per caratteri generali, salvo numerose eccezioni, in un'altra
categoria--quella dei sentimenti. I Siciliani sono ambiziosi e lottano
per proprio conto. I Napoletani si mostrano più flessibili in faccia
ai ministri. Essi si onorano di una stretta di mano, di una parola
lusinghiera, di un sorriso, delle moine di un ministro; essi
volteggiano, come farfalle, sempre intorno ai banchi dei membri del
Gabinetto. I Toscani pajono indecisi; essi portano scritto sulla loro
bandiera: _Ne quid nimis!_ I Lombardi sono i più caldi partigiani del
conte di Cavour--oggi del barone Ricasoli--ma non sì teneri che i
Toscani--e con vedute amministrative più larghe. I deputati
dell'Italia del centro sono ministeriali in genere. I Piemontesi, o
funzionari o del terzo partito--ma conservatori sempre--anche sedendo
alla sinistra. In generale il Ministero recluta i suoi uomini più tra
gli aspiranti agl'impieghi ambiziosi che tra gl'impiegati e tra
gl'inquilini del bilancio. E nondimeno, gl'impiegati conosciuti e
sconosciuti, i funzionari ed i pensionati, sommano almeno a 120 fra
noi. Ne ho veduti però votare con la sinistra ed altri alla sinistra
sedere.
Tocchiamo ora le specialità.
Non si agiterà mai una quistione senza che non avessimo a sorbire un
ordine del giorno di Ricciardi, o di Lanza, o di Buoncompagni.
Caracciolo porta attorno degli ordini del giorno in commandita, a cui
non mancano mai nè Lacarta, nè Bonghi, nè Massari, nè Baldacchino--e
non ho bisogno di dirvi di quale tinta. Il dormiglione il più assiduo,
il più intrepido del Parlamento, è il signor Ranieri. Bisogna domandar
la chiusura? il lasso della discussione è bello e trovato--è il signor
Gallenga--il quale troppo sovente, ahimè! non ha che ragione. De
Blasiis è sempre pronto a chiamarsi soddisfatto. Il signor Castellano
protesta sempre. L'anno scorso, quando sedeva alla destra, aveva
altresì la specialità delle proposizioni indiscrete. Domandava, per
esempio, un appello nominale quando i membri della sinistra credevano
opportuno di andarsene per non votare, ovvero gridava: Non siamo più
in numero. Ora è Ricciardi che prende questo vezzo--ma in senso più
liberale--egli dice legale. Colui che parla il più fuori, il meno
dentro della Camera, è il signor Ninco. Il passeggiatore il più
dispiacevole, il ronzatore il più antipatico che crispa i nervi, è
Lacarta, San-Donato parla sempre o frizza--quei della destra ben
inteso. Plutino ha lo più d'enfasi provinciale. Lo più irritato ed
irritante è il signor Paternostro. Lo più scipito e vuoto è Bruno.
Vi è una categoria di deputati che ha la malattia di proporre delle
leggi per avere l'occasione di recitare un piccolo discorso meditato,
mandato a memoria per sei settimane.
Un sol deputato siede alla Camera la testa coverta di un
berrettino--il mio eccellente amico signor Rendina. Mordini provò un
momento d'imitare questo Grande di Spagna della Sovranità nazionale;
ma il suo _fez_ di velluto ha soccombuto alla fine sotto
l'indignazione di una coppia di begli occhi che lo fulminavano dalla
tribuna delle dame, ed è scomparso. Massari è l'amico di tutto il
mondo--che non sia però un semplice mortale! Crispi ha l'attitudine la
più aggressiva nella Camera--quando s'indigna e rompe la monotonia.
Allorquando egli si alza per parlare, si direbbe che sia per tirar
fuori di tasca un paio di _revolvers_. Io ho udito il ministro
Minghetti a dirgli, ch'egli ne aveva paura. Macchi non manca mai di
parlare, quando si tratti di una protesta generosa.
L'ex-Mirabelli, giudice mascherato d'avvocato, era tutto sorriso
quando si protendeva in avanti per parlare. Il suo naso terribilmente
rosso--diventava un carbone infiammato per beatitudine. Non parlava
mai, ben inteso--che per cantare il _laudamus pueri dominum_. Il
lettore di discorsi il più intrepido era il mio dotto vicino, signor
Turati. La Camera mormorava, e Turati leggeva. Il presidente faceva
osservare che si era di già deliberato su quanto il signor Turati
domandava, e Turati leggeva. Lo si interrompeva, lo si interpellava,
si gridava, si strepitava, si chiamava all'ordine, e Turati leggeva.
