutte le tempeste della rivoluzione
italiana senza mai dare in secco nè correr fortuna. Egli è una
specialità distintissima, non un uomo politico. Ha nelle sue mani un
istrumento potente, di cui si serve con circospezione, non negli
uomini ma nella cosa--voglio dire il portafogli dei pubblici lavori.
Ha paura della foga americana, non del _puff_ degli Americani.
Preferisce i sistemi misti, le compagnie ajutate, sovvenzionate, o
assicurate dallo Stato. La necessità e gli errori lo hanno ridotto al
lavoro diretto dello Stato stesso. Lo abbiamo veduto per un pezzo
parlare, cercare, promettere--e lo ingegno pronto e la franchezza del
promettere mai non gli fallano--poi agire. Ma qui comincian le dolenti
note.
Peruzzi partorì di un colpo, la concessione di tutta la rete
ferroviaria dell'Italia centrale e meridionale--ed altro ancora. Egli
non ismentì punto la sua mirabile facilità nel negoziato degli affari.
Ma egli ha completamente fallito--fiasco su tutta la linea! Egli ebbe
cattiva fortuna. Egli ha sciupato i danari dello Stato con una
prodigalità furiosa--ma giammai ministro non produsse risultati più
minimi--relativamente, ben inteso, alla larghezza delle promesse ed
all'altezza delle aspettative. Tutte le Compagnie con le quali trattò,
a delle condizioni ruinose per far presto, ed aveva ragione di ciò
volere, gli si sono spezzate fra le mani. La parola _infedeltà_ ha
ulcerato, a torto forse, il suo secretario generale. La sconfidenza
nel successo accompagna ora, malgrado tutto, qualunque suo progetto.
Lo si dà inoltre come federalista, o regionista, ciò che torna allo
stesso. I suoi colleghi lo dicono difficile, _mauvais coucheur_,
direbbero i Francesi, ciò che ci affligge mediocrissimamente, perocchè
coloro che ciò dicono--non lo vogliono punto. Peruzzi è l'intelligenza
la più acuta del Consiglio. Egli ha la concezione vasta, ma gli manca,
come finito, il tutto dell'attuazione. Egli difende il fatto suo con
abilità, con fierezza, sovente con _verve_: ma ciò che egli difende
con più ingegno, è raramente stemmato del suggello del giusto e del
vero. Egli ha il fiuto degli affari: gli manca la mano, il metodo. La
perspicacia di decimare i ciarlatani--il _puff_. Egli ha il giudizio
dell'opera sua; gliene manca la coscienza. Altri faranno probabilmente
meno, ma con più economia; faranno men presto, ma meglio. Nondimeno,
per esser giusti, bisogna soggiungere che il successore di Peruzzi,
chiunque esso sia, troverà l'insieme dei lavori necessari all'Italia,
in parte in atto, e quasi tutti iniziati con sentimento di sintesi
oltre ogni dire rimarchevole. E' non avrà che ad addolcire le
predilezioni ed emendare la precipitanza. Peruzzi è il principale
pilastro del ministero Ricasoli: e se cade, non è per sempre. Peruzzi
è uno degli uomini necessari all'Italia, come il Ricasoli.