Gli si versava dell'acqua zuccherata, Turati non beveva, e leggeva
sempre. Turati avrebbe letto perfin se la Camera avesse preso fuoco, e
non vi fossero restati su i banchi che i calamai--ed il signor Poerio.
Il signor Turati, infelicemente morto, i deputati che seguono il suo
esempio sono numerosi--anche troppo.
Il signor Proto era, tra gli onorevoli della destra, colui il quale
sorbiva con più beatitudine i discorsi del conte di Cavour. Questo
deputato avendo lasciato il Parlamento, la sua parte e la sua
soddisfazione di benessere è stata ereditata dal De-Blasiis--il di cui
cranio lucido diviene purpureo e la pallida figura trasuda scandelle
di grasso animale. Per questo deputato i ministri non hanno nome. Sono
ministri--unti di Dio avendo una chiave della cassa--ed egli li ammira
tutti.
Il conte di Cavour era l'oratore più logico del Parlamento. Il suo
posto è ora a prendere, Buoncompagni è il più linfatico. Ferrari il
più largo ed il più paradossale. Ondes-Reggio lo più dottrinario.
Brofferio lo più drammatico. Massari il più cortese, il più verboso, e
sovente il più vuoto. Mamiani il più amplificatore. Chiaves il meno
avvocato fra gli avvocati. De-Blasiis il più ristucchevole. Mancini lo
più monotono per dispiacenza di voce. Pisanelli e Conforti li più
teatrali. Il Minghetti il più elegante nella forma italiana. Lo più
scorretto, ma il più aggressivo e il più pieno di fatti, il mio vicino
Mellana. Lo più bisbetico è Boggio, cui annoiano molto i lettori ed i
scrittori di giornali. Boggio parla, e chi scrive di qua, chi legge di
là a oltranza, come se volessero protestare, come gente che si annoia.
Susani e Valerio li mettono in fuga. E nondimeno Boggio e Susani
dicono spessissimo delle cose molto sensate.
Io termino qui questo colpo d'occhio generale, il quale, ne ho paura,
è di già troppo esteso.
Ecco i tratti generici del nostro Parlamento. Comincio adesso a
delineare in dettaglio le fisonomie le più interessanti, e principio
dal presentarvi il conte di Cavour e il Ministero.
II.
Il conte di Cavour.--La sua giovinezza.--Paggio.--Luogotenente del
genio.--Viaggio in Inghilterra ed in Francia.--Scrive nelle
Riviste.--Suo stile.--Ritorna in Piemonte.--Il _Risorgimento_.--Il conte
di Cavour deputato.--Sue evoluzioni parlamentari.--Ministro.--Motto del
re al signor d'Azeglio.--Cavour al congresso di Parigi.--Dopo la pace di
Villafranca.--Carattere e genio di quest'uomo di Stato.--Cavour
oratore.--La sua tenuta nel Parlamento.--Dopo la sua morte.
_Torino, 1 maggio 1861._
Io non so se la biografia del presidente del Consiglio sia
universalmente conosciuta. Ad ogni modo, e' non sarà fuor di proposito
che io ne dia qui un riassunto sommario. Il conte Camillo Benso di
Cavour nacque nel 1810. Fu educato alla scuola militare e instrutto
molto sommariamente. Poi esordì nel mondo, o per meglio dire alla
Corte, in qualità di paggio di Carlo Felice.
Il re trovò che il suo paggio non aveva la vocazione voluta per
servire in una Corte bigotta e triviale come la sua, e gli dette
congedo. Il conte di Cavour se ne vendicò dicendo: Che gli avevano
ritirato il basto. Ritornò al collegio militare, ed a diciotto anni ne
uscì col grado di luogotenente del genio. Ma il signor conte non fu
più fortunato nell'esercito, che non lo era stato alla Corte. Nel 1831
e' trovavasi a Genova per sorvegliare alcuni lavori di fortificazione.
Mostrò delle tendenze liberali: disse qualche parola smozzicata sugli
avvenimenti della Francia di allora. Per punirlo di questa audacia, fu
mandato di guarnigione nel forte di Bard. Il conte di Cavour dette la
sua dimissione e si mise in viaggio.
Visitò la Francia e l'Inghilterra, ove fissò principalmente la sua
residenza e dove si prese di amore per le istituzioni inglesi e per la
politica d'Inghilterra--cui egli neglesse di poi.
L'uomo inclinò verso la Gran Bretagna: il ministro si appoggiò sulla
Francia.
E ritornando in Francia scrisse qualche articolo di Rivista. Io non ne
segnalerò che due, i più caratteristici, l'uno _Sullo stato attuale
dell'Irlanda e sul suo avvenire_; l'altro, _Delle idee comuniste e dei
mezzi di combatterne lo sviluppo_. Nel primo articolo egli si mostra
partigiano del sistema di Malthus e dà ragione all'Inghilterra; nel
secondo egli dà ragione, come doveva essere, agli economisti su i
socialisti. Egli spera molto dalla beneficenza dei signori e dalla
carità legale. Ammira Pitt e ne fa un ritratto rimarchevole. In
generale, lo stile del conte di Cavour è arido, interrotto, nervoso,
senza altri ornamenti che una logica serrata e sottile. Il conte di
Cavour non ha il tempo di adornare un modello--_mannequin_; egli cerca
un uomo.
Il conte di Cavour ritorna in Piemonte saturo d'idee e di fatti, senza
avere largamente studiato, ma avendo molto osservato. Egli volle
utilizzarsi pel suo paese e entrò nella Direzione degli asili
infantili. Ma egli era sospetto di già. Egli riportava la peste del
liberalismo: veniva tutto pregno del profumo di progresso che
respiravasi a quell'epoca in Francia, come in Inghilterra, in tutto lo
sviluppo della vita pubblica. Il presidente degli asili lo pregò, _pel
bene della società_, di uscire dalla Direzione. Egli entrò
nell'Associazione agraria e nella Commissione della statistica.
Nel 1847 fondò un giornale politico coi signori Balbo, Galvagno, Santa
Rosa, _Il Risorgimento_, il quale aveva a scopo di propagare le idee
di progresso, di riforma, d'unione tra principi e popoli, e
l'indipendenza d'Italia. Il signor di Cavour era lo più vivo ed audace
tra i redattori di questo periodico ed uno dei più arditi pensatori
del Piemonte. Lo mostrò quando una deputazione di Genova venne a
domandare a Carlo Alberto l'espulsione dei gesuiti e l'organamento
della guardia nazionale. Il conte di Cavour appoggiò Brofferio, il
quale scappò fuori con un grido «La migliore delle riforme è la
Costituzione; dimandiamola senza indugio!» Valerio, Galvagno ed altri
respinsero questa idea audacissima. La petizione al re fu solo segnata
da Cavour, Brofferio, d'Azeglio, Durando e Santa Rosa--e la si fece
capitare a S. M.
La condotta del conte di Cavour, la petulanza delle sue idee, la sua
indipendenza, lo misero molto male col partito aristocratico,
egualmente che col partito democratico--a quell'epoca molto più
avanzato che oggidì in Piemonte. Dopo le cinque giornate di Milano,
Cavour consigliò al re l'audacia e la guerra immediata.
Alle seconde elezioni, Torino l'inviò al Parlamento come suo deputato,
ed il nobile conte prese posto al centro destro, onde tener testa,
come fece, alle esigenze immoderate della destra come della sinistra.
Qui comincia veramente la sua carriera politica.
Dopo la disfatta di Custoza, il conte di Cavour si arrolò come
volontario, ma non ebbe il tempo di partire, perchè le cose
precipitarono con una spaventevole rapidità. La capitolazione di
Milano ebbe luogo. Egli restò al Parlamento e sostenne il Gabinetto
formato dal re, il 19 agosto 1848, sotto la presidenza del marchese
Alfieri. Combattè Gioberti, che era allora il capo del partito
democratico.
Nelle elezioni di gennajo 1849 il conte di Cavour non fu eletto.
Malgrado ciò, trovando giusta la politica di Gioberti, il quale voleva
far occupare Roma e la Toscana da soldati italiani, la difese nel suo
giornale. Gioberti cadde. Il conte di Cavour sostenne il ministero
Ratazzi, il quale, nella condizione terribile cui gli aveva fatta la
situazione di quell'epoca di delirio, dovette dichiarare la guerra
all'Austria. La rotta di Novara fece cadere il Ministero.
D'Azeglio convocò un nuovo Parlamento; e Torino nominò di nuovo il
conte di Cavour. La Camera era ministeriale. Cavour divenne capo del
centro destro; Ratazzi del centro sinistro. E d'allora la divergenza
fra questi due uomini di Stato divenne ancora più pronunziata.
Nondimeno, il conte di Cavour si oppose altrettanto, e forse più alla
destra che alla sinistra. D'Azeglio lo vedeva innalzarsi e spuntar
all'orizzonte come ministro. Dopo la morte di Santa Rosa egli gli
affidò il portafogli del commercio e della marina. Infine, eccolo
all'opera.
Vittorio-Emanuele, che ha l'istinto di presentire la superiorità, lo
indovinò. Egli disse a d'Azeglio, che glielo proponeva: «Va benissimo,
ma quell'uomo lì vi rovescerà tutti!» Poteva dire, ci dominerà tutti.
D'Azeglio non se ne sbigottì. Poco dopo, Cavour accoppiò ai due suoi
portafogli poco serii, quello importantissimo delle finanze, cui
conservò dal mese di aprile 1851 fino al maggio 1852. A quell'epoca,
il conte di Cavour appoggiò Ratazzi, capo della sinistra, come
candidato alla presidenza della Camera. Ciò spiacque a Galvagno, il
quale, nel Ministero, rappresentava l'elemento conservatore ad
oltranza. Il Gabinetto, fu sciolto.
D'Azeglio ne compose uno a nuovo, il quale non potè vivere a causa
delle dissensioni sopravenute tra il Piemonte e Roma. D'Azeglio
consigliò al re di nominar capo del Governo il conte di Cavour, il
quale si era recato al Congresso economico di Bruxelles. Traversando
Parigi, egli si presentò per la prima volta all'imperatore Napoleone
III. Cavour divenne presidente del Consiglio e prese il portafogli
delle finanze. Poi, quindi a poco, Buoncompagni essendosi ritirato,
egli invitò Ratazzi al ministero della giustizia. Il conte di Cavour
si alligava al centro sinistro.
Nel 1857, Ratazzi avendo lasciato il portafoglio dell'interno, il
conte di Cavour accumulò quello degli affari stranieri, dell'interno,
dell'istruzione pubblica e la presidenza. Fu ministro fino alla pace
di Villafranca.
Il conte di Cavour aveva carezzate le idee inglesi, essendo deputato e
giornalista: arrivato al potere, ei comprese la parte che l'imperatore
Napoleone andava a far rappresentare alla Francia, e si appoggiò
apertamente e con abbandono sur essa. Ei fece decidere la spedizione
di Crimea, il di cui successo lo condusse al Congresso di Parigi,
Quivi egli si diede a conoscere meglio all'Imperatore, cui meglio
conobbe. Essi s'indovinarono, forse si compresero. E forse ei bisogna
datare da quest'anno quell'accordo che si manifestò di poi per un
seguito di avvenimenti fortunati per l'Italia. La questione italiana
fu iniziata, anzi posta nel Congresso di Parigi dal conte di Cavour,
con il consentimento dell'Imperatore, l'Inghilterra favorendolo. A
Plombières furono convenute forse l'alleganza di famiglia e
l'alleganza nazionale. E la guerra del 1859 spuntò in quel firmamento
ove dovevasi vedere quindi a poco la stella d'Italia brillare, quella
dell'Austria impallidire.
Ma un malinteso si era frapposto tra il ministro del re Vittorio
Emanuele e l'Imperatore. Il ministro voleva un'Italia intera,
un'Italia italiana; l'Imperatore aveva fatto delle riserve, delle
reticenze, aveva dei fini occulti. Cavour non volle tradire l'Italia.
E la convenzione di Villafranca fu precipitata.
Anche il re rinnegò il suo ministro!
Ratazzi, il quale rimpiazzò il conte di Cavour, _obbligato_ a
ritirarsi, Ratazzi si trovò imbarazzatissimo con la Francia. Egli non
osò nè bravarla, nè cedere. La caparbia resistenza del barone
Ricasoli, in Toscana, salvò l'Italia. Cavour fu richiamato agli
affari. Egli accettò l'annessione del Centro e segnò la sua pace con
le Tuileries, mediante la cessione, dolorosissima, ma giustissima,
astuta, politica, di Nizza e della Savoja. Egli inaugurava il
principio dell'Italia _una_, che contraponeva ai principj del trattato
di Vienna. Un altro atto del grande dramma italiano era ancora
rappresentato. Restava il quarto.
Il conte di Cavour lascia i volontari organizzarsi e li ajuta, sotto
mano, come può. Egli lascia partir gli argonauti che vanno alla
conquista del vello d'oro--l'unità d'Italia--a Marsala, ma non senza
uno stringimento di cuore, dubitando dell'esito. Egli li lascia
vincere, procedere, marciare, rovesciar la dinastia borbonica, e poi,
una volta sul Volturno, in faccia di quella ridicola Capua che barrica
loro la strada di Roma, il conte di Cavour si finge _debordé_, secondo
la parola dell'Imperatore, dalla rivoluzione e dai rivoluzionarj, e
gitta l'esercito del re negli Stati del Papa. Egli salva Garibaldi, la
rivoluzione, l'Italia. Il resto è noto. Ciò fu un colpo di genio come
ve ne ha pochi nella storia.
Io ho corso, ho divorati i dettagli. Ho fretta di riassumere, perchè
desidero di esser corto.
Il conte di Cavour, senza contestazione, è il terzo uomo di Stato
d'Europa--con lord Palmerston e l'Imperator Napoleone. La perdita di
questo uomo, nelle circostanze attuali, sarebbe, per l'Italia, una
sventura irreparabile. La forza del conte di Cavour non è nei suoi
principii; egli non ne ha alcuno d'inesorabilmente determinato. Ma
egli ha uno scopo, uno scopo fisso, netto, la di cui grandezza avrebbe
data la vertigine a tutt'altro uomo--dieci anni fa--quello cioè di
formare un'Italia una ed indipendente. Gli uomini, i mezzi, le
circostanze, gli sono stati, gli sono tuttora indifferenti. Egli
cammina diritto, sempre saldo, sovente solo, sacrificando i suoi
amici, le sue simpatie, qualche volta il suo cuore, spesso la
coscienza. Nulla gli è duro. La pieghevolezza del suo spirito è
maravigliosa. Egli indovina tutto, e raramente s'inganna, non già
sulla verità, ma sul successo dell'opera. Egli riunisce la solidità di
calcolo del temperamento inglese, con quel genio politico senza
scrupoli, senza idealismo, sovente senza generosità, del carattere
italiano. Il conte di Cavour è un tratto di unione tra sir Robert Peel
e Macchiavello. Egli ha qualche cosa di bizantino: l'astuzia, la
logica fina, il risultato sempre reale anche nel paradosso. Leggete le
sue note diplomatiche. Egli è impossibile di aver ragione, ed anche di
avere torto, con un scintillamento di argomenti più solidi, più
urgenti, che vi prendono alla gola con la loro eloquenza. Se ne resta
colpiti ed abbacinati--e sovente convinti.
Il conte di Cavour, il quale sventuratamente non ha sempre lo ingegno
d'indovinare gli uomini, ha sempre quello d'indovinare una situazione,
e più ancora, d'indovinare il lato possibile di una situazione. Ed è
questa maravigliosa facoltà che ha contribuito a formare l'Italia di
oggidì. Ministro di una potenza di quarto ordine, egli non poteva
creare le situazioni, come l'Imperatore Napoleone, nè appoggiarsi ad
una grande forza nazionale, come lord Palmerston.
Il conte di Cavour doveva trovare una fessura nell'addentellato della
politica europea, e guizzarvi dentro, ed appiattarvisi, e praticarvi
una mina, cagionarvi un'esplosione. Ed è per questo modo ch'egli vinse
l'Austria e si assicurò l'ajuto della Francia e dell'Inghilterra. Ove
altri uomini di Stato avrebbero rinculato, il conte di Cavour si gittò
testa in giù, dopo avere scandagliato il precipizio ed aver calcolato
perfino i profitti della caduta. La spedizione di Crimea, la sua
attitudine al Congresso di Parigi, la cessione di Nizza, l'invasione
degli Stati pontificii nell'ultimo autunno sono state la conseguenza
della vigorosa tempra del suo spirito.
Ecco in breve l'uomo della politica straniera. Egli è forte, egli è al
livello della situazione, degli uomini del suo tempo e dei tempi.
L'uomo della politica interna è meno completo; meno finito. Il signor
di Cavour possiede la conoscenza generale degli affari; egli ha delle
idee larghe, molto liberali, niente complicate; ma egli manca
dell'abilità pratica della messa in scena. Inoltre, egli ha sovente la
mano infelice nella scelta degli uomini. Testimone, la serie di agenti
ch'egli ha spediti nell'Italia meridionale--il signor Nigra compreso
ed il Principe di Carignano. Il conte di Cavour si sente al disopra
del dettaglio, il quale è nondimeno importante nell'amministrazione,
ed è questo il lato vulnerabile della sua politica; perchè, negli
affari stranieri, alcuno non contesta la sua superiorità.
Evvi ancora un altro punto che urta talvolta nella condotta del conte
di Cavour--ed è la sua personalità. Cavour si conosce, egli conosce la
gente che lo attornia; la stima poco, forse punto, ed ha il torto di
farglielo sentire. E' non tollera eguali, non essendo abituato ad
incontrarne molti. Quantunque egli tocca, deve piegare, deve
rassegnarsi a vedersi manipolato, _pètri_, da questa mano potente. Il
Re stesso ne subisce il magnetismo, ne freme, ne è geloso e tenta
invano di ribellarsi. Ora chi non consente a lasciarsi assorbire dal
conte di Cavour, si classifica, senza transazione, tra i suoi nemici,
o per meglio dire tra i suoi avversarj--perocchè il conte di Cavour sa
portare il broncio, conservar per un tempo il rancore; odiare no.
Arrogasi a ciò le sue maniere brusche, brevi, poco curevoli
dell'altrui suscettività, il sorriso sarcastico cristalizzato sulla
sua faccia; l'abitudine di dare degli ordini, il suo portamento e le
sue fattezze borghesi, le quali non lasciano alcuna probabilità al
successo neppur delle sue cortesie, delle sue piaggerie verso coloro
che vuole rabbonire, inzuccherare, _amadouer_! Si aggiunga la sua
parola spezzata ed imbarazzata; la sua voce acre e metallica che male
affetta la prima volta; il suo gesto petulante, brusco, _saccadè_, e
voi completerete l'uomo, il quale vi attira poco, quando non gli siete
legato per altri vincoli.
Il conte di Cavour si tiene in Parlamento assolutamente come se la
sinistra non esistesse, come se egli fosse nel suo salone, in mezzo
dei suoi famigliari--sopratutto quando si annoja. Egli parla, egli
ride, egli petulantemente volta le spalle ai suoi colleghi, egli si
accoccola, sbadiglia, tormenta il velluto della tavola con il suo
tagliacarte, fa degli epigrammi;.... se avesse le abitudini americane,
metterebbe i piedi sul _bureau_! Egli non vede là che la maggioranza,
vale a dire, degli amici fedeli--dei confidenti.
Il conte di Cavour non è un oratore nel senso francese, egli lo è
piuttosto nel senso inglese. Egli ha la parola difficile, perocchè e'
non vuol dire una parola di troppo, una parola la quale non abbia la
portata ch'egli vuol darle. Egli non parla per la Camera, ma per
l'Europa. Egli ha un ragionamento serrato, sostanziale, lucido; tocca
il cuore della quistione; e se non ha sempre ragione, egli non cade
mai nella trivialità e nei nonsensi.
Conchiudo.-Il diplomatico è un gigante; l'amministratore, mediocre;
l'uomo, un antitesi. Con lui non si resta giammai in un'attitudine
indeterminata: gli si ubbidisce o gli si addiviene ribelle. E' non
lascia menarsi dai suoi amici, non conta i suoi amici. È il pensiero
d'Italia, all'estero; all'interno, ne è il cuore. Egli è l'anima
sempre del Gabinetto, che in lui s'identifica, s'_illusa_, direbbe
Dante.
Parlerò della sua politica attuale quando avrò abbozzati, a passo di
carica, i suoi sette colleghi.
Quando io pubblicai il giudizio su riferito, i miei amici della
sinistra mi lanciarono l'anatema, e poco mancò ch'e' non mi dessero
dell'apostata. Io fui considerato come un adulatore. Cavour me ne
ringraziò. Due mesi dopo, il grande ministro moriva. E l'Europa
intera, e l'Italia come un sol uomo mi davano ragione. Gli avvenimenti
che sono sopravenuti hanno confermate le mie appreziazioni.
Si può, in questo momento, misurare un lembo, calcolare un lato
dell'opera del conte di Cavour. Basta ravvicinare i due estremi: donde
partì, vale a dire, e dove fermò il suo passo, colpito dalla morte.
Egli trovò il _Piemonte_--dopo Novara!--egli lascia l'_Italia_--dopo
il Volturno e Gaeta.
Quantunque è stato fatto nell'intervallo, è stata opera sua, o egli
ajutando. Egli ha sempre marciato in avanti; ed anche allorquando
seguì al rimorchio gli avvenimenti che lo soverchiarono, anche quando
lasciossi scappare l'iniziativa, la sua parte di secondo ordine non
era che apparente. Un dubbio gravita ora sulla sua tomba. Volle egli
l'Italia _una_, ovvero un gran Piemonte--un regno d'Italia del Nord--o
tutta la Penisola indipendente?